giovedì 09 settembre, 2010

770 views

goetacamuri_prendiinmanolatuavita_post“La carriera oggi: pianificare l’imprevedibile”: si chiama così uno dei capitoli chiave del libro “Prendi in mano la tua vita. Come applicare il self-coaching alla propria crescita personale e professionale”, scritto da Gian Franco Goeta e Alberto Camuri ed edito da Il Sole 24 Ore. Già, perché la crisi che stiamo vivendo ha aperto la strada all’incertezza nel mondo del lavoro, facendo crollare alcuni “miti” che sembravano eterni: ad esempio, la convinzione che il posto in una grande società sia più sicuro; oppure l’aspettativa che il nostro reddito aumenti costantemente in parallelo alla nostra crescita anagrafica; oppure ancora la certezza che lavorare bene sia sufficiente per mantenere la propria posizione in azienda. Ecco perché – per dirla con i due autori – «oggi è necessaria un’accresciuta responsabilità individuale e quindi una maggiore e più articolata attenzione a se stessi ed a ciò che avviene attorno a noi. È necessario prendere in mano la propria vita». Aiutarsi con il self coaching, dunque, per costruirsi una carriera soddisfacente, perché «solo l’individuo oggi può e deve farsi carico del proprio sviluppo professionale».

Gian Franco Goeta è presidente e fondatore di Scoa-The School of Coaching. Ha lavorato per la casa editrice Il Saggiatore, in Olivetti e ha insegnato Organizzazione di Impresa all’Università Bocconi di Milano. Opera da anni come Executive Coach affiancando oltre 300 manager. È autore di libri sul coaching e sullo sviluppo dell’organizzazione.
Alberto Camuri è partner Scoa, Executive Coach e Responsabile ValYou Farm. Opera nell’area dello sviluppo dopo aver maturato una trentennale esperienza in posizioni di Senior Executive in multinazionali sia a livello nazionale che internazionale (NCR, AT&T GIS).

Dottor Goeta, Dottor Camuri, innanzitutto perché oggi siamo chiamati a “prendere in mano la nostra vita”? La crisi e il contesto economico in continua evoluzione quali cambiamenti di prospettiva ci impongono?
La crisi attuale, di una dimensione mai sperimentata prima, ha moltiplicato il suo impatto su molti aspetti della vita di tutti e in particolare la relazione fra l’individuo e il proprio futuro professionale. Del resto, siamo di fronte alle conseguenze di una crisi epocale che ha acuito, accelerato l’impatto di fenomeni già in atto: la globalizzazione, il crollo delle barriere spazio temporali, la formidabile accelerazione della tecnologia, la sempre più spinta apertura dei mercati, lo spostamento degli investimenti dove la manodopera ed i “cervelli” costano meno, i processi demografici e i movimenti delle persone sulla faccia della terra, ponendo seri interrogativi su tutte le regole del gioco cui eravamo abituati. La turbolenza è tale che gli aggiustamenti di rotta sono continui…
Cosa fare in questo contesto? Dove riporre le proprie speranze di costruire un futuro professionale soddisfacente? Quali possibili orizzonti ? La prima cosa è evitare di pensare che ci si trovi di fronte a una fase transitoria. Il cambiamento avvenuto è costituito da una serie di discontinuità irreversibili: occorre mettere in discussione antiche certezze e paradigmi consolidati. Come la convinzione che il lavoro in una impresa di grandi dimensioni offra maggiori garanzie. Come l’aspettativa che il reddito si possa iscrivere in una retta costantemente in ascesa con l’età anagrafica. Come la convinzione che fare un buon lavoro sia sufficiente a mantenere una posizione e una appartenenza a un’azienda. Oggi è necessaria un’accresciuta responsabilità individuale e quindi una maggiore e più articolata attenzione a se stessi ed a ciò che avviene attorno a noi. È necessario prendere in mano la propria vita. La nuova responsabilità individuale è quella di navigare in questo oceano inesplorato con questa consapevolezza e con questa prospettiva, considerando una vasta gamma di alternative: nuovi modi di lavorare, nuovi mestieri tout court, nuove opportunità di business.

Il secondo capitolo del libro si intitola “La carriera oggi: pianificare l’imprevedibile”. Naturalmente si tratta di un paradosso…
Se pensiamo alla velocità dei cambiamenti, al continuo progresso della tecnologia, all’apertura del mercato globale, alla fruibilità di informazioni e conoscenze, insomma al mondo in cui viviamo, fare delle previsioni per il futuro sembra diventare arte divinatoria. Eppure il paradosso ha un senso perché è questo il contesto in cui viviamo e con cui dobbiamo fare i conti. Come approcciare, quindi, l’incertezza? Adottando alcune cautele. La prima in assoluto riguarda la consapevolezza di se stessi, poi la consapevolezza del mondo che ci circonda, infine la consapevolezza di quello che noi vogliamo fare in esso, sia dal punto di vista personale che professionale. Questo significa rendersi conto delle situazioni, essere “presenti” e capire cosa sta succedendo effettivamente. La consapevolezza del mondo che ci circonda significa percepire e decodificare le circostanze entro le quali ci muoviamo in modo da elaborare tutte le numerose informazioni a disposizione, per decidere…
Dire che esiste l’incertezza quindi non preclude la possibilità di pianificare, anzi, la richiede! Anche a fronte di uno scenario in continua evoluzione, ci si possono dare obiettivi professionali: non farlo equivale a non avere aspettative e traguardi. Anche se il mare è in tempesta, il comandante della nave stabilisce quale è il porto di destinazione e traccia la rotta. Se le condizioni attorno sono più complicate, ci vorrà più conoscenza, ci vorranno competenze diverse, sarà necessaria un’abilità maggiore nel muoversi, sarà anche necessario mettersi in discussione, essere flessibili ed aperti. È anche una opportunità se si considera la vita come un apprendimento continuo. Far carriera, diventa così, più di prima, una responsabilità individuale che va pensata, preparata e messa in atto… Che, in sintesi, richiede una regia.

In questo contesto il self coaching come entra in gioco? In che modo può aiutare la crescita personale e professionale?
Come detto, solo l’individuo oggi può e deve farsi carico del proprio sviluppo professionale. Il self coaching gli fornisce un approccio per attuare questo compito: non solo decidere e pianificare cosa sviluppare, quali conoscenze e capacità, ma pilotare il percorso di sviluppo, diventando il coach di se stesso. Per questo occorre impossessarsi di alcune strategie fondamentali di sostegno al proprio apprendimento, che sostanzialmente riguardano il passaggio sistematico attraverso quattro stadi del processo: dall’esperienza alla riflessione sull’esperienza (innanzi tutto attraverso una registrazione di aspetti significativi vissuti durante l’esperienza e poi attraverso una verifica su cosa ha funzionato secondo le attese e cosa ha funzionato meno bene) per arrivare alla fase della comprensione (perché le cose sono andate così e cosa potrei fare di diverso la prossima volta) e quindi della sperimentazione sul campo (quali comportamenti diversi sperimentare e quando). In pratica ciascuno può diventare il coach di se stesso se impara a osservarsi nel proprio agire, come se avesse una telecamera con cui registrare le proprie azioni e poi riguardarsi nei vari momenti dell’azione, per individuare i punti da migliorare ed effettuare allenamenti mirati.

Il primo passo di questo percorso deve essere il contatto con noi stessi, per capire a fondo chi siamo e cosa vogliamo. Giusto?
Assolutamente si. Se non ci mettiamo in contatto con la pienezza del nostro essere e con ciò che ci fa battere il cuore, ci fa sognare, ci emoziona, ciò che dà valore alla nostra esistenza, come potremmo disporre dell’energia necessaria per affrontare la fatica di crescere, e cioè cambiare noi stessi, aggiungere cose nuove, abbandonarne altre? Si tratta di una strada impervia, ma vale la pena di ingaggiarsi se ci mettiamo dentro la nostra carica di desideri, aspirazioni, sogni, passioni, se sentiamo che stiamo realizzando noi stessi. La meditazione è una tecnica sperimentata da molti secoli da grandi maestri che ci aiuta a entrare rapidamente in contatto con la nostra essenza corpo-mente-spirito, per guardare alle scelte della nostra vita con tutte le nostre risorse.

“Capiti” i nostri desideri, l’obiettivo è trasformarli in realtà: nel libro si parla di un “Piano di autosviluppo”. Che tipo di strumento è?
Si tratta di un semplice modello di riferimento che aiuta a dare sistematicità ai risultati delle riflessioni fatte. Per prendere in mano la propria vita è necessario incanalare gli sforzi onde evitare dispersioni, de-focalizzazioni… Il nuovo mondo richiede una reiterazione delle riflessioni e delle verifiche dei propri piani a seguito delle continue evoluzioni: avere un modello di riferimento, un metodo semplice da seguire certamente aiuta. Il modello cui ci riferiamo nel nostro libro si basa su un percorso di auto sviluppo in 7 fasi, che se applicate con disciplina e metodo diventeranno un modo di essere che consentirà di gestire efficacemente la propria crescita professionale.

Citiamo dal testo: “Non esiste crescita senza crisi. [...] Sappiamo tutti, per esperienza diretta, come crescere, cambiare, trasformarsi sia difficile, faticoso, a volte disturbante”. Ma come si superano questi momenti di impasse personale che incontriamo sul nostro cammino?
Innanzitutto accettando i segnali che ci dicono che siamo in difficoltà o addirittura in crisi, e poi entrandoci dentro, nonostante il nostro amor proprio ci spinga a ignorarle, a stendere un velo. Se ci attacchiamo all’immagine bella e positiva di noi stessi, chiudiamo gli occhi ai segnali di difficoltà o alle nostre sensazioni di imbarazzo, è probabile che continuiamo ad agire come se nulla fosse e ci troviamo poi di colpo di fronte ad ostacoli molto più gravi.
Se ci nascondiamo dietro le azioni degli altri o le circostanze sfortunate perdiamo l’occasione di apprendere dai nostri errori. La cosa più preziosa che ci capita sono gli errori: se li identifichiamo, li svisceriamo, ne traiamo lo spunto per cambiare qualcosa nei nostri comportamenti. Solo così possiamo vedere gli effetti di nostri schemi e atteggiamenti di cui non siamo consapevoli. Siamo così di fronte alle massime sfide del nostro self coaching. Naturalmente abbiamo bisogno in quei momenti di raccogliere feedback da altri capaci di fornirci riscontri concreti e specifici sui nostri comportamenti con sensibilità e neutralità e a volte di confrontarci con altri cui confidare i nostri dubbi. Se individuiamo nel nostro entourage persone di fiducia cui chiedere aiuto in questi momenti, ci può essere molto utile.

Nell’ultimo capitolo del libro si sottolinea l’importanza dell’equilibrio tra vita professionale e personale. Non è facile, però, raggiungere questa “armonia”…
Certamente non è facile, la vita oggi è talmente frenetica che talvolta si perde la percezione del significato di quanto si sta facendo…Ma la crisi ci offre un’opportunità: ripensare ai modelli, ripensare al nostro modo di affrontare la vita. Il tema di quale armonia possibile tra vita professionale e vita personale è diventato particolarmente sentito in un momento di grande disagio e di ricerca di nuovi equilibri.
È importante riconoscere nell’attività lavorativa un’occasione per esistere, per produrre un’esistenza ricca (anche spiritualmente, eticamente) e di soddisfazione e non solo considerare l’utilità del lavoro nel riscontro economico. Spesso veniva, viene fatta una distinzione tra vita personale e vita professionale come se si trattasse di due entità separate. Per molti il lavoro è una semplice parentesi vuota che separa dal fine settimana, dalle ferie, dalla pensione; per altri la dipendenza ed il coinvolgimento è talmente forte da diventare “workaholics”, gli alcolizzati del lavoro, in entrambi i casi producendo frustrazioni e nevrosi…
La crisi ci presenta l’opportunità di ripensare al nostro fare quotidiano e ricordarci che mentre stiamo lavorando, stiamo vivendo. Il lavoro rappresenta una parte importantissima della nostra esistenza se non altro perché il tempo ad esso dedicato è, come minimo, un terzo della giornata e almeno metà del tempo di vita attiva. Vita privata e vita professionale, quindi, sono due aspetti di una stessa vita e il compito di ciascuno è quello di trovare un equilibrio, un ricongiungimento tra queste due dimensioni della stessa realtà.
Il punto di equilibrio è un fatto soggettivo, nel senso che ciascuno deve trovare quello che meglio risponde alle proprie esigenze, valori, capacità… Non sempre e non abbastanza il mondo del lavoro è sollecito a riconoscere questa problematica, ecco quindi una ragione in più per prendere in mano la nostra vita ed esserne attori e registi.

595 views

brionvega_postLa tecnologia a braccetto con la storia. C’è una filosofia profonda alle spalle della “nuova” Brionvega, brand storico dell’elettronica di consumo italiana acquistato nel 2004 da SIM2 Multimedia. Innovare nel solco di un passato glorioso, senza stravolgere l’identità di un marchio capace di conquistare quello spicchio di mondo che non vuole rinunciare ad ascoltare musica rispettando la ritualità del momento. «Siamo orientati alla slow music – spiega Marino Poddighe, Amministratore Delegato di Brionvega – Rispetto ai grandi colossi che “aiutano” ad ascoltare musica dappertutto e spesso con un livello qualitativo non eccelso, noi sollecitiamo un atteggiamento più rilassato. Anche perché pensiamo che la musica debba riempire lo spirito e non solo aiutare a far passare il tempo o favorire l’isolamento».

Dottor Poddighe, può raccontare ai nostri lettori la storia del marchio Brionvega fino ai giorni nostri?
Tutto inizia a Milano nel 1945, quando Giuseppe Brion fonda, insieme ad un socio, la BMP, una società di componentistica che produceva principalmente valvole. Dopo 5 anni l’azienda diventa la Vega B.P.Radio e qualche anno più tardi prende il nome di Radio Vega Televisione. Fino agli anni ’60 l’azienda – pur con un proprio stile – aveva come riferimento i prodotti tedeschi ed americani. Il signor Brion, però, si rendeva conto che non era facile competere con questi “giganti” e matura la decisione di enfatizzare tecnologia e design quali elementi essenziali dei suoi nuovi prodotti. Con il supporto di disegnatori come Franco Albini e Rodolfo Bonetto, la Brion Vega inizia così a produrre televisori “diversi” rispetto agli standard, anche perché realizzati con materiali innovativi. Nel ’61 avviene l’incontro tra Giuseppe Brion e Marco Zanuso, un connubio che darà vita ad uno dei periodi di maggior successo del marchio, nel frattempo diventato Brionvega. Dalle intuizioni di Zanuso e di altri designer come Richard Sapper nascono, infatti, prodotti come la televisione Algol, la Radio Cubo e la Fonovaligia, nonché il primo televisore portatile a transistor prodotto in Europa , il Doney 14”, premiato con il Compasso d’Oro. L’idea che sta alla base di questi oggetti è che essi da spenti devono avere una funzione diversa rispetto a quando sono in funzione. In questo periodo viene realizzato anche il Radiofonografo, realizzato dai fratelli PierGiacomo e Achille Castiglioni, che diventerà un successo commerciale e, in seguito, un vero oggetto di culto per i collezionisti. Nel 1968, però, muore Giuseppe Brion e gli succede il figlio Ennio, che ha una “propensione” diversa rispetto al padre, è più un uomo di cultura che di azienda. La società soffre la forte concorrenza estera – specialmente giapponese – e nel ’90 viene ceduta a Seleco. Il brand risente del cambio di filosofia industriale, i prodotti realizzati in questo periodo sono interessanti ma senza la “spinta” che aveva caratterizzato gli anni d’oro. Nel ’98 Seleco fallisce e il marchio Brionvega passa alla famiglia Formenti, che nel 2004 la cede a SIM2. Oggi sono circa 100 le persone che lavorano direttamente per Brionvega e abbiamo altri 20 collaboratori nelle nostre sedi all’estero. La nostra filosofia, per riprendere una terminologia usata per definire un certo modo di affrontare le cose, è più orientata alla slow music, Rispetto ai grandi colossi che “aiutano” ad ascoltare musica dappertutto e spesso con un livello qualitativo non eccelso, noi sollecitiamo un atteggiamento più rilassato. Anche perché pensiamo che la musica debba riempire lo spirito e non solo aiutare a far passare il tempo o favorire l’isolamento.

Come detto, nel 2004 SIM2 Multimedia ha acquisito il ramo d’azienda Brionvega dedicato alla produzione audio e la relativa licenza di utilizzo del marchio. Ci può spiegare questa scelta? Quali potenzialità intravedevate dietro al brand Brionvega?
Pensavamo – e pensiamo tuttora – che Brionvega abbia delle potenzialità importanti in alcune nicchie di mercato. È un marchio che ha una lunga storia alle spalle, che fa parte del vissuto soprattutto dei professionisti, degli appassionati e degli “intellettuali” vicini al mondo del design. Inizialmente credevamo che la storia di successo di SIM2, legata soprattutto alla sua capacità di innovare, potesse sposarsi con l’identità di un marchio come Brionvega. In realtà, però, abbiamo scoperto che i due marchi non hanno bisogno l’uno dell’altro, perché Brionvega è considerata da tutti un punto di perfetto equilibrio tra design e tecnologia: è la sua storia a raccontarlo.

brionvega_post1Sappiamo che investite moltissimo nell’innovazione: precisamente quanto?
Siamo intorno al 10% del fatturato, ma devo dire che siamo quasi costretti a farlo… Fondamentalmente per due motivi: da un lato perché lavorando su una nicchia di mercato dobbiamo presentare ai nostri clienti dei prodotti che siano almeno “nuovi”; dall’altro perché l’innovazione fa parte della nostra cultura aziendale. E poi anche per evitare una sorta di “operazione nostalgia”, che magari funzionerebbe anche, ma ci porterebbe a produrre degli oggetti vecchi nella forma e nei contenuti.

Ci sveli un segreto, se può: come si riesce a combinare tecnologia di alto livello e design in un unico prodotto? Non correte mai il rischio di creare oggetti “sbilanciati” in un senso o nell’altro?
No, non abbiamo mai corso questo rischio finora anche perché i prodotti che abbiamo presentato non sono tantissimi e ciascuno di essi è stato pensato e realizzato con la massima cura. Comunque non esiste una formula… Semmai persiste da parte nostra un tentativo di non “contaminare” lo spirito del marchio Brionvega. Abbiamo grande attenzione per la funzione del prodotto, per la sua facilità d’uso, ma cerchiamo anche di non esasperare questo aspetto.

Parliamo un po’ di lei. La sua storia professionale come comincia?
Sono nato e cresciuto in Sardegna, ma per l’università mi sono spostato a Firenze, dove mi sono laureato in Scienze Politiche ed Economiche . Dopo di che sono andato a Pordenone per lavorare prima con Zanussi Elettronica e poi con Seleco, due aziende in cui mi sono occupato di televisori, sia come Product Manager che come Direttore Marketing. Successivamente ho fatto un’esperienza di lavoro autonomo in Italia e all’estero, ma già nel ’97 ho ricominciato con SIM2, che era uno spin-off di Seleco. La società produceva proiettori, cui si sono aggiunti i decoder per la tv digitale; nel 2000 la società ha realizzato e lanciato una gamma di proiettori con la nuova tecnologia DLP e nel giro di poco tempo ci siamo affermati come azienda di riferimento del settore. Nel 2004 ho iniziato ad occuparmi di Brionvega, pur mantenendo il mio ruolo di Direttore Commerciale in SIM2. Dopo poco tempo, dopo avere capito che i due marchi avevano bisogno di modi completamente diversi di proporsi sul mercato , abbiamo deciso di diversificare le strategie di sviluppo prodotto, di marketing e di distribuzione. Ecco perché, dal 2007, sono impegnato solo con Brionvega.

Oggi è Amministratore Delegato di Brionvega, per cui immaginiamo le sue responsabilità siano moltissime. Una sua tipica giornata in azienda come si svolge?
La fortuna di chi fa questo è che ci sono tante persone intorno che fanno il lavoro insieme a te… Seriamente, la nostra è un’azienda di piccole dimensioni e quindi siamo molto vicini ,i livelli gerarchici sono molto “brevi”. Per quanto riguarda il mio lavoro quotidiano, seguo molte attività diverse tra loro, dai contatti con i fornitori al rapporto con i clienti, fino al controllo sulle attività di sviluppo, che abbiamo – per la maggior parte – esternalizzato. L’importante per me è riuscire a fare tutto senza mai perdere di vista lo spirito del nostro marchio.

Dovesse indicare una dote, una qualità personale che le è indispensabile nel lavoro quotidiano?
Sono curioso e credo molto nel progetto Brionvega. E poi penso che sia necessaria una certa dose di determinazione, visto il periodo complesso che stiamo vivendo.

Classica domanda finale: cosa vede nel suo futuro e in quello di Brionvega?
Mi auguro di riuscire a portare a termine i progetti che stiamo sviluppando e spero che il marchio Brionvega acquisti una maggiore visibilità nel tempo. Anche perché ci piacerebbe diffondere sempre di più la nostra filosofia, che è orientata ad un atteggiamento più rilassato nei confronti delle cose e delle attività quotidiane. In particolare, il tempo libero è uno dei maggiori lussi che abbiamo: cerchiamo almeno di godercelo.

647 views

miraglia_luca_post1Dalla comunicazione alla comunicazione, passando per una miriade di esperienze professionali diverse. È una sorta di canone inverso il percorso che ha portato Luca Miraglia dagli esordi come giornalista free lance al suo ruolo attuale di Responsabile della Comunicazione di Canon Italia. In mezzo ci sono un passaggio in Kodak, dove ha iniziato come Product Manager, e tutta la trafila nel marketing di Canon fino alla direzione di una Business Unit. Ma avere un background così “misto” rappresenta davvero un vantaggio per chi vuole occuparsi di comunicazione? Miraglia non ha dubbi: «Vivere esperienze lavorative diversificate ti permette di saper cogliere appieno gli obiettivi e le finalità ultime della comunicazione che, in azienda, non è mai fine a se stessa. L’esperienza acquisita nelle varie discipline economiche permette da un lato di saper cogliere tutti i segnali provenienti dal mercato e dagli interlocutori, e dall’altro di puntare verso una comunicazione incisiva, mai banale, ma sempre comunque orientata al massimo risultato».

Dottor Miraglia, c’è molto da raccontare a proposito della sua storia professionale. Ci vuole fare lei un riassunto?
Mi sono sempre piaciute le materie scientifiche, come la matematica e la fisica. Questa inclinazione mi ha portato prima a frequentare il Liceo Scientifico a Genova e poi la facoltà di Informatica a Milano. Dopo la tesi sviluppata presso i laboratori IBM di Vimercate ho iniziato a lavorare come giornalista per una nota casa editrice di riviste d’informatica, tra cui “Chip” e “Applicando”. La multimedialità allora era un argomento caldissimo e ci sforzavamo di rendere comprensibili le tecnologie e le applicazioni che avrebbero poi fatto la storia del digital imaging: foto, video e web. Un’esperienza davvero emozionante e creativa che a volte rimpiango ancora ora! Poi è venuto per me il tempo del cambiamento: Kodak è stata la mia prima multinazionale, dove ho iniziato ricoprendo il ruolo di Product Manager. Inseguito sono entrato a far parte del mondo Canon, dove ho percorso tutta la carriera Marketing fino alla direzione di una Business Unit. Questa esperienza è stata arricchita anche da una parentesi internazionale, presso la sede londinese dell’azienda.

Come detto, nel 2001 è approdato all’headquarter europeo di Canon Europe a Londra come Marketing Manager per la regione EMEA e qui si è fermato per tre anni. Che ricordo le è rimasto di quel periodo? Lavorare all’estero in che modo ha cambiato la sua forma mentis?
L’esperienza londinese è per me un ricordo magnifico. Londra è sempre stata la mia città estera preferita, dove ero già stato molte volte durante gli anni del Liceo, per approfondire la conoscenza della lingua inglese, visto che fino a quel momento avevo studiato lo spagnolo. Me ne sono innamorato all’istante e quando ci sono tornato, vent’anni dopo, mi sono sentito subito a casa. Dal punto di vista lavorativo è stata un’esperienza entusiasmante. Dapprima mi sono occupato di Marketing Strategico, lavorando a stretto contatto con i colleghi di Tokyo per la definizione dei nuovi prodotti, poi della strategia commerciale nella regione EMEA. Ho dovuto imparare a confrontarmi con una moltitudine di interlocutori diversi, diciamo da Capo Nord a quello di Buona Speranza. Quando si lavora presso l’headquarter, occorre imparare a considerare attentamente ogni diversità per riuscire a trovare l’unità. Credo che da un lato, sotto questo profilo, noi italiani siamo un po’ avvantaggiati, probabilmente perché abbiamo sviluppato una flessibilità che oserei definire “genetica”, ma d’altro canto occorre anche lavorare tantissimo per liberare il campo dalla montagna di pregiudizi che ci portiamo dietro: occorre dimostrare leadership, serietà e competenza. Tutto il periodo trascorso a Londra è stato per me molto piacevole e formativo.

Da qualche mese è a capo della Comunicazione di Canon Italia. Precisamente quali sono le responsabilità legate alla sua posizione in azienda?
Ripercorrendo la mia carriera, è stato un po’ come un ritorno alle origini, una sorta di canone inverso. Solo che adesso mi ritrovo dall’altra parte della barricata ed è un’occasione fantastica per occuparmi della comunicazione azienda a tutto tondo. Per quanto riguarda le mie mansioni, le responsabilità della divisione Corporate & Marketing Communications spaziano dalla comunicazione interna a quella esterna, le sponsorizzazioni, gli eventi e le relazioni pubbliche, oltre allo sviluppo di campagne pubblicitarie above e below the line. Infine, non possiamo tralasciare la gestione della presenza sul web e delle sue evoluzioni nell’era 2.0. Il team lavora per aree di specialità, ma è molto affiatato, elemento assolutamente indispensabile, perché oggi qualsiasi iniziativa di comunicazione deve essere interpretata in chiave integrata, sfruttando sinergicamente media e contenuti a supporto del business. Tutte le aree della comunicazione sono molto affascinanti, ma oggi i confini tra le varie discipline sono sempre più labili. Parliamo di cross media e di marketing esperienziale. Credo che il vero comune denominatore sia rappresentato dal fatto che la creatività è entrate nel dominio digitale, e in questo spazio si comporta come un’entità liquida, capace di assumere sempre nuove forme.

La sfida più difficile che ha dovuto affrontare in questi primi mesi di “rodaggio”?
Il cambiamento porta sempre con sé elementi di rottura con il passato, ma anche di continuità. Certo, si cambiano ruoli, collaboratori, contesto, ed il processo di apprendimento è spesso faticoso, ma l’esperienza acquisita aiuta molto a gestire questo tipo di situazioni. Si può trovare un metodo per superare positivamente le trasformazioni, facendo leva sul proprio vissuto, sui punti di forza, sulla pianificazione, ma soprattutto sulla consapevolezza che non ci può essere innovazione senza cambiamento. La parte più difficile è essere riconosciuti e apprezzati come leader, non tanto perché si ricopre un ruolo nell’organigramma, ma per quel che si sa dare, e anche ricevere, dal proprio team. Se questo accade si possono raggiungere traguardi importanti, persino inattesi. La forza che può esprimere un gruppo è sempre di molto superiore alla somma dei singoli talenti individuali, ma ogni gruppo per poter esprimere il suo pieno potenziale ha bisogno di un suo capitano.

Tre doti che la rendono “forte” dal punto di vista lavorativo? Ne bastano anche due, se non si vuole sbilanciare…
Non è mai facile parlare di se e dei propri punti di forza. La mia personalità mi spinge verso un approccio molto razionale alla realtà e al prossimo. Sono guidato da un senso di serietà e di lealtà nei confronti degli altri. Cerco anche di essere molto preciso, ricavando un senso di benessere da ogni lavoro ben fatto. D’altro canto ho viaggiato molto e sono entrato in contatto con persone anche molto diverse tra loro, per natura e cultura. Mi sento mosso da una curiosità innata, per la scienza, la tecnica, per le manifestazioni dell’ingegno e considero l’innovazione un elemento imprescindibile di sviluppo personale e collettivo. Infine direi che mi piace molto raggiungere sempre nuovi obiettivi, traendo grande soddisfazione nell’affrontare sia le fasi teoriche che pratiche necessarie: dalla preparazione all’implementazione, fino al risultato.

Ci sono delle scelte fatte in passato che oggi non ripeterebbe?
È molto difficile dirlo, la storia non è fatta né di se né di ma. Sicuramente posso dire che mi sarebbe piaciuto trarre un beneficio ancora maggiore dagli anni trascorsi al Liceo. Un momento di crescita personale e culturale irripetibile, sia per la varietà delle discipline alle quali si viene esposti, sia per la particolare ricettività che è peculiare agli anni della formazione. Si potesse, varrebbe la pena di frequentarla due volte la scuola dell’obbligo!
In secondo luogo, credo che non si dovrebbe mai rinunciare a priori ad alcuna opportunità o sfida: ogni esperienza vale sempre la pena di essere vissuta e se affrontata con il giusto spirito, saprà ripagarci del necessario sacrificio. Infine, non aspetterei più così tanto prima di dedicarmi ad una passione. Sono entrato da poco in possesso di una piccola barca a vela, un desiderio che coltivavo fin da bambino. Un paio d’ore passate nel fine settimana sul mio “Sei Nodi” rappresentano adesso un appuntamento imprescindibile per bilanciare gli impegni lavorativi con la vita familiare e recuperare un sano equilibrio psicofisico.

Come abbiamo visto, prima di occupare la sua posizione attuale ha fatto delle esperienze professionali molto diverse tra di loro. Consiglierebbe un percorso simile a chi è interessato a lavorare nella comunicazione?
Sicuramente sì, credo sia un reale vantaggio poter vivere esperienze lavorative diversificate. Questo permette di saper cogliere appieno gli obiettivi e le finalità ultime della comunicazione che, in azienda, non è mai fine a se stessa. Noto che talvolta i giovani esperti di comunicazione hanno la tendenza a restare un po’ intrappolati nella loro materia e non riescono a liberarne il pieno potenziale. L’esperienza acquisita nelle varie discipline economiche permette da un lato di saper cogliere tutti i segnali, anche quelli deboli, provenienti dal mercato e dagli interlocutori, e dall’altro di puntare verso una comunicazione incisiva, mai banale, ma sempre comunque orientata al massimo risultato.

398 views

cassina_igor_postQualcuno l’ha definito “un punto esclamativo pervaso da energia, venuto dallo spazio”. Ma dietro a quelle evoluzioni quasi ipnotiche, a quel volteggiare in aria sfidando ogni legge fisica, Igor Cassina nasconde qualità molto “umane”. Su tutte una volontà di ferro immutata nel corso degli anni, che spinge il ginnasta milanese, medaglia d’oro nella sbarra ai Giochi Olimpici di Atene 2004, a ricercare sempre l’eccellenza, al di là dei titoli e degli allori da conquistare: «Per me la vittoria non è arrivare primi – spiega – ma è qualcosa dentro di noi. È sapere che abbiamo dato il meglio di noi stessi. Il vincente è proprio colui che riesce a dare il massimo in tutte le situazioni, che non si accontenta di vincere, ma vuole sempre arrivare al proprio limite, altrimenti non si sente soddisfatto».

Igor Cassina, nella sua carriera ha già conquistato un oro olimpico e altre medaglie importanti agli Europei e ai Mondiali. Oggi il suo obiettivo su cosa è puntato? Dove trova la motivazione per prepararsi duramente ogni giorno?
Partiamo dal fatto che, nonostante l’età e i risultati che ho già ottenuto, la ginnastica rimane per me una grandissima passione, è la mia vita. Comunque, in questo momento mi sto preparando per il Mondiali che ci saranno nel prossimo ottobre a Rotterdam e che varranno anche come qualificazione per le Olimpiadi del 2012. Il mio obiettivo è proprio quello di terminare la mia carriera con una bella prestazione a Londra. Cosa significa “bella prestazione”? Beh, può avere tanti risvolti: fare un bell’esercizio, arrivare in finale, prendere una medaglia… Dentro di me so che posso giocarmela, ho le potenzialità per vincere. Vedremo poi in gara se ci saranno atleti migliori di me. Tornando al discorso motivazione, fin da quando avevo 9 anni, da quando cioè ho iniziato a interessarmi a questa disciplina, nella mia testa ho continuato a pensare alla ginnastica. Ancora oggi nella mia mente vedo e rivedo le evoluzioni degli esercizi che devo fare. La motivazione, dunque, è rimasta la stessa degli inizi.

L’allenamento che valore ha per lei? Quando sente di aver lavorato bene in palestra? Da cosa lo capisce?
L’allenamento è essenziale nella preparazione di un atleta. È impossibile arrivare ad una gara e fare bene senza un adeguato allenamento, soprattutto in una disciplina come la ginnastica artistica. Personalmente mi sento soddisfatto quando sento di aver fatto il mio dovere, perché in fondo l’allenamento è come un lavoro a cui dedico mattina e pomeriggio, tutti i giorni. Inoltre, mi dà gioia aver fatto bene gli esercizi ed essere riuscito a provare qualcosa di nuovo.

A proposito dei momenti prima della finale di Atene, ha scritto: “Dopo Hamm è il mio momento. Cerco solo di pensare al mio esercizio, non sento i fischi, ci siamo solo la sbarra ed io”. Come si riesce a raggiungere un tale livello di concentrazione? Qual è il segreto per non sentire la pressione di un momento così importante, decisivo?
Ogni atleta, ogni persona ha un suo carattere e una predisposizione personale per affrontare gli appuntamenti importanti. C’è chi ci arriva più sereno e chi meno, anche io dopo le Olimpiadi ho sentito molto la pressione in alcune gare perché c’erano grandi aspettative su di me e non potevo deluderle. Alcune volte si riesce a gestire al meglio queste situazioni, altre volte no. Parlando della finale di Atene, c’era un grande caos, la gara era stata interrotta a causa delle contestazioni del pubblico per un punteggio troppo basso al russo Nemov: mancava poco che la gente venisse giù dagli spalti. Insomma, si era creata una situazione di “instabilità” per gli atleti, ma io riuscii a trasformare quel caos in un evento positivo. Pensai “peggio di così non può andare” e salii in pedana più sereno, più motivato. Quando sei lì non devi fare troppi conti, devono solo scattare gli automatismi giusti. È vero, ti serve la massima concentrazione, ma non puoi pensare troppo a cosa ti stai giocando: solo con l’esperienza impari a conoscere il tuo limite in questo senso. Ovviamente poi ci sono degli schemi di base per riuscire a raggiungere un livello ideale di concentrazione, ma quando c’è in ballo un risultato molto importante le parole dette dagli altri non contano. In quei momenti vivi nel tuo mondo, la forza la devi trovare dentro di te. Credo che la differenza tra un atleta e un campione sia proprio la testa: o ce l’hai o non ce l’hai. Certamente si può migliorare nel tempo, ma la vera differenza la fai tu, con la tua determinazione e con la consapevolezza dei tuoi mezzi.

Secondo lei, essere vincenti cosa significa? È solo una questione di titoli in bacheca?
Mi sto per laureare in Scienze Motorie alla Cattolica di Milano con una tesi che affronta questo tema, tra gli altri. Per me la vittoria non è arrivare primi, ma è qualcosa dentro di noi. È sapere che abbiamo dato il meglio di noi stessi, fino al nostro limite. Mettiamo che ci siano degli atleti più forti di me e io arrivi – per esempio – sesto: per me è comunque una vittoria se ho fatto del mio meglio. Il vincente è proprio colui che riesce a dare il massimo in tutte le situazioni, che non si accontenta di vincere, ma vuole sempre arrivare al proprio limite, altrimenti non si sente soddisfatto. Ecco perché considero il terzo posto che ho ottenuto agli ultimi Mondiali di Londra come una vittoria: venivo da due cadute consecutive agli Europei di Milano e sono riuscito comunque a dare il massimo.

cassina_igor_post1La perfezione è un mito irraggiungibile o un traguardo da conquistare?
Secondo me è un traguardo da conquistare. Credo che i limiti umani siano difficilmente scrutabili, perché in ogni cosa si può andare oltre. Nella ginnastica, ad esempio, un esercizio eseguito alla perfezione può sempre essere fatto in maniera più ampia. Ricercare la perfezione è uno stimolo, dunque, assolutamente reale. Del resto, se punti al massimo qualcosa di buono deve venire fuori per forza.

Nella sua carriera non ci sono stati solo trionfi ma anche alcune delusioni, come le due cadute consecutive agli Europei di Milano di cui ci parlava prima. Da un punto di vista mentale, come si possono superare simili momenti di difficoltà?
Io sono fortunato, perché ho una famiglia e un allenatore che mi vogliono bene e mi hanno sempre sostenuto. D’altronde, credo che da soli non si arrivi da nessuna parte. Tornando alla gara di Milano, ero al primo posto dopo le qualificazioni, ma in finale sono caduto due volte di seguito, rovinando tutto. Posso assicurare che non è facile ritrovare gli stimoli in una situazione simile, ti viene voglia di dire basta, di lasciare. Ma l’arma vincente è sempre la passione. Per i primi due mesi ho fatto fatica ad andare in palestra, poi sono riuscito a rimettermi in gioco con la stessa passione di prima, a ritrovare la fiducia in me stesso. Ecco perché considero il bronzo ai Mondiali di Londra come una vittoria.

Lo sport che valore può “insegnare” a chi opera nel mondo del lavoro?
Sono convinto che molti dei valori trasmessi dallo sport, che aiutano noi atleti anche a fare delle rinunce, si ritrovino nel mondo del lavoro. Per esempio, avere delle regole, essere disciplinati per raggiungere un obiettivo. E ancora, avere rispetto per se stessi e per chi ci circonda, uno dei valori più importanti dal mio punto di vista. Sono tutte basi su cui costruirsi un futuro in maniera equilibrata. Lo sport, inoltre, ti forgia il carattere, ti mette a dura prova. Lo stesso succede nel lavoro: un diplomato o un laureato alle prime esperienze deve affrontare tante batoste, ma poi – se si rimbocca la maniche – può ottenere le soddisfazioni che cerca.

Dove si vede nel dopo-ginnastica? Ha già pensato a cosa farà “da grande”?
Ho frequentato l’università proprio perché mi piacerebbe insegnare ginnastica artistica in ateneo. Oltre ai ragazzi più grandi, vorrei insegnare anche ai bambini. Mi piacerebbe farli avvicinare a questa disciplina, che è molto bella, oltre che completa. E se dopo qualche tempo decideranno per un altro sport, va bene lo stesso. Nel frattempo avranno sviluppato la coordinazione, le fasce muscolari e tutto ciò che serve per affrontare qualsiasi disciplina.

1.154 views

pierdicchi_maria_postItaliana di nascita ma americana di adozione, Maria Pierdicchi ha occupato diverse posizioni di prestigio nel corso della sua carriera nel mondo della finanza. Tre anni negli States come Senior Financial Analyst di Citibank prima, poi il ruolo di Direttore Centrale in Premafin e l’esperienza come responsabile del Nuovo Mercato per la Borsa Italiana, quindi l’approdo in Standard & Poor’s (la prima agenzia di rating nel mondo), di cui è Managing Director dal 2003. Un percorso fatto di tanti cambiamenti, di svolte decise, di scelte anche difficili ma necessarie per arricchire il proprio bagaglio personale e professionale. «Cosa consiglio a chi deve ancora ‘arrivare’? Di non avere fretta – spiega la Pierdicchi – Di andare dove si può imparare, per esempio privilegiando il contesto internazionale rispetto a quello locale. È molto importante la flessibilità, essere aperti a dei cambi di percorso, perché i salti di funzione e di settore ti danno poi un quid in più. I cambiamenti sono faticosi, è vero, ma ti danno anche la possibilità di fare un’esperienza più completa, di allargarti la mente».

Dottoressa Pierdicchi, nel suo curriculum scolastico risaltano la laurea (con pieni voti) in Economia Politica alla Bocconi e un MBA con specializzazione in Finanza presso la New York University Stern School of Business Admnistration. Quali aspetti della sua formazione si sono rivelati poi decisivi nel corso della sua carriera?
Sicuramente il mio background accademico con formazione di economia politica e finanza. Combinare la visione di sistema che mi ha dato la Bocconi con la formazione specialistica in ambito finanziario che ho acquisito a New York, insieme al percorso accademico che ho fatto, è stato molto importante per la mia carriera. Inoltre, l’esperienza all’estero, sia di studio che di lavoro, mi ha dato molta focalizzazione e determinazione: avevo fatto un percorso molto “italiano” fino ad allora, mentre negli Stati Uniti ho imparato a lavorare sull’execution e a essere più focalizzata ed essenziale. Il fatto di poter combinare la formazione classica italiana con quella più pragmatica anglo-sassone indubbiamente ha rappresentato un grande vantaggio per me. Un terzo fattore decisivo è stata l’esperienza in multinazionali come Citibank: una scuola di team work, innovazione e multi-disciplinarietà, oltre che multi-culturalità.

Come ha già anticipato, dal 1988 al 1991 ha lavorato in Citibank come Senior Financial Analyst nel settore corporate. Gli anni passati negli States in che modo l’hanno aiutata a crescere? Che ricordo le è rimasto di quel periodo?
Un ricordo molto buono, anche se ho dovuto impegnarmi molto e competere in modo diverso da come ero abituata. All’inizio ero un po’ intimidita, mi sentivo in un contesto completamente diverso. Negli Stati Uniti, comunque, se ti impegni puoi fare tutto, c’è un forte senso di meritocrazia e questo ti stimola moltissimo nel lavoro. E ho trovato altrettanto stimolante il fatto di vivere in un mondo con delle dinamiche economiche e sociali molto forti, in cui i fenomeni sono sempre in evoluzione e tu sei chiamata ad adeguarti in tempi molto stretti. Se consiglierei questo tipo di esperienza? Assolutamente sì, mi ha cambiato radicalmente.

Dal 1998 al 2003 è stata responsabile del Nuovo Mercato per la Borsa Italiana. Ci vuole raccontare qualcosa di questa esperienza?
È stata una sfida interessante, la New Economy iniziava ad avanzare anche in Italia e il nostro obiettivo era di collegarci al progetto che altre borse europee, come quella francese e tedesca, portavano avanti già da un po’ di tempo. Sicuramente è stato uno start-up faticoso ma che allo stesso tempo ci ha dato molta soddisfazione, visto il grande successo che abbiamo ottenuto, come numero di società quotate e partecipazione degli investitori. In più, ho avuto la possibilità di conoscere da vicino tante piccole e medie imprese italiane, nuove e meno nuove. Il dialogo con gli imprenditori mi ha arricchito moltissimo, ho seguito la loro crescita, le loro scelte e ho conosciuto diversi modelli di business. L’aspetto che più mi ha deluso invece, è stata la difficoltà a creare un sistema di sostegno all’innovazione in Italia, cosa che invece è avvenuta in altre realtà come Francia e Germania. In ogni caso, sono orgogliosa del fatto che, dopo tanti anni, l’innovazione oggi sia riconosciuta come elemento fondamentale della crescita italiana, un concetto che il Nuovo Mercato ha sempre sostenuto.

pierdicchi_maria_post1Oggi è Managing Director della Standard & Poor’s, Responsabile per il Sud Europa e Amministratore Delegato della McGraw-Hill Companies Srl della sede di Milano. In concreto, come si svolge il suo lavoro? Di quali attività è fatta la sua giornata?
Il mio compito è di coordinare e supervisionare tutto lo sviluppo del nostro business in quest’area, sia come attività di rating che di servizi informativi e analitici agli investitori. Gestisco, dunque, i rapporti con gli emittenti, gli investitori – che sono il nostro principale interlocutore – e gli intermediari, nonché con gli enti regolamentari e istituzionali. Sviluppo il “franchise” di S&P, ovvero la nostra leadership sul mercato, ad esempio attraverso attività di ricerca e organizzazione di conferenze per far conoscere la nostra visione del mercato, ma anche i rapporti con i media e gli stakeholders. E poi c’è tutta l’attività interna, che riguarda le risorse umane, le attività societarie e il grande lavoro di coordinamento delle business units europee sul mio territorio. La mia giornata è fatta di tantissime riunioni, con clienti, prospects, ecc; di lettura e studio e di parecchie conference call e video-conference interne. Dovendo suddividere il mio tempo, direi che il 40-50% della giornata è dedicato al lavoro esterno, il 15-20% alla gestione dei due uffici di Milano e Madrid, il 30% alle attività di coordinamento interno. Queste sono più o meno le percentuali.

In un’intervista di qualche anno fa ha dichiarato: «Come donna mi scontro ancora con una certa diffidenza, specie in un contesto di soli uomini: devi comunque sempre dimostrare qualcosa in più, non puoi permetterti sbavature». Ha cambiato opinione nel frattempo?
È soprattutto la storia dei miei inizi, ma riflette una realtà oggettiva: essere spesso l’unica donna in vari contesti professionali. Dopo molti anni di lavoro constato che ancora oggi in Italia alcuni ambienti sono molto maschili, diversamente da quanto succede all’estero dove la situazione è vicina al 50 e 50: questo inevitabilmente comporta un certo grado di discriminazione e difficoltà per le donne. Ovviamente un contesto internazionale, in cui c’è maggiore diversità di genere ti offre anche più opportunità e ti mette più a tuo agio.

I suoi punti di forza quali sono?
Sono molto determinata ed orientata ai risultati. Inoltre credo di aver grande capacità di aggregare idee, team e di gestire progetti anche complessi. Ho un gran senso del rispetto e del servizio al cliente, a cui voglio garantire sempre la massima qualità possibile. Infine, ho un approccio creativo in quello che faccio, porto avanti idee nuove e questo elemento di originalità mi aiuta molto nel mio lavoro, anche a motivare i team. Credo di essere molto forte nel crisis management.

Debolezze, invece, ne ha? Come cerca di superarle?
Sono molto esigente, mi aspetto molto da me stessa così come dagli altri. Negli anni ho sempre cercato di migliorarmi e oggi, per esempio, sono sicuramente più tollerante rispetto all’imperfezione. Ho frequentato tanti corsi per sviluppare al meglio le soft skills, la leadership, la capacità di capire le persone, di farle crescere, di motivarle, la capacità di prendere decisioni difficili e di farle accettare dagli altri, etc. Sono qualità molto importanti oggi come oggi, ma personalmente ritengo che vadano acquisite soprattutto sul campo. I corsi di formazione, così come il coaching, spesso ti aiutano semplicemente a sistematizzare dei concetti che avevi già fatto tuoi con l’esperienza. Credo molto nell’apprendimento continuo sul campo, con umiltà.

Adesso che è una donna di successo, che consigli si sente di dare a chi, invece, deve ancora “arrivare”?
Innanzitutto, di cercare di capire bene cosa ti piace fare, perché per lavorare al meglio serve passione. La passione ti dà delle risorse inaspettate, anche nei momenti più difficili ti permette di trovare le energie per andare avanti. Inoltre, credo sia importante avere la capacità di fare sempre qualcosa in più rispetto a quello che ti viene richiesto, insomma di avere anche degli obiettivi personali. Poi di lavorare sulla formazione, di frequentare i corsi giusti, ma anche di scegliere aziende dove l’attività che ti piace viene fatta al meglio. Questo anche a discapito della carriera e dello stipendio, almeno nei primi anni. Non bisogna avere fretta, ma andare dove si può imparare, per esempio privilegiando il contesto internazionale rispetto a quello locale. In questo senso, è molto importante la flessibilità, essere aperti a dei cambi di percorso, perché i salti di funzione e di settore ti danno poi un quid in più. I cambiamenti sono faticosi, è vero, ma ti danno anche la possibilità di fare un’esperienza più completa, di allargarti la mente. Un altro consiglio è di scegliersi bene i propri capi, perché da loro si può imparare moltissimo e crescere. Infine, è fondamentale lavorare duramente. Mi sembra, invece, che i giovani non abbiano sempre molta voglia di mettersi sotto, ma senza l’impegno non si va da nessuna parte, la competizione è destinata solo a crescere con la globalizzazione.

925 views

cantieri_matteo_postVivere l’azienda sulla pelle, perché «fare marketing in maniera asettica, sforzandosi, riesce male». Una regola tanto semplice quanto basilare per Matteo Cantieri, Responsabile Marketing di Polar (www.polaritalia.it), azienda leader nello sviluppo di cardiofrequenzimetri e dispositivi tecnologici a servizio degli appassionati di sport. 33 anni, una laurea in Scienze Politiche e un Master in Comunicazione e Marketing della Burston-Marsteller come bagaglio scolastico, Cantieri affronta ogni giornata di lavoro con la curiosità del vero appassionato: «È una dote che non può mancare a chi si occupa di marketing – spiega – Per esempio, io faccio triathlon e questo mi permette di capire meglio il nostro prodotto, di coglierne l’utilità, ma anche di vivere i “bisogni” dei nostri consumatori». Un vantaggio strategico non indifferente, soprattutto per chi fa marketing in un’azienda di medio-piccole dimensioni: «Le grandi società – conclude Cantieri – si prodigano soprattutto per carpire le informazioni “nascoste” che riguardano il consumatore, le sue abitudini, i suoi vizi. Si preoccupano troppo del cliente e troppo poco del prodotto che vendono. Credo, invece, che oggi sia sempre più importante l’attenzione per il dettaglio, conoscere bene il prodotto che si vende è un’arma assolutamente vincente».

Dottor Cantieri, può tracciare un suo profilo per i nostri lettori?
Oggi ho 33 anni . Per quanto riguarda il mio curriculum scolastico, ho fatto Ragioneria alle Superiori, poi mi sono laureato in Scienze Politiche a Bologna e, infine, ho fatto un Master in Comunicazione e Marketing della Burston-Marsteller a Milano. Contestualmente ho iniziato a lavorare per un’agenzia di comunicazione e pubbliche relazioni: sono stato fortunato perché ho potuto fare teoria e pratica insieme. Dopo un periodo lavorativo a Milano, sono tornato a Bologna, dove sono entrato come Project Manager in un’azienda di servizi finanziari, legata in particolare ad un servizio di fidelizzazione per la vendita al piccolo dettaglio nei centri storici. In sostanza, mi sono occupato di marketing del territorio in città come Bologna, Cremona e Monza. Ho lavorato lì per tre anni, poi sono entrato in Polar.

L’approdo in Polar come è avvenuto? Quali sono le sue mansioni come Responsabile Marketing?
Cinque anni fa ho letto un annuncio su un giornale, questo tipo di ruolo mi era sempre interessato e così – dopo tre colloqui – sono stato assunto come Responsabile Marketing, anche grazie all’empatia che si è creata immediatamente con l’Amministratore Delegato di Polar. Le mie mansioni toccano tutte le leve del marketing mix, ho una competenza a 360 gradi, perché la nostra è un’azienda di medio-piccole dimensioni. Mi occupo, quindi, della comunicazione sul punto vendita, delle pubbliche relazioni, anche dei rapporti con i giornalisti, che spesso curo direttamente visto che il nostro è un prodotto molto tecnico. Oltre a questo, c’è tutta la parte di sponsorizzazione di atleti e team legati a sport di endurance, gli eventi e le fiere di settore. Negli ultimi anni, abbiamo sviluppato anche il canale promozionale B2B, un settore molto importante per noi. Inoltre, abbiamo lavorato parecchio sul nostro sito internet, che è una fonte di informazioni preziosa per i nostri clienti: chi compra prodotti tecnologici solitamente è internet oriented, nel senso che confronta i prodotti tra di loro, vuole sapere tutte le specifiche degli oggetti che compra, etc.

cantieri_matteo_post1Ci dice tre cose che le piacciono del suo lavoro?
La trasversalità, nel senso che non è mai un lavoro monotono. Poi ho a che fare con moltissime persone, il mio è un ruolo di contatto e questo è un altro aspetto che mi piace molto. Infine, apprezzo il fatto che questo lavoro ti “costringe” a tenerti informato un po’ su tutto, sullo sport, sul wellness, sugli eventi, sul mondo della televisione e così via.

La sfida più difficile che ha dovuto affrontare in questi anni?
La nascita di un competitor. Quando sono entrato in Polar, eravamo dei monopolisti: affrontare un concorrente che ha investito tanto è stata una sfida difficile ma allo stesso tempo coinvolgente. Abbiamo reagito dando spazio alla fantasia, alla ricerca di nuove strade per promuovere il nostro marchio, su internet come nei punti vendita. Insomma, la concorrenza ci ha reso più interattivi.

Lei in che cosa si sente “forte” dal punto di vista lavorativo? Qual è la sua dote migliore?
Forse sono due… Innanzitutto, la precisione. Spesso si immagina che il marketing sia tutto brainstorming e fantasia al potere, ma in realtà è importante lavorare con metodo, senza lasciare nulla al caso. E poi sono curioso e mi “immedesimo” molto nel nostro prodotto: è una dote che non può mancare a chi si occupa di marketing. Per esempio, io faccio triathlon e questo mi permette di capire meglio il nostro prodotto, di coglierne l’utilità, ma anche di vivere i “bisogni” dei nostri consumatori.

Ci sono libri o film che considera delle pietre miliari per la sua professione e per se stesso?
Probabilmente sono molto scontato… Quanto ai libri, direi sicuramente “Il piccolo principe”, perché è un’esplorazione continua, un testo molto istruttivo, che ti fa capire quanto sia importante la conoscenza per capire come va il mondo. Come film, invece, scelgo “L’attimo fuggente”. Carpe diem è un messaggio molto significativo, un monito a fare le cose al momento giusto, credendo in quello che fai. Non necessariamente per arrivare al top, ma per vivere sempre come fosse l’ultimo giorno.

Secondo lei, oggi chi lavora nel Marketing a quale aspetto deve prestare sempre più attenzione? Insomma, in che direzione si sta evolvendo questa funzione aziendale?
È sempre più importante l’attenzione per il dettaglio, conoscere il proprio prodotto a fondo. Oggi le grandi aziende si prodigano soprattutto per carpire le informazioni “nascoste” che riguardano il consumatore, le sue abitudini, i suoi vizi. Insomma, si preoccupano troppo del cliente e troppo poco del prodotto che vendono, l’offerta è troppo variegata e troppo poco spiegata. Anche se è un discorso che vale soprattutto per le aziende medio-piccole, credo che in questo momento conoscere bene il prodotto che si vende sia un’arma assolutamente vincente.

Un consiglio per chi volesse intraprendere un percorso professionale simile al suo?
A parte il classico “credere in se stessi” e le varie filosofie american style – che comunque hanno un loro valore – penso sia fondamentale avere passione: ti deve piacere il tuo lavoro. Fare marketing in maniera asettica, sforzandosi, riesce male. Io stesso non potrei lavorare in questa funzione in un’altra azienda. Anche perché se sei appassionato si vede, traspare in tutto quello che fai.

945 views

cagnotto_tania_postMai carta d’identità fu più bugiarda. Tania Cagnotto deve ancora compiere 25 anni (è nata il 15 maggio 1985), eppure il curriculum (5 medaglie d’oro agli Europei, 1 argento e 2 bronzi ai Mondiali) e la “testa” della tuffatrice bolzanina ci raccontano una storia diversa. La storia di un’atleta giù matura, di una persona perfettamente conscia delle proprie potenzialità e dei propri limiti, che lavora tutti i giorni per raggiungere la “perfezione”, obiettivo fisso per chi deve salire sul trampolino o in pedana. Vincente ma con i piedi ben piantati a terra («Le vittorie e le medaglie hanno aumentato la mia autostima, però non mi sento arrivata»), umile ma mai doma («A livello mondiale la concorrenza è tanta e le cinesi sono dei fenomeni “quasi” imbattibili, ma se loro commettono un errore bisogna essere pronti per approfittarne»), la Cagnotto è un talento che è riuscito a sbocciare. Raggiungere la vetta, però, non è stato facile: «Senza fatica non si va da nessuna parte – spiega la ragazza di Bolzano – Niente è regalato e se vuoi arrivare in alto devi essere pronto a fare delle rinunce. Ma soprattutto devi amare quello che fai ed esserne convinto al cento per cento. Solo così puoi diventare un campione».

Tania Cagnotto, a soli 24 anni ha già conquistato 5 ori ai Campionati Europei ed è stata anche la prima tuffatrice italiana ad andare a medaglia ad un Mondiale. Nel suo palmares, però, manca ancora il metallo più prezioso ai Mondiali e alle Olimpiadi… Quanta voglia ha di salire sul gradino più alto del podio? Si sente pronta per il definitivo salto di qualità?
Salire sul gradino più alto del podio in una manifestazione importante come Mondiali ed Olimpiadi è il sogno di ogni atleta. Io ho sempre lavorato tanto per poter arrivare in gara e dare il massimo, e continuerò a farlo. A livello mondiale, però, la concorrenza è tanta e le cinesi sono dei fenomeni “quasi” imbattibili. Ma se loro commettono un errore bisogna essere pronti per approfittarne e quindi devo sempre tenere alta la concentrazione.

L’allenamento che valore ha per lei? Al di là dell’aspetto fisico e tecnico, come lavora sulla testa in vista delle gare?
Nei periodi in cui non ci sono gare allenarsi con la massima concentrazione e la massima intensità non è così facile perché è fisiologico rilassarsi un po’, ma è sufficiente che ripensi ai traguardi raggiunti finora e alla felicità che dà un risultato importante e la voglia di andare al massimo ritorna subito. In prossimità delle gare, invece, l’intensità e la concentrazione vengono da sole. Più che altro bisogna essere bravi a gestire la tensione che aumenta progressivamente. Per questo aspetto, come molti atleti, mi avvalgo comunque dell’aiuto di uno psicologo dello sport, che contribuisce a farmi arrivare con la testa giusta alla gara.

cagnotto_tania_post1La ricerca della perfezione può diventare una vera ossessione per le persone, nello sport come nel lavoro. A lei la parola “perfezione” che pensieri evoca?
È una parola che vale molto nel mondo dei tuffi e ci si allena tanto proprio con l’obiettivo di avvicinarsi il più possibile a questo risultato. Certo se diventa ossessione non va bene, io preferisco viverla come una continua sfida con me stessa. Poi quando arriva un 10 in gara tutti gli sforzi sono ben ripagati, significa che in quel momento hai raggiunto la perfezione.

Prende mai qualcosa “in prestito” dalle sue avversarie? Che insegnamenti si possono trarre dal confronto con la “concorrenza”?
Certo, c’è sempre da imparare. Se si vuole crescere è doveroso un continuo confronto, bisogna studiare i punti di forza delle avversarie e le loro tecniche di esecuzione. A questo proposito guardo molti filmati della “concorrenza” assieme al mio allenatore/papà (Giorgio Cagnotto, ndr) e poi ci lavoriamo sopra.

Tra le medaglie più importanti della sua carriera, c’è sicuramente l’argento ai Mondiali di Roma 2009, conquistato nel sincro con Francesca Dallapè. Come cambia il suo approccio all’allenamento e alle gare quando si trova a lavorare in un team, seppur di sole due persone?
È solo da un anno che facciamo sincro insieme, ma abbiamo un ottimo feeling, ci capiamo al volo e basta uno sguardo. E poi ci lega un ottimo rapporto di amicizia, aspetto molto importante. Francesca è più emotiva di me quindi cerco di tranquillizzarla in gara, ma non sempre è facile. Nel sincro sono un po’ più tranquilla…non mi sento cosi sola come nella gara individuale!

Sia sincera: lei si sente una vincente?
Sicuramente le vittorie e le medaglie conquistate aumentano la mia autostima e questo mi fa sentire una vincente, anche perché mi conosco e so di essere in grado di tirar fuori le unghie quando serve. Allo stesso tempo però sono consapevole che ho ancora molto da imparare e migliorarsi è sempre possibile. Sicuramente non mi sento arrivata.

Nella sua carriera avrà commesso anche degli errori. Quando sbaglia un tuffo qual è il suo primo pensiero? Come riesce a superare i momenti difficili, le delusioni?
Purtroppo nelle gare importanti non puoi permetterti di sbagliare nemmeno un tuffo altrimenti comprometti tutto il lavoro fatto e sei fuori dal podio di sicuro. Quindi, quando sbaglio è difficile continuare a crederci, ma cerco sempre di pensare tuffo per tuffo fino alla fine. Le delusioni servono a mantenere i piedi per terra e a spronarti ad allenarsi ancora di più. Dalle delusioni si deve trovare la forza e la determinazione per crescere.

I suoi successi dimostrano che intorno ha avuto delle persone che l’hanno aiutata a crescere. Secondo lei, qual è il segreto per far sbocciare un talento? I giovani di che “spinta” hanno bisogno?
Hanno bisogno di sapere che senza la fatica non si va da nessuna parte. Niente è regalato e se vuoi arrivare in alto devi essere pronto a fare delle rinunce. Ma soprattutto devi amare quello che fai ed esserne convinto al cento per cento. Solo così puoi diventare un campione.

780 views

sica_communitymanagement_postNon c’è dubbio che il fenomeno Web 2.0 abbia rivoluzionato (e stia tuttora rivoluzionando) la vita delle organizzazioni. Innanzitutto, è cambiato il modo in cui le imprese “costruiscono” la propria reputazione, perché è diventato determinante il giudizio espresso dalla Rete, a cui oggi moltissime persone fanno riferimento per orientarsi su quel prodotto o quel marchio. Contestualmente è cambiato anche l’atteggiamento del consumatore, divenuto un soggetto sempre più attivo, che pretende un dialogo “alla pari” con l’azienda, tanto da voler perfino partecipare attivamente alla realizzazione dei prodotti. Ma c’è un altro aspetto della rivoluzione 2.0 da considerare e questa volta tocca le aziende dall’interno: sono le communities nate – più o meno spontaneamente – all’interno dell’organizzazione. Sorge, dunque, una domanda: come “coltivare” queste comunità per trasformarle in una risorsa dell’azienda? Affidiamo la risposta a Rosario Sica, autore – insieme ad Emanuele Scotti – del libro “Community management”, edito da Apogeo.

Rosario Sica è un Fisico cibernetico, con un master in Marketing e Comunicazione sociale. Ha guidato progetti di formazione integrata e innovazione sia a livello internazionale che nazionale. È membro del Comitato scientifico del progetto Europeo TOWL (Time Ontology Web Language) e partecipa al progetto OKI presso il MIT di Boston. Docente nel corso di Laurea Specialistica in Informatica presso l’Università dell’Insubria Corso di Web2.0 e Visiting Professor University of Johannesburg e Cape Town (Sud Africa). È fondatore di Open Knowledge.
Emanuele Scotti, Phd in Semiotica nel 1994, specializzazione in “Open and distance education” nel 1997 presso la Open University (UK), ha gestito progetti di Community management e di innovazione per Allianz, Barclays Italia, BTicino, Comune di Firenze, Comune di Venezia, Eurizon, Fiat Group, Fiera di Milano, Intesa Sanpaolo. È fondatore di Open Knowledge.

Dottor Sica, iniziamo dalla domanda chiave che sta alla base del vostro libro: in che modo il Web 2.0 sta cambiando il funzionamento dei mercati e delle organizzazioni?
Non sei quello che dici di essere ma quello che Google dice che sei! Perché oggi quando vogliamo guardare cosa fa un’azienda e cosa se ne dice in giro, è lì che ci dirigiamo. Apriamo la pagina di Google… è lì che valutiamo la reputazione delle aziende. Il Web 2.0 nasce nel 2004 e, come sappiamo, si è affermato grazie a piattaforme quali Youtube, Wikipedia, Facebook, etc in cui gli utenti possono partecipare alla costruzione dei contenuti. La rete, dunque, è diventata una tappa obbligata per le aziende, perché la discussione sui prodotti e sugli stessi brand ormai avviene sul web. Prima per farci un’opinione sui prodotti ci affidavamo alle recensioni sulla stampa, oggi invece per saperne di più andiamo nella blogosfera a leggere i commenti postati da una persona con cui abbiamo una relazione di fiducia. Il Web 2.0 si basa proprio su questo principio, la relazione di trust, di fiducia.

Nel primo capitolo di “Community management” si fa riferimento ad alcune “aziende che conversano con il mercato”, ovvero a quelle organizzazioni che hanno già cominciato a sperimentare delle azioni per “fronteggiare” l’esplosione del fenomeno Web 2.0. Ci può fare un esempio su tutti?
Lago Arredamenti da circa due anni ha messo in atto un “ripensamento” social dell’azienda, sia al proprio interno che verso l’esterno. È un progetto che stiamo seguendo noi come Open Knowledge e che ha portato alla creazione di una vera e propria brand community in cui l’impresa dialoga con i clienti all’insegna della massima trasparenza. La comunità è attiva da qualche mese e sta riscontrando un grande successo di partecipazione tra gli appassionati di quel tipo di prodotto. Un altro esempio eccellente è quello della Fiat 500, che è diventato un po’ il caso dei casi: 500 giorni prima dell’uscita della macchina, infatti, il marketing di Fiat ha lanciato una community per coinvolgere gli appassionati della 500 e chiedere loro dei suggerimenti per lo sviluppo del prodotto. Molti di questi suggerimenti sono stati poi effettivamente utilizzati per la realizzazione dell’auto e non è un caso che le prime 500 siano state vendute in pochissimo tempo, nell’ordine dei minuti, attraverso il web.

Spostiamo l’obiettivo all’interno delle imprese. Ha scritto: “Il lato informale dell’organizzazione può essere coltivato e governato intenzionalmente, perseguendo obiettivi di sviluppo organizzativo di diversa natura”. Ovvero? Quali sono questi “obiettivi”?
Quando parliamo di communities, il punto di partenza è che esse non si creano ma si coltivano. L’obiettivo di un’azienda, dunque, è individuare, attraverso strumenti come la Social Network Analysis, le comunità informali presenti in azienda, ri-allineandole agli obiettivi di business della società. In sostanza, integrare il livello formal dell’organizzazione, legato al modello top-down e ad una gerarchia, con quello informal.

Ma all’interno di un’azienda che tipologie di comunità informali si possono formare?
Comunità legate ad un mestiere, Comunità temporanee (ad esempio le learning communities), e Comunità di pratica, cioè legate ad una professionalità specifica. Secondo Wenger, le Comunità di pratica sono tali solo in presenza di tre dimensioni: dominio specifico, network e passione. Se manca anche solo una di queste componenti siamo in presenza di qualcosa d’altro. Il successo delle Comunità di Pratica, d’altronde, è soprattutto legato alla passione che tiene insieme il network.

Un altro fattore per “categorizzare” le comunità informali riguarda la loro “evidenza” all’interno dell’organizzazione. Ci può spiegare?
È una suddivisione che fa riferimento al modello di Nonaka. Una comunità può essere tacita, nel senso che la sua esistenza non è nota all’organizzazione, che in quel caso deve fare ricerche ed analisi per farla emergere. Oppure può essere esplicita, cioè nota all’organizzazione formale, ma incapace di evolversi: per questo bisogna “coltivarla” attraverso attività di ingaggio delle persone. Una comunità può anche essere implicita: essa non è agita ma potrebbe esserlo se esistessero le condizioni di relazione e di comunicazione interpersonale. Infine, una community può essere segmentata: pensiamo alla rete vendita di un’azienda, che è divisa in regioni. Pur condividendo passione per il lavoro, dominio e competenze specifiche, le diverse aree possono essere in competizione tra di loro e per questo si creano delle comunità separate all’interno della stessa organizzazione.

Passiamo alla parte “operativa” del libro. Quali sono le principali difficoltà nell’avviare e coltivare una community in azienda?
La difficoltà maggiore purtroppo è rappresentata, soprattutto in Italia, dall’attuale top management delle aziende. Il nostro è un Sistema Paese vecchio, per vedere un cambiamento radicale dovremo aspettare di vedere i digital native nelle sedi di comando. In molte aziende oggi quando vai a parlare di Social Networking i dirigenti si spaventano. Ciò che li intimorisce di più è il passaggio da una struttura top-down ad una reticolare: hanno paura di perdere potere.

La tecnologia che ruolo ha in un progetto di community management? Cosa può consigliare per fare la scelta giusta?
Il successo di un progetto di social enterprise è determinato soprattutto dalla capacità di ingaggiare persone. La tecnologia è solo un facilitatore, un acceleratore. Comunque, oggi ci sono molte tecnologie user friendly disponibili e tantissimi studi e ricerche che ne sintetizzano le caratteristiche. Quello delle tecnologie, comunque, è un passaggio molto delicato: in atto c’è un processo di “disruptive innovation” nel mondo e tante aziende non si rendono conto che senza gli strumenti adeguati diventa sempre più difficile attrarre le persone giovani e di talento.

Usciamo per un attimo dal “seminato” del libro. Open Knowledge organizza l’International Forum on Enterpirse 2.0: cosa rappresenta questo evento?
È un momento di riflessione sull’organizzazione che cambia, sul mondo che cambia sempre più velocemente, e vi partecipano speaker di rilievo internazionale. Solo per citarne alcuni: Verna Allee, riconosciuta in tutto il mondo per il suo lavoro nelle reti di valore, il knowledge management, le comunità di pratica e lo sviluppo di nuovi modelli di business; Hutch Carpenter, VP of Product per Spigit, società che aiuta le aziende a gestire l’innovazione offrendo software focalizzati sulla gestione delle idee e sui prediction market; Laurence Lock Lee, che ha oltre 35 anni di esperienza nel management consulting ed è considerato un riferimento internazionale sui temi del knowledge management e dell’intellectual capital. Solo per citarne alcuni. Quella di quest’anno è la terza edizione e si terrà a Milano dal 9 al 10 giugno prossimi. L’evento sarà diviso in quattro sessioni: organization 2.0, innovation 2.0, marketing 2.0 e pubbliche amministrazioni 2.0. All’indirizzo web http://www.enterprise2forum.it ci sono tutte le informazioni e le modalità per partecipare e i riferimenti ai siti dell’ultima edizione da con le slide e gli interventi dei relatori.