mercoledì 08 settembre, 2010

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Giochiamo? | Intervista all’autrice Renata Borgato

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Quando si pensa al gioco, la mente corre in automatico ai bambini. E si focalizza sull’aspetto ludico di intrattenimento e di fuga dalla realtà; sull’aspetto relazionale nei giochi di gruppo; e infine su quello formativo. Il gioco è però uno strumento pedagogico in grado di offrire percorsi di crescita e consapevolezza diretti non solo ai bambini, ma anche agli adulti. E’ un’occasione per reinventare sé stessi, per uscire dal proprio ruolo e dagli schemi di pensiero e comportamento abituali, per togliersi di dosso la solita “maschera”. E’ un modo per sperimentarsi, accettando nuove sfide, ben sapendo di essere in un ambiente protetto dove è possibile sfuggire alle conseguenze negative delle proprie azioni, diversamente da quanto accade nella vita reale.
Proprio sul gioco diretto agli adulti si concentra l’ultima fatica editoriale di Renata Borgato: Giochiamo? Riflessioni sull’uso del gioco nei percorsi formativi diretti agli adulti, edito da Franco Angeli.

Renata Borgato da vent’anni organizza corsi di formazione in contesti aziendali e nelle organizzazioni di rappresentanza. Ed è professore a contratto alla Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Bologna. Esperta di giochi didattici, ha già pubblicato per la Franco Angeli: Un’arancia per due (2004), libro di giochi didattici per la negoziazione; La prima mela (2007), giochi ed esercitazioni sulla comunicazione.

Professoressa Borgato come è nata l’idea di scrivere questo libro?
Come chiarisce il sottotitolo, in questo testo vi sono “riflessioni sull’uso del gioco nei percorsi formativi diretti agli adulti”. Il libro nasce da una mia esigenza di mettere ordine in una materia dove io non avevo ancora una approfondita riflessione metodologica. Finora, nel mio lavoro e nelle mie precedenti fatiche editoriali centrate sul tema dei giochi didattici, mi ero limitata a utilizzare i giochi e a illustrarne l’uso empirico che se ne poteva fare. Ma non mi ero mai fermata a riflettere su tutte le implicazioni teoriche connesse all’uso di una pratica tanto utile!

Che ruolo riveste il gioco nella formazione degli adulti?
Il gioco serve a far riflettere, abbattendo le resistenze delle persone. Offre la possibilità di guardare le cose da un altro punto di vista. Ognuno di noi tende ad agire sempre allo stesso modo, all’infinito in maniera identica. Il gioco invece offre al soggetto la possibilità di “slivellarsi”. Così si ha la possibilità di guardare il mondo con occhi nuovi e porsi in un’altra prospettiva per risolvere i problemi. Il gioco colloca gli argomenti in un contesto inusuale, facilitandone l’osservazione da un punto di vista privo di preconcetti, da un’angolatura nuova.
In seconda battuta minimizza le conseguenze delle azioni, riducendo o addirittura annullando il rischio. Inoltre abbassa le resistenze al cambiamento da parte dei partecipanti e facilita l’assunzione di un atteggiamento meno protettivo nei riguardi di credenze e comportamenti.
Non è finita. Il gioco permette di sperimentare comportamenti nuovi senza sentirsi minacciati; grazie alla separazione netta dal contesto reale infatti, non produce effetti sulla realtà. Rende meno marcati gli automatismi di comportamento e spinge il partecipante a sviluppare strategie nuove. Creando uno spazio al di là della vita reale, insegna a “scollarsi dalla realtà”.
E ancora: il gioco è divertente. E quindi genera una situazione nella quale le persone possono sentirsi più tranquille e attive e sono disponibili ad assumersi parte della responsabilità del processo di apprendimento. Promuove un clima rilassato, favorisce la riduzione dell’ansia da prestazione, del bisogno di difendersi, di dimostrare qualcosa a sé e agli altri. Il gioco favorisce la conoscenza delle dinamiche di gruppo e delle reazioni proprie e altrui. Accelera i processi di socializzazione e rafforzamento del team attraverso un fare comune.
Infine tende ad innescare un progressivo processo di coinvolgimento di tutti i presenti, abbattendo le resistenze a partecipare. Insegna a valorizzare le diverse competenze e ad avvalersi delle risorse presenti, suggerendo che in un clima non competitivo esse non devono essere considerate come minaccianti. Il gioco coinvolge entrambi gli emisferi cerebrali: mentre è in atto sollecita creatività ed emotività; nella fase di rielaborazione stimola invece la logica, l’analisi e le capacità critiche.

Quali analogie e quali differenze si possono riconoscere fra il gioco dei bambini e quello degli adulti?
La logica di fondo è la stessa. Attraverso il gioco il bambino conosce sé stesso e il mondo esterno. E, sempre grazie al gioco, anche l’adulto riesce a guardare con occhio ingenuo. Reinventa sé stesso; rivede il proprio approccio; si riaccosta al mondo con quello stupore che è tipico del bambino.
Nel gioco infatti – come dicevamo – si può essere un’altra persona, rispetto a quella che si è scelto di essere nella vita reale. Ognuno di noi si sceglie un ruolo, una funzione sociale e tende a somigliare sempre più a quel personaggio. La maschera che indossiamo, se da un lato ci protegge, dall’altro ci limita. Ecco allora che interviene il gioco, permettendoci – in uno spazio e in un tempo predefiniti – di sperimentare modi e tecniche nuove, in maniera indolore, senza avere ripercussioni negative e pagarne lo scotto.

Che cosa permette di comprendere il gioco, che con altri strumenti formativi si farebbe più fatica a capire o ad acquisire?
A differenza di altri strumenti formativi, il gioco permette un coinvolgimento molto forte. I partecipanti si arrabbiano e soffrono, gioiscono e sono felici, si annoiano, si alleano, si incuriosiscono, ecc. Il gioco mette in moto emozioni ed azioni. Ma c’è di più: il gioco ha un tempo e uno spazio predeterminati e quindi – dopo breve tempo – si vedono gli effetti prodotti dalle azioni. Ampio spazio viene dato alla rielaborazione di gruppo e individuale. A conclusione, con i compagni di gioco si ragiona sull’esperienza fatta insieme.
Il gioco infatti si compone di quattro fasi. La prima è quella “preparatoria”, che compete al formatore. Si tratta del momento in cui questi studia a tavolino il gioco che andrà a proporre. Io ne preparo sempre più d’uno, perché non è detto che quello che il formatore propone, venga accolto con entusiasmo dai partecipanti. Meglio avere una rosa di proposte omogenee. Nei percorsi formativi che propongo, io inserisco sempre i giochi: alcuni più simili alla realtà, altri più decontestualizzati.
La seconda fase del gioco è quella di “attuazione”, ossia la realizzazione concreta dell’attività didattica. La terza fase consiste invece nella “rielaborazione dell’attività” o “debriefing”. Si tratta del momento in cui il formatore induce i partecipanti a fare domande e a trovare soluzioni ai problemi emersi durante l’attività ludica; li conduce a una discussione intenzionale sull’esperienza del gioco. Infine, la quarta e ultima è la “fase di verifica” e analisi della modalità con cui l’attività ludica è stata condotta e degli esiti della stessa.

“Perché il gioco possa funzionare, i partecipanti devono accettarne le regole”, scrive nel suo libro. In primis è necessario che il discente vi si accosti volontariamente. In secondo luogo, nello spazio e nel tempo in cui il gioco si svolge, ogni partecipante deve sospendere il giudizio. Ci spiega il senso e l’importanza di queste regole?
E’ vero, la precondizione del buon esito del gioco è la volontarietà e l’accettazione delle regole da parte dei partecipanti. Far giocare degli adulti non consenzienti infatti, neutralizza ogni potenzialità formativa insita nel gioco. Il gioco didattico produce i suoi effetti solo se i partecipanti sono disponibili a fare loro stessi gran parte del lavoro di ricerca del significato sotteso all’attività; se si impegnano cioè a ricostruire le ragioni che hanno spinto il formatore a scegliere quel gioco in quel contesto; se percorrono il cammino delle analogie possibili; se riconoscono e accettano la metafora contenuta nell’attività intrapresa. Nessuna riflessione successiva al gioco e nessuna rielaborazione effettuate dal formatore, per quanto accurate, possono supplire l’impegno e la curiosità dei partecipanti.
Altra regola importante è la sospensione del giudizio sull’attività ludica. Fa parte del patto che il formatore stipula con i partecipanti per permettere l’avvio dell’esperienza. Chiede loro di sospendere il giudizio sull’attività e valutare solo ex post quanto è stato fatto e gli effetti dell’agire. Non sono le uniche regole del gioco che i partecipanti sono chiamati ad accettare e rispettare, ma sono senz’altro le più importanti. Quelle in mancanza delle quali il gioco didattico non si dà. Il gioco si situa infatti in una cornice negoziale di regole e accordi entro la quale le persone si muovono in un contesto definito. Poter dire e dirsi “questo è un gioco”, permette al gioco di esistere.

Quali sono i giochi più utilizzati in azienda? E che differenze ci sono fra loro? Quali competenze stimolano nei partecipanti?
E’ difficile dire quali siano i giochi più utilizzati. Ogni formatore ne sceglie uno a seconda di quello che si ripropone di ottenere dal gruppo. In generale posso dire che i giochi si suddividono in quattro macro aree: Agon, Alea, Mimicry e Ilinx.
Alla categoria “Agon” sono riconducibili i giochi di competizione. Le emozioni prevalenti che scatenano sono legate al bisogno di primeggiare, all’ambizione personale, al gusto per la sfida e per il superamento degli ostacoli, al desiderio di misurarsi. La molla del gioco è la ricerca della vittoria, della supremazia sugli altri. Ma non è esclusa la presenza di elementi cooperativi, anche se sono legati al formarsi di alleanze funzionali alla sconfitta degli avversari. Le variabili dei giochi di Agon si situano quindi sull’asse della struttura: cooperazione – competizione. Alla categoria “Alea” appartengono i giochi in cui bisogna vincere non un avversario ma il destino, imparando ad affrontare la tensione dell’attesa e a ricercare il favore della sorte. Le emozioni correlate a questi giochi sono: pazienza, attesa, ricerca del favore del destino, gusto per l’inventiva, capacità di far fronte all’imprevisto e amore per l’improvvisazione. L’abilità del partecipante consiste nel trarre il miglior partito possibile da una situazione che non si è creata, o da vicende che si possono dominare solo in parte. I giochi di “Mimicry” sono quelli che riguardano la simulazione e l’imitazione. E’ una categoria molto creativa, che sollecita il piacere della segretezza e quello di sperimentare liberamente atteggiamenti e comportamenti inusuali. Le variabili in questo caso si situano sull’asse della maggiore o minore capacità di immedesimazione. Infine appartengono alla categoria “Ilinx” i giochi che implicano la perdita di punti di riferimento, lo spaesamento. Rientrano in questa categoria le attività sulla percezione, in cui il cambiamento di punti di vista genera disorientamento. Le variabili dipendono stavolta dal maggiore o minore grado di disorientamento.
I giochi che utilizzo di più sono quelli che rientrano nella categoria “Agon”, anche se non sono particolarmente favorevole all’agonismo e alla competizione. Secondo me all’interno di un gruppo, ogni soggetto deve trovare una propria gratificazione. Anche se riconosco che in certi casi la competizione può essere utile e necessaria. Trovo comunque che sia molto stimolante una riflessione sulle modalità della competizione e della cooperazione.

Come vengono accolti i giochi dai partecipanti? Con timore e sospetto, oppure con curiosità e serenità? In tale contesto, c’è differenza di comportamento fra manager, quadri e dipendenti?
In vent’anni di esperienza devo dire che non mi è mai capitato di trovare gruppi che si sono rifiutati di giocare, o che non hanno accettato le regole dei giochi proposti. La bravura del formatore sta nel trascinare a sé un’ampia maggioranza; gli altri membri del gruppo aderiranno al gioco per “effetto contagio”.
Talvolta mi è capitato di incontrare diffidenza in alcune persone singole. Ho lasciato che si chiamassero fuori dal gioco, pur rimanendo nel gruppo quali osservatori. La mancanza di forzature da parte mia, ha poi invogliato la loro partecipazione. Alla fine si sono infatti lasciati coinvolgere dal gruppo.
Quanto a presunte differenze di comportamento fra manager, quadri e dipendenti, personalmente non ho trovato resistenze al gioco più forti nei livelli più alti della carriera. Semmai mi è capitato di osservare una certa soggezione del formatore nel rapportarsi al manager.

Il team che partecipa all’attività didattica matura anche competenze che non sono direttamente riconducibili al gioco e alle intenzioni del conduttore?
Senz’altro sì. Come uno stesso film genera in ciascuno di noi riflessioni diverse, così nel gioco ognuno trae conclusioni individuali, oltre a quelle cui perviene il gruppo. Ogni persona ha infatti una storia e un vissuto propri.

Consigli che si sente di dare?
Uno solo: provate a giocare, anche se avete dei dubbi! Cercate di scegliere il gioco che vi spaventa meno e vi convince di più. E mettetevi in una situazione di agio. Il gioco è un’esperienza che vale la pena di essere vissuta!

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