venerdì 03 settembre, 2010

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Francesca Patellani

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patellani_francesca_postMadre di tre figli e manager di successo, Francesca Patellani è la dimostrazione vivente di come le donne possano realizzarsi sia nel lavoro che nella vita privata. Partner di Accenture (la società di consulenza aziendale più grande al mondo) dal 2008, la Patellani ha costruito il suo percorso professionale e personale lungo 19 anni di crescita nella stessa azienda, in cui ha operato prevalentemente nell’ambito dei financial services. Da qualche mese è anche Responsabile in ambito Human Capital dei temi di Inclusion&Diversity per Italia, Grecia e mercati emergenti: un ruolo in cui la manager milanese è chiamata a mettere a frutto esperienza e creatività per favorire l’inclusione delle persone che operano in azienda e rendere la diversità un valore aggiunto del lavoro in team.

Dottoressa Patellani, innanzitutto, che studi ha fatto?
Liceo Classico e poi laurea in Matematica, a 23 anni, sempre a Milano. Dopo di che ho deciso di fare 6 mesi di full immersion di inglese a Cambridge, visto che a scuola avevo studiato solo il francese. In Inghilterra ho ottenuto la certificazione “Proficiency”, raggiungendo un buon livello di padronanza della lingua, che – appena entrata in Accenture – mi ha permesso di fare un training internazionale a Chicago e poi, nel corso degli anni, si è rivelato molto importante nel mio lavoro.

Ci vuole raccontare le tappe principali del suo percorso in Accenture?
Mi sono trovata molto bene fin dall’inizio, mi hanno inserita subito in un progetto di lavoro con un cliente. Da lì è stata una crescita progressiva di ruoli e di responsabilità, nonché di persone che dovevo supervisionare. Prima sono stata analista junior, quindi analista, poi responsabile di area di attività in ambito di progetti, poi ancora di progetti sempre più sfidanti fino al ruolo attuale. Per Accenture far crescere le persone che lavorano in azienda è un valore fondamentale, non solo a livello di competenze hard, ma anche di soft skills.

È stata da poco nominata Responsabile in ambito Human Capital dei temi di Inclusion&Diversity. Ci spiega cosa c’è dietro a questa “etichetta”? Quali sono i suoi compiti?
È uno dei ruoli che ho da 6 mesi a questa parte, perché, in realtà, continuo anche a lavorare sul lato business. Su questo versante, infatti, sono responsabile delle attività presso alcuni importanti clienti banking, con focus sui sistemi informatici. Le mie competenze riguardano leasing e banche, soprattutto quelle dirette. Come detto, però, da 6 mesi ho anche una responsabilità all’interno della funzione Human Capital, che in Accenture esiste dal 2003. In questa veste seguo varie attività, che riguardano i temi di “Inclusion&Diversity”: il mio compito è definire e perseguire le attività che favoriscono l’inclusione delle persone che lavorano in questa geografia di Accenture, e si tratta di persone molto diverse tra loro per età, nazionalità, genere, religione, cultura, costumi. Nel concreto, promuovo le policy interne già esistenti, ad esempio per le mamme, faccio counseling e mentoring per chi rientra dalla maternità, creo network di donne all’interno dell’azienda, ma anche all’esterno con associazioni come la Professional Women Association, organizzo workshop e incontri con i team più numerosi, con lo scopo di analizzare le diversità all’interno della squadra per farle coesistere meglio e favorire una maggiore inclusione. In rappresentanza di Accenture, inoltre, ho promosso la firma della “Carta delle pari opportunità”, un documento sottoscritto da varie multinazionali che si prefigge l’obiettivo di fornire pari opportunità a tutti i dipendenti, con particolare riferimento alle differenze di genere ma non solo. Un’altra attività di cui mi occupo è l’organizzazione dell’International Women Day, un dibattito che Accenture promuove da diversi anni ormai e che coinvolge anche il mondo istituzionale e del business. Quest’anno l’incontro sarà centrato sul tema della resilienza, termine americano che identifica la capacità di un individuo di reagire positivamente a un momento difficile della sua vita.

La parte più bella del suo lavoro? E quella che le piace di meno?
Dal lato business, la cosa più bella è capire di aver definito per il cliente una soluzione di valore e  vederla operativa. E poi anche percepire la crescita della propria squadra di lavoro, l’evoluzione del team. Entrambi questi aspetti mi danno molta soddisfazione. Dal lato human capital, mi piace moltissimo poter dare spazio alla creatività. Posso inventare eventi, creare cose nuove, qualunque idea o soluzione pensata nell’ottica dell’Inclusion&Diversity. La parte che mi piace di meno, invece, è comune a entrambi i ruoli che ricopro e sono gli aspetti burocratici del lavoro: ne capisco l’importanza, ma non li apprezzo molto perché danno poco spazio alla creatività.

A 42 anni lei si può considerare una manager di successo. Qual è stata, secondo lei, la dote, la qualità che le ha permesso di emergere?
Credo che siano quattro le doti che mi hanno aiutato nel mio percorso. La flessibilità nell’adattarmi ai cambiamenti personali e professionali. La capacità di cogliere le opportunità che mi sono state date, talvolta anche buttando il cuore oltre l’ostacolo. La capacità di assegnare le priorità, una regola che applico molto e che è diventata essenziale con l’andare nel tempo. Infine, l’introspezione: il mio cammino personale e professionale è stato molto denso e spesso mi sono fermata per guardarmi dentro, per cercare di migliorarmi. Oggi vedo un’evoluzione in me, soprattutto i figli mi hanno aiutata a crescere, per esempio nella capacità di ascolto.

In cosa sente di poter migliorare ancora, invece?
La capacità di ascolto e comprensione degli altri, delle vere ragioni che stanno dietro alle parole di una persona, è una qualità molto importante e sempre migliorabile. Oggi, per esempio, colgo più facilmente rispetto al passato il valore di una posizione opposta alla mia, ma credo di poter migliorare ancora molto sotto questo punto di vista. Rimane una bella sfida per me.

Libri o film che le sono stati d’ispirazione e che vorrebbe consigliare ai nostri lettori?
Negli ultimi anni ho letto soprattutto libri di sociologia e di psicanalisi, testi molto importanti perché mi aiutano nella relazione con gli altri, a migliorare i rapporti sia con il team di lavoro che con i clienti. Per esempio, un titolo che consiglierei è “A che gioco giochiamo” di Eric Berne. Poi ci sono i classici sulla diversità e l’inclusione, soprattutto al femminile, di Maria Cristina Bombelli. In questo periodo sto leggendo anche dei libri di Roberto Vaccani, un sociologo che approfondisce temi legati a professionalità, attitudine e carriere. E mi sto accingendo a leggere un volume di Pietro Trabucchi sulla resilienza. A questo proposito, mi ha colpito molto il film “The terminal” con Tom Hanks: il protagonista reagisce positivamente al fatto di essere bloccato nel terminal di un aeroporto, praticamente costruendosi una nuova vita. È un ottimo esempio di ciò che significa resilienza.

Come detto, sono quasi 20 anni che lavora in Accenture. Cosa l’ha spinta a rimanere “fedele” all’azienda per così tanto tempo?
Nel corso della mia carriera ho avuto diverse opportunità di uscire da questa società, ma non le ho voluto cogliere. Innanzitutto, perché il valore delle persone che lavorano in Accenture ha contribuito alla mia crescita personale e professionale. Qui ho trovato dei veri esempi da seguire, nei leader dell’azienda come nelle persone più giovani e di talento. In secondo luogo, perché la flessibilità della struttura e delle persone che lavorano con me mi ha permesso di conciliare vita privata e carriera. Per esempio, in Accenture ho la possibilità e gli strumenti per lavorare molto da casa e questo mi ha permesso di seguire i miei figli mentre crescevano. Ovviamente poi c’è anche la grande soddisfazione che provo nel lavoro, per esempio quando porto a termine con successo un progetto.

Oltre ad avere una carriera brillante, lei è madre di tre bambini. Ci svela il segreto per conciliare lavoro e vita privata?
Una forte determinazione personale, spiccate capacità organizzative, il supporto della famiglia, la capacità di assegnare le priorità – rinunciando anche a qualcosa, spesso al tempo per me stessa –  e, naturalmente, la flessibilità dell’azienda in cui lavoro. Sono questi gli ingredienti della mia ricetta.

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