Se è vero che sport e aziende hanno molto in comune, probabilmente Pasquale Gravina rappresenta il perfetto anello di congiunzione tra questi due mondi. Già stella della pallavolo italiana (sia con la Nazionale che con i club in cui ha militato), Gravina oggi ricopre il ruolo di Procuratore Generale della Sisley Volley Treviso, una posizione in cui deve saper mettere a frutto diverse qualità: capacità di selezionare le persone giuste («Io guardo soprattutto alla motivazione»), abilità nel gestire le dinamiche del team di lavoro («L’aspetto più difficile è non fare differenze, ma tenere conto delle differenze») e una vera e propria cultura dell’essere “vincenti” («I vincitori possono vincere senza però dare l’impressione di essere vincenti. I vincenti, invece, possono essere tali anche quando perdono»). Se da un lato, dunque, nel suo nuovo ruolo Gravina ha saputo fare tesoro di quanto ha imparato nella sua carriera da atleta, dall’altro nel suo DNA di Dirigente sono ben visibili le tracce dell’esperienza fatta negli ultimi anni come coach d’impresa. Sport e aziende, due mondi che si incontrano in una sola persona.
Pasquale Gravina, dopo una lunga (e vincente) carriera da giocatore, oggi è dirigente della Sisley Volley Treviso. Nello specifico, per la società della Marca lei ricopre il ruolo di Procuratore Generale. Ci vuole spiegare esattamente qual è la sua funzione nel club?
Il mio ruolo è essenzialmente quello di General Manager, ho la responsabilità di tutte le attività che riguardano la società, sovrintendo a qualsiasi decisione. Formo la squadra, scelgo gli allenatori, il personale medico, i dipendenti del club. La mia – come detto – è una responsabilità totale, riporto solo al Presidente.
In tema di risorse umane, ritiene ci sia un segreto per selezionare le persone migliori?
Non credo, piuttosto penso che esista un’idea di come sceglierle. Io guardo soprattutto alla motivazione di chi ho davanti. Ovviamente nell’allestimento della squadra devo fare delle considerazioni peculiari, perché i giocatori sono chiamati a performare con cadenze differenti rispetto al resto del personale e quindi anche i requisiti sono diversi. In ogni caso, quando si deve raggiungere un obiettivo – come avviene per una squadra o per un’impresa – è fondamentale ricercare un equilibrio tra le abilità e le qualità morali delle persone. Ho frequentato diverse aziende negli ultimi anni e mi ha colpito il fatto che, alla pari di quanto succede nello sport, quelle più dinamiche hanno un personale che si identifica completamente nella filosofia della società in cui lavorano. Identificarsi nell’azienda è un passaggio scontato, ma sentirne i valori come propri è uno step successivo, rappresenta un di più che produce risultati sorprendenti.
Come ha già accennato, oltre a fare il dirigente, collabora con una società di formazione come coach d’impresa. Che esperienza è stata finora? L’impatto con la realtà aziendale quali sensazioni e insegnamenti le ha lasciato?
È stata un’esperienza straordinaria per me. Volevo capire cosa ci fosse al di fuori dello sport e ho avuto la conferma di quanto avevo sempre sentito dire: lo sport è un mondo a parte, rinchiuso in una campana di vetro. La logica dell’atleta è di grande egocentrismo, tutto ruota intorno a lui e tutti si prodigano affinché lui possa performare al meglio. Nel mondo del lavoro questo aspetto è praticamente capovolto e ciò ha rappresentato un salto “mentale” molto importante e difficile per me. Comunque, all’inizio confrontarmi con le aziende è stato più un arricchimento mio, poi ho acquisito maggiore sicurezza e consapevolezza di cosa leghi questi due mondi e credo oggi di essere più io che trasmetto qualcosa agli altri. I punti in comune tra lo sport e il mondo aziendale sono tantissimi. Negli sport di squadra, specialmente nella pallavolo, non si riesce a raggiungere gli obiettivi da soli, l’individualismo non paga. Lo stesso avviene per le imprese: i risultati importanti arrivano solo se tutti i reparti funzionano al meglio.
La sua carriera – dentro e fuori dal campo – testimonia che lei conosce bene cosa significhi avere la responsabilità gestionale di un gruppo. A questo proposito, qual è la chiave per ottenere il massimo dai propri compagni o collaboratori?
Ce ne sono due. La coerenza: se hai una responsabilità verso gli altri, dire una cosa e poi farne un’altra ti fa perdere autorevolezza e quindi capacità di incidere. E poi la lealtà: bisogna anche saper essere duri, sempre seguendo, però, una filosofia ben precisa. Certo, è un atteggiamento che può anche irritare le persone con cui ci confrontiamo, ma semina in loro la possibilità di capire che una decisione è giusta.
L’aspetto più difficile, invece, della gestione di un team?
Se una squadra lavora insieme da tanto tempo la parte più difficile è continuare a motivarla. Altrimenti, direi la capacità di differenziare i trattamenti rimanendo all’interno di una coerenza di principio. In sintesi, non fare differenze, ma tenere conto delle differenze.
Cambiamo argomento: essere vincenti ed essere vincitori. C’è una bella differenza, giusto?
È una differenza fondamentale. Sento la necessità di fare questa distinzione perché ritengo che il termine “vincente” sia abusato soprattutto dai media, che hanno bisogno di creare dei modelli di successo e insistono eccessivamente su questo concetto. Quando un atleta o una squadra vince una gara non è detto che sia vincente, così come non tutti i presidenti che vincono le elezioni lo sono. Ciò che fa la differenza è “come” si vince e – una volta stabilito questo – quanto tempo si riesce a rimanere ai vertici. Riguardo al come, si può dire che i vincitori possono vincere senza però dare l’impressione di essere vincenti. I vincenti, invece, possono essere tali anche quando perdono. Nelson Mandela non è certo uno che ha vinto molto nella sua vita, visto che è rimasto 23 anni in carcere. Eppure le sue idee hanno cambiato il mondo e influenzato moltissime persone, per cui va considerato un vincente. Tornando allo sport, un vincente assoluto è Valentino Rossi. Pur essendo già ricco di titoli e denaro, in pista corre solo per vincere. È un perfezionista e non si accontenta mai di arrivare dietro, anche quando non sarebbe necessario spingere al massimo. Se perde non dà mai la colpa al team, mentre se vince condivide con la squadra i meriti e per questo è capace di conquistarsi la fiducia delle persone con cui lavora. Ecco, lui è un modello di “vincente”.
E quando si fallisce l’obiettivo, qual è il modo giusto di reagire?
La sconfitta è un punto essenziale per costruire un modello vincente. Ci sono due aspetti da considerare: nessuno sportivo e nessuna organizzazione vince sempre; la capacità di gestire una sconfitta è un aspetto assolutamente straordinario di una grande squadra. Il cervello ci fa dimenticare le cose negative più facilmente, è fisiologico. In questo senso, credo invece che riuscire ad interpretare gli accadimenti rappresenti un livello superiore, più raffinato: il fallimento non deve essere un problema, ma ciò non significa che vada dimenticato troppo facilmente. In ogni cultura poi la sconfitta ha un valore diverso: un italiano la vive in un certo modo, un giapponese in un altro, un brasiliano in un altro ancora e così via. Personalmente agli inizi della mia carriera avevo una pessima gestione della sconfitta, ma con il tempo ho imparato a vederla con occhi diversi, è diventata sempre più importante. Non dico che ora la cerco, la invoco, però quando arriva ne sono quasi lieto. Non mi crea nessun tipo di difficoltà.
In poco tempo lei è passato dal campo alla scrivania, dal ruolo di atleta a quello di dirigente. Come è riuscito a gestire un cambiamento così radicale? Si è preparato in qualche modo?
Finita la mia carriera da giocatore, per un periodo ho lavorato come procuratore sportivo, quindi il mio passaggio alla scrivania non è stato repentino. Del resto, se lo fosse stato ne avrei pagato le conseguenze. Molti atleti sono convinti di poter ricoprire qualsiasi ruolo in un club o in una federazione solo perché conoscono bene quello sport, ma è un atteggiamento ingenuo: un atleta è abituato a gestire solo se stesso. Comunque, lavorare come procuratore è stata una palestra eccezionale per me. Mi piaceva soprattutto il rapporto di collaborazione con i miei assistiti, accompagnarli nei diversi momenti dell’anno. Io poi sono sempre stato un grande appassionato di filosofia e da lì negli ultimi anni mi sono appassionato anche allo studio della psicologia classica e quella relativa ai cambiamenti nelle organizzazioni e nelle squadre, tutte nozioni che ho cercato di trasformare per utilizzarle nel mio lavoro. Infine, come procuratore ho dovuto approfondire molto la parte legale, di negoziazione dei contratti.
Secondo lei, è più lo sport che deve imparare qualcosa dal mondo aziendale o sono più le aziende che dovrebbero “interiorizzare” alcuni valori dello sport?
Entrambe. Credo che in futuro le aziende più illuminate introiteranno i concetti più importanti dello sport, che è la più alta forma di meritocrazia. Nelle imprese non sempre è così, soprattutto se parliamo di attività di famiglia. Lo sport, invece, deve attingere dal mondo delle aziende soprattutto per quanto riguarda l’organizzazione e la ri-programmazione delle attività, perché oggi le società sportive sono gestite in maniera un po’ provinciale.
A Pasquale Gravina in che tipo di azienda piacerebbe lavorare? Con che ruolo?
Adesso sto bene qui, lavoro in un club che fa parte di un grande gruppo e quindi ho delle importanti possibilità di crescita. Comunque, dell’attività manageriale l’aspetto che mi piace di più è la gestione delle risorse umane e la comunicazione a tutti i livelli.


