Il coaching è una modalità di formazione che coniuga la crescita della persona con le esigenze espresse dall’organizzazione in cui questa si trova ad operare. Il coaching può essere individuale e di team. Si differenzia dal mentoring, dal counseling, dall’orientamento, dalla terapia e dalla semplice formazione, come spiega con chiarezza l’autrice Emanuela Del Pianto nel suo libro “Coaching e team coaching”, edito da Franco Angeli.
Emanuela Del Pianto è una psicologa del Lavoro e delle Organizzazioni. Ha una vasta esperienza nel settore delle Risorse Umane che ha maturato, per molti anni, nell’ambito di varie organizzazioni aziendali. Oggi è consulente free-lance per tutti i temi che riguardano la gestione e lo sviluppo delle Risorse Umane. Collabora con l’università di Firenze, nella Facoltà di Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni, con docenze a contratto.
Dottoressa Del Pianto che cosa è il coaching?
«In letteratura sono state date diverse definizioni di coaching, alcune condivisibili altre meno. Sostanzialmente il coaching è un percorso di crescita e cambiamento, di trasformazione e ottimizzazione delle risorse interne dell’individuo, che si realizza grazie all’aiuto di un coach, un consulente che solitamente è esterno all’azienda committente.
Utilizzando una metafora, possiamo dire che il coaching è un viaggio in compagnia di uno skipper esperto, che aiuta il coachee a individuare i movimenti sbagliati che fa nel governare la barca. E, viceversa, esalta quelli giusti. Lo “skipper” allena la persona a questi movimenti, correggendo le imperfezioni che le vecchie abitudini fanno difficoltà a cancellare. Quando il soggetto diventa egli stesso un bravo skipper della propria dimora, qualunque sia il mare che sta attraversando, il coaching è finito. O meglio: è finito il percorso da compiere assieme a un coach esterno, mentre comincia solo in quel momento il lungo viaggio nel quale il soggetto è insieme conducente e condotto».
Nel suo libro, lei traccia una netta distinzione fra coaching e altre forme di consulenza – come il mentoring, il counseling, la terapia, l’orientamento e la formazione – che pure hanno qualcosa in comune con il coaching. Ci vuole spiegare?
Coaching e Mentoring. «Coaching, nel linguaggio sportivo, significa “allenamento”. Un percorso di coaching trasmette un nuovo “come” guardare le cose, dentro e fuori di noi. Questo consente alla persona di strutturarsi anche un nuovo “cosa”, perché viene modificato l’atteggiamento, producendo un più elevato livello si consapevolezza. Il mentoring invece è una sorta di learning by doing, che agisce sul “cosa”, incrementando nel tempo competenze tecniche e di relazione organizzativa. Il mentoring è un percorso più lungo che prevede da parte del mentore una sorta di guida e sostegno, mentre da parte del protégé, imitazione e apprendimento. Dato che uno degli obiettivi è guidare la persona a evolversi professionalmente nell’azienda in cui si trova, il mentore è solitamente un collega più anziano ed esperto, o un capo che ricopre una posizione gerarchica molto più elevata».
Coaching e Counseling. «Il counseling serve a promuovere il benessere e parte sempre dalla constatazione di un disagio di partenza (situazioni di stress, problemi di dipendenze o familiari). Gli interventi di counseling sono solitamente più lunghi e hanno origine da una difficoltà o un disagio riscontrati. Mentre al coach si può rivolgere chiunque desideri migliorare aspetti della propria vita. L’intervento di counseling lavora molto sul mettere a fuoco il “cosa”, la difficoltà che in quel momento si presenta all’individuo; a differenza del coaching che si rivolge al “come” raggiungere un maggior benessere. Infine la relazione che si instaura con il counselor è una via di mezzo tra quella amicale e quella medico-psicoterapeutica; mentre quella tra coach e coachee è una relazione paritaria, nella quale un professionista offre un servizio».
Coaching e Orientamento. «L’orientamento si configura come una relazione di aiuto più immediata e contingente, rispetto al coaching. Quando una persona si sente in fase di stallo o si trova davanti a un bivio e non sa quale strada scegliere, l’orientamento aiuta a recuperare la propria energia per andare avanti a testa alta e aiuta a compiere la scelta più azzeccata».
Coaching e Formazione. «Il coaching è una metodologia che si può inscrivere nel più ampio territorio della formazione. Ma, mentre la formazione d’aula tradizionale è paragonabile a una rapida doccia estiva, il coaching è come una lunga immersione nel fondo del mare, con tanto di bombole per l’ossigeno e paesaggi mai visti da esplorare. Con questo voglio dire che l’aula tradizionale comporta una durata molto breve e partecipanti numerosi. Di contro il team-coaching prevede un percorso strutturato nella sua architettura e flessibile in molti dei suoi contenuti. Questo aspetto, unitamente all’esiguità della squadra, rende possibile il raggiungimento di una evoluzione della consapevolezza individuale».
Coaching e Psicoterapia. «Sia il coaching che la psicoterapia sono tipologie di intervento nelle quali l’attenzione è rivolta alla persona, ad argomenti ed esperienze che la interessano nella vita quotidiana e la coinvolgono in emozioni, sentimenti e pensieri. Entrambe le modalità prevedono metodi di indagine simili: dalla tecnica delle domande, all’utilizzo del colloquio e degli altri strumenti. Ma coaching e terapia si distinguono notevolmente per quanto riguarda il setting, gli obiettivi e le tematiche cui è finalizzata l’azione. Per quanto concerne il setting, nel coaching è il consulente ad andare in azienda dal coachee; mentre nella terapia, lo psicoterapeuta accoglie il paziente nel proprio studio. Sul fronte degli obiettivi, nella terapia la molla è il malessere, l’analisi del disagio o del problema psicologico del paziente; mentre nel coaching la molla è il benessere, l’apprendimento ai fini professionali con incremento della motivazione e delle competenze. Infine per quel che riguarda le tematiche, nella psicoterapia attengono principalmente alla vita privata; mentre nel coaching è maggiore la frequenza della narrazione di episodi legati alla vita lavorativa».
In quali casi è utile un percorso individuale di coaching?
«Gli ambiti di intervento del coaching individuale sono rappresentati da competenze trasversali da incrementare, quali: la capacità di comunicare, la leadership, la delega, la pianificazione, la negoziazione, la gestione dei conflitti, il teamworking, ecc. Secondo la mia esperienza, la scansione temporale più efficace per questo percorso è un incontro al mese, per un numero totale di incontri che varia da 7 a 12. La cadenza mensile dà la possibilità alla persona di sperimentare con maggiore frequenza i “compiti a casa”, che costituiscono l’allenamento comportamentale assegnato. Così facendo, il coachee ha anche il tempo per elaborare l’esperienza, frutto dell’allenamento. Il numero totale degli incontri è invece legato alla velocità di riconoscimento degli schemi da parte della persona; all’assunzione di consapevolezza; alla maggiore efficacia di comportamenti, frutto di atteggiamenti interiori».
Il team coaching invece cosa è? A cosa serve e quando è utile ricorrervi?
«Il team coaching è un percorso intenso, ma relativamente breve, finalizzato ad aumentare la consapevolezza di sé; rendere più efficaci le metodologie di comportamento; accrescere l’autostima per padroneggiare criticità e relazioni in modo positivo e propositivo; offrire un’esperienza concreta e realistica di crescita e cambiamento; realizzare piani di sviluppo e orientamento personale. Le funzioni che un team coaching – program può assolvere sono molteplici: veicolare un messaggio strategico di grande attenzione alle persone; incrementare la motivazione e l’empowerment; consentire, in tempi non lunghi, di riorientare il comportamento delle persone, in una direzione più funzionale allo sviluppo di relazioni interpersonali produttive; consentire una migliore comprensione di sé e del contesto in cui si opera; promuovere un allenamento atto ad utilizzare e a valorizzare al meglio le proprie risorse e quelle del contesto.
Tengo a precisare che quando parlo di team coaching mi riferisco a un piccolo gruppo di 4 o 5 persone al massimo. In una squadra più consistente, le dinamiche sarebbero ingestibili per il coach. Il team coaching necessita di un corretto dosaggio di tempi dedicati agli incontri individuali e a quelli di gruppo. Il processo prevede 4 incontri di team coaching, della durata di tre ore, aventi cadenza mensile; 2 incontri di coaching individuale per ciascun partecipante, uno all’inizio e uno al termine del percorso; 1 incontro conclusivo tra coach, coachee e responsabile del coachee».
Di quali strumenti si serve il coach in una azienda?
«Gli strumenti usati dal coach sono molteplici: i colloqui individuali e di team; il questionario psicodiagnostico di personalità (che richiede l’interpretazione di uno psicologo); numerosi questionari di autodiagnosi (compilati direttamente dai coachee); role-play; auto-casi; casi di decisione, di negoziazione e leadership; e altri strumenti derivanti da modelli consolidati in letteratura. Hanno una grande rilevanza anche i “compiti a casa”, perché sono un potente veicolo che contribuisce a traguardare la consapevolezza».
In cosa consistono i “compiti a casa”? E perché sono così fondamentali?
«I “compiti a casa” sono fondamentali perché segnano l’inizio del vero impegno, della responsabilità del coachee verso un lavoro da fare. Inizialmente inteso come un compito per il coach, ben presto il coachee si rende conto che il destinatario è lui stesso e gli altri componenti del team. Questo importante passaggio segna l’inizio della vera assunzione di responsabilità. I “compiti a casa” sono l’allenamento, il senso più profondo del coaching. Una volta focalizzata l’inefficacia di un comportamento, la causa che genera i problemi, viene individuata un’area di miglioramento. Il coach cerca il comportamento più efficace da far tenere, e proprio questo diventa il compito del coachee.
Io suggerisco sempre di mettere per iscritto lo svolgimento dei “compiti a casa”, perché le impressioni – scritte nero su bianco, a caldo – nutrono il ricordo, dandogli colore e spessore. Cosa questa, che lo sforzo del pensiero che ricorda non permette, lasciando sbiaditi contorni e particolari. Il mettere per iscritto i compiti a casa, ha inoltre il grande valore di essere un momento di autoriflessione e di positiva concentrazione su di sé. Significa anche avere la capacità di guardarsi dall’esterno, di uscire dalla vischiosità del proprio sentimento, mettendone in luce l’emozione sottostante e la paura che lo ha governato. Mettere per iscritto è come tirare fuori da sé qualcosa che dentro è confuso e fuori si chiarisce. E’ terapeutico nel senso che fa bene all’anima, rischiara il cuore e la mente, porta luce dove c’è buio».
Che impatto hanno il coaching e il team coaching sul piano cognitivo e quello emozionale?
«Il coaching è un tipo di intervento che coinvolge tutti i piani dell’essere umano: cognitivo ed emozionale. Questi due piani possono dialogare attraverso gli impulsi che partono dall’amigdala, che risiede nel cervello limbico (il nostro cervello più antico) e arrivano alla corteccia cerebrale (il nostro cervello più recente). Se noi permettiamo questo dialogo, attraverso la nostra consapevolezza riusciamo a individuare la nostra emozione e il sentimento relativo. E riusciamo a gestirli, decodificandoli con gli strumenti del piano cognitivo, quindi con il pensiero consapevole.
Voglio dire che noi ci troviamo, spesso e in modo automatico, ad agire comportamenti che rispondono a una antica emozione di paura e ne veniamo intrappolati, nel senso che lasciamo che agisca solo l’amigdala senza che il suo impulso venga filtrato e rielaborato dalla corteccia cerebrale. Nel momento in cui, grazie al percorso di coaching, ci rendiamo conto di questo, lo ridefiniamo come uno schema di cui siamo prigionieri. E la libertà consiste proprio nel trovare la chiave che apre la porta della nostra prigione. L’apertura di un dialogo con sé stessi, quando impariamo a farci delle domande, consente un primo grande momento di consapevolezza. Permette infatti di riorientare il proprio comportamento in un modo deciso da noi stessi e non dalla nostra risonanza emotiva».



Mi ci ritrovo in quanto detto nell’intervista. Ho svolto una serie di colloqui di career coaching e devo dire che mi sono serviti moltissimo. Efettivamente serve molto a farti chiarezza su quali aspetti del tuo comportamento devi lavorare e in quali ambiti potresti migliorare. Personalmente lo consiglio a tutti coloro che nutrono insoddisfazione, vogliono migliorarsi, non si arrendono ma trovano difficoltà a capire dove e come convogliare le proprie potenzialità e sforzi.