18 febbraio 2011

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Lorenzo Bernardi

bernardi_lorenzo_postLa sua nuova avventura da allenatore è cominciata subito con una vittoria ai Giochi del Mediterraneo, alla guida della Nazionale B di volley, nel luglio scorso. Ora, però, Lorenzo Bernardi si prepara ad affrontare la sua prima vera stagione in panchina come coach della Pallavolo Padova, solo qualche mese dopo aver smesso la divisa da giocatore. Tante le attese e le pressioni, ma nulla che possa spaventare il “miglior pallavolista del XX secolo”. In fondo, ce lo ricorda lui stesso: «Io sono Lorenzo Bernardi». Un nome e un cognome che insieme significano duro lavoro, mentalità vincente e leadership. Quasi una garanzia di successo.

Lorenzo Bernardi, ovvero – secondo la Federazione Internazionale della Pallavolo -  il miglior giocatore di volley del secolo scorso. Ci dica, qual è l’obiettivo adesso? Diventare il miglior allenatore di questo secolo?
No, diciamo che non ce l’ho in testa come obiettivo. Però sono ambizioso di carattere e i risultati che voglio ottenere lo sono di conseguenza. Per essere un grande allenatore ovviamente bisogna avere anche una grande squadra e io penso solo ad obiettivi raggiungibili, ma sempre all’insegna di un miglioramento costante. Poi, se questo vorrà dire che un giorno riuscirò a diventare uno dei migliori allenatori in circolazione, ben venga.

Quest’anno è passato dal campo alla panchina praticamente senza soluzione di continuità. Un cambiamento così importante e improvviso può anche spaventare: a lei che effetto ha fatto? Come ha affrontato le difficoltà iniziali?
Le ho affrontate come tutti fanno nel proprio lavoro. Naturalmente ho dovuto confrontarmi con problemi più piccoli e problemi più grandi, ma li ho superati senza particolari difficoltà. Avevo in testa già da parecchio tempo di fare l’allenatore e quindi mi sono sentito subito a mio agio in questo ruolo. L’importante, secondo me, è sapere bene a cosa si va incontro.

Al di là delle questioni tecniche, per un coach è fondamentale la gestione del gruppo. Come si è preparato da questo punto di vista?
La gestione del gruppo è sicuramente l’aspetto più difficile. Per prepararmi ho letto dei libri e mi sono confrontato con tantissimi allenatori, anche di altri sport. Inoltre, cerco di ricordare, di rivivere le situazioni di quando ero giocatore, guardandole però con gli occhi di adesso, da allenatore. Devo dire, comunque, che ho un carattere molto forte e credo di non avere debolezze da questo punto di vista.

Motivazione, spirito di squadra, applicazione. Secondo lei, su quale di questi aspetti è più importante lavorare per “entrare nella testa” di una squadra?
L’applicazione al primo posto. Se una persona è determinata sotto questo aspetto, allora avrà anche grande motivazione. Applicarsi, però, non significa solo cosa fai in palestra o in ufficio, ma anche come arrivi, come ti prepari al lavoro quotidiano.
Lo spirito di squadra, comunque, viene subito dopo ed è più importante anche degli aspetti tecnici o tattici. Come ho già detto, io non posso diventare un grande allenatore senza una grande squadra. Allo stesso modo, senza dei compagni forti non sarei stato il miglior giocatore del XX secolo.

Come allenatore ha subito ottenuto la medaglia d’oro ai Giochi del Mediterraneo. Insomma, lei conosce il segreto per trasmettere la mentalità vincente: ce lo può svelare?
Non credo sia difficile trasmetterla, l’importante semmai è capire cosa significa realmente essere vincenti. Per come la vedo io, è un concetto a 360 gradi. Si è vincenti quando si lavora bene tutti i giorni, quando ci si prepara bene fuori dalla palestra o dall’ufficio, quando si fanno i sacrifici e non si vive di alibi.
Ripeto, è fondamentale però capire cosa ognuno intende con “mentalità vincente”. Quando vado alle conferenze a parlare, io come esempio faccio sempre vedere il punto della vittoria che ho realizzato nella finale del Mondiale di Rio de Janeiro nel 1990. Ma non per sottolineare che ho fatto io il punto decisivo, bensì per mostrare come tutta la squadra intervenga in quell’azione. È tutto il contesto che deve essere vincente.

bernardi_lorenzo_post1Parliamo di leadership: imporsi come guida di un team, anche per un manager d’azienda, non è impresa semplice. Il suo consiglio per riuscirci?
Devi sempre dare l’esempio, questa è la prima regola. Non puoi mai essere in difetto nei confronti del gruppo, dal più piccolo particolare agli aspetti più importanti. Un esempio che potrei fare si riferisce a quando giocavo io con il club e con la nazionale: i migliori allenatori che ho avuto, quelli che considero dei veri leader, a tavola avevano lo stesso menù dei giocatori. Non prendevano, che so, una bottiglia di vino particolare o altro. Mangiavano e bevevano le stesse cose che prendevamo noi giocatori.

L’allenatore-manager: è una figura in cui si riconosce? E’ questo il futuro della pallavolo e dello sport, in generale?
Credo moltissimo in questa figura, perché rappresenterebbe un enorme salto di qualità per lo sport. Non è un caso che allenatori-manager come Ancelotti, Mourinho o Ferguson nel calcio, così come Ettore Messina nella pallacanestro, abbiano ottenuto e continuino ad ottenere grandi risultati. L’allenatore-manager ha sotto controllo tutto, il suo è un ruolo focale. Io ci credo molto, anche se in Italia le società non sono molto propense in questo senso.

Quanto è forte l’influenza dei suoi vecchi coach sull’allenatore che è oggi? In cosa vorrebbe somigliare loro di più e in cosa di meno?
Partendo dal presupposto che ognuno di noi è diverso, ho cercato di prendere qualcosa di positivo da tutti gli allenatori che ho avuto. A partire da Velasco, che ha rappresentato una svolta radicale nella mia storia professionale, passando per Montali, Bagnoli, Anastasi… Ho colto degli aspetti positivi anche dai coach con cui non mi sono trovato bene. Io, comunque, cerco di essere me stesso, non mi sento un “miscuglio” dei miei vecchi allenatori.

Non ci ha ancora detto in cosa vorrebbe somigliare meno ai suoi “maestri”…
Io sono Lorenzo Bernardi. Sinceramente non capisco chi dice “voglio fare come questo o come quello”. È vero, spesso ripenso a come i miei allenatori affrontavano determinati momenti di difficoltà, ma poi cerco di sviluppare una soluzione con la mia testa. In ogni caso, ritengo che saper “copiare” il meglio degli altri non sia un difetto. Alcune cose si possono rielaborare, altre si prendono pari pari. Nello sport, come in altri campi, non è sempre possibile re-inventare tutto da capo. Se devo sostituire la gomma della macchina, copio quello che fa il gommista. Non ci sono altri modi.

Dove sarà Lorenzo Bernardi tra 10 anni?
Su una panchina. Ma non vi dico quale.

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