mercoledì 10 marzo, 2010

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Valentina Vezzali

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vezzali_valentina_post2Quando Valentina Vezzali si è tolta la maschera ed ha esploso il suo urlo di gioia ai Giochi di Pechino 2008, sapeva di essere appena diventata una record-woman assoluta per lo sport italiano e mondiale. Tre medaglie d’oro di fila alle Olimpiadi, nessuna schermitrice come lei nella storia. Nemmeno un primato così importante, però, ha potuto saziare la fame di successi della campionessa di Jesi, che oggi punta il suo fioretto dritto verso Londra 2012, quando – a 38 anni compiuti – darà l’assalto all’ennesima medaglia: «È come un fuoco che uno ha dentro, che ti dà la forza di andare avanti per raggiungere nuovi traguardi» spiega la Vezzali. Il fuoco dei vincenti, di chi anche in allenamento non vuole lasciare nemmeno le briciole all’avversario, di chi pensa e lavora per il successo ogni giorno, di chi è capace anche di perdere per rialzarsi e tornare più forte di prima.

Valentina Vezzali, alle spalle ha qualcosa come 5 ori olimpici e una serie infinita di medaglie e titoli. Dove la trova la motivazione per continuare ad allenarsi, a lavorare duramente tutti i giorni? Come fa ad essere ancora “affamata” di successi?
Ci pensavo proprio l’altro giorno, anche ascoltando alcune canzoni. È come un fuoco che uno ha dentro, che ti dà la forza di andare ancora avanti per raggiungere nuovi traguardi. Si può chiamare come si vuole: fuoco, passione, amore… Ma è quello che ti consente di lavorare duramente, di allenarti con il massimo impegno ogni giorno.

Cos’è l’allenamento per lei? Quando sale sulla pedana su cosa è fissato l’obiettivo?
È il lavoro che faccio quotidianamente, sia da un punto di vista fisico che mentale.  Da un lato, quindi, c’è tutta la preparazione atletica, che non avviene solo in palestra ed è molto faticosa. Per quanto riguarda la testa, invece, è importante soprattutto allenare la concentrazione, prepararsi ad essere presenti nei momenti più importanti della gara. Quando salgo sulla pedana io cerco di riprodurre le situazioni della gara, di essere concentrata al massimo e di non regalare nulla all’avversario. Perché di solito quello che fai in allenamento si riflette in ciò che riuscirai a fare in gara.

“I vincenti possono essere tali anche quando perdono”: è d’accordo con questa frase?
Secondo me, essere vincenti significa riuscire a raggiungere un obiettivo, un traguardo anche attraverso le sconfitte, che fanno parte della vita. Insomma, meno male che ogni tanto si perde: solo così ci si può rialzare in piedi e trovare la forza di andare avanti.

Nella sua bacheca ci sono anche molti titoli di squadra. Quando deve lavorare in team sente di più o di meno la pressione?
Qualche tempo fa mi è successa una cosa bellissima, una mia compagna mi ha fatto i complimenti dicendomi: “Valentina, avere in squadra una come te ci fa sentire più tranquille, più sicure, perché tu sei la più forte”. Devo dire che mi ha fatto un immenso piacere. Ovviamente la pressione la senti quando fai parte di una squadra, come avviene anche per le gare individuali, ma mi piace avere l’onere della responsabilità.

Rimanendo in tema, lei quanto si sente “leader”?
Non sto mai lì a chiedermi se sono una leader o meno. Semplicemente ogni mattina penso a dare tutta me stessa per riuscire a fare il massimo negli appuntamenti importanti. In questo senso, credo che le mie colleghe possano prendermi d’esempio, come uno stimolo per prepararsi al meglio in vista delle gare che contano.

Abbiamo parlato moltissimo di vittorie, di trionfi. Ma una campionessa del suo livello come metabolizza la sconfitta, il fallimento?  
È difficile, perché mi brucia molto al momento e vorrei rifare la gara immediatamente… Comunque cerco di analizzare i motivi della sconfitta e poi non vedo l’ora di affrontare di nuovo l’avversario con cui ho perso. E nel caso perdessi un’altra volta, di affrontarlo ancora e ancora, finché non riesco a batterlo. Credo che i problemi vadano affrontati in maniera diretta, senza girarci intorno.

vezzali_valentina_post1Lei è sposata e ha un figlio di quasi 5 anni, eppure non ha mai smesso di vincere. Perché, secondo lei, per molte donne invece la famiglia diventa un ostacolo verso il successo?
Non sono pienamente d’accordo, conosco molte donne imprenditrici che hanno una famiglia e continuano comunque la loro carriera. Penso che fare un figlio ti possa dare lo stimolo per ritornare a fare qualcosa e a farlo bene. Ma questo dipende dall’obiettivo che hai e per ogni donna è diverso. C’è chi vuole continuare a fare solo la mamma e chi invece vuole tornare al lavoro, alle gare nel mio caso. L’importante è seguire quello che ti detta il cuore.

Sta già pensando al dopo-scherma? Che progetti ha in mente?
Mi piacerebbe rimanere nell’ambito sportivo e per questo mi sto lasciando tante porte aperte. Potrei lavorare nel mondo politico, dirigenziale, televisivo oppure nella Polizia (dal 1999 la Vezzali fa parte del Gruppo Sportivo Fiamme Oro, ndr), sempre per qualcosa legato allo sport. Ci sono tante opportunità e quando sarà il momento farò le mie scelte.

Ma si sta preparando in qualche modo?
Dopo la nascita di Pietro, mi sono re-iscritta alla Facoltà di Giurisprudenza  Avevo lasciato gli studi a metà e spero da qui alle Olimpiadi di Londra di riuscire a laurearmi.

Chiudiamo con una curiosità. La stoccata vincente, quell’attimo di esitazione e poi l’urlo liberatorio… L’oro individuale di Pechino è stato il più bello della sua carriera?
L’ultima vittoria è sempre la più bella, chissà come mai… Comunque ogni successo fa parte di me. Mi viene in mente, per esempio, la mia prima vittoria nel 1984, a Roma, nella categoria “Prime lame”. Ricordo benissimo che non ho fatto in tempo a togliermi la maschera dopo l’ultima stoccata che c’era già mio padre che mi abbracciava e mi faceva volteggiare in aria. Sono sensazioni uniche, indimenticabili.

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