7 febbraio 2012

Amministrazione e Finanza | Alessandro Tripodi

«Per essere un buon direttore amministrativo e finanziario è indispensabile avere la capacità di relazionarsi alle persone in modo trasparente, senza ricorrere a sotterfugi e giri di parole. E avere una certa abilità nel trovare i modi più giusti per motivare il team, supportata da una dialettica fluente. E’ bene essere in grado di condividere gli obiettivi aziendali e spiegarne i motivi alla squadra, perché i lavoratori si sentano parte di un tutto. Le competenze teoriche e tecniche, l’esperienza maturata sul campo, la precisione e la puntualità contano, anche quelle. Ma valgono appena il 30% dei requisiti essenziali per svolgere bene la professione. Il restante 70% lo fanno appunto le capacità relazionali nel senso sopra inteso». E’ questa l’opinione di Alessandro Tripodi, il direttore amministrativo e finanziario di Lilly Italia di Pedrengo (BG), azienda che produce corsetteria.

Alessandro Tripodi lei è laureato in economia?
Dopo la maturità scientifica, mi sono laureato in Economia aziendale (indirizzo Gestione strategica d’impresa) all’università Bocconi di Milano. Nonostante la laurea alla Bocconi, che rimane un titolo prestigioso, devo ammettere che la competenza tecnica conquistata con il titolo di studi è solo un piccolo tassello di quel che serve per lavorare in azienda. Nella fattispecie, io mi sono fatto le ossa sul campo: infatti, fin dai primi anni del liceo, ho partecipato attivamente alla gestione della piccola Società di famiglia – che produceva e commerciava articoli per profumerie su griffes di marchi terzi – occupandomi sia dell’aspetto amministrativo che di quello commerciale.

Quali oneri le competono in qualità di direttore amministrativo e finanziario di Lilly Italia?
Dal punto di vista amministrativo serve una capacità di visione ampia, la conoscenza dell’intero flusso aziendale, dovendo il direttore amministrativo e finanziario essere di supporto alla proprietà e al Consiglio di amministrazione per quel che riguarda le decisioni strategiche. Anche per quel che concerne la direzione finanziaria è assolutamente indispensabile avere una conoscenza globale, per essere di supporto nelle decisioni aziendali. Operativamente, poi, rientra nei miei compiti relazionarmi con i responsabili di settore per coordinare il loro lavoro; in Lilly Italia – essendo una realtà recentemente ridimensionata – dialogo direttamente con il personale, con il quale discuto dei problemi. Sono di supporto alle persone per quel che riguarda: la gestione finanziaria quotidiana, la chiusura dei bilanci mensili e di quello annuale; la supervisione di problemi straordinari che possono manifestarsi.

Proprio per questo suo ruolo di supervisore quindi, per svolgere la sua funzione, servono una conoscenza globale dell’azienda e una buona dose di capacità relazionali?
Esattamente! Ho cercato di rendere le persone indipendenti nel loro lavoro e intercambiabili fra loro. Ho provato a responsabilizzarle, a renderle partecipi e consapevoli di quelle che sono le dinamiche aziendali. Le ho fatte uscire dal loro ufficio e girare in azienda, perché conoscessero il posto dove lavorano, per coinvolgerle e farle sentire parte di una squadra. Perché l’ho fatto? Ebbene: l’azienda non è un’Onlus, il suo compito è fare utili. E io sono convinto che l’azienda faccia tanti più utili quanto più il team che vi lavora si sente parte di una squadra. Il modello cui guardo da sempre è la Technogym.

Si tiene aggiornato? Se sì, come?
Utilizzo molto Internet. Tengo sotto controllo siti generici di amministrazione e finanza, e conduco ricerche specifiche sul motore di ricerca di Google; leggo tutti i giorni il Sole 24 Ore. E, talvolta, frequento i corsi di aggiornamento dell’Unione Industriali: sono interessanti e si sviluppano in due o tre mezze giornate. In passato, ho frequentato alcuni corsi organizzati dalla Bocconi: pur essendo, infatti, molto ben costruiti, faccio fatica a seguirli dato che richiedono un investimento notevole in termini di tempo e denaro. E difficilmente un’azienda riesce a concedere ai suoi manager periodi di formazione troppo lunghi, perché risentirebbe della loro assenza.

Che corsi consiglierebbe a una persona che volesse intraprendere la sua stessa carriera?
Per rapporto qualità/prezzo reputo molto interessanti quelli organizzati da Confindustria anche in associazione a Federmanager, la Federazione Nazionale dei Dirigenti delle Aziende Industriali, che al termine dei corsi rilascia ai partecipanti l’attestato di frequenza. A breve, infatti, io stesso ne frequenterò due: uno sulla gestione finanziaria dello sviluppo; l’altro sulla creazione del valore e la gestione della crescita.

Ci sono film o libri che reputa formativi per la sua funzione di direttore amministrativo e finanziario?
Sono amante della narrativa: leggo più di 20 libri nel corso dell’anno. Ho appena terminato il volume “Einstein e la formula di Dio” di Rodrigues Dos Santos José, che parla di libero arbitrio e predestinazione, e ripercorre le più recenti scoperte scientifiche per indagare l’essenza dell’universo. Leggo, talvolta, anche saggistica, come “L’io e l’es” di Sigmund Freud, ma non testi che abbiano un contenuto formativo per la funzione che ricopro: i libri mi danno qualcosa a livello personale. Per me sono uno svago, una passione. Per quel che riguarda il cinema – anche qui – non ho consigli da dare. Ho un repertorio adatto a mio figlio di 12 anni e non sono un cultore del piccolo schermo!

Ha svolto esperienze all’estero? Se sì, quali sono le differenze fra il mercato italiano e quello extra-nazionale?
Io ho lavorato per aziende straniere, ma nelle loro sedi italiane. Quindi non ho un’esperienza diretta di lavoro all’estero. Mio fratello invece lavora in Olanda per una multinazionale americana che produce e commercializza microscopi elettronici e attrezzature per le nanotecnologia: mi racconta che gli Americani organizzano un corso per ogni ambito ed evento. Fin troppi! Nonché attività extra-lavorative utili a ricreare il team building. La loro è una mentalità aperta e innovativa. In Italia invece, c’è una certa difficoltà ad allontanarsi dagli schemi del passato. Ma, con la Cina che avanza nella conquista dei mercati, oggi più che al prodotto dobbiamo orientarci al mercato. La qualità va bene, ma deve essere ricalibrata in base anche ad altre esigenze.

Che importanza riveste la comunicazione in tutto ciò?
Il prodotto oggi deve essere comunicato; il compratore vuole sentirsi parte del brand. La comunicazione ha dei costi, ma anche degli indubbi ritorni. Se nelle operazioni di marketing non si punta alle grandi reti televisive, ma si opta per giornali e siti internet, si possono raggiungere comunque le persone e fidelizzarle al prodotto con investimenti non troppo esosi. Si delinea, pertanto, proprio per il settore underwear, al fine di recuperare il gap di visibilità e di rapporto con il consumatore, un approccio no conventional marketing (ambient advertising, marketing mediterraneo, viral marketing, product placement) contraddistinto da una comunicazione di marca che punti a intrattenere il pubblico (advertainment) con messaggi sempre meno indifferenziati. Per ottenere successo con questo approccio è fondamentale studiare attentamente il target al quale si mira e i suoi bisogni anche inespressi; in questa logica anche il punto di vendita è luogo di incontro con il target da presidiare con un mix di attività che vanno dal visual merchandising, che sfrutti le moderne tecnologie, al tryvertising, evoluzione del sampling, ma che faccia scattare il passaparola e i fenomeni imitativi. Faccio un esempio: la corsetteria Lilly viene realizzata all’estero. Si tratta di un prodotto di importazione. La differenza quindi dove sta? Sta nel progetto stilistico che viene pensato in Italia; nella scelta dei materiali che non sono assolutamente nocivi; nell’accuratezza del confezionamento del prodotto. Ma queste differenze vanno spiegate ai potenziali clienti, perché è la comunicazione a rendere il prodotto desiderabile. Grazie alla comunicazione ingenero un bisogno.

Quindi la sfida futura per l’Italia – mi par di capire – sarà quella di puntare un po’ di più al mercato e alla comunicazione, a suo avviso. Mentre la sua prossima sfida, quale sarà?
Mi piacerebbe vestire i panni dell’imprenditore, mettendomi in società con altre persone. Sono prossimo ai 45 anni, ma ho voglia di imparare e affrontare nuove sfide. Il mio apporto all’eventuale società futura comunque, continuerebbe a riguardare l’ambito dell’amministrazione e della finanza.