La fatica degli allenamenti e l’impegno di una vita familiare molto movimentata. La quotidianità di Giorgio Di Centa, 37 anni, due medaglie d’oro nello sci di fondo alle Olimpiadi invernali del 2006 e tanti altri successi in bacheca, è da sempre all’insegna del duro lavoro. Che si tratti dei quattro figli da gestire o della preparazione in vista della prossima gara, il campione friulano è abituato a non fermarsi mai. «Quando parti spento e arrivi alla fine della giornata pieno di energie allora sì che hai lavorato bene», spiega l’atleta azzurro. L’allenamento, dunque, come spinta fisica e mentale per migliorarsi e puntare a grandi traguardi. Quelli che Di Centa non vuole smettere di inseguire.
Giorgio Di Centa, nel suo palmares spiccano i due ori olimpici ai Giochi di Torino del 2006. A tre anni di distanza da quei successi, che obiettivi sente ancora di avere?
Dopo Torino, ho deciso di continuare per un altro quadriennio, quindi voglio arrivare alla prossima Olimpiade (Vancouver 2010, ndr) e ben figurare. Cosa significa “ben figurare”? Sarebbe bello portare ancora a casa degli ori, ma mi basterebbe almeno andare a medaglia. In ogni caso, l’anno dopo le Olimpiadi di Torino mi sono focalizzato soprattutto sui titoli assoluti italiani, arrivando a quota 18. Ora l’obiettivo della mia carriera è raggiungere il record, ne vorrei 23-24. E poi c’è ancora la vittoria in Coppa del Mondo che mi manca: l’anno scorso l’ho solo sfiorata. Sento in me tanta forza mentale e fisicamente sto bene, ma devo anche tenere conto della mia età. Mentre nel mondo del lavoro questo fattore ha un peso relativo, nello sport è un limite che bisogna considerare.
A 37 anni ha già una lunga carriera e molti trionfi alle spalle. Un atleta della sua esperienza dove trova la motivazione per continuare ad allenarsi duramente tutti i giorni?
Credo di averla nel DNA, è di famiglia. Dai 30 anni ad oggi è stato uno stimolo continuo, perché ho ottenuto risultati sempre più importanti. Nei dieci anni precedenti avevo avuto sì una crescita, ma è grazie all’argento di Salt Lake City nel 2002 che ho trovato fiducia in me stesso e grande voglia di continuare a migliorare. In famiglia tutti mi dicono “finché ce la fai, perché dovresti smettere”? E, in effetti, finché riuscirò ad andare forte, continuerò. Non mi dispiace fare fatica.
Parliamo proprio dell’allenamento. Secondo lei, per ottenere il massimo da se stessi con quale mentalità bisogna approcciarsi al lavoro quotidiano?
Bisogna essere dei grandi professionisti, maniacali fino al punto giusto. Io, per esempio, ho una certa esperienza alle spalle e conosco bene il mio corpo, ma sento di dover migliorare continuamente la mia tecnica. Per fare questo serve la voglia di imparare, di mettersi sempre in discussione, verificando giorno dopo giorno il proprio rendimento.
Quando sente di aver fatto un “buon allenamento”?
Quando sento di avere la pace interiore. Dopo le due medaglie d’oro di Torino ho dovuto viaggiare molto per vari impegni e in quella stagione non sono andato forte. Avevo la testa troppo impegnata: arrivavo all’inizio dell’allenamento pieno di adrenalina, ma alla fine ero spento. Credo, al contrario, che quando parti spento – magari sbadigliando – e arrivi alla fine della giornata pieno di energie allora sì che hai lavorato bene.
I giorni e le ore prima di una gara importante: un incubo per molti atleti. Lei come riesce a gestire l’ansia? E’ giusto sentire un po’ la pressione oppure è meglio liberare completamente la testa?
A Torino, per esempio, ho sentito molto la pressione: eravamo in Italia, c’erano grandi attese e dovevo fare risultato. In quel caso, però, ho gestito bene il momento, dimostrando di saper restare lucido anche in una situazione di forte tensione. Credo che l’importante sia avere degli schemi mentali che ti diano la tranquillità, la consapevolezza di esserti preparato al meglio. La parola chiave potrebbe essere “autostima”, ma è qualcosa che si acquisisce solo con l’esperienza.
Dovendo scegliere, nei suoi successi è stata più decisiva la preparazione atletica o quella mentale?
Se proprio dovessi scegliere, direi che in diverse occasioni l’aspetto mentale è stato determinante. Torno per un attimo al periodo post-Olimpiadi 2006: io pensavo di fare bene, ne ero davvero convinto, ma in realtà non riuscivo ad avere un buon approccio agli allenamenti. Non ci ero più abituato proprio da un punto di vista mentale.
A Torino ha vinto un oro olimpico nella staffetta 4×10 chilometri. Far parte di un team che difficoltà e che vantaggi comporta? Secondo lei, è necessario che ci sia un leader all’interno del gruppo? Che caratteristiche deve avere?
Sicuramente uno svantaggio è che senti di più la responsabilità, perché se fai male tu, metti in difficoltà anche gli altri. Però il momento del successo di gruppo è molto molto appagante: è bellissimo condividere la gioia con tutti, nel nostro caso anche con i tecnici. Per quando riguarda la figura del leader, io credo che ne serva uno all’interno della squadra. Il problema semmai è quando ci sono più persone che si sentono tali… Comunque, il leader deve essere un riferimento per il gruppo, deve fungere da stimolo continuo al miglioramento. E poi bisogna saper essere cinici alcune volte, dicendo le cose come stanno, specialmente se gli altri non stanno svolgendo bene il proprio lavoro.
Ci dica la verità: le ha dato più soddisfazione la vittoria nella staffetta o l’oro individuale nella 50 chilometri?
Non ho ottenuto moltissimi successi individuali nella mia carriera e quindi il trionfo nella 50 chilometri è stato davvero un momento incredibile per me. Anche l’oro nella staffetta mi ha dato tanta soddisfazione, ma se devo scegliere dico l’oro individuale. Mi mancava una grande vittoria in singolo.
Fin qui abbiamo parlato dei suoi trionfi. Ma le sconfitte che sapore hanno per lei? Meglio cancellare tutto e ripartire oppure riflettere a lungo sull’insuccesso?
Credo dipenda dal carattere delle persone. Io sono molto obiettivo, per questo riesco a mettere subito da parte le sconfitte. Se penso agli errori che ho fatto è solo perché non voglio commetterli un’altra volta. Ricordo, però, che alle Olimpiadi del 2006 ero arrivato quarto alla prima gara. Mi sentivo un po’ giù di morale e alla sera ho chiamato mia moglie. Le ho chiesto: “mi vorresti ancora bene se tornassi a casa senza medaglie?”. Lei ovviamente mi ha risposto di sì e da quel momento sono riuscito ad affrontare le altre gare con serenità, portando a casa due vittorie.
Già, lei non è solo un grande atleta ma anche un uomo molto attaccato alla famiglia. A volte avere una moglie e dei figli può essere un ostacolo verso il successo, perché per lei non è un problema?
Direi che non è vero che avere una famiglia non mi crea delle difficoltà… Dopo Torino, io e mia moglie abbiamo avuto un altro bambino, il quarto. Posso assicurare che gestire quattro figli non è affatto facile, richiede un impegno enorme. Allo stesso tempo, però, la famiglia mi dà una grande forza per la mia carriera sportiva. Del resto, quando arrivo ai raduni per me è facilissimo trovare la concentrazione, visto che a casa solitamente c’è il finimondo…
Se dovesse racchiudere in una parola il segreto del successo?
Credere. Se una persona sa di essere veramente portata per uno sport o per un lavoro, deve avere la tranquillità e la convinzione che prima o poi riuscirà a fare la carriera che merita. L’importante è avere costanza nel lavoro quotidiano ed essere disposti a fare dei sacrifici in vista dell’obiettivo finale.
La redazione di Profumo di Carriera vuole unirsi alle felicitazioni per Giorgio Di Centa, che proprio in questi giorni ha ricevuto l’investitura quale portabandiera azzurro alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi Invernali di Vancouver 2010.


