“Un talento per la politica” | Intervista all’autore Fabio Padovan
Far emergere i talenti con il coaching significa creare nelle persone la consapevolezza delle proprie capacità e abilità, ma anche insegnare loro ad “agire la giusta identità” nei diversi contesti. «Cosa succederebbe se un manager, un imprenditore o un politico si comportasse come un padre di famiglia nei confronti dei suoi collaboratori? Egli non sarebbe più in grado di rimproverare, responsabilizzare o dire di no», ci spiega con un esempio Fabio Padovan, autore insieme a Nicoletta Lanza del libro “Un talento per la politica. Sviluppare la persona con il coaching” (edito da FrancoAngeli). Il ruolo e la persona: non più due modi diversi di essere, dunque, ma un’unica identità da “agire”.
Fabio Padovan e Nicoletta Lanza, sono coach e trainer di Formenergy, il network di consulenti specializzati che si occupa di coaching e di formazione avanzata per le aziende e per il mondo della politica. Da anni sono impegnati nell’ambito dello sviluppo manageriale, nella ricerca, nella creatività e nell’innovazione delle metodologie per far emergere talenti. Nicoletta Lanza è anche autrice del libro “Essere coach. Lavorare con l’esperienza“, edito da FrancoAngeli.
Dottor Padovan, ci descrive lo scopo e i contenuti di “Un talento per la politica”?
Questo libro nasce da un confronto tra due coach-formatori che tutti i giorni lavorano per migliorare le competenze trasversali di manager, imprenditori e professionisti sia pubblici che privati. Ci siamo chiesti: perché un politico non dovrebbe migliorare le sue capacità gestionali? D’altronde i sindaci, gli assessori, gli onorevoli, i senatori, i consiglieri e presidenti hanno tutti i giorni a che fare con la gestione del tempo, la leadership, la delega, la crescita e la motivazione del loro staff, la gestione delle emozioni e dello stress. Perché quindi non migliore queste capacità e diventare un manager della politica per essere più efficienti e raggiungere meglio i propri obiettivi?
Che cosa significa far sbocciare un talento? Su quali componenti bisogna lavorare di più?
Ognuno di noi possiede delle doti naturali che usa in maniera inconscia nella propria esperienza professionale e di vita. Creare consapevolezza dei propri talenti significa riconoscersi alcune abilità. Ciò permette di iniziare a lavorare sui propri punti di forza e utilizzarli al meglio, sfruttando le proprie capacità/abilità. Ogni persona ha delle abilità diverse e il punto più importante è capire quali sono. Il coach ha questo ruolo, fare da specchio e far vedere meglio quelle che ognuno di noi esercita con i comportamenti di ogni giorno.
Nel libro lei sottolinea l’importanza degli “aspetti emozionali dell’intelligenza”. Ci può chiarire questo concetto?
Ogni persona agisce in maniera razionale ed emozionale. L’intelligenza razionale è il sapere, la conoscenza e le competenze acquisite con lo studio, con l’esperienza; l’intelligenza emozionale, invece, riguarda il saper ascoltare le proprie emozioni e sentire il proprio stato d’animo per poter utilizzarlo al meglio in situazioni di benessere, stress, conflitto… Una persona può essere molto colta dal punto di vista razionale ma al tempo stesso può essere un vero disastro nel gestire le sue emozioni e le sue capacità relazionali ed empatiche. È importante avere un buon equilibrio tra competenze razionali ed emozionali.
E i sogni? Che spazio devono avere in un percorso di carriera?
È importante avere degli obiettivi e delle aspirazioni. L’esperienza aiuta sempre molto perché permette di capire se quel desiderio o sogno nel cassetto è quello tagliato su misura per una persona oppure no. Fare diverse esperienze dà la possibilità di toccare con mano degli ambienti e delle professionalità che non si conoscono e – talvolta – nella nella fantasia si sopravvalutano. Questo succede sia in azienda che in politica. A volte solo a fronte di molte esperienze si può capire se quel percorso è adatto a noi oppure no.
I passaggi generazionali. Perché attraverso il coaching è più facile gestire questi momenti di transizione?
Il coach ha una visione esterna e priva di giudizio. Questo gli permette di vedere quali sono i comportamenti e i linguaggi adottati in un determinato contesto. Molto spesso le persone dicono una cosa e mettono in atto l’esatto contrario. È un’incongruenza o incoerenza che spesso evidenzia delle difficoltà o dei conflitti che possono essere di vari livelli, come un conflitto di valori, di identità di convinzioni ecc. Il coach osserva sia i comportamenti sia il linguaggio e accompagna la persona a cambiare dei comportamenti o abitudini semplici ma fondamentali in una fase di passaggio del testimone.
Un capitolo di “Un talento per la politica” è dedicato alla leaderhisp. Secondo lei, quali sono – in generale – le caratteristiche che contraddistinguono un leader?
Nel nostro libro abbiamo descritto la metafora del condottiero, cioè colui che riesce a guidare, motivare, coinvolgere un gruppo più o meno grande assegnando obiettivi, responsabilità e sviluppo a tutte le persone che gli stanno vicine. Il leader ha autorevolezza e quando lui non è presente le persone se ne accorgono.
Ma leader si nasce o si diventa?
Ognuno può sviluppare le sue capacità di leadership con l’aiuto di un coach.
Ha scritto: “Il coaching aiuta le persone a prendere coscienza dei propri valori, a sentirsi allineati con i propri comportamenti e pertanto a essere coerenti con se stessi ”. Come si concretizza questa presa di coscienza?
Ogni persona attua dei comportamenti in un ambiente, con delle capacità, con delle convinzioni personali, con dei valori e con una identità precisa. Se questi aspetti sono allineati, la persona riesce ad esprimersi in quel ruolo al meglio, altrimenti ci saranno sempre delle confusioni. Ad esempio, cosa succede se un imprenditore, un manager, un primario o un politico invece di “agire la propria identità” la confonde con quella del padre di famiglia? Nei rapporti con i propri collaboratori, piuttosto che con le segreterie, si avvertirà un senso paterno legato alla protezione, all’affetto, all’amicizia. Questi comportamenti impediranno all’imprenditore, al manager, o al primario di rimproverare, di responsabilizzare o dire di no ai suoi collaboratori. Ogni persona agisce identità diverse ed è importante agirle negli ambienti giusti.
Da coach, lei quando sente di aver raggiunto l’obiettivo con il suo coachee?
Succede quasi sempre ed è una grande soddisfazione. Il cambiamento viene sentito direttamente dal coachee che ci riporta i commenti delle persone a lui più vicine, come i suoi collaboratori, gli amici, i colleghi o il/la compagno/a. Cambiare un piccolo comportamento significa avvicinarsi di più alla propria identità di ruolo ed essere più “centrati” su valori, convinzioni e ambiente: questo permette alle persone di essere più serene, più efficienti utilizzando meglio le proprie energie e il proprio tempo.





