mercoledì 06 ottobre, 2010

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Tu, io e Dupree è un film commedia, prodotto dalla Universal Studios, uscito negli Stati Uniti il 14 luglio 2006. I protagonisti sono Owen Wilson (Dupree), Matt Dillon (Carl) e Kate Hudson (Molly).
Il film ruota intorno ai due sposini Carl e Molly Peterson che si ritrovano a dover forzatamente convivere con Randolph Dupree, il miglior amico di Carl, che è stato licenziato e ha perso la casa.


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sattin_fabio_post.JPGSaper coniugare al meglio il massimo rigore con la scaltrezza, la maturità, l’autonomia di pensiero, la creatività e l’intuito è una delle competenze più difficili – seppure indispensabile – per chi opera nel Private Equity. In questo settore non basta essere delle menti brillanti e geniali, serve anche avere carattere, leadership, autonomia di pensiero, disciplina. Bisogna essere capaci di assumersi responsabilità e saper prendere decisioni difficili, anche in presenza di quadri societari non sempre chiari e dai contorni nitidi e definiti.
Lo sa bene Fabio Lorenzo Sattin (nominato Cafoscarino dell’anno 2008), presidente e socio fondatore di Private Equity Partners SGR, controllata dalla Private Equity Partners S.p.A., che opera in qualità di Società di gestione di fondi di investimento interamente sottoscritti da primari investitori istituzionali internazionali. Private Equity Partners SGR è iscritta all’albo delle SGR tenuto da Banca d’Italia.

Dott. Sattin, oggi lei è presidente e socio fondatore della Private Equity Partners SGR. In cosa consiste la sua attività? Di cosa si occupa?
Chi lavora nel Private Equity svolge attività di investimento nel capitale di rischio in Aziende non quotate in borsa. Io mi occupo dell’acquisto e della successiva vendita di partecipazioni di quote societarie, in posizioni di maggioranza o minoranza. Solitamente teniamo queste partecipazioni per quattro o cinque anni, un arco temporale nel quale l’Azienda aumenta il suo valore di mercato. Poi rivendiamo queste quote societarie a un prezzo superiore di quello d’acquisto, producendo utili. Nell’atto d’acquisto investiamo soldi nostri e/o denari che provengono da fondi sottoscritti da investitori istituzionali internazionali, gestiti dalla Private Equity Partners SGR. Faccio questo mestiere da oltre vent’anni.

Quale è stato il suo percorso di studi e di carriera prima di fondare la Private Equity Partners S.p.A.?
Mi sono laureato con lode in Economia Aziendale all’Università Cà Foscari di Venezia ed ho iniziato la mia carriera in Olivetti nel 1983, dove mi occupavo di marketing e strategia di sviluppo internazionale. Nel 1985 sono passato alla Chase Manhattan Bank NA (oggi Gruppo JP Morgan-Chase) dove, dopo avere effettuato un periodo di training a Londra e a New York, ho lavorato alla divisione Mergers and Acquisitions nella sede di New York. Nel 1987 sono ritornato in Italia diventando Vice President e Managing Director della Chase Investment Bank, responsabile dell’attività di Mergers, Acquisitions and Equity Investment in Italia. Dal 1988, dopo avere contribuito alla sua costituzione, sono stato Direttore Generale ed Amministratore Delegato della Chase Gemina Italia SpA, società costituita su base paritetica da Chase Manhattan Bank NA e da Gemina Spa che si occupava di attività di Private Equity, divenuta in pochi anni uno dei principali operatori del mercato italiano. Nel 1998 ho co-fondato la Private Equity Partners Spa (www.privateequitypartners.com) di cui sono azionista e Presidente, primaria società di investimento italiana indipendente operante nel settore del capitale di rischio che, tramite la sua controllata Private Equity Partners SGR, svolge anche attività di gestione del fondo chiuso di investimento JP Morgan Italian Fund III e Private Equity Partners Fund IV. Sono stato Chairman per gli anni 1994-95 dell’EVCA (European Venture Capital Association), l’associazione europea con sede a Bruxelles che riunisce i maggiori operatori finanziari europei (circa 1000) nel capitale di rischio (unico italiano a ricoprire tale carica) e faccio attualmente parte del Past-Chairman Committee e del Buy Out Committee. Dal 1990 al 2006 sono stato membro del Consiglio Direttivo dell’AIFI (Associazione Italiana delle Finanziarie di Investimento nel Capitale di Rischio); dal 1995 al 1997 sono stato Presidente del Supervisory Board della Chase Gemina Polska Sp. z o.o. (Varsavia); dal 1996 al 2003 sono stato membro del Supervisory Board dello Slovak Post Privatisation Fund (Bratislava) in rappresentanza ufficiale della EBRD (Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo). Dal 2000 al 2006 ho fatto parte del Comitato di Consultazione della Borsa Italiana Spa e dal 2006 del gruppo di esperti (unico italiano) su  “Private Equity e Venture Capital” della Commissione Europea.
Da quando mi sono laureato, in parallelo alla mia attività professionale, ho sempre tenuto dei moduli di docenza universitaria. Attualmente sono professore a contratto di Strategia e Politica Aziendale  all’Università Cà Foscari di Venezia e di Private Equity e Venture Capital all’Università Luigi Bocconi di Milano e insegno anche in corsi specialistici tenuti presso: CUOA, LIUC, SDA Bocconi  e Politecnico di Milano.

Da sempre il Private Equity richiama a sé menti eccellenti. In cosa differisce rispetto agli altri ambiti finanziari?
Il Private Equity è un comparto finanziario differente da tutti gli altri. Per operare nel Private Equity è necessario avere un background finanziario molto solido, un’esperienza industriale di marketing e una generosa dose di strategia aziendale, per riuscire a capire se le Società che si hanno davanti possono acquisire valore nel tempo. Anche con un quadro parziale e pochi dati a disposizione, chi lavora nel Private Equity deve riuscire a individuare quelle Aziende che hanno caratteristiche tali da garantire una crescita nell’arco dei successivi cinque anni.

Quali requisiti personali e professionali è indispensabile avere per far carriera nel Private Equity?
Il livello di chi opera nel Private Equity è effettivamente molto alto. Da sempre i migliori studenti del mondo sono affascinati dalla carriera nel Private Equity. La conoscenza di due o tre lingue è caldamente consigliata; l’inglese deve essere fluente, dato che i testi sono tutti in lingua inglese e non sono tradotti in italiano. Dopo il diploma di maturità e la laurea conseguiti a pieni voti, chi mira a operare nel Private Equity solitamente frequenta master MBA o corsi equivalenti, annuali o biennali. Ottimi e vivamente consigliati quelli di Harvard, Stanford, Columbia, London School of Economics. Gli MBA della Bocconi già rientrano negli standard qualitativi europei ai massimi livelli, ma l’università sta lavorando per raggiungere l’optimum a livello mondiale.
Le lauree che permettono di accedere al mondo del Private Equity sono generalmente Economia, Ingegneria e Legge. Fra i profili già professionalizzati, può ambire al Private Equity chi ha compiuto esperienze in grandi Società di Consulenza e in Aziende del settore industriale. O chi ha alle spalle attività di finanza in Investing Banking o proviene dall’area Consulenza Certificazione.

Abbiamo capito quali sono le provenienze di ambito professionale e formativo. Per quanto concerne il carattere e i requisiti personali invece, cosa ci può dire?
La formazione purtroppo nel Private Equity conta solo a metà. L’altra metà delle competenze il professionista deve trovarle dentro di sé. Sono necessarie abilità negoziali e una seniority individuale. Devi essere scaltro e maturo, devi avere autonomia di pensiero, creatività e intuito. Tutti requisiti che fanno un po’ a pugni con il super-rigore e la rigidità che si imparano all’università, e che peraltro servono! Saper coniugare queste abilità non è assolutamente immediato, ma è anzi difficilissimo! Eppure indispensabile. Qualcosa si impara attraverso l’esperienza diretta; molto altro deve far parte della persona in maniera innata, come si trattasse di caratteristiche genetiche.
I nostri referenti sono i presidenti e gli amministratori delegati delle Società. Anche i profili junior devono essere in grado di relazionarsi con loro, fin dal primo ingresso nel Private Equity. Ad Harvard ed in altre business school vengono organizzati corsi per colmare i vuoti tecnici. Il resto lo fa il carattere. Se non ce l’hai innato non puoi pensare di far bene questo lavoro!

Più riguardo a Private equity e venture capital. Manuale di investimento nel capitale di rischioQuanta parte del suo tempo lavorativo investe nell’aggiornamento continuo? Lei è co-autore del libro “Private Equity e Venture Capital” e autore di numerose pubblicazioni sia in Italia che all’estero …
Ho all’attivo circa 70 pubblicazioni. E per poter scrivere devo chiaramente studiare. Tra l’altro, una parte significativa del mio tempo lavorativo la dedico alle docenze universitarie. E’ chiaro che tutto ciò richiede un aggiornamento continuo. Ogni tre anni, in occasione delle riedizioni del libro che ho utilizzato nei miei corsi (il più diffuso in Italia, giunto oggi alla quarta riedizione) sono “costretto” a rivedermi tutta la letteratura che è stata scritta sul Private Equity.
Al di là del mio caso comunque, l’aggiornamento continuo è ineludibile in un lavoro come il nostro; è il mercato che lo richiede! Non si potrebbe resistere più di un anno senza conoscere le nuove tecniche di investimento finanziario, le tecniche di analisi, ecc.

Lei come si tiene aggiornato? Che strumenti utilizza?
Ogni professionista studia per conto proprio. Poi frequentiamo corsi di aggiornamento, che sono tutto sommato abbastanza utili. Private Equity Partners S.p.A. ha rapporti continuativi con le migliori Università del mondo, come Harvard, Stanford e Bocconi. Per quanto riguarda l’Italia, oltre a quelli che si tengono nelle Università dove insegno (Bocconi e Cà Foscari), buonissimi corsi vengono organizzati a Castellanza; un ottimo programma di una settimana – molto gettonato – è ideato dall’A.I.F.I. Mentre a livello europeo esistono i corsi dell’E.V.C.A, anche questi strutturati molto bene.

Su una scala da 1 a 10 quanto importante è, per un professionista che lavora nel Private Equity, aver compiuto un’esperienza di studio e/o di lavoro all’estero?
Chi fa questo mestiere deve aver lavorato e studiato all’estero, almeno per un periodo! Ma il training deve essere di qualità, altrimenti non serve a nulla.

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vavassori_emanuela_post.gif«Più che un percorso, il mio è stato un viaggio la cui la meta era, e rimane tutt’oggi, l’ultimo dei miei pensieri». Così Emanuela Vavassori, Direttore Grandi Clienti Sodexho e pittrice per diletto, descrive il proprio percorso formativo e professionale.
«La mia formazione è priva di logica apparente: ho la maturità magistrale, cui sono seguiti un diploma d’architettura d’interni (preso all’istituto C.o.v.a. di Milano) e il diploma dell’Accademia d’Arte San Luca di Milano. A questi si è poi aggiunto un master SDA alla Bocconi in “Processi di Customer Satisfaction”. Da un primo sguardo d’insieme alle mie esperienze professionali si percepisce il medesimo caos, generato da una molteplicità di interessi e curiosità. Ho iniziato dal settore della moda, che negli anni 80 era in grande fermento, poi un breve passaggio nell’editoria per approdare nel 90 al mondo dei servizi di ristorazione».

Chi è oggi Emanuela Vavassori e che ruolo ricopre in Sodexho?
«Sono Direttore Grandi Clienti nel Gruppo Sodexo. Sodexho è una Motivation Company che studia i meccanismi d’incentivazione, mettendo in campo soluzioni innovative e personalizzate. Attraverso l’utilizzo di una piattaforma web, questi pacchetti di incentivazione su misura possono di fatto fungere da coordinamento ideale di molte attività, che hanno in comune l’obiettivo di motivare un preciso target (dipendenti, agenti, clienti …) con un piano strutturato d’incentivazione e loyalty. Sul nostro sito www.sodexo.com nella sezione “Italia”, entrando nell’area Motivation Company, sono elencati tutti i nostri servizi: Pass Mobility (per non pensare più ai trasporti casa-lavoro), Pass Lunch (per una pausa pranzo su misura), Pass Agape (conveniente e gratificante per i beneficiari), Pass Concierge (per coccolare il personale e risparmiare tempo), Pass Gift (un pensiero speciale a dipendenti e collaboratori), Pass Incentive (per il raggiungimento di obiettivi aziendali), Pass Promotion (programmi d’incentivazione e loyalty), Pass Assistance (per gestire i piani di assistenza sociale). Personalmente mi occupo – con molto interesse e passione – di una fetta di clienti che hanno in comune complessità e dinamicità. Si tratta di Aziende interessate da fenomeni quali globalizzazione, fusioni, incorporazioni, cessioni. Un’area clienti che in questi ultimi anni può dare una sensazione di vertigine!»

Quali mansioni svolge nel suo quotidiano?
«Io costruisco relazioni. In pratica vado dal cliente, lo ascolto e cerco di capire quali sono i suoi bisogni e quelli dei suoi interlocutori. Poi, assieme a lui, studio il modo migliore per tradurre questi bisogni in un sistema di servizi integrati, costruiti su misura. Tutti gli incentivi – dal ticket per il pranzo, ai buoni da spendere nei Centri Commerciali, in palestra o in libreria; dalla giornata premio in una SPA, al weekend in Toscana, passando attraverso l’esperienza di degustazione del vino Franciacorta – sono infatti personalizzabili in base al sesso, l’età e gli interessi degli interlocutori. Solitamente tratto con il Direttore Risorse Umane e il capo dell’Ufficio Acquisti per formalizzare gli appalti. Di recente sono riuscita a intessere relazioni anche con gli Uffici Marketing e Vendite dei Grandi Clienti, per studiare – assieme a questi nuovi referenti – piani di incentivazione che riguardano le vendite. La costruzione di un sistema di incentivi su misura è un servizio che in Italia esiste da appena due o tre anni.
Secondo me le relazioni sono l’asset fondamentale che consente a ogni Organizzazione di evolvere. I contratti sono “psicologici”, prima ancora che “giuridici”. Nei rapporti di partnership è necessario un grado di fiducia e confidenzialità, che si costruisce solo intessendo buoni rapporti umani. La mia mission consiste proprio nel costruire relazioni solide con persone che condividono valori e hanno il coraggio di affrontare nuove sfide. Persone con le quali scambiare esperienze e progredire. Finalmente l’intangibile è riconosciuto come elemento chiave del successo delle Organizzazioni! Personalmente mi piace vivere l’ambiente globale: il mercato, l’economia, la società, il sistema politico … tutto è in continua evoluzione. In questo contesto sono stimolata a non perdere il filo e i riferimenti. Voglio dare il mio contributo affinché tutto possa funzionare meglio, producendo valore e quindi nuovo business, nel rispetto delle regole e delle persone».

Quali competenze personali (caratteriali) e professionali sono, a suo avviso, indispensabili per svolgere la sua funzione aziendale?
«In questo lavoro è indispensabile sapersi relazionare nel modo migliore con gli altri e dimostrare una grande disponibilità all’ascolto. E’ altresì necessario poter disporre del proprio tempo; avere discrete capacità intuitive, una generosa dose di umiltà e un pizzico di fortuna.
Per quanto mi riguarda, direi che più che le competenze tecniche, sono state proprio le mie aree d’incompetenza ad avermi spinta a fare ciò che so fare meglio, unite all’umiltà e alla voglia di continuare a imparare. Il mio carattere mi porta a compiere scelte con un grande senso di responsabilità verso gli altri. Mi riconosco un fortissimo commitment, una grande disponibilità (un rapporto umano infatti non ha orari), capacità d’intuizione e fortuna».

Da un punto di vista professionale, quale è stata la sfida e/o la situazione più difficile che ha dovuto affrontare?
«Nella mia vita ho costruito un grande capitale relazionale; è la qualità dei rapporti a fare la differenza. La sfida è stata quella di realizzare questo capitale in uno scenario di mercato con valori non sempre condivisibili. E questo ha comportato molte rinunce!
Una sfida quotidiana è rappresentata dal confronto con il genere prevalente nelle Organizzazioni –    quello maschile – con il quale è molto difficile dialogare. Solitamente le donne tendono ad andare oltre la razionalità di una conversazione; gli uomini invece fanno fatica a cogliere il non detto. Da qui nascono le incomprensioni. E ci vuole molta energia – anche fisica – perché i maschi sono tosti! Eppure il confronto è indispensabile per progredire. Il conflitto è endemico nel genere umano, la sfida è quella di continuare a canalizzarlo in modo produttivo, senza caderne vittima.
Un altro obiettivo impegnativo, che secondo me però è necessario porsi, è quello di mettere sempre in discussione ciò che, a una prima analisi, appare ovvio».

Come si tiene aggiornata e competitiva nel mercato del lavoro, in tempo di crisi?
«Ascolto con tutti e cinque i sensi! L’ascolto è la mia fatica più grande, ma mi da molte soddisfazioni e una grande energia. Quanto alla mia formazione, ho sempre seguito tantissimi corsi e master. L’ultimo, appena concluso, è il CFMT / LIUC dell’università Cattaneo di Castellanza, che consiglio a tutti. A differenza dei master tradizionali – utilissimi nell’acquisizione delle competenze tecniche -nei quali la parte teorica è molto rigida, la bellezza e la novità di questo corso sono state l’averci insegnato a dimenticare ciò che si sa fare. Dimenticare ciò che si conosce è un utile esercizio per trovare in sé stessi altri riferimenti. E spinge a rimettere in discussione tutto ciò che si è già sperimentato. Dal caos emerge sempre qualcosa di nuovo. Ed è proprio questa elasticità mentale, che porta a mettere in discussione ciò che fino a ieri appariva ovvio, la fonte dell’originalità».

Ci sono libri o film che l’hanno formata, ai quali lei è particolarmente affezionata?
«Due in particolare: “Zone di turbolenza” di Stefano Levi Della Torre e le “Le Dee nella donna” di Jean Binoche Bolen. Quest’ultimo è un libro che dovrebbe leggere ogni donna e anche ogni uomo interessato a conoscere meglio la nostra complessità emotiva, senza averne timore. Dalla lettura di questo testo si comprende come nella mitologia si possano ritrovare archetipi che svelano la molteplicità dei nostri luoghi interiori. Riconoscendo la nostra complessità, si può riuscire a dar voce a molte emozioni che spesso restano inascoltate, rendendo le persone infelici».

Lei è una pittrice per passione. Una passione impegnativa che la porta a organizzare mostre.
«Dipingo fin da quando ero piccola. Per me è una condizione irrinunciabile. Diventerei matta se non lo potessi più fare! Ho uno studio di pittura, ricavato in uno scantinato buio, innaffiato solo della luce al neon e da quella dell’animo.
Il mio percorso artistico non si risolve solo con la pittura; è un lavoro di ricerca interiore che a volte prende forma e colore e altre volte no! L’arte mi consente di indagare alcuni aspetti della mia identità e mi aiuta a spostarne i confini.
Di recente ho messo la mia energia creativa in un “Manifesto per la donna”, che vuole essere un invito a tutte donne affinché scelgano il proprio ruolo e decidano in autonomia quale debba essere la propria realizzazione, sviluppando e mettendo in gioco tutti gli aspetti della creatività e dell’intelletto che sono insiti nella nostra natura. Il mio intento non è quello di contestare la visione cattolica che riconosce la donna quasi unicamente nel ruolo di madre; bensì un invito a vivere il proprio percorso in assenza di un giudizio morale e sociale.
Per quanto riguarda le mostre, le considero momenti intensi di condivisione di emozioni. Non mi interessa vendere i miei quadri (anzi a volte quasi mi dispiace farlo) e nemmeno conoscere il giudizio degli altri sulle mie opere. Mi affascina invece l’idea che i miei quadri possano suscitare negli altri le mie stesse emozioni».

Ha famiglia? Come riesce a conciliare impegni lavorativi, famiglia e passioni?
«Sono sposata con un uomo speciale che mi rende la vita ancor più entusiasmante con continui stimoli e sorprese. Insieme mettiamo in moto una grande energia che ci fa stare bene. C’è molta complicità tra noi e quasi ogni decisione la prendiamo assieme. Grazie al confronto si possono affrontare meglio le sfide quotidiane. Insieme ci divertiamo, viaggiamo moltissimo. Lui è un tipo che ama la velocità. Inizialmente questo aspetto mi sembrava banale, poi ho scoperto che la velocità è il suo modo di trascendere la materia. Mi piace capire meglio … si trovano risposte non ovvie. Concludendo: niente figli, ricami e marmellate. Solo una grande intimità tra noi e molte passioni condivise!»

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moneta_cipriano_post.jpgFinora a occuparsi dei censimenti sono sempre state le Anagrafi dei Comuni. Un domani, a censire la popolazione che naviga nella rete, potrebbero essere i Social Network, tanto spopolano! Non c’è utente della rete che non si sia lasciato “irretire”, ammaliare e stregare da uno di questi strumenti che mettono in comunicazione le persone fra loro. Prevalentemente a scopo d’amicizia o lavoro, per creare forum di discussione o riconoscersi in gruppi d’appartenenza, e molto altro ancora, con interfacce grafiche e finalità più o meno friendly.
XING ha aperto da qualche mese, a Milano, la sua filiale italiana. E Cipriano Moneta, Country Manager Italia di XING, si sta occupando dello start-up assieme ai suoi stretti collaboratori. A lui chiediamo di parlarci delle particolarità di questo business social network.

Innanzitutto può raccontarci qualcosa di sé e della sua esperienza professionale?
Sono nato in un piccolo paese della Lomellina e cresciuto a Milano, ho 45 anni e alle spalle un’esperienza di oltre 10 anni nel settore del recruiting on-line. Ho trascorso 5 anni in Seledati come Responsabile Internet. Qui mi sono occupato dei primi progetti di comunicazione on-line di importanti gruppi nazionali, oltre che del primo sito italiano di recruiting on-line. Nel 1999 sono entrato in Jobpilot, multinazionale tedesca pioniere europea nel mercato delle offerte di lavoro in Internet. Come Country Manager prima e Managing Director poi, ho contribuito a portare l’azienda al successo, lanciandola e posizionandola come leader nel mercato italiano.
Nel 2004 poco prima dell’acquisizione di Jobpilot da parte di Monster Worldwide, leader mondiale del settore, sono stato chiamato a Francoforte dove per 4 anni ho ricoperto la posizione di Vice President Marketing and Business Development Central and Eastern Europe, ottenendo straordinari successi in termini di crescita delle vendite e delle quote di mercato. L’esperienza e i traguardi ottenuti mi sono stati riconosciuti pubblicamente nel 2005, quando mi hanno assegnato il Premio Eccellenza di Manageritalia, la Federazione italiana dei dirigenti.

Dottor Moneta lei si sta occupando dello start-up di XING in Italia. Cosa significa occuparsi dello start-up di un business social network? Quali oneri le competono?
Lo start-up è iniziato a febbraio e in media dura dai 6 ai 9 mesi. Anche se in realtà, essendo XING una azienda fortemente innovativa legata al mondo del web, lo start-up è continuo perchè l’adattamento alle nuove condizioni esterne del mercato non può mai arrestarsi. Per quel che riguarda questo processo di avvio, il primo passo fatto è stato quello di valutare l’assessment della Community e del mercato. Sui dati raccolti, abbiamo poi definito una strategia di crescita che porterà l’azienda ai risultati che ci siamo prefissi, secondo tre asset: marketing e public relation; sviluppo della community; business development. Ma per il primo anno e mezzo, gli asset fondamentali sono lo sviluppo della community e il web-marketing.
Io sono entrato per primo in XING e mi sono occupato del recruiting delle persone che oggi lavorano con me, andando così a costruire il nucleo essenziale del team. Assieme ai tre responsabili di asset ho studiato quindi una strategia di sviluppo per XING Italia. E oggi coordino il lavoro dei miei tre collaboratori più stretti.

xing_moneta_post.pngQuali sono le particolarità e le peculiarità di XING? E quali le principali differenze rispetto agli altri social network?
Fra “non addetti ai lavori” comunemente si tende a mettere nello stesso calderone un po’ tutti i social network, indistintamente. Invece non è così. Esistono differenze nette ed evidenti. Alcuni social network ad esempio, vengono utilizzati per conoscere nuovi amici e chattare con loro. Altri, usati perlopiù in ambito lavorativo, funzionano come dei database di profili. Qui a scambiarsi informazioni sono persone che già si conoscono direttamente o per conto di una terza persona.
XING invece è un vero social network professionale. Ha un modello di business fondato infatti sul networking professionale, e non è un semplice database di profili. Gli utenti lo utilizzano per trovare un nuovo lavoro o per motivi di arricchimento professionale; le aziende per cercare partner imprenditoriali e collaboratori, o per avviare forum all’interno della propria compagine. XING è quindi uno strumento online che permette di avere un primo contatto con persone che poi – per motivi di lavoro – si finisce per voler conoscere anche nella vita reale. Nella nostra piattaforma è possibile contattare chiunque, non solo persone già note o con le quali si hanno amici in comune.

Può fornirci qualche dato su XING?
Numero di accessi, utenti base e abbonati …

Fondato nel 2003, XING è un business social network con sede ad Amburgo, che conta più di 7 milioni di membri iscritti in tutto il mondo. Caratterizzato da un’interfaccia disponibile in italiano (e altre 15 lingue), XING è diventato negli anni uno dei principali punti di incontro on-line per professionisti; una rete dedicata che consente la facile identificazione di nuovi partner per il business, l’ampliamento della propria rete di contatti e la gestione attiva della carriera professionale. Oltre alla sua sede principale ad Amburgo, XING AG dispone di rappresentanze a Barcellona, Pechino e Istanbul e Milano.
Dall’Annual Report 2008 emerge che il business social network della società XING AG, continua a crescere enormemente nonostante la crisi finanziaria globale. Grazie agli oltre due milioni di nuovi utenti, nel 2008 ha visto aumentare il fatturato dell’80%, attestandosi sui 35,27 milioni di euro. È infatti proprio durante i periodi di difficoltà economica, che sempre più professionisti riconoscono il valore aggiunto – a livello lavorativo – offerto dalla possibilità di gestire una rete di contatti personale. Una tendenza da cui il business social network leader in Europa ha tratto beneficio.
Dei sette milioni di professionisti utenti di XING, ben 550.000 hanno scelto l’abbonamento Premium, che consente di avere un approccio al networking on-line ancora più proattivo rispetto all’iscrizione base. L’aumento degli utenti paganti, pari al 52% (nel 2007 erano 362.000) ha costituito uno dei fattori essenziali della crescita dell’utile di esercizio al netto degli investimenti di XING AG, che si è attestato nel 2008 su 7,32 milioni di euro (nel 2007 erano 5,61 milioni), pari al 31% di incremento. XING è di fatto il business social network per professionisti con gli utenti più attivi di tutta Europa.

Cosa può dirci delle “strategie di mercato” che XING adotta?
L’obiettivo primario è chiaramente quello di confermarsi come leader europeo del settore. L’80% del fatturato arriva dai clienti abbonati, mentre il restante 20% dalle iniziative “Business to Business”. All’interno della sezione “Business to Business” di XING abbiamo lanciato tre progetti. Nella nostra piattaforma, le aziende hanno la possibilità di acquistare funzionalità e servizi legati al recruiting. Nell’advertising le imprese hanno invece modo di pubblicizzare i propri prodotti e i servizi. Infine nell’enterprise groups alle aziende viene offerta la chance di creare un proprio gruppo di discussione, fruendo della tecnologia messa a disposizione da XING. Gli accessi al forum sono esclusivi per dipendenti e collaboratori dell’azienda. In tal modo i dirigenti hanno la possibilità di presidiare un luogo virtuale, avviare strutturare e moderare una comunicazione aziendale.

Quali sono i profili che XING ricerca, per instaurare nuovi rapporti di collaborazione o avviare contratti di assunzione?
Su Milano ricerchiamo un Junior Product Marketing Manager per la sezione “Business to Business”. I principali requisiti richiesti sono: una pregressa esperienza di lavoro nel mondo web; una esperienza, anche piccola, nel Sales o nel Business Development; un diploma di laurea o master universitario; italiano e inglese fluenti; proattività, grande motivazione, ottime capacità relazionali e di lavoro di squadra. Per chi volesse andare a lavorare all’estero per un periodo, in sede centrale ad Amburgo cerchiamo: ingegneri per l’implementazione di XING; un Division Analyst per B2C e un Marketing Manager – Product Marketing; un Associate Member Relations e un Process Manager – Customer Care; e nella produzione un Director International Product Management, un Intern Product Management, un Planning Assistant e un Product Manager. Le ricerche si rivolgono a persone di entrambi i sessi.

Quali sono i requisiti professionali di base, necessari per lavorare in XING?
Premesso che per ogni profilo si possono delineare specifiche competenze e requisiti, esistono alcune skills che sono trasversali. Tra queste senz’altro la conoscenza delle lingue straniere. L’inglese deve essere fluente e la dimestichezza con il tedesco, pur non essendo conditio sine qua non, viene valutata in modo molto positivo. Qualunque figura assunta in XING, deve ovviamente avere poi anche una fortissima familiarità con internet e l’on-line. A queste competenze di base, si aggiungono quelle specifiche del ruolo da ricoprire.

Una persona ad alto potenziale, che ambisse ad entrare a far parte del vostro staff, come dovrebbe muoversi? Quale è la strada migliore e più efficace?
E’ sufficiente entrare nel nostro sito, nella sezione dedicata alle “Opportunità di lavoro in XING”. Qui si aprono due possibilità: candidarsi per uno dei profili ricercati o, in alternativa, se non si trovano posizioni aperte è possibile inviare il proprio curriculum vitae all’ufficio Risorse Umane di Amburgo, in Germania.

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Più riguardo a Idiozie genialiPortare avanti le proprie iniziative nonostante i pareri negativi, gli ostacoli e le derisioni non è facile. Eppure non bisogna desistere, non si può rinunciare in partenza. Nel passato vi sono state idee che sono andate contro il “comune buonsenso”, si sono scontrate con la tradizione, sono state prese per idiozie, e solo alla fine si sono rivelate delle intuizioni straordinarie che in alcuni casi hanno cambiato la storia dell’umanità. Nella sua ultima fatica editoriale “Idiozie Geniali. Come trovare la forza per portare avanti le proprie idee”, Lorenzo Ait insegna a riconoscere fra le tante idee le “idiozie di valore”, a sostenere e a contrastare le pressioni di un ambiente ostile, e a realizzare compiutamente le proprie idee geniali.

Lorenzo Ait si è laureato in scienze della comunicazione con Maurizio Costanzo e Mario Morcellini all’università La Sapienza di Roma e successivamente ha conseguito un master in Programmazione Neurolinguistica. Come ricercatore si è occupato di controllo mentale, coercizione, gruppi di pensiero e loro influenza nella società. Attualmente svolge attività di formatore e personal-coach, tiene seminari e conferenze in ambito universitario e aziendale.

Lorenzo Ait ci spiega che cosa è una “idiozia geniale”?
E’ quella cosa che va contro ogni logica e crea una nuova logica. E’ l’eccezione alla regola che diventa la regola dell’eccezionalità. E’ quella cosa che fatta da chiunque altro sarebbe un errore. E’ un colpo di genio in grado di cambiare il mondo. Ma è soprattutto quella cosa che mentre ti dai da fare per realizzarla tutti ti chiamano “idiota”, perché non capiscono cosa tu stia facendo. Poi, quando lo comprendono, tutti ti considerano un genio.

Come è nata l’idea del libro?
E’ nata grazie al mio lavoro di formatore e personal-coach. Io giro tante aziende e vedo diverse “vite sprecate”, persone che non realizzano ciò che hanno in mente. Il mondo è pieno di “idioti geniali” che vorrebbero coltivare le loro “idiozie geniali”. Eppure spesso capita di avere davanti dei “diamanti grezzi” e non riuscire a vederli.
La storia è piena di esempi. Eccone alcuni: “Mai e poi mai l’uomo volerà per mezzo di una macchina”, disse il padre ai fratelli Wright. “Non puoi chiamare ‘Uomo Ragno’ un eroe: la gente odia i ragni!”, dichiarò un esperto di psicologia delle masse a Stan Lee. “Tu non farai strada, figliolo. Dammi retta: torna a fare il camionista”, affermò un impresario teatrale a Elvis Presley. “Nessun dirigente vorrà mai tenere sulla propria scrivania un affare chiamato ‘topo’”, disse un accorto dirigente nel ramo dei software che regalò ad Apple e Microsoft la nuova invenzione del suo team. A volte siamo come sotto ipnosi: crediamo tutti alle stesse cose e spesso ci lasciamo condizionare dalle opinioni degli altri. E così finiamo per essere noi stessi i primi denigratori delle nostre “idiozie geniali” e non tentiamo nemmeno di metterle in atto.

Come possiamo fare per distinguere le “idiozie geniali” dalle idee balzane e difficilmente realizzabili?
L’unico modo per sapere se un’idea è una “idiozia geniale” è quello di metterla in atto. Di solito quando pensiamo un’idiozia geniale – chissà poi perché – non tentiamo mai di realizzarla subito. Ma stiamo ad aspettare, cercando certezze all’esterno. Ma questo tipo di sicurezze non arrivano mai e così, più di qualche volta, finiamo per rinunciare. Se uno provasse, per sei mesi, a mettere in atto la propria idea geniale e alla fine non riuscisse, dovrebbe ammettere d’aver perso sei mesi. Nulla più. Se invece la racconta a un amico che gli dice di lasciar perdere, per non andare incontro a delusioni, finirebbe col perdere tutto! Anche la propria autorealizzazione.

E lei, utilizzando un linguaggio ironico, pungente e anticonformista, nel suo libro questo concetto lo spiega molto bene. Scrive: «Agire fa paura, spaventa, ci espone a critiche e costa fatica. Attendere e pianificare senza agire mai è la via più lenta e più sicura per diventare un soprammobile nel tuo soggiorno in questa vita! Agire è faticoso e si rischia il fallimento. Non agire è la via più lunga, più riposante e più sicura per raggiungere il fallimento. La domanda non è se fallirai, ma come. Se fallisci perché non hai mai veramente agito, nessuno (tranne te) ci farà caso! Se fallisci quando hai agito fino in fondo, tutti (tranne te) faranno caso al tuo fallimento!»
Ne sono convinto: dobbiamo sempre cercare di realizzare le nostre idee! Siamo noi a decidere se le nostre idee sono geniali, grazie a testardaggine, perseveranza e determinazione. Senza, ovviamente, arrivare al paradosso di mettere la testa sotto la sabbia, davanti a risultati deludenti.
Dobbiamo però imparare a distinguere le nostre idee e i nostri desideri da quelli degli altri. In questa società abbiamo sogni prestati, per questo io consiglio sempre alle persone che incontro di “smetterla di essere originali a tutti i costi. Piuttosto cercate di essere autentici!”

Come fare per portare avanti le proprie idee geniali, contro il parere negativo e le derisioni, o davanti ad avvisaglie di esito negativo? Che consigli darebbe a chi volesse imparare a fare spallucce, a fregarsene?
Noi dobbiamo essere i primi a credere nelle nostre idee. All’inizio è meglio non dare in pasto al mondo la propria “idiozia geniale”, ma tenerla per sé, coccolarla e farla crescere. Bisogna prima avere una spinta che parte da dentro. In quel caso si riesce a fregarsene di derisioni e pareri negativi. Schopenhauer diceva che “una verità attraversa sempre tre fasi: prima viene ridicolizzata, poi viene combattuta, infine viene accettata come ovvia!” Le idiozie geniali seguono il medesimo percorso …

Nel suo libro, lei sostiene che è bene, anzi è necessario, trasformare in business le proprie “idiozie geniali”. Perché?
E’ fondamentale ragionare in maniera più imprenditoriale! Trasformare la propria idiozia geniale in business non significa vendere i propri sogni, scendere a compromessi che non si è disposti ad accettare, o diventare disonesti! Tutt’altro. Significa: innamorarsi di un’idea, ma ragionare sui numeri; sognare con i piedi per terra e tenere duro fino in fondo. Trasformare la propria idiozia geniale in un business conviene a sé, ma anche al mondo intero.
Vi porto un esempio. Il dottor Ryke Geerd Hamer ha individuato la cura per il cancro. Forse. Purtroppo la sua proposta sostiene anche la dannosità e la relativa inutilità della chemioterapia. Non ci crederete: è stato radiato dall’albo alla velocità della luce! E non riesce a trovare finanziatori per divulgare le sue scoperte! E’ accusato di ciarlataneria … Ma non sapremo mai se è così.
Al mondo esistono una miriade di ciarlatani, ma anche moltissime idiozie geniali che funzionano: sono testate e potrebbero essere realizzate anche subito. Eppure non vedranno mai la luce soltanto perché i loro padri non hanno la minima idea di quanto importante sia renderle un business! E purtroppo molte idiozie geniali sono innovative, il che vuol dire che rischiano di minare business già esistenti!

Come riuscire a realizzare compiutamente le proprie idee, trasformandole in business?
Come dimostra anche il caso che citavo prima, oggi il problema non è avere una idea che funziona, una idiozia geniale, ma trovare persone disposte a investire su quell’idea! Eppure bisogna escogitare una soluzione per realizzarla e trasformarla in un business. Anche a costo di stringere accordi con i concorrenti di coloro che ne ostacolano la realizzazione! Nel caso sopracitato, Hamer avrebbe potuto stringere accordi di partnership e ottenere finanziamenti da qualche Multinazionale del Tabacco, visto che i suoi studi dimostrano che il fumo di sigaretta non rientra fra le cause responsabili del tumore.

Una curiosità di carattere stilistico. Il suo libro, così come il sito internet www.lorenzoait.it, utilizzano un linguaggio molto particolare che sembra voler costruire un rapporto paritetico e interattivo con il lettore. Talvolta è ironico e distruttivo, altre volte scherzoso e amichevole. E nel testo include anche vignette e schemi che il lettore è chiamato a completare. Perché utilizza questo modo di porsi?
La serietà va bene, la seriosità no. Sono convinto che nella vita se riesci a ridere di una cosa, puoi anche cambiarla. Spesso le nostre scelte sono accompagnate dalla paura. Dobbiamo alleggerire un po’. Per quel che riguarda il mio linguaggio, la “amicalità” – se così vogliamo dire – dipende dal fatto che nella mia esperienza mi sono reso conto che i formalismi spesso impediscono di arrivare a toccare le persone fin dentro. Se dai del tu alle persone, riesci ad entrare in contatto più facilmente con loro. Un sorriso apre tutte le porte. E io trovo che sia più facile fissare i concetti, associandoli al sorriso strappato grazie a una battuta ironica. Un libro che annoia può anche contenere le più grandi verità, ma ha senz’altro difficoltà a comunicarle.

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skype_thumbSkype è un software freeware di messaggistica istantanea e Voip (Voice over internet protocol).
Il programma unisce caratteristiche (chat, salvataggio delle conversazioni, trasferimento di file) presenti nelle piattaforme più comuni, ad un sistema di telefonate basato su un network Peer-to-peer.
La possibilità di far uso di un servizio a pagamento, SkypeOut, che permette di effettuare chiamate a telefoni fissi, rendono il programma competitivo rispetto ai costi della telefonia tradizionale, soprattutto per le chiamate internazionali e intercontinentali. Con Skype è possibile anche inviare sms a basso costo verso tutti gli operatori di rete mobile.

Skype fa uso di un protocollo VoIP proprietario (cioè non formalizzato in alcuno standard internazionale) per trasmettere le chiamate. L’azienda produttrice del programma assicura un grado di protezione della comunicazione comparabile con quello dei più diffusi standard crittografici. Va notato tuttavia, che questo livello di sicurezza (benché superiore a quello del tutto nullo offerto dalla telefonia tradizionale) non è verificabile a causa della riservatezza dell’algoritmo crittografico.
Skype conta attualmente 338 milioni di utenti a livello mondiale e funziona in due modalità: peer-to-peer e disconnesso.

  1. La prima, che permette di effettuare telefonate completamente gratuite, funziona solamente se sia il mittente che il destinatario sono collegati ad internet e sono connessi tramite il client Skype; in questo modo il suo funzionamento è analogo ad un qualsiasi sistema di instant messaging come ICQ o MSN Messenger. 
  2. La seconda permette di poter effettuare telefonate ad utenze telefoniche (fisse o mobili) di utenti non collegati tramite computer. In questa modalità a pagamento, il cui nome commerciale è SkypeOut, la comunicazione corre via Internet fino alla nazione del destinatario, dove viene instradata sulla normale rete telefonica del Paese.

Per poter funzionare Skype ha bisogno di poco: un sistema operativo sia esso GNU/Linux, Macintosh, Windows o Pocket PC, un collegamento Internet, una scheda sonora ed un microfono. In alternativa esistono già in commercio telefoni USB oppure Cordless che supportano il protocollo VoIP.

È poi stata introdotta anche la possibilità di effettuare chiamate video, utilizzando le comuni webcam o telecamere digitali.
Infine, vi è la possibilità di acquisto di un numero telefonico collegato all’account Skype (servizio SkypeIn), per cui un utente disconnesso (in possesso comunque di un terminale telefonico analogico o digitale) può chiamare un determinato numero telefonico; la chiamata perviene sul computer del titolare dell’account come normale chiamata voce.

L’azienda di e-commerce Ebay Inc. ha acquistato Skype nel 2005 per 2.6 miliardi di dollari, ed ha previsto di portare il prossimo anno l’operatore telefonico del web a Wall Street attraverso un’offerta pubblica.
Le ultime strategie aziendali, hanno visto inoltre sbarcare Skype su iPhone e Blackberry, attraverso accordi che Ebay ha raggiunto con Apple e Rim.

2005-statistiche-skype.jpgDopo aver ottenuto l’intesa nei mesi scorsi per utilizzare Symbian (la piattaforma di Nokia), Windows Mobile (Microsoft) e Android (Google), adesso la società del gruppo eBay ha raggiunto l’accordo per rendere subito disponibile il suo servizio sugli iPhone e iPod Touch della Apple, e dal prossimo maggio anche per i Blackberry.

Skype è uno dei marchi più conosciuti al mondo, come dimostra la ricerca effettuata nel 2005 da brandchannel.com

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C’era una volta il “posto fisso”, quello che tutti trovavano subito dopo aver terminato gli studi e che – di buon grado o per senso del dovere – vedeva tutte le stagioni della vita di una persona, accompagnandola dalla giovinezza all’età adulta, fino a portarla poi alla pensione. Non stiamo parlando di fatti che accadevano nell’era mesozoica, né stiamo leggendo l’incipit di una fiaba per bambini. Succedeva appena trent’anni fa …
Oggi, siamo entrati in un’altra era geologica dove impera la “flessibilità” e, per ambizione o per necessità, tutti siamo spinti a una certa “motilità” e “mobilità”. Come tante api sui fiori, saltelliamo da una azienda all’altra, tentando di lasciare un’impronta positiva del nostro “esserci stati”. Ma ancor oggi, nascosti fra la moltitudine, esistono professionisti che hanno stretto con il loro “primo” lavoro un vincolo ancor più indissolubile del matrimonio (specie oggigiorno)!

Ma quante aziende cambia in media una persona nella propria vita lavorativa? Ce lo siamo chiesti qui, tra le mura della redazione di Profumo di Carriera, e abbiamo voluto girare la domanda a voi.

Ebbene: “Quante aziende hai cambiato o presumi di cambiare nella tua vita lavorativa?” Il 42% dei votanti, basandosi sulla propria personale esperienza, risponde dalle 5 alle 7 aziende. A quest’ampia fetta di popolazione s’aggiunge un altro 34%, che dichiara d’aver cambiato dalle 3 alle 5 aziende nella propria vita lavorativa. Il 16% dei votanti addirittura sostiene d’aver già superato le 7 aziende, o che presto taglierà il traguardo. Mentre invece, dall’altra parte dell’orizzonte, solo l’8% delle persone sostiene che nella propria vita professionale rimarrà nel range da 1 a 3 aziende.
Per quanto si tratti di statistiche, ottenute da una popolazione ristretta di votanti, sembrano fotografare bene la realtà di oggi. Ma, per non restare nella superficie, abbiamo cercato di capire i motivi che spingono le persone a cambiare spesso lavoro o, viceversa, a rimanere nella stessa azienda per tutta la vita. Per questo abbiamo realizzato delle interviste a campione. E riportiamo le più significative.
«Lavoro in Acciaierie Valbruna dal 1977, da quando avevo appena 19 anni». A parlare è Cesare Fasolo, che oggi ricopre il ruolo di responsabile Formazione e Sviluppo in Acciaierie Valbruna. «Da 32 anni nella stessa azienda, con funzioni e responsabilità che via via si sono accresciute nel tempo. Lei mi chiede il perchè della mia scelta? Ebbene: sono rimasto perchè professionalmente mi sento soddisfatto qui in Valbruna. Ho la fortuna di lavorare in un’azienda che è in costante sviluppo. Negli anni l’ho vista crescere, evolversi, internazionalizzarsi, aumentare il numero di prodotti realizzati e le filiali. E’ una azienda che ha compiuto anche scelte pionieristiche. Spesso, si decide di cambiare lavoro quando vengono meno gli stimoli, a causa della staticità dell’azienda. Il professionista in questo caso va in asfissia, soffre. Ma in Acciaierie Valbruna i cambiamenti sono molto intensi, e non c’è mai stato un attimo di noia».
Diametralmente opposta l’esperienza professionale di Giuseppe Duso, rientrato nel settore delle costruzioni dopo un’esperienza variegata in una quindicina di aziende molto differenti fra loro. Quasi quarantasettenne, con 28 anni di lavoro alle spalle, Giuseppe Duso vanta: 5 anni nel settore della chimica per le costruzioni; 2 nelle imprese di costruzioni; 2 in aziende di costruzioni nel settore degli impianti di depurazione e altri 2 anni, sempre in aziende di costruzioni, ma nel settore delle strade; 3 anni e ½ in una impresa che lavorava nelle infrastrutture (dighe, gallerie); 1 anno tra Olanda e Germania negli elettrodotti; 5 anni in Omnitel ad occuparsi di start-up; altri 2 a Roma nel settore delle infrastrutture telefoniche; 4 anni nell’elettronica e nell’elettromeccanica; e infine da 2 anni è rientrato nel settore delle costruzioni, con un grosso gruppo di Treviso. Gli abbiamo chiesto i motivi che stanno dietro queste scelte. «Alla base del cambiamento – ci spiega Giuseppe Duso – c’è la voglia di fare cose nuove, di mettersi alla prova. In secondo luogo, quando hai individuato il lavoro che ti piace, che fa per te, cerchi di essere retribuito in modo adeguato. Cambi per andare in meglio. Chiaro che ogni volta che si cambia, si rischia di mettere a repentaglio la propria sfera emotiva e l’equilibrio familiare. Io sono fortunato: ho trovato una compagna d’avventure intelligente, che è diventata mia moglie».

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Provaci ancora, Sam è un film del 1972 diretto da Herbert Ross, tratto dall’omonima opera teatrale di Woody Allen.