“La carriera oggi: pianificare l’imprevedibile”: si chiama così uno dei capitoli chiave del libro “Prendi in mano la tua vita. Come applicare il self-coaching alla propria crescita personale e professionale”, scritto da Gian Franco Goeta e Alberto Camuri ed edito da Il Sole 24 Ore. Già, perché la crisi che stiamo vivendo ha aperto la strada all’incertezza nel mondo del lavoro, facendo crollare alcuni “miti” che sembravano eterni: ad esempio, la convinzione che il posto in una grande società sia più sicuro; oppure l’aspettativa che il nostro reddito aumenti costantemente in parallelo alla nostra crescita anagrafica; oppure ancora la certezza che lavorare bene sia sufficiente per mantenere la propria posizione in azienda. Ecco perché – per dirla con i due autori – «oggi è necessaria un’accresciuta responsabilità individuale e quindi una maggiore e più articolata attenzione a se stessi ed a ciò che avviene attorno a noi. È necessario prendere in mano la propria vita». Aiutarsi con il self coaching, dunque, per costruirsi una carriera soddisfacente, perché «solo l’individuo oggi può e deve farsi carico del proprio sviluppo professionale».
Gian Franco Goeta è presidente e fondatore di Scoa-The School of Coaching. Ha lavorato per la casa editrice Il Saggiatore, in Olivetti e ha insegnato Organizzazione di Impresa all’Università Bocconi di Milano. Opera da anni come Executive Coach affiancando oltre 300 manager. È autore di libri sul coaching e sullo sviluppo dell’organizzazione.
Alberto Camuri è partner Scoa, Executive Coach e Responsabile ValYou Farm. Opera nell’area dello sviluppo dopo aver maturato una trentennale esperienza in posizioni di Senior Executive in multinazionali sia a livello nazionale che internazionale (NCR, AT&T GIS).
Dottor Goeta, Dottor Camuri, innanzitutto perché oggi siamo chiamati a “prendere in mano la nostra vita”? La crisi e il contesto economico in continua evoluzione quali cambiamenti di prospettiva ci impongono?
La crisi attuale, di una dimensione mai sperimentata prima, ha moltiplicato il suo impatto su molti aspetti della vita di tutti e in particolare la relazione fra l’individuo e il proprio futuro professionale. Del resto, siamo di fronte alle conseguenze di una crisi epocale che ha acuito, accelerato l’impatto di fenomeni già in atto: la globalizzazione, il crollo delle barriere spazio temporali, la formidabile accelerazione della tecnologia, la sempre più spinta apertura dei mercati, lo spostamento degli investimenti dove la manodopera ed i “cervelli” costano meno, i processi demografici e i movimenti delle persone sulla faccia della terra, ponendo seri interrogativi su tutte le regole del gioco cui eravamo abituati. La turbolenza è tale che gli aggiustamenti di rotta sono continui…
Cosa fare in questo contesto? Dove riporre le proprie speranze di costruire un futuro professionale soddisfacente? Quali possibili orizzonti ? La prima cosa è evitare di pensare che ci si trovi di fronte a una fase transitoria. Il cambiamento avvenuto è costituito da una serie di discontinuità irreversibili: occorre mettere in discussione antiche certezze e paradigmi consolidati. Come la convinzione che il lavoro in una impresa di grandi dimensioni offra maggiori garanzie. Come l’aspettativa che il reddito si possa iscrivere in una retta costantemente in ascesa con l’età anagrafica. Come la convinzione che fare un buon lavoro sia sufficiente a mantenere una posizione e una appartenenza a un’azienda. Oggi è necessaria un’accresciuta responsabilità individuale e quindi una maggiore e più articolata attenzione a se stessi ed a ciò che avviene attorno a noi. È necessario prendere in mano la propria vita. La nuova responsabilità individuale è quella di navigare in questo oceano inesplorato con questa consapevolezza e con questa prospettiva, considerando una vasta gamma di alternative: nuovi modi di lavorare, nuovi mestieri tout court, nuove opportunità di business.
Il secondo capitolo del libro si intitola “La carriera oggi: pianificare l’imprevedibile”. Naturalmente si tratta di un paradosso…
Se pensiamo alla velocità dei cambiamenti, al continuo progresso della tecnologia, all’apertura del mercato globale, alla fruibilità di informazioni e conoscenze, insomma al mondo in cui viviamo, fare delle previsioni per il futuro sembra diventare arte divinatoria. Eppure il paradosso ha un senso perché è questo il contesto in cui viviamo e con cui dobbiamo fare i conti. Come approcciare, quindi, l’incertezza? Adottando alcune cautele. La prima in assoluto riguarda la consapevolezza di se stessi, poi la consapevolezza del mondo che ci circonda, infine la consapevolezza di quello che noi vogliamo fare in esso, sia dal punto di vista personale che professionale. Questo significa rendersi conto delle situazioni, essere “presenti” e capire cosa sta succedendo effettivamente. La consapevolezza del mondo che ci circonda significa percepire e decodificare le circostanze entro le quali ci muoviamo in modo da elaborare tutte le numerose informazioni a disposizione, per decidere…
Dire che esiste l’incertezza quindi non preclude la possibilità di pianificare, anzi, la richiede! Anche a fronte di uno scenario in continua evoluzione, ci si possono dare obiettivi professionali: non farlo equivale a non avere aspettative e traguardi. Anche se il mare è in tempesta, il comandante della nave stabilisce quale è il porto di destinazione e traccia la rotta. Se le condizioni attorno sono più complicate, ci vorrà più conoscenza, ci vorranno competenze diverse, sarà necessaria un’abilità maggiore nel muoversi, sarà anche necessario mettersi in discussione, essere flessibili ed aperti. È anche una opportunità se si considera la vita come un apprendimento continuo. Far carriera, diventa così, più di prima, una responsabilità individuale che va pensata, preparata e messa in atto… Che, in sintesi, richiede una regia.
In questo contesto il self coaching come entra in gioco? In che modo può aiutare la crescita personale e professionale?
Come detto, solo l’individuo oggi può e deve farsi carico del proprio sviluppo professionale. Il self coaching gli fornisce un approccio per attuare questo compito: non solo decidere e pianificare cosa sviluppare, quali conoscenze e capacità, ma pilotare il percorso di sviluppo, diventando il coach di se stesso. Per questo occorre impossessarsi di alcune strategie fondamentali di sostegno al proprio apprendimento, che sostanzialmente riguardano il passaggio sistematico attraverso quattro stadi del processo: dall’esperienza alla riflessione sull’esperienza (innanzi tutto attraverso una registrazione di aspetti significativi vissuti durante l’esperienza e poi attraverso una verifica su cosa ha funzionato secondo le attese e cosa ha funzionato meno bene) per arrivare alla fase della comprensione (perché le cose sono andate così e cosa potrei fare di diverso la prossima volta) e quindi della sperimentazione sul campo (quali comportamenti diversi sperimentare e quando). In pratica ciascuno può diventare il coach di se stesso se impara a osservarsi nel proprio agire, come se avesse una telecamera con cui registrare le proprie azioni e poi riguardarsi nei vari momenti dell’azione, per individuare i punti da migliorare ed effettuare allenamenti mirati.
Il primo passo di questo percorso deve essere il contatto con noi stessi, per capire a fondo chi siamo e cosa vogliamo. Giusto?
Assolutamente si. Se non ci mettiamo in contatto con la pienezza del nostro essere e con ciò che ci fa battere il cuore, ci fa sognare, ci emoziona, ciò che dà valore alla nostra esistenza, come potremmo disporre dell’energia necessaria per affrontare la fatica di crescere, e cioè cambiare noi stessi, aggiungere cose nuove, abbandonarne altre? Si tratta di una strada impervia, ma vale la pena di ingaggiarsi se ci mettiamo dentro la nostra carica di desideri, aspirazioni, sogni, passioni, se sentiamo che stiamo realizzando noi stessi. La meditazione è una tecnica sperimentata da molti secoli da grandi maestri che ci aiuta a entrare rapidamente in contatto con la nostra essenza corpo-mente-spirito, per guardare alle scelte della nostra vita con tutte le nostre risorse.
“Capiti” i nostri desideri, l’obiettivo è trasformarli in realtà: nel libro si parla di un “Piano di autosviluppo”. Che tipo di strumento è?
Si tratta di un semplice modello di riferimento che aiuta a dare sistematicità ai risultati delle riflessioni fatte. Per prendere in mano la propria vita è necessario incanalare gli sforzi onde evitare dispersioni, de-focalizzazioni… Il nuovo mondo richiede una reiterazione delle riflessioni e delle verifiche dei propri piani a seguito delle continue evoluzioni: avere un modello di riferimento, un metodo semplice da seguire certamente aiuta. Il modello cui ci riferiamo nel nostro libro si basa su un percorso di auto sviluppo in 7 fasi, che se applicate con disciplina e metodo diventeranno un modo di essere che consentirà di gestire efficacemente la propria crescita professionale.
Citiamo dal testo: “Non esiste crescita senza crisi. [...] Sappiamo tutti, per esperienza diretta, come crescere, cambiare, trasformarsi sia difficile, faticoso, a volte disturbante”. Ma come si superano questi momenti di impasse personale che incontriamo sul nostro cammino?
Innanzitutto accettando i segnali che ci dicono che siamo in difficoltà o addirittura in crisi, e poi entrandoci dentro, nonostante il nostro amor proprio ci spinga a ignorarle, a stendere un velo. Se ci attacchiamo all’immagine bella e positiva di noi stessi, chiudiamo gli occhi ai segnali di difficoltà o alle nostre sensazioni di imbarazzo, è probabile che continuiamo ad agire come se nulla fosse e ci troviamo poi di colpo di fronte ad ostacoli molto più gravi.
Se ci nascondiamo dietro le azioni degli altri o le circostanze sfortunate perdiamo l’occasione di apprendere dai nostri errori. La cosa più preziosa che ci capita sono gli errori: se li identifichiamo, li svisceriamo, ne traiamo lo spunto per cambiare qualcosa nei nostri comportamenti. Solo così possiamo vedere gli effetti di nostri schemi e atteggiamenti di cui non siamo consapevoli. Siamo così di fronte alle massime sfide del nostro self coaching. Naturalmente abbiamo bisogno in quei momenti di raccogliere feedback da altri capaci di fornirci riscontri concreti e specifici sui nostri comportamenti con sensibilità e neutralità e a volte di confrontarci con altri cui confidare i nostri dubbi. Se individuiamo nel nostro entourage persone di fiducia cui chiedere aiuto in questi momenti, ci può essere molto utile.
Nell’ultimo capitolo del libro si sottolinea l’importanza dell’equilibrio tra vita professionale e personale. Non è facile, però, raggiungere questa “armonia”…
Certamente non è facile, la vita oggi è talmente frenetica che talvolta si perde la percezione del significato di quanto si sta facendo…Ma la crisi ci offre un’opportunità: ripensare ai modelli, ripensare al nostro modo di affrontare la vita. Il tema di quale armonia possibile tra vita professionale e vita personale è diventato particolarmente sentito in un momento di grande disagio e di ricerca di nuovi equilibri.
È importante riconoscere nell’attività lavorativa un’occasione per esistere, per produrre un’esistenza ricca (anche spiritualmente, eticamente) e di soddisfazione e non solo considerare l’utilità del lavoro nel riscontro economico. Spesso veniva, viene fatta una distinzione tra vita personale e vita professionale come se si trattasse di due entità separate. Per molti il lavoro è una semplice parentesi vuota che separa dal fine settimana, dalle ferie, dalla pensione; per altri la dipendenza ed il coinvolgimento è talmente forte da diventare “workaholics”, gli alcolizzati del lavoro, in entrambi i casi producendo frustrazioni e nevrosi…
La crisi ci presenta l’opportunità di ripensare al nostro fare quotidiano e ricordarci che mentre stiamo lavorando, stiamo vivendo. Il lavoro rappresenta una parte importantissima della nostra esistenza se non altro perché il tempo ad esso dedicato è, come minimo, un terzo della giornata e almeno metà del tempo di vita attiva. Vita privata e vita professionale, quindi, sono due aspetti di una stessa vita e il compito di ciascuno è quello di trovare un equilibrio, un ricongiungimento tra queste due dimensioni della stessa realtà.
Il punto di equilibrio è un fatto soggettivo, nel senso che ciascuno deve trovare quello che meglio risponde alle proprie esigenze, valori, capacità… Non sempre e non abbastanza il mondo del lavoro è sollecito a riconoscere questa problematica, ecco quindi una ragione in più per prendere in mano la nostra vita ed esserne attori e registi.




Questo libro sembra davvero interessante, lo leggero sicuramente. Magari trovo nuovi spunti per il mio blog
Prima assunzione di responsabilità rispetto alla necessità di cambiare per fronteggiare la crisi: La crisi non è generata dal caso ma è l’effetto di interpretazioni e comportamenti sbagliati.
l’onnipotenza dei “dotati” é spesso all’origine di sprechi di genialitá e di inefficienze altrimenti inspiegabili. un binario per i geni é indispensabile: é la loro salvezza e rappresenta un contributo socialmente rilevante: in politica ce ne sarebbe bisogno, visto che il ruolo del consigliere si é andato perdendo.