Qualcuno l’ha definito “un punto esclamativo pervaso da energia, venuto dallo spazio”. Ma dietro a quelle evoluzioni quasi ipnotiche, a quel volteggiare in aria sfidando ogni legge fisica, Igor Cassina nasconde qualità molto “umane”. Su tutte una volontà di ferro immutata nel corso degli anni, che spinge il ginnasta milanese, medaglia d’oro nella sbarra ai Giochi Olimpici di Atene 2004, a ricercare sempre l’eccellenza, al di là dei titoli e degli allori da conquistare: «Per me la vittoria non è arrivare primi – spiega – ma è qualcosa dentro di noi. È sapere che abbiamo dato il meglio di noi stessi. Il vincente è proprio colui che riesce a dare il massimo in tutte le situazioni, che non si accontenta di vincere, ma vuole sempre arrivare al proprio limite, altrimenti non si sente soddisfatto».
Igor Cassina, nella sua carriera ha già conquistato un oro olimpico e altre medaglie importanti agli Europei e ai Mondiali. Oggi il suo obiettivo su cosa è puntato? Dove trova la motivazione per prepararsi duramente ogni giorno?
Partiamo dal fatto che, nonostante l’età e i risultati che ho già ottenuto, la ginnastica rimane per me una grandissima passione, è la mia vita. Comunque, in questo momento mi sto preparando per il Mondiali che ci saranno nel prossimo ottobre a Rotterdam e che varranno anche come qualificazione per le Olimpiadi del 2012. Il mio obiettivo è proprio quello di terminare la mia carriera con una bella prestazione a Londra. Cosa significa “bella prestazione”? Beh, può avere tanti risvolti: fare un bell’esercizio, arrivare in finale, prendere una medaglia… Dentro di me so che posso giocarmela, ho le potenzialità per vincere. Vedremo poi in gara se ci saranno atleti migliori di me. Tornando al discorso motivazione, fin da quando avevo 9 anni, da quando cioè ho iniziato a interessarmi a questa disciplina, nella mia testa ho continuato a pensare alla ginnastica. Ancora oggi nella mia mente vedo e rivedo le evoluzioni degli esercizi che devo fare. La motivazione, dunque, è rimasta la stessa degli inizi.
L’allenamento che valore ha per lei? Quando sente di aver lavorato bene in palestra? Da cosa lo capisce?
L’allenamento è essenziale nella preparazione di un atleta. È impossibile arrivare ad una gara e fare bene senza un adeguato allenamento, soprattutto in una disciplina come la ginnastica artistica. Personalmente mi sento soddisfatto quando sento di aver fatto il mio dovere, perché in fondo l’allenamento è come un lavoro a cui dedico mattina e pomeriggio, tutti i giorni. Inoltre, mi dà gioia aver fatto bene gli esercizi ed essere riuscito a provare qualcosa di nuovo.
A proposito dei momenti prima della finale di Atene, ha scritto: “Dopo Hamm è il mio momento. Cerco solo di pensare al mio esercizio, non sento i fischi, ci siamo solo la sbarra ed io”. Come si riesce a raggiungere un tale livello di concentrazione? Qual è il segreto per non sentire la pressione di un momento così importante, decisivo?
Ogni atleta, ogni persona ha un suo carattere e una predisposizione personale per affrontare gli appuntamenti importanti. C’è chi ci arriva più sereno e chi meno, anche io dopo le Olimpiadi ho sentito molto la pressione in alcune gare perché c’erano grandi aspettative su di me e non potevo deluderle. Alcune volte si riesce a gestire al meglio queste situazioni, altre volte no. Parlando della finale di Atene, c’era un grande caos, la gara era stata interrotta a causa delle contestazioni del pubblico per un punteggio troppo basso al russo Nemov: mancava poco che la gente venisse giù dagli spalti. Insomma, si era creata una situazione di “instabilità” per gli atleti, ma io riuscii a trasformare quel caos in un evento positivo. Pensai “peggio di così non può andare” e salii in pedana più sereno, più motivato. Quando sei lì non devi fare troppi conti, devono solo scattare gli automatismi giusti. È vero, ti serve la massima concentrazione, ma non puoi pensare troppo a cosa ti stai giocando: solo con l’esperienza impari a conoscere il tuo limite in questo senso. Ovviamente poi ci sono degli schemi di base per riuscire a raggiungere un livello ideale di concentrazione, ma quando c’è in ballo un risultato molto importante le parole dette dagli altri non contano. In quei momenti vivi nel tuo mondo, la forza la devi trovare dentro di te. Credo che la differenza tra un atleta e un campione sia proprio la testa: o ce l’hai o non ce l’hai. Certamente si può migliorare nel tempo, ma la vera differenza la fai tu, con la tua determinazione e con la consapevolezza dei tuoi mezzi.
Secondo lei, essere vincenti cosa significa? È solo una questione di titoli in bacheca?
Mi sto per laureare in Scienze Motorie alla Cattolica di Milano con una tesi che affronta questo tema, tra gli altri. Per me la vittoria non è arrivare primi, ma è qualcosa dentro di noi. È sapere che abbiamo dato il meglio di noi stessi, fino al nostro limite. Mettiamo che ci siano degli atleti più forti di me e io arrivi – per esempio – sesto: per me è comunque una vittoria se ho fatto del mio meglio. Il vincente è proprio colui che riesce a dare il massimo in tutte le situazioni, che non si accontenta di vincere, ma vuole sempre arrivare al proprio limite, altrimenti non si sente soddisfatto. Ecco perché considero il terzo posto che ho ottenuto agli ultimi Mondiali di Londra come una vittoria: venivo da due cadute consecutive agli Europei di Milano e sono riuscito comunque a dare il massimo.
La perfezione è un mito irraggiungibile o un traguardo da conquistare?
Secondo me è un traguardo da conquistare. Credo che i limiti umani siano difficilmente scrutabili, perché in ogni cosa si può andare oltre. Nella ginnastica, ad esempio, un esercizio eseguito alla perfezione può sempre essere fatto in maniera più ampia. Ricercare la perfezione è uno stimolo, dunque, assolutamente reale. Del resto, se punti al massimo qualcosa di buono deve venire fuori per forza.
Nella sua carriera non ci sono stati solo trionfi ma anche alcune delusioni, come le due cadute consecutive agli Europei di Milano di cui ci parlava prima. Da un punto di vista mentale, come si possono superare simili momenti di difficoltà?
Io sono fortunato, perché ho una famiglia e un allenatore che mi vogliono bene e mi hanno sempre sostenuto. D’altronde, credo che da soli non si arrivi da nessuna parte. Tornando alla gara di Milano, ero al primo posto dopo le qualificazioni, ma in finale sono caduto due volte di seguito, rovinando tutto. Posso assicurare che non è facile ritrovare gli stimoli in una situazione simile, ti viene voglia di dire basta, di lasciare. Ma l’arma vincente è sempre la passione. Per i primi due mesi ho fatto fatica ad andare in palestra, poi sono riuscito a rimettermi in gioco con la stessa passione di prima, a ritrovare la fiducia in me stesso. Ecco perché considero il bronzo ai Mondiali di Londra come una vittoria.
Lo sport che valore può “insegnare” a chi opera nel mondo del lavoro?
Sono convinto che molti dei valori trasmessi dallo sport, che aiutano noi atleti anche a fare delle rinunce, si ritrovino nel mondo del lavoro. Per esempio, avere delle regole, essere disciplinati per raggiungere un obiettivo. E ancora, avere rispetto per se stessi e per chi ci circonda, uno dei valori più importanti dal mio punto di vista. Sono tutte basi su cui costruirsi un futuro in maniera equilibrata. Lo sport, inoltre, ti forgia il carattere, ti mette a dura prova. Lo stesso succede nel lavoro: un diplomato o un laureato alle prime esperienze deve affrontare tante batoste, ma poi – se si rimbocca la maniche – può ottenere le soddisfazioni che cerca.
Dove si vede nel dopo-ginnastica? Ha già pensato a cosa farà “da grande”?
Ho frequentato l’università proprio perché mi piacerebbe insegnare ginnastica artistica in ateneo. Oltre ai ragazzi più grandi, vorrei insegnare anche ai bambini. Mi piacerebbe farli avvicinare a questa disciplina, che è molto bella, oltre che completa. E se dopo qualche tempo decideranno per un altro sport, va bene lo stesso. Nel frattempo avranno sviluppato la coordinazione, le fasce muscolari e tutto ciò che serve per affrontare qualsiasi disciplina.


