mercoledì 06 ottobre, 2010

819 views

Lo stress da lavoro colpisce il 28% delle persone. E’ un fattore di rischio cardio-vascolare. Causa almeno il 50% delle assenze in ufficio e costa all’Unione Europea 20 miliardi di euro l’anno. Alla luce di questi dati, “il lavoro è ancora un mezzo, o sta diventando la nostra fine?” si chiede provocatoriamente Daniela Lucini. Oggi è possibile quantificare lo stress secondo parametri scientifici, isolarne i sintomi e curarlo. In “Super Stress” l’autrice spiega come. E fa riflettere sul fatto che, se si superano sconforto e delusione, proprio gli ostacoli e le situazioni stressanti possono diventare lo stimolo che spinge a rimettersi in gioco, consentendo di portare alla luce risorse che nemmeno si pensava d’avere. Nel libro, per spiegare in maniera chiara e facilmente fruibile come uscire dallo stress e ripristinare la propria serenità, l’autrice entra nelle vite di alcuni impiegati che lavorano in Elyan, una azienda in fase di “ristrutturazione”. Chiara investe tutto sulla carriera ed è colta da intensi attacchi di panico. Gigliola, dopo una vita spesa a barcamenarsi tra lavoro e famiglia, rischia di farsi travolgere dai problemi con la figlia e la pressione in ufficio. Sergio, dopo quarant’anni di onorato servizio, teme di essere scavalcato dal primo giovanotto di passaggio. Grazie a Lorenzo, Chiara, Gigliola, Maurizio e Sergio, al racconto del loro modo di reagire davanti ai problemi, dei loro sintomi e del lavoro fatto su sé stessi per riprendere il controllo della situazione, l’autrice Daniela Lucini riesce a spiegare come valutare lo stato di stress e correre ai ripari, evitando che la crisi inghiotta la vita di chi ne è colpito.

Daniela Lucini, medico e psicoterapeuta specialista in psicologia clinica e internista, è professore associato alla Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’università di Milano, dove svolge attività clinica, didattica e ricerca, occupandosi di gestione dello stress e modificazioni degli stili di vita, all’ospedale “L. Sacco”. Essenziale per la sua professione è stata l’esperienza maturata negli Usa e la continua attività di consulente per programmi di promozione della salute e gestione dello stress in aziende.

Dottoressa che cosa è lo stress?
«E’ uno squilibrio tra i nostri desideri più profondi e le risorse concrete che abbiamo per realizzarli. Il rapporto tra stress e salute è chiaro. Se il soggetto ha abbastanza risorse per far fronte alle performance richieste, il risultato non potrà che essere gratificante. In questi casi, lo stress è positivo perché induce una serie di modificazioni a carico dell’organismo, necessarie per vincere. Quando però le risorse non bastano, le persone accusano una serie di sintomi fastidiosi. E se non si corre ai ripari in tempi utili, si rischia di non riuscire più a superare la condizione stressante».

Quale è la sintomatologia da stress?
«Le persone stressate accusano perlopiù stanchezza; disturbi gastroenterici; un generale aumento dei battiti cardiaci, accompagnato talvolta dalla sensazione che il cuore si fermi per qualche istante; difficoltà a dormire e a concentrarsi; mal di testa».

Si tratta di una condizione psico-fisica misurabile secondo parametri scientifici?
«La misurazione più oggettiva che possiamo ottenere riguarda le modificazioni dei sistemi di controllo dell’organismo indotte dallo stress. E’ possibile per esempio misurare nel sangue o nella saliva la quantità di cortisolo, o ormone dello stress, che proviene dalla ghiandola surrenale in seguito a un ordine proveniente dall’ipotalamo, uno dei centri di controllo posti nel cervello. Sempre nel sangue e nella saliva, si possono rilevare le variazioni di alcune citochine, cioè le sostanze prodotte dai nostri globuli bianchi. In condizioni di stress cronico, si riduce una particolare citochina deputata alle difese endocellulari. Infine, un esame molto semplice, che somiglia a un normale elettrocardiogramma, consente di registrare le modificazioni che lo stress causa al sistema neurovegetativo».

Come mai lo stress scatena una sintomatologia diversa e ingenera comportamenti differenti da un individuo all’altro? Nel suo libro, Sergio manifesta il suo disagio nel cattivo rapporto che ha con il cibo, Chiara invece è soggetta a forti attacchi di panico, Gigliola annienta la propria personalità e i desideri per gestire famiglia e lavoro. Eppure l’origine dello stress è per tutti i personaggi del libro la medesima, ovvero la “ristrutturazione” in atto.
«Gli eventi non hanno una valenza oggettiva, ma acquisiscono uno specifico valore in base a tre variabili soggettive: come il soggetto li percepisce; le caratteristiche individuali (caratteriali, esperienziali, psico-fisiologiche); il comportamento che si assume per reagire all’evento (chi diventa nervoso, chi fuma­ molto, chi si butta nel cibo). Proprio da questa nostra diversa capacità di percepire e rileggere gli eventi, mettere in campo risorse individuali e far scaturire azioni, dipendono sintomatologie e comportamenti differenti davanti a uno stesso evento stressante».

Per placare l’ansia e le reazioni del corpo che non controlliamo e che sono guidate dal sistema nervoso autonomo (come l’aumento dei battiti cardiaci), lei propone il controllo della respirazione. Quali altri consigli pratici si sentirebbe di dare?
«Non esiste una ricetta che vada bene per tutti, anche se una strategia comune c’è e si può metterla in atto. Quando ci troviamo davanti a un evento stressante, dobbiamo innanzitutto riuscire a capire bene quello che sta succedendo dentro di noi. Da una prima fase emotiva, nella quale sentiamo impotenza, rabbia e delusione, dobbiamo passare a un’analisi razionale del fatto e delle risorse che abbiamo in noi stessi per venirne fuori e raggiungere i nostri obiettivi. Accediamo così alla terza fase di questo processo, che prevede l’azione. Quando non è possibile agire sulla causa stressante, come nel caso di una ristrutturazione aziendale, non bisogna stare ad aspettare che la spada di Damocle ci cada sulla testa. Dobbiamo subito reagire, chiedendoci cosa possiamo fare per venire fuori da questa situazione. Anche se sono azioni che ci sembrano piccole e danno esisti non-percepibili, non importa! L’importante è iniziare ad agire.
Dobbiamo studiare la nuova realtà che c’è attorno a noi e considerare le alternative che abbiamo, a seconda delle nostre risorse e capacità. Da una fase emotiva in cui ci sentiamo in balia degli eventi, incapaci di reagire, dobbiamo tornare ad avere il controllo della situazione. Altrimenti, se ci lasciamo andare al malessere, paghiamo lo scotto due volte! Lo stress è infatti un processo che si auto-alimenta».

Le ristrutturazioni aziendali e i conseguenti licenziamenti o il ricorso allo strumento della cassa integrazione sono estremamente attuali oggigiorno, conseguenza diretta della crisi economica che stiamo vivendo. Ma non tutte le aziende, per far fronte al malessere che serpeggia negli uffici, si servono della consulenza di un medico-psicoterapeuta che aiuti e accompagni le persone stressate nella fase di transizione.
A chi se la deve sbrigare da solo, che consiglio darebbe?
«Purtroppo ha perfettamente ragione: sono pochissime le aziende che ricorrono al consulente medico-psicoterapeuta o allo psicologo clinico! Ma questo libro si rivolge anche a chi si trova da solo a fronteggiare lo stress. E il consiglio che voglio dare è quello di non aspettare di avere problemi seri per cercare di capire cosa sta capitando dentro di noi! Anche perché, con uno stato d’animo negativo, magari corriamo il rischio di perdere ottime occasioni e opportunità, senza nemmeno accorgercene! Pur nella consapevolezza di non manifestare disagi psicopatologici – questo libro infatti si rivolge a persone normali che attraversano una fase di stress acuto, e non a depressi, maniaci, fobici, ossessivi e borderline – ricorrere ad un confronto con un esperto può aiutare in soggetto a venir fuori dall’empasse. Non occorre un grande lavoro di auto-analisi, può bastare qualche incontro per “mettere i puntini sulle i” e capire che direzione si vuole prendere».
Il lavoro che in “Super Stress” lei ha fatto con i suoi pazienti in Elyan, a suo parere, può essere portato avanti solo da un medico-psicoterapeuta e da uno psicologo clinico, o anche da altre figure professionali?«A mio giudizio, tutti i consulenti possono dare una mano ed essere utili, purché rimangano nella loro sfera di competenza. Se l’aiuto che si vuole dare è di tipo medico-clinico, ovvio che il consulente debba essere un medico o uno psicologo clinico. L’importante è che le aziende stiano attente a non finire nelle mani di “presunti esperti” che possono causare, pur senza volerlo, danni enormi alle persone (siano essi medici, psicoterapeuti, psicologi o altro genere di consulenti)».

1.573 views

casadei_loris_porsche_italia_post.gifLa Porsche Automobile Holding ha conseguito valori record nell’esercizio 2007/08 (al 31 luglio), nonostante la generale situazione di stallo dei mercati. Le cifre indicano che le vendite Porsche sono aumentate dell’1,2% con 98.652 vetture vendute. Il fatturato è cresciuto dell’1,3% raggiungendo 7,46 miliardi di euro. Per capire i motivi di questo successo, nonostante l’andamento del mercato e la recente crisi economica, abbiamo intervistato il direttore generale di Porsche Italia, Loris Casadei.

Potrebbe fornirci qualche dato sull’azienda? E illustrarci il motivo del successo di Porsche?
La molla principale della crescita di Porsche è stata la serie Cayenne. Con un aumento del 34% (45.478 auto), le vendite della vettura sportiva all-terrain hanno toccato nuovi record. La nuova Cayenne GTS, dal carattere particolarmente sportivo, lanciata sul mercato mondiale nel febbraio 2008, ha ottenuto una risposta nettamente positiva, contribuendo a questo successo con 6.942 vetture vendute. La serie 911, con 31.423 auto vendute, registra il 16% al di sotto delle cifre dello scorso anno. Tuttavia, considerando il restyling della 911 Carrera nella seconda metà dell’esercizio 2007/08, queste cifre di vendita rappresentano un considerevole successo. La serie Boxster, che comprende anche la Cayman, ha raggiunto 21.747 unità vendute, vale a dire il 16,8% in meno rispetto al precedente anno fiscale. Si sono registrate anche variazioni regionali nell’aumento delle vendite tra i mercati: il trend di crescita continua stabilmente in Cina e Medio Oriente. Sempre secondo le cifre preliminari, Porsche è riuscita ad aumentare le vendite del 6% (52.595 vetture vendute) al di fuori dei tradizionali mercati di Germania e Nord America. In Nord America lo sviluppo è stato molto soddisfacente e si prevede di raggiungere la vendita di 32.533 vetture, vale a dire solo una diminuzione del 3,1%. Porsche si è preparata con molto anticipo ad affrontare una possibile crisi economica negli Usa, operando una sostanziale riduzione dello stock conservato nel Paese. Sul mercato tedesco, Porsche ha avuto una leggera flessione del 5,5% (13.524 vetture vendute).

Questo successo ha permesso di creare nuovi posti di lavoro?
Il numero di dipendenti del gruppo è salito del 5,4% (12.202). Nuove opportunità sono nate principalmente nei settori di ricerca e sviluppo e delle vendite, sia nella fabbrica di Lipsia sia nelle due controllate Porsche Consulting e nella società di gestione e consulenza informatica Mieschke Hofmann und Partner (MHP).

Lei è direttore generale di Porsche Italia dal ’97. La crisi economica degli ultimi mesi, ereditata dall’America, ha influito sul mercato italiano?
La crisi ha toccato anche i nostri clienti, che sono i piccoli e medi imprenditori. La 911, essendo un prodotto di passione, sta andando molto bene. Ma le altre linee (tutte vetture che costano tra i 40 e i 60 mila euro) registrano un crollo delle vendite. In realtà tutte le case automobilistiche registrano un calo di oltre il 50% sulle vendite!

Quale è la filosofia aziendale di Porsche Italia?
La nostra mission è produrre vetture sportive che offrano un forte piacere di guida. Vogliamo realizzare uno strumento utile al trasporto e di qualità elevata. Un prodotto che risulti essere un acquisto razionale, mantenendo il proprio valore nel tempo.

porsche1_post.gifCome siete riusciti a coniugare, in Porsche, auto sportiva e rispetto dell’ambiente?
Siamo stati i primi a introdurre misure legate all’eco-compatibilità ambientale e alla sicurezza. Su tutte le auto abbiamo inserito la marmitta catalitica e registriamo un tasso costante di decrescita delle emissioni di CO2 per cavallo. Per primi, abbiamo introdotto elementi riciclabili e leggeri sulla carrozzeria: fibre di carbonio su numerose vetture per la riduzione del peso; pinze e freni in ceramica pressoché eterni. Nel prossimo futuro prevediamo un’ulteriore significativa riduzione delle emissioni di CO2. Il nostro obiettivo è arrivare al 2012 a registrare su tutti i modelli Porsche il -20% sulle emissioni di CO2. Inoltre stiamo introducendo sul mercato motori con trazione ibrida, con emissioni di CO2 pari a zero. Porsche ha sempre avuto rispetto per l’ambiente! In Europa il primo test sui gas di scarico, autorizzato ufficialmente, è stato fatto nel 1966 su un modello Porsche. Nell’86 siamo stati i primi a introdurre la tecnologia di verniciatura eco-compatibile. E già nell’87, l’85% delle nostre vetture era dotato di catalizzatore. Questa attenzione per l’ambiente coniugata alla leggerezza delle auto sportive, consente di non perdere il divertimento di guida.

In Porsche Italia avete prospettive di assunzione? Se sì, come attraete i talenti? Che sviluppi ci possono essere nella vostra azienda?
Assumeremo probabilmente in estate. Premetto che in Porsche Italia non c’è la produzione, siamo solo una azienda commerciale. Nella filiale di Milano stiamo comunque cercando un marketing manager e un sales area manager. Fra i motivi che invogliano una persona a venire a lavorare da noi, senz’altro c’è il fascino del prodotto Porsche, della vettura sportiva. E anche lo charme della Casa automobilistica, che ha una storia di un secolo alle spalle. Aggiungo che Porsche è un’azienda piuttosto strutturata, dove si può imparare molto.

Quanto investite nella formazione del personale? Ci sono corsi che attivate in azienda?
Nella sede di Padova abbiamo una scuola interna sempre attiva che predispone una miriade di corsi, che si svolgono nell’arco dell’anno. Sono presenti due formatori di ambito tecnico e un terzo per le materie commerciali. I corsi offrono competenze diverse: insegnano a leggere i dati di conto economico dei bilanci; offrono strategie per interagire meglio con il pubblico; forniscono un bagaglio di conoscenze sulla meccanica e l’elettronica; conferiscono un’infarinatura generale sulle tecniche di vendita e sui ricambi. Un corso medio dura un paio di giorni; ogni lavoratore si sottopone ad almeno 5 giornate di formazione all’anno. Per il resto delle competenze (corsi di lingue – eccetto inglese e tedesco che li organizziamo internamente – corsi per imparare a utilizzare package applicativi) ci affidiamo a docenti esterni.

Cosa fate per sviluppare la leadership?
Organizziamo incontri con i coach e i consulenti esterni. Cerchiamo di coinvolgere le persone nell’individuazione delle criticità e le stimoliamo ad usare la loro creatività per superarle. Il “PVP” è il processo di miglioramento della qualità in Porsche; lo abbiamo introdotto nella metà degli anni Novanta. Con questa strategia riusciamo a ottenere, più o meno, un migliaio di idee al giorno per migliorare il processo produttivo! In Germania infatti si contano ben 10.000 persone impegnate nella realizzazione del prodotto.

Organizzate attività di team-building?
Sì, in Porsche esistono due livelli di attività finalizzate al team-building: la socializzazione, e il vero e proprio team-building esercitato su top & middle management. Rientrano nella socializzazione le attività organizzate per i dipendenti, cui si uniscono i dirigenti di reparto. Il venerdì mattina si discute sulle problematiche riscontrate in azienda. Gli open-space servono proprio a mettere in comunicazione le persone fra loro. E i colleghi del reparto vendite si ritrovano per l’happy hour. L’azienda mette infatti a loro disposizione un ambiente informale dove poter bere uno spritz o un aperitivo con i colleghi. I dirigenti di divisione e i capi reparto invece seguono un percorso di team-building più strutturato, affidato a consulenti esterni. Nella prima fase uno psicologo-coach conduce interviste individuali ai manager. In un secondo momento guiderà una discussione di gruppo, dalla quale ciascun partecipante potrà ricavare spunti di riflessione finalizzati all’ottimizzazione dei risultati aziendali. Si tratta di un percorso che abbiamo da poco intrapreso, quindi non so ancora bene come verrà portato avanti dai consulenti esterni.

Quanto punta Porsche sulla comunicazione?
Per quel che concerne la comunicazione interna c’è il Porsche Portal Network(PPN) costantemente aggiornato su tutte le attività dell’azienda. L’informazione passa, ma non abbiamo in realtà un feed-back di come essa venga percepita. Se in modo corretto o errato. In questo campo credo ci sia ancora margine di miglioramento. Infine per quel che concerne la comunicazione esterna, il nostro ufficio stampa e PR si adopera per far conoscere a tutti i valori di Porsche.

1.138 views

ciralli_manlio_post.gifPer ricoprire i ruoli di “Brand Manager” e “Marketing Manager” per i mercati emergenti sono necessarie una serie di conoscenze classiche tradizionali e altre specifiche e particolari. Tra quelle classiche possiamo annoverare: lo studio del consumatore e delle sue caratteristiche e peculiarità; la rilevazione delle sue esigenze, necessità e preferenze; l’analisi dei consumi; la capacità di attuare strategie di prezzo, agendo sulle leve del prodotto. In pratica è fondamentale avere i caratteristici fondamenti di marketing: Prodotto, Prezzo, Distribuzione e Comunicazione. Fra le competenze specifiche che sono richieste, per ricoprire al meglio il ruolo di chi lavora allo sviluppo del business nei mercati emergenti, è indispensabile la conoscenza dell’inglese, una buona predisposizione alla flessibilità e un’indispensabile apertura verso gli stili manageriali e i modelli culturali stranieri.

Ad affermarlo è Manlio Ciralli, trentacinquenne siciliano, nuovo Marketing Manager di Luxottica per i mercati emergenti di Cina, India, Australia, Emirati Arabi e Medio Oriente, Nord Africa, Brasile e Sud Asia. Già “Brand Manager Ray Ban” per gli stessi mercati emergenti nel gruppo Luxottica.

In cosa consiste il ruolo di Brand Manager?
Il Brand Manger è colui che deve “presidiare” gli asset di una marca affinché goda di buona salute e rinnovandosi nel tempo, generi profitti e valore per il consumatore (sia funzionale che emozionale). Provo a semplificare. Diciamo che il mio obiettivo è quello di sviluppare e implementare iniziative di marketing, che posizionino un brand in un dato mercato, con un prezzo giusto, nella mente di un segmento di consumatori che se ne innamorino, lo comprino, gli siano fedeli e poi lo riacquistino. In poche parole: positioning, pricing, reputation e loyalty.luxottica1.gif
Il mio è uno di quei casi in cui i referenti sono due. Da una parte riporto al Direttore di Area Emerging Markets e dall’altra al Groupm Marketing Director. Dal mio punto di vista questa “matrice” rappresenta il miglior modo per coniugare gli obiettivi di sviluppo e vendita con le strategie di marketing perseguite dal Gruppo per ciascun brand.

Ci descrive una sua giornata-tipo?
Io ho due giornate-tipo, a seconda che mi trovi nel mio ufficio di Milano o all’estero. Quando sono a Milano la mia giornata trascorre fra riunioni, conference-call e telefonate, e-mail e studi di mercato. Tuttavia il contatto telefonico con i colleghi dei “miei” Paesi è molto frequente (sforzandomi ogni volta di tenere conto dei diversi fusi-orario).
Quando mi trovo all’estero, invece, oltre alle consuete riunioni nel territorio, cerco di visitare i negozi che vendono i nostri prodotti, parlo con i negozianti, gli ottici, colleghi di altre funzioni per comprendere quali sono i diversi punti di vista. Cercare di capire, infatti, le ragioni che determinano il successo o il flop di un modello o una collezione è basilare, poiché ha un impatto diretto e immediato sui risultati di una geografia. Per questo credo che l’ascolto dei principali business stakeholder sia irrinunciabile, per meglio capire bisogni attuali e futuri di clienti e consumatori.

Quale è la maggiore difficoltà che ha riscontrato nello svolgimento di questa sua mansione?
Occupandomi di mercati emergenti, devo prestare grande attenzione alle caratteristiche culturali e comportamentali delle persone con cui mi relaziono. Ci vuole grande flessibilità e una naturale apertura verso gli schemi culturali e gli stili di management degli altri Paesi. L’errore più comune potrebbe essere quello di tentare di applicare modelli di lavoro e stili di comunicazione tout-court che mal si prestano a culture diverse. Un modello, un approccio, un progetto, che funziona bene in un’area o con un team non necessariamente ha lo stesso risultato in un altro Paese.
Inoltre questo ruolo – così come tanti altri – richiede un aggiornamento continuo, grande curiosità, voglia di capire e di tenersi al passo con le trasformazioni rapide che caratterizzano queste economie. La ricerca e la lettura continui esigono disponibilità di tempo, ma sono imprescindibili se si vuole davvero capire l’orientamento di un mercato e quali fattori endogeni ed esogeni lo caratterizzano.

Si tiene aggiornato nel suo ruolo? Quali strumenti utilizza per farlo?
Ho terminato un MBA al Politecnico di Milano appena un anno e mezzo fa. Personalmente ritengo che un intervento formativo “strutturato” e “approfondito” almeno ogni 3/4 sia necessario per aggiornarsi con metodo.
Si può propendere – periodicamente – per un percorso formativo che può avere un’esecuzione orizzontale (corso di General Management) o verticale (più attinente al proprio ruolo, e alla propria funzione).
Dal mio punto di vista tutto questo è fondamentale per chi vuole rimanere competitivo nel tempo. Più in generale il consiglio che mi sento di dare a chi si affaccia alla professione è di mostrarsi sempre curiosi. La curiosità spinge all’aggiornamento in modo naturale.
Immagine di Marketing managementCosa deve leggere o avere letto un “markettaro”?
Senza dubbio “Marketing management”, di Philip Kotler. Non si legge come un romanzo ma è una ottima “guida” da aprire tutte le volte che ci si trova di fronte a un dubbio di marketing. Si tratta di un testo completo, una sorta di “bibbia” per chi si occupa di marketing, ma anche per chi vuole conoscere i diversi aspetti della Funzione. 

Immagine di Marketing geniusUn altro libro meno conosciuto ma che mi sento di consigliare è Marketing Genius di Peter Fisk, che affronta la complessità dei mercati attraverso lo studio e l’analisi di casi di successo. Mette quindi il lettore di fronte alla teoria, passando per la sua concreta attuazione. Infine – sempre secondo il mio parere – occorre sfruttare tutte le occasioni di viaggio con l’attenzione e la voglia di chi non è mai sazio di conoscere e osservare, confrontare e criticare.

Oltre alle letture e ai viaggi, che consigli si sentirebbe di dare a una persona che ha appena ottenuto l’incarico di “Brand Manager”?
Direi che la formazione (sempre più costosa) è un asset per l’individuo indipendentemente dall’azienda in cui lavora e dal ruolo che ricopre. Per questo occorre negoziare spazi e pianificare opportunità di formazione e aggiornamento con le aziende, nelle quali si desidera collaborare. La formazione è un investimento a medio/lungo termine, che torna a vantaggio del lavoratore ma anche dell’azienda, che coglie il frutto delle sue capacità e delle conoscenze acquisite.

Ci sono corsi di formazione che, a suo giudizio, possono essere utili per apprendere i fondamentali della mansione? O che comunque possono fungere da supporto strategico?
Ci sono diversi corsi di marketing in seno alle Business School delle principali Università Italiane. Sono percorsi spesso flessibili che tengono conto dei fuori sede o di chi lavora già. L’importante è conoscerne ex-ante piano di studio e faculty. D’altra parte in parallelo ci si può tenere aggiornati e capire l’orientamento del mercato, in modo semplice e rapido, leggendo riviste e testi specialistici di settore. Fra le letture, citerei senz’altro “Harvard Business Review” o il Journal of Marketing dell’American Marketing Association.

Lei è approdato alla professione di “Brand Manager” dopo un percorso formativo per certi aspetti sui generis. Non è approdato al mondo delle aziende con una laurea in economia, ma con un tesserino di giornalista in tasca. Ci racconta come è andata?
Sognavo di fare il giornalista – sorride – e mentre studiavo collaboravo con il quotidiano “La Sicilia”, con periodici e redazioni televisive locali. Per questo già nel 1998 mi sono guadagnato il tesserino di giornalista pubblicista. Poi il trasferimento a Milano, ho lavorato per Infostrada e mi sono occupato di gestione dei rapporti di crisi con la stampa. Da lì sono entrato in Adecco nel 1999 in qualità di responsabile della Comunicazione e dell’Ufficio stampa. Poi da gennaio 2001 ho assunto l’incarico di Direttore Marketing e Comunicazione. Ed è datato gennaio 2008 il mio arrivo in Luxottica.

Quali sfide per il futuro intravvede per il ruolo di Brand Manager?
In Luxottica vendiamo un prodotto che è forma, estensione e manifestazione della personalità di un individuo. La nostra offerta è segmentata in ragione delle caratteristiche dei consumatori. Sempre più è il consumatore a comandare il mercato. L’aspetto funzionale – prima solo ed essenziale – oggi è parimenti affiancato dalla forza emotiva e “aspirazionale” che un marchio è in grado di generare. Gli occhiali da sole sono un bene accessorio e rispondono a logiche estetiche ed edoniste. Gli occhiali comunicano il modo di essere e di sentirsi. Le montature da vista che prima erano considerate una sorta di “protesi”, oggi devono sì assolvere ai requisiti funzionali (come la lente da montare), ma oggi generano altresì comportamenti di acquisto più dettati dal brand e dai valori che si portano dietro.
La velocità data dall’innovazione, la moda, la ricerca di simboli e tratti distintivi in grado di migliorare l’immagine di sé stessi implicano un continuo ripensare, ridefinire e rigenerare idee e prodotti. Quindi tra le sfide future sul fronte del marketing ritengo sarà importante anticipare l’orientamento, i gusti e le preferenze del consumatore. Comprendere sempre meglio cosa desidera costui.

391 views

Xing è la seconda piattaforma di networking professionale dopo il leader indiscusso del settore Linkedin e che combina con successo know-how e know-who.

 

xing_post.gif

In tutto il mondo ogni giorno, più di 6,5 milioni di professionisti XING usano la rete commerciale globale in 16 lingue per fare affari e promuovere la loro carriera.
XING rende la creazione di reti e di contatto professionale di gestione semplice. Ancora di più, XING ti permette di vedere quando i contatti sono sono collegati.

1.199 views

piretti_marina_post.gifDi donne manager, che ricoprono ruoli di rilievo nelle aziende italiane, non ce ne sono poi tante. La responsabilità di questo fatto, non è da imputare necessariamente al “maschilismo” di cui soffrono certi ambienti, ma anche al desiderio della donna manager di diventare madre. Una veste, quella di madre, spesso difficilmente coniugabile con i ritmi incalzanti, frenetici e stressanti del “sistema azienda”. E allora molte donne sono costrette alla scelta: rinunciano alla carriera per essere madri, o alla famiglia per ricoprire ruoli significativi in azienda.
Eppure ci sono donne che, lottando ogni giorno alla ricerca di un “giusto compromesso” fra azienda e vita privata, sembrano avere trovato un proprio equilibrio. Una di queste è Marina Piretti, Responsabile dell’organizzazione e dei sistemi informativi in Tenacta Group. Nonché madre di due bimbi di 7 e 5 anni.

Ingegner Piretti ci può spiegare di cosa si occupa in Tenacta Group, nota grazie al marchio registrato Imetec?
Il mio ruolo in azienda ha l’obiettivo di gestire in chiave strategica ed operativa l’evoluzione della struttura aziendale attraverso un efficace presidio dei processi e di assicurare un adeguato e coerente sviluppo dei sistemi informativi.
Con il mio team, formato da 7 persone, garantiamo la manutenzione conservativa ed evolutiva dei sistemi informativi e della strumentazione tecnologica dell’azienda. Individuiamo e implementiamo nuovi progetti e soluzioni informatiche a supporto delle strategie aziendali, valutando l’impatto che queste soluzioni hanno sull’organizzazione, sui processi e sulle competenza aziendali. Lavoro in Tenacta Group da poco più di 5 anni, precisamente dalla fine del 2003. E sono in entrata in azienda con questo ruolo, dal momento che avevo già maturato precedenti esperienze analoghe

Con che formazione culturale è arrivata a ricoprire questo ruolo?
Nel 94 mi sono laureata in ingegneria gestionale al Politecnico di Milano. Sono nata a Bergamo, città dove risiedo tutt’ora. Per cui, per studiare a Milano, facevo la pendolare. Questa situazione contingente mi ha stimolato a escogitare soluzioni per sfruttare al meglio il tempo che avevo a disposizione, evitando gli sprechi di energie. E mi ha consentito di sviluppare grande determinazione e tenacia. Competenze strategiche in azienda.

Dopo la laurea ha frequentato qualche master per strutturare e implementare le sue conoscenze? Ha maturato esperienze di stage?
Subito dopo il conseguimento del diploma di laurea, sono stata assunta in Accenture come consulente, dove sono rimasta fino al 2001. E’ stata per me una grande opportunità di apprendimento. I piani di formazione per i consulenti in Accenture sono intensi e specializzanti e, quindi non ho sentito la necessità di frequentare master o corsi di formazione.

Precisamente di cosa si è occupata in Accenture?
Mi occupavo dei progetti informatici delle aziende clienti, perlopiù realtà industriali di beni di largo consumo. Lavoravamo in team, ma riuscivamo a ideare e strutturare progetti informatici molto complessi. Questo periodo mi ha richiesto un impegno lavorativo molto intenso, ma mi ha al contempo assicurato una crescita rapida in termini di competenze e professionalità. Mi ha permesso inoltre di sviluppare una certa versatilità. E ho veramente imparato a lavorare in team, instaurando con i colleghi rapporti trasparenti e armonici, che fruttavano risultati efficaci in termini strategici.

Le è capitato di lavorare anche all’estero? Se sì, è un’esperienza che consiglierebbe?
Ho lavorato parecchio a Londra, Bruxelles e a Lugano. Avere a che fare con realtà aziendali internazionali mi ha dato la possibilità di imparare a relazionarmi con persone e culture differenti. Quella all’estero è una esperienza totalizzante. Assorbe completamente tutto il tuo tempo e le energie, senza lasciarti spazio per la vita privata. E’ una esperienza che – a mio avviso – va fatta, meglio se tra i 25 e i 30 anni, quando una persona non si è ancora costruita una famiglia. Io venivo dalla provincia, non dalla grande metropoli. E devo dire che l’esperienza all’estero mi ha resa più forte, anche a livello fisico. Maturi infatti una resistenza allo stress e impari a lavorare sotto pressione, in situazioni avverse e in contesti difficili. Certo serve molta disciplina e sono altresì indispensabili il rispetto delle regole, l’impegno orientato al risultato e la capacità di lavorare in squadra.

Nel 2001 però lei decide di concludere la sua esperienza di lavoro in Accenture. Cosa l’ha portata a questa scelta?
Ero soddisfatta della mia vita in Accenture. Agli inizi del 2000 mi avevano promossa raggiungendo il ruolo di manager. Ma nel 2001 una delle società clienti di Accenture, Adecco, mi propose di entrare in azienda come Responsabile dei Sistemi Informativi. La proposta arrivò in concomitanza con la maternità e la nascita del mio primo figlio. Nel frattempo, avevo maturato la convinzione di essere una donna d’azienda. Perché ogni volta che prestavo la mia opera di consulente, riuscivo a instaurare rapporti personali in azienda, che si rivelavano poi utili anche a livello professionale. Dover continuamente cambiare cliente mi portava a interrompere questi rapporti, e la cosa mi dispiaceva. E quindi alla fine del 2001, al rientro dal periodo di maternità, iniziai a lavorare in Adecco a Milano.

Come si è trovata in Adecco? Cosa le ha dato questa esperienza?
Avevo già lavorato un anno e mezzo come consulente Accenture in Adecco, ma con un bambino la vita in azienda era senz’altro più difficile. Adecco era una realtà complessa e nel 2001 le Agenzie per il Lavoro erano in pieno boom. Il mio team era composto da 30 persone, mentre prima ne contava meno di dieci. Nel periodo di lavoro in Adecco ho cercato di trovare un compromesso fra la vita lavorativa e quella privata, fra l’azienda e la famiglia, alla ricerca di un equilibrio. Una ricerca che – devo dire – non è ancora terminata. A Milano sono rimasta un anno e mezzo. Poi sono nuovamente rimasta incinta e sono uscita da Adecco per entrare in Tenacta Group, dove lavoro attualmente.

La nascita di entrambi i suoi figli è coincisa con suoi cambiamenti lavorativi. E’ un caso?
Effettivamente è così. E la cosa strana è che io non ho mai cercato nuove opportunità lavorative. I cambiamenti, nel mio caso, sono stati determinati dalla fortuna supportata dalla mia capacità di intessere buoni rapporti personali.

Il salto da Adecco a Imetec, è dipeso dalla nascita del suo secondo figlio?
Solo in parte. A metà del 2003 Tenacta Group mi ha offerto la possibilità di tornare a lavorare in una realtà industriale. In una azienda di servizi come Adecco, soffrivo un po’ la mancanza del rapporto con il prodotto, la catena produttiva.. Tenacta Group fin dai primi incontri mi è sembrata subito una azienda stimolante, veloce, snella, flessibile e pronta a cambiare. Rileggeva infatti il cambiamento come la chiave del successo. E la sede di lavoro di Tenacta Group era a Bergamo, non a Milano. Questo mi consentiva di essere più vicina ai miei figli e alle loro esigenze, senza dover rinunciare al mio ruolo. Sono riuscita a raggiungere un mio equilibrio quotidiano. Sono presente nella vita dei miei due figli, senza sacrificare il mio desiderio di rivestire un ruolo in azienda.

Come riesce a far quadrare il cerchio?
In Tenacta Group lavoro full-time, ma a casa ho il supporto completo dei nonni. Riesco a ritagliarmi un pomeriggio alla settimana per dedicarmi ai miei figli. Certo, così facendo, ci si scontra con i problemi quotidiani e bisogna per forza finire per accettare i propri limiti. Non sono una mamma sempre presente, così come non riesco a svolgere come vorrei tutte le mie mansioni in azienda. Ma sono serena perché sono convinta di portare il mio personale contributo all’azienda. E quando alla sera torno a casa dai miei figli sono soddisfatta e realizzata. I miei bambini sono sereni e, pur avendo sotto gli occhi altri modelli di mamme frequentando i compagni di scuola, finora non mi hanno mai chiesto di trascorrere più tempo con loro. Né tantomeno di rinunciare al mio lavoro. Sono contenti quando vado a prenderli a scuola e altrettanto felici quando, al cancello ad aspettarli, trovano i nonni.

1.021 views

socialnetwork_post.gifIn Italia nel 2008 si sono registrati oltre 8 milioni di utenti attivi su internet, individui che pubblicano e commentano su blog e social network, hanno pagine web personali, scrivono su forum, usano feed rss e aggiungono tag alle pagine web o alle foto.


IL 44% DEGLI INTERNAUTI FA COSTANTE RICORSO AI SOCIAL NETWORK

In cima alle preferenze MySpace e Facebook per rintracciare gli amici, Linkedin per i contatti di lavoro.

Il 14% dei lavoratori che navigano in rete dichiara di utilizzare i social network sempre, con costanza nel proprio lavoro, per ricercare opportunità di carriera più soddisfacenti, o semplicemente per tenere i contatti con amici, conoscenti e colleghi. Un altro 30% sfrutta molto i social network. Il 33% utilizza abbastanza questi strumenti. Mentre una modesta parte di professionisti, pari al 23%, non li sfrutta per nulla.
Sono gli esiti del sondaggio lanciato dal magazine online Profumo di Carriera www.produmodicarriera.it nelle scorse settimane. Essendo internet lo strumento che ha dato accesso al sondaggio, è chiaro che il campione sperimentale ricomprende professionisti di ambo i sessi, che hanno una certa confidenza con il web, più o meno “smaliziati” e “smanettoni”; gli studenti e tutti coloro che hanno accesso alla rete e sono interessati – per motivi differenti – a rimanere aggiornati sulle novità che riguardano il mondo del lavoro.
«Per lavoro – dichiara Alberto Comunello, 31 anni, che si occupa di analisi di business e consulenza alla Value Lab – utilizzo abbastanza i social network. E ancor più li uso per diletto. In ambito lavorativo questi strumenti mi servono per contattare le persone di cui conosco il nome, ma non posseggo un numero di telefono o un indirizzo e-mail. E’ un modo alternativo e carino di approcciarsi. I social network che prediligo sono Linkedin e Asmallworld». In ambito lavorativo in effetti, Linkedin è il più gettonato. Come testimoniano anche Carmine Giannì (32 anni, Asset Analyst in GE Capital Solutions) e Simona Manetti (44 anni, referente per progetti di Talent Management, Orientamento e Sviluppo delle relazioni fra giovani, Università e mondo del lavoro, nonché per progetti di Sviluppo Risorse Umane nella società di consulenza internazionale Sirium). «Nel mio lavoro – spiega Simona Manetti – utilizzo moltissimo i social network, per non dire sempre! Linkedin, a mio parere, è il migliore! Ti permette di interagire velocemente con le persone e recuperare contatti persi. Tra l’altro i gruppi che si trovano in Linkedin sono molto utili e interessanti. Utilizzo anche Facebook, informale, amicale e divertente; lo considero un fenomeno di costume. Funziona molto bene con gli amici, per scambiarsi gli auguri di Natale e di compleanno. Uso anche Xing, ma è lo strumento che mi piace meno». Carmine Giannì sfrutta poco i social-network nelle sue mansioni lavorative, mentre li utilizza molto per motivi personali. «Linkedin – afferma – è il primo social network che ho conosciuto e quello che mi ha dato i risultati migliori in termini di contatti, opportunità lavorative, scambio di opinioni e ambiti di approfondimento».

 

Di fatto la fotografia scattata dal nostro sondaggio rispecchia gli esiti di una macro indagine compiuta nel mondo e in Italia da laFeltrinelli.it, cui ha dato eco Repubblica.it.
“Italiani popolo di internauti, blogger e frequentatori di social network: nel 2008 si registrano oltre 8 milioni di utenti attivi su internet, individui che pubblicano e commentano su blog e social network, hanno pagine web personali, scrivono su forum, usano feed rss e aggiungono tag alle pagine web o alle foto. Sono i dati che emergono da una ricerca de laFeltrinelli.it, che ha confrontato i dati ufficiali di Nielsen, Forrester e Simmaco con quelli presenti nel proprio database sull’utilizzo dei social network in Italia. Il quadro che compare è che su 24,3 milioni di navigatori in internet (41% della popolazione), 3,4 milioni possiede un blog come Splinder o Blogger, mentre gli iscritti ai social network sarebbero 4,7 milioni. Circa un terzo delle persone che si connette a internet utilizza dunque i social network.
Ma nonostante il sorpasso a livello mondiale di Facebook su MySpace con 132 milioni di visite uniche contro 117, registrate nel mese di giugno, gli italiani continuano a preferire il noto sito musicale e i blog. La top four dei social network in Italia mostra infatti MySpace in cima alle preferenze con il 59,5% degli iscritti (2,7 milioni di utenti), Facebook segue invece al 19,5% (900 mila utenti), LinkedIn, la community professionale, al 7,7% (300 mila) e infine gli altri network, come FlickR, Anobii e Badoo, che insieme totalizzano il 13,3% (625 mila persone)” (Fonti: Repubblica.it e laFeltrinelli.it).

“Il fenomeno delle social network (reti sociali) nacque negli Stati Uniti e si è sviluppato attorno a tre grandi filoni tematici: l’ambito professionale, quello dell’amicizia e quello delle relazioni amorose. Le social network online ebbero un’esplosione nel 2003, grazie alla popolarità di siti web come Friendster, Tribe.net e LinkedIn. Il motore di ricerca Google, ha lanciato Orkut il 22 gennaio 2004. Kibop, una social network in spagnolo e portoghese, ha debuttato anch’essa nel 2004. In Italia il primo dei grandi portali passati verso questo tipo di social network è stato superEva, ma sono comunque vivissime le comunità di italiani su Orkut e LinkedIn. Attualmente, i due social network services più rilevanti per accessi sono attualmente Facebook e Myspace, rispettivamente con 132 e 117 milioni di utenti, con il sorpasso del primo sul secondo nell’aprile del 2008” (Fonte: Wikipedia).

320 views

apifocus_evento.jpg

Cosa significa davvero essere in rete?
Quali sono i vantaggi e i limiti nel far parte di un network?

A cosa serve e dove ci porterà Internet?
Riflettiamoci e diamo uno sguardo al futuro.

MERCOLEDI’ 18 FEBBRAIO 2009
dalle 19:00 alle 20:45
presso Apindustria Padova.

Relatori:
Alessandro Duregon, business manager FullOut
Samuel Gentile, Multimedia Dept. Director Liquid Diamond
Carlo Scatturin, amministratore delegato YOUS
Giorgio Soffiato, direttore Marketing Arena

Conduce:
Pietro Rossato, Station Manager Radio Ca’Foscari

Informazioni, mappa, flyer, commenti su:
http://giovanimprenditori.wordpress.com