7 febbraio 2012

Alessandro Bozzoli

bozzoli_alessandro_post.jpgSorride e abbassa lo sguardo, quando gli si fa notare dove l’ha portato un’idea originale. Non c’è presunzione e arroganza nei suoi occhi, nel timbro della voce, nelle scelta delle parole. Avanza un accenno di ingenua modestia, legato all’educazione severa impartita dai genitori e alla sua giovane età. Eppure Alessandro Bozzoli, trentun anni, ingegnere gestionale a capo della Audes Group da lui fondata, è l’esempio vivente di come una idea originale possa cambiare la vita.

La Audes Group è la società che Alessandro Bozzoli ha fondato nel 2005 per produrre capi di abbigliamento brandizzati di ottima fattura e a prezzi concorrenziali. Ha sede in una barchessa in via Retrone 30, nella prima periferia della città del Santo, nel rione Sacro Cuore. Il team scelto da Alessandro si occupa di seguire l’iter per intero, dalla ideazione del modello (in sintonia con la filosofia e il marchio aziendali) fino alla produzione del capo.

Come è nata l’idea di mettersi a produrre magliette brandizzate?
Mi sono reso conto che in Italia non c’era nessuno che lo facesse con una certa qualità, in tempi rapidi e a prezzi competitivi. Le grandi aziende che desideravano veicolare il proprio marchio, grazie a un capo di abbigliamento brandizzato, bussavano alla porta di qualche “personalizzatore” (es. agenzie o ricamatori) che a loro volta si appoggiavano alla filiale italiana di società americane, che producono in Cina e fanno stock di prodotto neutro in Italia. Col risultato che veniva creato un prodotto di qualità scadente, e il cliente era costretto ad adattarsi a modelli americani preconfezionati. Per questi attori, realizzare capi ex-novo sulla base dei disegni del cliente, significava tempi di produzione di 6 mesi. Mi sono reso conto di questo vuoto e ho deciso di riempirlo, sfruttando solide conoscenze produttive e gli strumenti di information technology disponibili. Oggi la mia azienda è in grado di evadere una commessa in appena trenta giorni e la qualità dei capi è nettamente superiore.

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Da un lato l’idea di non avere concorrenti vicini con i quali misurarsi e scontrarsi ogni giorno per rubarsi fette di mercato, sicuramente facilita. Però intraprendere una strada mai percorsa da nessuno, essere in un certo senso pionieri, non è un fardello gravoso da portare con sé lungo il cammino? Specie quando si è così giovani …
Condivido e faccio mia la tesi portata avanti da Chan e Renée nel loro libro “Strategia oceano blu”. Gli autori sostengono che in qualsiasi tipo di business valga sempre la pena di cercare “l’oceano blu”, anziché mischiarsi agli altri pesci che si litigano e si contendono l’oceano rosso. Questi sono infatti già tanti. Ho anche un altro modello cui mi ispiro: si tratta di una azienda, la Luxottica. Specializzata nella produzione degli occhiali, la Luxottica ha puntato a conquistare anche il settore della moda, quando ha capito che l’occhiale da sole griffato avrebbe avuto mercato.

Immagine di Strategia oceano blu

Ben prima di fondare la sua società, in tempi non sospetti, nella sua vita di studente modello al liceo scientifico, c’è stato un singolare precedente. Ce lo vuole raccontare?
Avevo 16 anni e frequentavo il Nievo a Padova. Con un amico abbiamo deciso di creare una maglietta per gli studenti del liceo. Abbiamo quindi studiato un logo che potesse essere emblematico e, in un certo qual modo, riassuntivo del corso di studi: un atomo. Sopra il quale campeggiava la scritta “Ippolito Nievo, liceo scientifico”. Abbiamo fatto produrre 300 magliette, e abbiamo avuto anche una idea originale per riuscire a piazzarle tutte. Abbiamo reclutato infatti i capoclasse, chiedendo loro di tirare su gli ordini dei compagni. In cambio di questo favore a ciascun capoclasse abbiamo poi regalato una maglietta. L’operazione ha riscosso un discreto successo, tanto che abbiamo dovuto confezionare altre 300 magliette per evadere gli ordinativi.

Quindi lei fin da giovane coltivava il sogno della “maglietta personalizzata”?
In realtà no. Il sogno della mia vita non era quello di produrre magliette. Si è trattato di una coincidenza. Strana finché si vuole, ma pur sempre una coincidenza … Al liceo mi sono semplicemente accorto che sarebbe stato bello e probabilmente motivo di orgoglio, avere una “maglietta personalizzata con il logo del Nievo”, e che fino a quel momento nessuno ci aveva pensato.

La capacità di analizzare e leggere il mercato e i suoi bisogni, sembra essere una costante nella sua vita, che lei pratica senza particolari difficoltà. Riprendendo la metafora utilizzata nel testo che mi ha citato, lei è riuscito con disinvoltura a trovare il suo “oceano blu”. Che consigli darebbe a una persona che fatica invece a cogliere nuove occasioni di business?
Avere idee innovative è importante, anzi oggi è imprescindibile, ma non è sufficiente considerata la situazione difficilissima dei mercati attuali. Meglio non improvvisarsi imprenditori se non si ha in mente alcuna idea originale, perché si va incontro a risultati deludenti con la concorrenza spietata che c’è. Se invece si parte con una idea, qualunque essa sia, vale sempre la pena provare a realizzarla, nei limiti del buon senso e della razionalità. Meglio provare e sbagliare (nei limiti del buon senso), che vivere nel rimpianto.

bozzoli_alessandro_post_giacca.jpgCome è strutturata l’azienda che ha messo in piedi? Quante persone ci lavorano e come sono suddivisi i compiti di ciascuno?
Siamo in otto. Io curo l’organizzazione della macchina aziendale e seguo personalmente i clienti top. Sul fronte commerciale con me c’è un’altra ragazza, affiancata da una new-entry. Due collaboratrici si dedicano invece allo stile e alla grafica, mentre un ragazzo mette a punto la modelleria. Una persona segue la produzione, mentre l’ultima si occupa dei progetti speciali. Ovvero pianificazioni che mettiamo in piedi per quelle aziende che vogliono lanciare una propria linea di abbigliamento. I nostri capi brandizzati possono servire alle aziende sia come incentivo alle vendite, sia come supporto al marchio. E si rivelano essere un ottimo strumento di comunicazione, alternativo rispetto ai canali tradizionali già troppo inflazionati.

Prima di intraprendere la carriera di imprenditore, lei ha lavorato per la PricewaterhouseCoopers, importante multinazionale che fa consulenza. Quale è stata la molla che le ha fatto prendere la decisione di rinunciare a questo lavoro prestigioso, dove aveva la certezza di uno stipendio, per mettersi in proprio?
Sono entrato in PricewaterhouseCoopers con la formula dello stage. E al termine degli studi ci hanno assunto in due su cinquanta aspiranti. Grazie anche all’argomento della mia tesi di laurea sulla “implementazione degli strumenti informatici” – devo dire – che mi era stata suggerita dal mio relatore. Sono stato preso come “apprendista nel controllo di gestione” con “competenze nella implementazione degli strumenti informatici”. Quando sono stato assunto, ho lavorato tra Milano, Roma, Napoli, Parma, Treviso, occupandomi di realtà importanti, quali Renault, De Longhi, Benetton, Parmalat, Carraro. Mi sono impratichito in controllo di gestione, pianificazione e controllo dei costi, nella delocalizzazione del processo produttivo. E ho fatto esperienza nella gestione dei laboratori. La PricewaterhouseCoopers è stata un’ottima scuola, ma sentivo che mi mancava qualcosa. Le soddisfazioni che ti offre l’attività in proprio, non le guadagni con nessun altro lavoro. Non mi ritengo una persona incosciente: avevo una idea che mi sembrava buona e volevo provare a realizzarla!