Dalla comunicazione alla comunicazione, passando per una miriade di esperienze professionali diverse. È una sorta di canone inverso il percorso che ha portato Luca Miraglia dagli esordi come giornalista free lance al suo ruolo attuale di Responsabile della Comunicazione di Canon Italia. In mezzo ci sono un passaggio in Kodak, dove ha iniziato come Product Manager, e tutta la trafila nel marketing di Canon fino alla direzione di una Business Unit. Ma avere un background così “misto” rappresenta davvero un vantaggio per chi vuole occuparsi di comunicazione? Miraglia non ha dubbi: «Vivere esperienze lavorative diversificate ti permette di saper cogliere appieno gli obiettivi e le finalità ultime della comunicazione che, in azienda, non è mai fine a se stessa. L’esperienza acquisita nelle varie discipline economiche permette da un lato di saper cogliere tutti i segnali provenienti dal mercato e dagli interlocutori, e dall’altro di puntare verso una comunicazione incisiva, mai banale, ma sempre comunque orientata al massimo risultato».
Dottor Miraglia, c’è molto da raccontare a proposito della sua storia professionale. Ci vuole fare lei un riassunto?
Mi sono sempre piaciute le materie scientifiche, come la matematica e la fisica. Questa inclinazione mi ha portato prima a frequentare il Liceo Scientifico a Genova e poi la facoltà di Informatica a Milano. Dopo la tesi sviluppata presso i laboratori IBM di Vimercate ho iniziato a lavorare come giornalista per una nota casa editrice di riviste d’informatica, tra cui “Chip” e “Applicando”. La multimedialità allora era un argomento caldissimo e ci sforzavamo di rendere comprensibili le tecnologie e le applicazioni che avrebbero poi fatto la storia del digital imaging: foto, video e web. Un’esperienza davvero emozionante e creativa che a volte rimpiango ancora ora! Poi è venuto per me il tempo del cambiamento: Kodak è stata la mia prima multinazionale, dove ho iniziato ricoprendo il ruolo di Product Manager. Inseguito sono entrato a far parte del mondo Canon, dove ho percorso tutta la carriera Marketing fino alla direzione di una Business Unit. Questa esperienza è stata arricchita anche da una parentesi internazionale, presso la sede londinese dell’azienda.
Come detto, nel 2001 è approdato all’headquarter europeo di Canon Europe a Londra come Marketing Manager per la regione EMEA e qui si è fermato per tre anni. Che ricordo le è rimasto di quel periodo? Lavorare all’estero in che modo ha cambiato la sua forma mentis?
L’esperienza londinese è per me un ricordo magnifico. Londra è sempre stata la mia città estera preferita, dove ero già stato molte volte durante gli anni del Liceo, per approfondire la conoscenza della lingua inglese, visto che fino a quel momento avevo studiato lo spagnolo. Me ne sono innamorato all’istante e quando ci sono tornato, vent’anni dopo, mi sono sentito subito a casa. Dal punto di vista lavorativo è stata un’esperienza entusiasmante. Dapprima mi sono occupato di Marketing Strategico, lavorando a stretto contatto con i colleghi di Tokyo per la definizione dei nuovi prodotti, poi della strategia commerciale nella regione EMEA. Ho dovuto imparare a confrontarmi con una moltitudine di interlocutori diversi, diciamo da Capo Nord a quello di Buona Speranza. Quando si lavora presso l’headquarter, occorre imparare a considerare attentamente ogni diversità per riuscire a trovare l’unità. Credo che da un lato, sotto questo profilo, noi italiani siamo un po’ avvantaggiati, probabilmente perché abbiamo sviluppato una flessibilità che oserei definire “genetica”, ma d’altro canto occorre anche lavorare tantissimo per liberare il campo dalla montagna di pregiudizi che ci portiamo dietro: occorre dimostrare leadership, serietà e competenza. Tutto il periodo trascorso a Londra è stato per me molto piacevole e formativo.
Da qualche mese è a capo della Comunicazione di Canon Italia. Precisamente quali sono le responsabilità legate alla sua posizione in azienda?
Ripercorrendo la mia carriera, è stato un po’ come un ritorno alle origini, una sorta di canone inverso. Solo che adesso mi ritrovo dall’altra parte della barricata ed è un’occasione fantastica per occuparmi della comunicazione azienda a tutto tondo. Per quanto riguarda le mie mansioni, le responsabilità della divisione Corporate & Marketing Communications spaziano dalla comunicazione interna a quella esterna, le sponsorizzazioni, gli eventi e le relazioni pubbliche, oltre allo sviluppo di campagne pubblicitarie above e below the line. Infine, non possiamo tralasciare la gestione della presenza sul web e delle sue evoluzioni nell’era 2.0. Il team lavora per aree di specialità, ma è molto affiatato, elemento assolutamente indispensabile, perché oggi qualsiasi iniziativa di comunicazione deve essere interpretata in chiave integrata, sfruttando sinergicamente media e contenuti a supporto del business. Tutte le aree della comunicazione sono molto affascinanti, ma oggi i confini tra le varie discipline sono sempre più labili. Parliamo di cross media e di marketing esperienziale. Credo che il vero comune denominatore sia rappresentato dal fatto che la creatività è entrate nel dominio digitale, e in questo spazio si comporta come un’entità liquida, capace di assumere sempre nuove forme.
La sfida più difficile che ha dovuto affrontare in questi primi mesi di “rodaggio”?
Il cambiamento porta sempre con sé elementi di rottura con il passato, ma anche di continuità. Certo, si cambiano ruoli, collaboratori, contesto, ed il processo di apprendimento è spesso faticoso, ma l’esperienza acquisita aiuta molto a gestire questo tipo di situazioni. Si può trovare un metodo per superare positivamente le trasformazioni, facendo leva sul proprio vissuto, sui punti di forza, sulla pianificazione, ma soprattutto sulla consapevolezza che non ci può essere innovazione senza cambiamento. La parte più difficile è essere riconosciuti e apprezzati come leader, non tanto perché si ricopre un ruolo nell’organigramma, ma per quel che si sa dare, e anche ricevere, dal proprio team. Se questo accade si possono raggiungere traguardi importanti, persino inattesi. La forza che può esprimere un gruppo è sempre di molto superiore alla somma dei singoli talenti individuali, ma ogni gruppo per poter esprimere il suo pieno potenziale ha bisogno di un suo capitano.
Tre doti che la rendono “forte” dal punto di vista lavorativo? Ne bastano anche due, se non si vuole sbilanciare…
Non è mai facile parlare di se e dei propri punti di forza. La mia personalità mi spinge verso un approccio molto razionale alla realtà e al prossimo. Sono guidato da un senso di serietà e di lealtà nei confronti degli altri. Cerco anche di essere molto preciso, ricavando un senso di benessere da ogni lavoro ben fatto. D’altro canto ho viaggiato molto e sono entrato in contatto con persone anche molto diverse tra loro, per natura e cultura. Mi sento mosso da una curiosità innata, per la scienza, la tecnica, per le manifestazioni dell’ingegno e considero l’innovazione un elemento imprescindibile di sviluppo personale e collettivo. Infine direi che mi piace molto raggiungere sempre nuovi obiettivi, traendo grande soddisfazione nell’affrontare sia le fasi teoriche che pratiche necessarie: dalla preparazione all’implementazione, fino al risultato.
Ci sono delle scelte fatte in passato che oggi non ripeterebbe?
È molto difficile dirlo, la storia non è fatta né di se né di ma. Sicuramente posso dire che mi sarebbe piaciuto trarre un beneficio ancora maggiore dagli anni trascorsi al Liceo. Un momento di crescita personale e culturale irripetibile, sia per la varietà delle discipline alle quali si viene esposti, sia per la particolare ricettività che è peculiare agli anni della formazione. Si potesse, varrebbe la pena di frequentarla due volte la scuola dell’obbligo!
In secondo luogo, credo che non si dovrebbe mai rinunciare a priori ad alcuna opportunità o sfida: ogni esperienza vale sempre la pena di essere vissuta e se affrontata con il giusto spirito, saprà ripagarci del necessario sacrificio. Infine, non aspetterei più così tanto prima di dedicarmi ad una passione. Sono entrato da poco in possesso di una piccola barca a vela, un desiderio che coltivavo fin da bambino. Un paio d’ore passate nel fine settimana sul mio “Sei Nodi” rappresentano adesso un appuntamento imprescindibile per bilanciare gli impegni lavorativi con la vita familiare e recuperare un sano equilibrio psicofisico.
Come abbiamo visto, prima di occupare la sua posizione attuale ha fatto delle esperienze professionali molto diverse tra di loro. Consiglierebbe un percorso simile a chi è interessato a lavorare nella comunicazione?
Sicuramente sì, credo sia un reale vantaggio poter vivere esperienze lavorative diversificate. Questo permette di saper cogliere appieno gli obiettivi e le finalità ultime della comunicazione che, in azienda, non è mai fine a se stessa. Noto che talvolta i giovani esperti di comunicazione hanno la tendenza a restare un po’ intrappolati nella loro materia e non riescono a liberarne il pieno potenziale. L’esperienza acquisita nelle varie discipline economiche permette da un lato di saper cogliere tutti i segnali, anche quelli deboli, provenienti dal mercato e dagli interlocutori, e dall’altro di puntare verso una comunicazione incisiva, mai banale, ma sempre comunque orientata al massimo risultato.




Gentile dott Miraglia,
sono rimasta molto colpita dalla sua formazione professionale vista la sua presumibile giovane età (dalla foto). Condivido pienamente il suo concetto di team che reputo, purtoppo, poco comune tra i manager. Lodevoli i suoi punti di forza che dovrebbero spingere chiunque ad affrontare le continue prove a cui ci sottopone quotidianamente il mondo del lavoro in rapida evoluzione. Leggere questa intervista mi conferma che proseguire la mia attività lavorativa in tal modo sia la strada giusta per raggiungere la massima gratificazione ad ogni livello professionale e conseguire gli obiettivi preposti dall’azienda.