giovedì 09 settembre, 2010

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Francesco Pettenon

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pettenon_francesco_post«La tecnologia è come il vento e l’azienda è la nostra barca a vela. Il vento non si può cambiare. Perciò lo skipper ha due possibilità davanti a sé: o sfrutta il vento mettendolo a poppa in modo da correre speditamente; o si ostina ad andare contro vento, e così facendo non potrà che procedere a zig zag. Le aziende che non utilizzano le tecnologie scelgono questa seconda strada, molto meno efficace e soddisfacente della prima».

Così esordisce Francesco Pettenon, 35 anni, direttore commerciale estero di Fila Industria Chimica S.p.A. di San Martino di Lupari, in provincia di Padova. Figlio dei titolari Flavio Pettenon e Anna Strolego, il giovane Francesco sta cercando di “modernizzare” l’azienda di famiglia, che negli ultimi anni ha acquisito un respiro sempre più internazionale. Oggi Fila Industria Chimica ha 5 filiali e copre 60 diversi mercati. Da più di sessant’anni, si occupa di trattamento superfici. Sa pulirle, proteggerle, recuperarle, mantenerle belle come il primo giorno. Cotto, pietra, marmo, gres porcellanato, ceramica, legno: Fila ha sempre la risposta pronta, con una gamma completa di prodotti professionali per il trattamento delle superfici, raccomandati da più di 120 produttori di ceramica, pietre naturali e cotto.

Dottor Pettenon quale è stato il suo percorso di studi?
Mi sono diplomato al liceo scientifico Giorgione a Castelfranco Veneto, in provincia di Treviso. Nel 2000 mi sono laureato all’università di Padova in Scienze Politiche a indirizzo economico. Mentre studiavo all’università, nel 1996, ho aderito al programma Erasmus per 5 mesi, andando a studiare in una Fachhochschule a Fulda in Germania. Dal 2005 al 2007 ho studiato Economia all’università del Kansas, dove ho frequentato un master executive MBA.

Essendo figlio di due imprenditori, fin da piccolo ha respirato il clima aziendale. Ci racconta come ha mosso i suoi primi passi in azienda?
Mentre ancora studiavo all’Università, dal 1996 al 2001, seguivo aggiornavo e modernizzavo la comunicazione esterna nel nostro sito internet aziendale. E’ stata un’esperienza decisamente interessante per me, dato che nel sito vengono toccati un po’ tutti gli ambiti aziendali. Questa esperienza mi ha permesso di conoscere Fila Industria Chimica e le dinamiche interne, prima ancora di entrare a farvi parte in maniera effettiva. Ho smesso di occuparmi del sito quando mia sorella, che è laureata in marketing e comunicazione, ha iniziato a prenderlo in mano.
Nel settembre del 2000 in azienda si è aperta una posizione per l’Inghilterra e l’Irlanda. Ho quindi ricoperto la funzione di Area Manager con un portafoglio clienti e intrattenevo relazioni anche con la sede tedesca. Dal 2002 ho preso in mano anche la filiale tedesca, che era un po’ abbandonata al proprio destino. E infine, nel 2006, sono diventato Direttore Commerciale per l’estero, un ruolo che mantengo tutt’oggi.

Consiglierebbe ai giovani neolaureati un percorso di studio e/o di lavoro all’estero?
Sono esperienze che consiglierei senz’altro. Nelle università estere c’è meno teoria e più lavoro di ricerca; si impara a parlare in pubblico, a preparare un powerpoint e a usare la tecnologia, con meno dispendio di energie rispetto a quanto non avvenga da noi.
Quando sono partito per la Germania col programma Erasmus, conoscevo l’inglese e il francese ma non il tedesco. Sono partito ugualmente, dietro sollecitazione dei miei; per me è stata una sfida. Ho fatto un corso di tedesco prima della partenza e seguito corsi di lingua in loco, ma sono stati 5 mesi duri. C’erano pochissimi italiani e io sono riuscito a cavarmela con la lingua solo quand’era ora di rientrare in Italia. Ma una esperienza sfidante come quella che ho fatto, aiuta a capire culture diverse dalla nostra e spinge ad acquisire una vision internazionale. Permette di farsi una propria idea sulle Organizzazioni. E soprattutto aiuta a togliere di dosso quella “arroganza tipicamente italiana” di pensare che il prodotto sia esportabile così com’è. Mentre invece deve adattarsi alle usanze, alla cultura, al luogo in cui viene venduto.
Dall’esperienza lavorativa in Germania ho imparato molto: i Tedeschi hanno una mentalità molto rigida e ferma. E’ interessante fare tesoro del loro sistema di condivisione delle informazioni all’interno dei gruppi di lavoro; copiare i loro brainstorming; analizzare ed ereditare la chiarezza dei ruoli e delle responsabilità attribuite a ciascun lavoratore; fare propria la loro intransigenza nell’applicazione di un metodo e nella cadenza regolare dei controlli. In tutti questi aspetti i Tedeschi sono formidabili!

filachemical_postCi può illustrare il ruolo che ricopre oggi nell’azienda di famiglia? Quali sono le sue mansioni quotidiane?
Fra le mie mansioni c’è la gestione dell’esistente quanto a fatturato, soddisfazione del cliente, supporto commerciale, controllo, inserimento e formazione. Mi occupo di portare avanti trattative particolari e delicate.
Oltre alla gestione dell’esistente, ricopro la funzione di Area Manager nei Paesi dove non c’è una figura preposta a questa mansione. E questo mi porta a viaggiare circa 100 – 120 giorni all’anno.
Infine ho sulle spalle tutta la gestione organizzativa, che è preponderante rispetto all’aspetto commerciale.

Quali requisiti caratteriali e professionali reputa indispensabili per ricoprire al meglio la sua funzione aziendale?
Per quel che concerne il carattere, a mio avviso, sono requisiti fondamentali: l’umiltà; la capacità d’ascolto e di mettersi a disposizione degli altri; la determinazione; l’empatia; il saper leggere i comportamenti; la curiosità e l’apertura mentale; un forte spirito di autocritica.
Dal punto di vista professionale invece, è indispensabile saper parlare fluidamente almeno due lingue (tra cui l’inglese), se non tre. Mi è capitato infatti di notare che, in fase di selezione, chi conosce bene le lingue passa avanti ad altri candidati meglio preparati dal punto di vista tecnico. Aver fatto una esperienza di studio e di lavoro all’estero è altrettanto fondamentale. A livello formativo è bene, oltre alla laurea, seguire un master MBA. Io, però, consiglio di frequentare un MBA dopo due o tre anni di lavoro, non subito dopo la laurea; perché a mio avviso lo si apprezza di più!

Quali consigli si sentirebbe di dare ai giovani che volessero tentare la sua stessa carriera?
A mio avviso sono necessari: una preparazione culturale, acquisibile con la laurea ed eventuali Master; un’esperienza universitaria all’estero di almeno 6 mesi e una seconda lavorativa – sempre all’estero – per almeno 6 mesi; la conoscenza di almeno 2 lingue, oltre all’italiano; una certa dimestichezza con l’informatica; curiosità e tenacia. Quando si entra in azienda con un bagaglio così cospicuo – per minimizzare gli attriti con chi è inserito da più tempo – è importante capire come si lavora, guardandosi attorno sempre con curiosità e voglia di imparare e facendo tesoro dell’esperienza altrui. Prima si impara dagli altri lo status quo, poi lentamente sarà possibile apportare i miglioramenti che si ritiene utili.

Come si tiene aggiornato e competitivo nel mercato del lavoro?
Trovo molto utile frequentare master e corsi tecnici da un lato e attività di team-building in outdoor training dall’altro. Dopo due anni che lavoravo in azienda sono andato a fare un corso di un mese a San Diego in un campus universitario americano. Quattro settimane di lezioni frontali, ricerca e visite in azienda, nel campo delle risorse umane, della produzione, del marketing e della finanza. Nel 2002, per 12 weekend, ho frequentato un Master al Cimba di Asolo, grazie al quale ho approfondito alcuni aspetti del mondo HR, produzione, marketing, comunicazione e presentazioni in pubblico.
E’ stato in quel periodo che ho partecipato ad attività di team-building in outdoor training. E quest’esperienza mi ha permesso di capire quanto sia fondamentale aver fiducia nelle persone della propria squadra. E quanto sia importante la comunicazione e la condivisione dei valori. L’esercizio consisteva nel lasciarsi cadere di schiena a un metro d’altezza, confidando nel fatto di essere accolti tra le braccia di uno o più membri del gruppo. Riuscire a fare questo esercizio significava fidarsi dei propri compagni. Non tutti sono riusciti. Consiglierei di partecipare a queste attività in outdoor training a dipendenti, collaboratori e dirigenti di tutti i livelli aziendali, perché sono davvero utili!

Dottor Pettenon, ci può segnalare i libri o i film che l’hanno “formata”, ai quali in qualche modo si sente “debitore”?
Film non me ne vengono in mente. Mentre di libri ce n’è più d’uno. In primis citerei il testo scritto da Chan e Renée: “Strategia oceano blu”, che esemplifica bene come apportare idee nel lavoro di squadra. Poi, direi: “La vendita”, edito dal Sole 24 Ore, dal quale si possono trarre spunti interessanti per superare il disallineamento fra settore marketing e commerciale in azienda. E Goldratt, Eliyahu M., Jeff Cox: “The Goal: A Process of Ongoing Improvement”, molto utile per capire tutto ciò che riguarda la gestione aziendale. Tra gli strumenti di formazione utili citerei però anche la rivista “Harvard Business Review” e il sito internet www.manager.it che fornisce strumenti pratici per le aziende.

Un’ultima domanda. In tempo di crisi, le aziende quali accortezze devono prendere, a suo avviso?
La crisi economica è un momento particolare per le aziende, che devono lavorare sui processi, rimettendo in discussione i modelli aziendali. E’ il momento di riflettere, di mettersi in discussione, di capire cosa non va e perché l’azienda risente della crisi. Non è il momento di auto-commiserarsi. Bisogna imparare a rileggere la crisi come un’occasione per l’azienda di riflettere su sé stessa, trovare nuova linfa vitale e “risorgere” a nuova vita.

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