7 febbraio 2012

“Dirigenti disperate”

lupi_dirigentidisperate_postFamiglia o carriera, figli o successo? Secondo Chiara Lupi, autrice del libro “Dirigenti disperate” (edito da Este), non bisogna per forza scegliere. Quello della Lupi – 42 anni e due figli, ma anche un ruolo di Direttore Editoriale della casa editrice Este e di Direttore Responsabile della rivista Sistemi&Impresa – non vuole essere, però, un manuale di sopravvivenza per mamme-manager, ma piuttosto un’analisi lucida dei motivi che portano a “perdersi” tra lavoro e vita privata: su tutti, la “mania di perfezione” tipica delle donne italiane e l’incapacità di fissare una scala di priorità. Perché la consapevolezza che una mamma in carriera non può arrivare dappertutto è il primo passo alla “ricerca della conciliazione”.

Chiara Lupi si è costruita una solida esperienza di giornalismo business-oriented collaborando per un decennio con quotidiani e testate focalizzati sull’innovazione tecnologica e il governo digitale. Dal 2006 è direttore editoriale della casa editrice Este, specializzata in edizioni dedicate all’organizzazione aziendale. È direttore di Sistemi&Impresa, rivista che declina il tema dell’innovazione organizzativa dal punto di vista della sua effettiva implementazione in azienda, in connessione con i sistemi tecnologici e logistici. Si occupa anche del coordinamento editoriale di Persone&Conoscenze, rivista rivolta a chi gestisce professionalmente le risorse umane, dove pubblica una rubrica dedicata al management femminile che ha ispirato il libro “Dirigenti disperate”.

Dottoressa Lupi, partiamo dal titolo del libro, “Dirigenti disperate”: è davvero così difficile per una donna conciliare ambizioni personali e famiglia?
È una sfida dei nostri tempi. Intraprendere un percorso di carriera implica dedizione, impegno, sacrificio. La famiglia altrettanto. È importante fare, consapevolmente, delle scelte. Privarsi dei sensi di colpa e rendersi conto che non si può far tutto. Posto che il tempo dedicato al lavoro è molto, le aziende per cui lavoriamo sono sempre più demanding. Siamo misurati tutti, uomini e donne, sui risultati che portiamo, dobbiamo rinunciare a dedicarci ad attività che molto hanno a che fare con la nostra identità femminile. Mi riferisco ad esempio alla cura della casa. Le donne devono imparare a fidarsi delegando lavori che rubano energie e, col tempo, responsabilizzare i figli rendendoli più autonomi.

Lei quanto si sente “disperata”?
Il titolo del libro porta con sé il senso con il quale ho affrontato questo percorso. Le donne, secondo me, devono prendersi un po’ meno sul serio, disperarsi un po’ meno se non riescono a far funzionare tutto come vorrebbero. Io non mi sento disperata perché, consapevolmente, avendo dei figli e un impegno professionale totalizzante, ho rinunciato ad avere del tempo per me. Almeno in questa fase della vita in cui i miei figli hanno più bisogno della mia presenza.

Ci spiega cos’è la “ricerca della conciliazione”?
Quando si ha un lavoro che richiede un impegno che va ben al di là delle classiche 9-18, conciliare significa portare avanti il proprio percorso professionale riuscendo a presidiare tutto ciò che riguarda la sfera familiare. Potendo contare su aiuti e su una rete familiare a supporto, conciliare significa riuscire, pur dedicando la maggior parte delle nostre energie al lavoro, a stare vicino alle persone che hanno bisogno di noi. Non facendo mai mancare loro il nostro supporto.

Le statistiche dicono che in Italia il 20% delle donne lascia il lavoro dopo il primo figlio. Lei di figli ne ha due ma non ha abbandonato la carriera. Si era preparata in qualche modo all’impatto della nuova “doppia vita”?
Nel mio caso la maternità non ha interrotto la mia carriera. I miei figli – se consideriamo l’età media delle primipare nel nostro Paese – sono nati quando ero giovane, avevo da poco terminato l’università e non mi ero ancora buttata a capofitto nel lavoro. Oggi è più naturale che i figli arrivino più tardi, nel bel mezzo di un percorso di carriera. Ma, come dimostrano le testimonianze del libro, se c’è la determinazione a portare avanti un progetto professionale, ci si organizza. E le donne sono maestre in questo.

Nel suo libro afferma che la “mania di perfezione” tipica delle donne italiane spesso si riflette in maniera negativa sul loro lavoro e la loro autostima.
Diciamo che gli uomini osano di più e, se sbagliano, vivono questa esperienza in maniera meno traumatica. Una donna, atavicamente abituata ad avere la responsabilità della sfera familiare, e non soggetta a valutazione, anche perché quel lavoro lo sa fare bene, nel momento in cui entra in azienda è meno abituata a queste dinamiche. Ed è portata a dedicare energie spropositate per curare dettagli di cui magari nessuno nota l’importanza. Un apprezzamento negativo è spesso considerato poi alla stregua di un giudizio universale. Mentre invece, rispetto a questo, ci vorrebbe forse più equilibrio.

Esiste una “cura” per questo “male”? Come deve lavorare una donna su stessa per migliorarsi da questo punto di vista?
Bisogna partire dalla consapevolezza che la ricerca della perfezione non è indispensabile, anzi, può risultare deleteria per riuscire a centrare gli obiettivi. È importante, invece, avere chiara una scala di priorità. E poi le donne devono osare di più, perché spesso agiscono solo se certe del loro background. Devono trovare la voglia di buttarsi, senza rifletterci troppo.

Ha scritto: “oggi fare le mamma presuppone qualità e doti del tutto simili a chi ricopre ruoli di responsabilità all’interno di un’organizzazione”. Quali doti devono essere sviluppate al meglio per avere successo in entrambi gli ambiti, familiare e aziendale? Una delle parole-chiave sembra essere “priorità”…
È così. È fondamentale capire cosa si può delegare e cosa no. E, soprattutto, selezionare le persone giuste. Le tate alle quali affidiamo i nostri figli e i collaboratori a cui deleghiamo tutto ciò che può essere affidato loro. È importante capire quando è necessaria la nostra presenza e quando invece la nostra assenza non sarà notata. Per questo è indispensabile ascoltare, percepire quel che succede intorno a noi. Magari nostro figlio ci perdona l’assenza a una recita ma c’è un giorno in cui potrebbe considerare un bel regalo trovarci fuori da scuola. Allo stesso modo ci sono situazioni in cui possiamo delegare un compito e altre in cui la nostra presenza è richiesta.

Provando a essere marzulliani, essere donne di successo aiuta a diventare madri migliori o essere brave mamme aiuta a migliorarsi nel lavoro?
Diciamo che una brava mamma è per forza di cose una persona equilibrata. E possiede anche, di solito, una buona capacità organizzativa. Queste qualità sono certamente utili in ambito professionale. Detto questo non mi sento di affermare che una donna di successo sarà necessariamente anche una brava mamma o che una mamma può avere una marcia in più semplicemente perché si sa organizzare. Il mestiere di genitore poi è talmente complicato che non mi sento di azzardare giudizi. Magari ci fosse un corso… Certo, poiché – come si dice – più  dell’educazione conta l’esempio, trasmettere ai figli l’importanza di portare avanti un percorso professionale che riflette le nostre passioni, trasmettere l’importanza dell’impegno, del sacrificio e dell’importanza di ricavare soddisfazioni dalla propria sfera professionale, oggi credo sia davvero fondamentale.

Dal libro emerge che le donne tendenzialmente faticano a lavorare in squadra. Perché, secondo lei?
Perché non sono abituate a farlo. Una situazione che per forza dovrà modificarsi, visto che la presenza femminile all’interno delle organizzazioni aumenta sempre di più. Fondamentale, ancora una volta, è sviluppare una buona capacità di ascolto, interpretare i bisogni degli altri e imparare a fidarsi. Credo il segreto sia riuscire a costruire un clima di fiducia reciproca.

La seconda parte di “Dirigenti disperate” è dedicata alle interviste ad altre donne di successo. Tante esperienze, tante scelte difficili, tanti punti di vista. C’è qualcosa di questi racconti, qualche “trucco” magari, che ha cercato di far suo nella vita di tutti i giorni e che vuole condividere con i nostri lettori e, soprattutto, lettrici?
Gli spunti che si ricavano dalla lettura delle interviste sono molti. Alla base di tutto emerge che è necessario ‘guardarsi dentro’ e capire quale è il nostro progetto di vita. Se davvero non vogliamo rinunciare a metterci in gioco, trovo illuminante chi esorta a liberarsi dall’incubo della perfezione domestica, chi esorta a delegare con più serenità tutte le incombenze che ci rubano energie. E poi smetterla di lasciarsi schiacciare dai sensi di colpa perché  – come si legge in una testimonianza – i figli crescono, nonostante i genitori.

Speak Your Mind

*