7 febbraio 2012

“Come muovere i primi passi in azienda”

dambrosio_comemuovereiprimipassi_postInserirsi in maniera positiva in un nuovo contesto lavorativo non è mai impresa semplice, sia che si tratti di un giovane alle prime armi che di una persona più “navigata” che cambia azienda. Quando entriamo in una nuova “tribù”, infatti, il rischio più frequente è quello di trovarci “disorientati”, magari perché non appagati dalle mansioni che siamo chiamati a svolgere, oppure perché annulliamo la nostra identità in cerca del consenso dei nuovi colleghi di lavoro, oppure ancora a causa di un rapporto difficile con il nostro capo. Ecco, dunque, che diventa necessario uno strumento, una bussola che ci indichi quali mosse fare (e non fare) al primo impatto con l’organizzazione o che ci aiuti almeno a capire quando un lavoro non è adatto a noi. Ed è proprio questo l’obiettivo del libro “Come muovere i primi passi in azienda” (edito da Franco Angeli), scritto a quattro mani da Luciana d’Ambrosio Marri e Andrea Castiello d’Antonio.

Luciana d’Ambrosio Marri, sociologa, è consulente di gestione e sviluppo delle risorse umane ed ha collaborato con numerose tipologie d’impresa e di istituzioni. È docente in Scuole di Management per aziende private e pubblica amministrazione, progetta e conduce laboratori di autosviluppo per manager e per giovani talenti, svolge colloqui individuali di orientamento e coaching e organizza convegni su temi di interesse manageriale e benessere organizzativo.
Andrea Castiello d’Antonio è psicologo del lavoro e psicoterapeuta. Dopo una pluriennale esperienza aziendale, dal 1987 opera come consulente di management e gestione delle risorse umane per realtà industriali e di servizi. Esperto di psicologia applicata alla vita aziendale, svolge anche attività di coaching, è docente presso l’UER e insegna in master e corsi di specializzazione post lauream.

Dottoressa d’Ambrosio Marri, innanzitutto, qual è lo scopo di “Come muovere i primi passi in azienda”? Che tipo di strumenti intende fornire al lettore?
Il libro si rivolge sia ai giovani alle prime armi nel mondo del lavoro sia ai meno giovani che, per scelta o per necessità, cambiano azienda. Vogliamo dare al lettore la possibilità di affinare le proprie potenzialità verso due goal, due obiettivi: inserirsi al meglio nella nuova organizzazione e vivere in maniera costruttiva la realtà aziendale. Di fondo, quindi, il nostro è un libro-strumento, una bussola per capire meglio come muoversi nell’impatto con le organizzazioni, senza che sia solo il tempo a farci capire dove ci troviamo, chi abbiamo intorno e come possiamo comportarci in modo realizzativo rispetto all’ambiente di lavoro.

Iniziamo dal colloquio di lavoro. Quali atteggiamenti vanno assolutamente evitati in questa situazione? Le aziende cosa si aspettano dai candidati?
Fare finta di essere un’altra persona, bluffare su motivazioni e progetti di vita, dichiarare che quella è l’unica azienda al mondo dove si vuole lavorare e che si è disposti a fare qualsiasi cosa pur di entrare… Ecco, questi sono proprio gli atteggiamenti da evitare. Ancora, parlare utilizzando slogan di linguaggio “aziendalese” appreso da media o da amici è qualcosa che ad un selezionatore esperto suona male e non facilita il colloquio. Per quanto riguarda le aziende, di solito cercano persone disponibili ad apprendere e contemporaneamente abbastanza dotate di spirito sia critico che collaborativo. Può sembrare contraddittorio questo punto, ma collaborativo non vuol dire acquiescente, bensì orientato a coniugare gli obiettivi personali con quelli del gruppo di lavoro e dell’azienda.

Una volta superata positivamente la selezione, il dilemma diventa se accettare o meno la proposta dell’azienda. Un consiglio per fare la scelta giusta?
È necessario essere realisti e, nel contempo, saper bilanciare le proprie aspirazioni con ciò che la situazione socio-economica e territoriale veramente offre. Sicuramente è giusto evitare l’accettazione acritica e di ripiego fin dalla prima possibilità di inserimento lavorativo. Ma, allo stesso modo, non è consigliabile insistere per un numero infinito di volte, rinunciando sistematicamente ad ogni offerta solo perché con collima con le proprie attese. Bisogna equilibrare al meglio le proprie aspettative con ciò che la realtà della vita offre. Sottolineo “la realtà della vita”, e non il cosiddetto “mercato”, sul quale si appiattiscono troppo spesso tutti i buoni propositi…

Secondo lei, qual è la parte più difficile dell’inserimento in un nuovo contesto lavorativo?
Quando ci si inserisce in un nuovo contesto di lavoro si ha spesso l’impressione di entrare in una “tribù” che ha le sue regole scritte e non scritte. Riti, momenti di iniziazione, atti di sudditanza, fasi di passaggio dall’esterno all’interno… Da un lato, dunque, vi è la necessità di essere accolti ed accettati dal contesto specifico, mentre dall’altro non si deve rinunciare a se stessi, alla propria identità personale. Non è un equilibrio facile da individuare e molto spesso si è tentati verso una delle due direzioni, in modo estremo.

Ha scritto: “L’ansia da prestazione e i sentimenti di frustrazione sono parecchio diffusi anche nei primi momenti dell’incontro tra individuo e azienda”. Come si combattono questi due “nemici”?
Innanzitutto diciamo che sono due nemici molto reali. L’ansia da prestazione colpisce le persone che più di tutte hanno la necessità di essere accolte ed “amate” e di essere subito apprezzate per il loro valore. Il consiglio è di dare tempo al tempo, evitando di porsi in modo aggressivo seppur per il “nobile” scopo di farsi valere. I sentimenti di frustrazione si collocano all’estremo opposto e sono causati dalla sensazione di essere “invisibili” in azienda o, comunque, non apprezzati. Il fatto è che l’azienda non è lì ad aspettare l’ingresso del nuovo assunto e ciò che può sembrare alla persona neo-inserita un modo di fare offensivo o svalutante è magari semplicemente dovuto al naturale caos della vita organizzativa… In fondo, le aziende non sono sistemi perfettamente razionali, che rispondono solo a parametri di efficacia ed efficienza, ma sono fatte da persone.

A proposito del rapporto con i propri superiori, in un capitolo del libro emerge che “la relazione capo-collaboratore funziona se si pone in equilibrio finalizzato al raggiungimento delle necessità reciproche, nel contesto della realizzazione degli scopi organizzativi”. Ci vuole spiegare meglio?
È importante mediare tra le attese ed i bisogni del capo, da un lato, e quelle del collaboratore, dall’altro, in quanto entrambi vivono una “dipendenza reciproca”: nessuno di loro può fare a meno dell’altro. Ciò significa, per esempio, che un capo troppo autoritario non è funzionale alla buona relazione reciproca, così come un collaboratore con un atteggiamento passivo non può essere funzionale al raggiungimento degli obiettivi. Sono, infatti, gli obiettivi aziendali che dovrebbero costituire la base comune per entrambi i soggetti.

Quando si parla di “competenza a 360 gradi” che le organizzazioni richiedono ai neo-assunti, cosa s’intende precisamente?
Oggi le aziende non hanno solo bisogno di persone che lavorano, ma di uomini e donne che utilizzano energie, che usano la testa e le emozioni per lavorare con gli altri, che sanno gestire più informazioni, che sono propositive. La logica dello “yes man” è superata da tempo, ma dato che in piccoli ambienti o con capi “sciocchi” è una mentalità ancora dura a morire, si continua a pensare che limitarsi a fare ciò che ti dicono, senza chiedere, senza se e senza ma, sia l’unico modo che le aziende accettano da chi lavora. Non è più così, o almeno non lo è nelle aziende che danno valore alle persone, al di là della loro posizione nella scala gerarchica.
Oggi, quindi, la competenza non è più solo quella tecnica, tantomeno quella data da titolo di studio e anzianità aziendale. La competenza, la professionalità è data da un mix fatto di sapere (la conoscenza, la cultura ampia della persona, al di là del titolo di studio in sé) , saper fare (ovvero quelle abilità tecniche che la persona sviluppa attraverso studi specifici e che si traduce nel mettere in atto queste conoscenze), ma soprattutto di quello che si chiama il “saper essere”, ovvero quelle capacità e doti personali che riguardano la sfera “soggettiva”. Il saper lavorare in gruppo, l’essere curiosi, ricercare spazi di autonomia senza voler strafare, la capacità di mediare di fronte ai disaccordi, e la capacità di empatia, il saper riconoscere le emozioni proprie ed altrui che è a supporto della intelligenza emotiva e sociale: sono tutti fattori chiave nella gestione delle relazioni professionali, oltre che private. Le aziende “illuminate” oggi richiedono maggiormente queste soft skills piuttosto che limitarsi al 110 del diploma di laurea.

Un altro dei temi forti del libro è quello del cambiamento. A questo proposito, c’è un modo per capire quando un lavoro “ci sta stretto” o comunque non è adatto a noi? È solo questione di “sensazioni” o c’è dell’altro?
È sempre molto difficile capire quando è davvero il caso di iniziare a cercare un altro lavoro… Le possibilità di errore sono molte e credo che due esempi possano rendere meglio l’idea. La persona che si sopravvaluta avrà difficoltà nell’adattarsi all’ambiente di lavoro in cui è stata inserita e sarà sempre alla ricerca di qualcosa “degno di lei”… Ma anche il soggetto che si adatta passivamente avrà la vita difficile, ben presto appiattita sulla routine del quotidiano. È dunque necessaria un’analisi ampia e precisa di noi stessi e di ciò che ci offre il lavoro attuale, facendo anche ipotesi su possibili lavori realisticamente individuabili nel futuro. Una chiave di lettura per capire cosa è meglio fare, uno strumento che aiuta in questo senso, è una maggiore consapevolezza di sé legata a tre aspetti: riconoscersi la “possibilitazione”, ovvero il darsi prospettive di pluri-possibilità; la chiarezza dei propri punti di forza, sia a livello di conoscenze che di capacità; la coscienza autentica di quei fattori che in parte sono dei limiti personali, ma che in parte possono essere superati mettendo in atto delle azioni finalizzate a questo scopo. Da questo punto di vista si tratta di trasformarsi un po’ in coach di se stessi, praticando l’autoapprendimento (è un po’ il concetto di self empowerment).
Aggiungo una considerazione, un consiglio: se senti che puoi è giusto e sano provarci, quindi cerca la tua strada con la volontà di riuscirci e la coscienza che se non va ce l’hai comunque messa tutta, hai imparato molte cose e, riflettendoci sopra, puoi andare avanti meglio di prima. Non ti devi dimenticare che il mondo non ruota attorno a te: tu sei nel mondo e, soprattutto, sei parte attiva di esso!

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