5 febbraio 2012

Barbara Borra

borra_barbara_postGiramondo e allo stesso tempo genitore irreprensibile, Barbara Borra ha iniziato la scalata alle vette della carriera laureandosi in Ingegneria chimica nella sua Torino. Un legame con la città natale che ha voluto, però, interrompere presto, entrando prima in Montedison e poi passando attraverso tutta una serie di esperienze internazionali, tra Stati Uniti, Germania, Olanda, Francia, Inghilterra, Spagna. Nel 2007 è rientrata finalmente in pianta stabile in Italia, con il ruolo di Vice Presidente Global Cooking di Whirlpool, azienda leader nella produzione di elettrodomestici. «Il mio è un lavoro a monte, cerco di capire quali strategie ci faranno vincere da qui ai prossimi anni – spiega la Borra a proposito del suo ruolo attuale – Essenzialmente, il mio compito è guardare avanti». E sembra proprio questo ciò che le riesce meglio nella vita professionale e personale: scegliere pensando al futuro. La strada maestra per realizzare i propri sogni.

Dottoressa Borra, nel suo curriculum di studi spicca la laurea in Ingegneria chimica conseguita a Torino. Da 1 a 10 quanto è stata importante la sua formazione universitaria per lo sviluppo della sua carriera? Sono state più “decisive” le sue competenze tecniche o la forma mentis acquisita durante gli studi accademici?
Direi un bel 10, ma io darei 10 a tutto il mio percorso formativo: penso che tutte le esperienze importanti, come lo è stata quella universitaria, facciano parte della persona che sono oggi. Personalmente mi ritengo avvantaggiata perché ho un background piuttosto diversificato, ho frequentato prima il liceo classico, poi Ingegneria all’università e, infine, una scuola di Business Administration. Per quanto riguarda la mia formazione universitaria, Ingegneria mi ha sicuramente dato tante competenze tecniche che mi aiutano nel mio ruolo attuale, ma che mi sono state utili anche in passato quando lavoravo nel commerciale. Grazie agli studi accademici credo anche di aver acquisito una certa elasticità mentale, che mi permette di muovermi al meglio di fronte a realtà e situazioni diverse. Un’altra cosa importante che Ingegneria mi ha insegnato è la capacità di confrontarmi con le difficoltà, visto che provenivo dal liceo classico e per questo non avevo molta dimestichezza con la matematica. Infine, ho imparato a conoscere meglio gli uomini e il loro modo di comunicare. Quando mi sono laureata io, nel 1984, c’erano poche donne che frequentavano Ingegneria.

Ha mosso i primi passi in azienda con Montedison. Ci racconta i suoi esordi? Che difficoltà ha incontrato?
Inizio dicendo che sono stata molto fortunata nel corso della mia carriera, perché ho sempre avuto a che fare con capi illuminati. Comunque, dopo la laurea ho scelto di entrare in Montedison anche per tagliare il cordone ombelicale con Torino. All’epoca il mio primo capo mi diede un incarico abbastanza particolare, affidandomi la gestione degli impianti pilota, una funzione di raccordo tra i laboratori di ricerca e la produzione industriale. Mi sono trovata subito a confrontarmi con gli operai dell’azienda e non è stato semplice: per dirne una, all’inizio mi fischiavano dietro quando mi vedevano. Insomma, mi sono dovuta conquistare la loro fiducia nel tempo, dimostrando grande tenacia e abnegazione. La lezione che ho imparato è: nessuno resiste all’esempio. Un altro momento importante della mia esperienza in Montedison è stato quando l’azienda mi ha proposto di partire il mese successivo per seguire un progetto negli Stati Uniti. C’era solo un piccolo dettaglio: al liceo io avevo studiato francese, non parlavo assolutamente l’inglese. Il mio capo mi disse: “Ti sei laureata in Ingegneria, ce la puoi fare ad imparare l’inglese in un mese”. E così ho deciso di andare.

Rimanendo in tema, lei può essere considerata una vera e propria “giramondo”. In quanti Paesi ha lavorato? Le tante esperienze all’estero come l’hanno aiutata a crescere?
Come detto, la mia prima esperienza all’estero l’ho fatta negli Stati Uniti, vicino a Washington DC, dove ho seguito una joint venture italo-americana per Montedison. Dopo di che ho deciso di tornare a scuola e ho frequentato un MBA in Business Administration a Fontainebleau, nei pressi di Parigi. Successivamente sono stata assunta da General Electric, settore Plastiche: ho lavorato in Olanda e in Germania, poi sono tornata in Italia, anche se come Direttore Commerciale della zona Sud Europa mi spostavo spesso in Francia e Spagna. Nel 1997 sono passata al Lighting di General Electric, prima come General Manager in Francia e quindi nella sede di Londra, come Vicepresidente Marketing Europa. Nel 2001 sono entrata in Rhodia, a Lione, dove mi sono occupata del Profit & Loss prima delle Plastiche a livello europeo poi delle Fibre a livello mondiale. Quattro anni più tardi l’approdo in Whirlpool, in cui ho iniziato come Presidente di Whirlpool Francia, posizione che ho ricoperto fino al 2007, quando sono rientrata in Italia con il mio ruolo attuale. All’estero si imparano tante cose, tra cui le lingue, che è sempre un modo di rimettersi discussione. Ho imparato anche a capire cos’è la diversità, a confrontarmi con realtà e comportamenti lontani dai nostri. Credo sia stata una vera scuola pratica di tolleranza e umiltà.

Oggi è Vice Presidente Global Cooking di Whirlpool, un ruolo di grande rilievo. Quali sono le responsabilità che le competono in questa veste?
Mi occupo a livello mondiale della famiglia dei prodotti per la cottura di Whirlpool. In sostanza, il mio gruppo di lavoro è chiamato a definire le strategie per continuare a crescere in tutto il Pianeta. Per esempio, scegliendo delle tecnologie non ancora commercializzate da immettere sul mercato, stabilendo il posizionamento dei nuovi prodotti, sviluppando – seppur in un contesto globale – iniziative regionali ad hoc. Una parte molto importante di quello che facciamo è proprio l’analisi delle differenze tra i vari mercati regionali, che offrono delle opportunità di business all’azienda. Il mio, dunque, è un lavoro a monte, cerco di capire quali strategie ci faranno vincere da qui ai prossimi anni. Essenzialmente, il mio compito è guardare avanti.

Si dice spesso che le “donne in carriera” italiane sono afflitte da “manie di perfezionismo”, vogliono arrivare dappertutto, non si accontentano mai, etc. È così anche per lei?
Ho un percorso di vita alle spalle. Quando ero più giovane sicuramente ero sempre in concorrenza con me stessa, se facevo qualcosa bene pensavo subito a come avrei potuto farla meglio e così via. Con l’età, però, si diventa più ricchi come persone e più facili come collaboratori. Non voglio dire che si diventa meno esigenti, ma che si impara ad essere più tolleranti nei confronti degli altri e di se stessi. D’altronde, se sono intransigente per prima con me stessa, sarà difficile che riesca a creare un ambiente di lavoro positivo intorno a me. Non bisogna accontentarsi di tutto, ma relativizzare i problemi. È importante essere umili, riconoscere che non siamo fatti sempre per essere perfetti, a partire da noi stessi.

Le sue doti migliori a livello professionale?
Chi collabora con me dice che sono poliedrica, perché mi so adattare a tante situazioni diverse, una qualità che deriva anche dal mio background scolastico. Poi che sono persistente, nel senso che sono molto testarda e se ho una mia visione delle cose voglio arrivare a convincere gli altri a far loro quel punto di vista, ma senza scadere mai nell’ostinazione. Infine, mi hanno definita pirotecnica: sono molto appassionata in quello che faccio, forse anche perché sono dell’Ariete.

Barbara Borra, manager di successo ma anche mamma. Com’è riuscita a coniugare carriera e famiglia? Immaginiamo non sia stato facile con tutti gli spostamenti che ha affrontato.
Sono fortunata, mia figlia – che oggi ha 16 anni – è stata una compagna di vita e di viaggio straordinaria per me. Lei parla perfettamente tre lingue e un quarto, le piace viaggiare ed è complementare rispetto a me, nel senso che è più artistica, mentre io sono più portata per la matematica. Direi che è stata il mio motore, mi ha dato la spinta, il supporto per fare tutto quello che volevo fare. E poi in questo percorso mi hanno aiutato alcune cose: l’esistenza del cellulare e il fatto di avere sempre avuto una persona a tempo pieno a casa. È una scelta che ho fatto fin dall’inizio per potermi organizzare senza troppe ansie, anche se mi è costata dei sacrifici economici.

Un consiglio a chi insegue il successo nel mondo del lavoro? Se ne ha più di uno, ancora meglio…
Il primo è di seguire i propri sogni. E dico i propri, perché spesso si cerca di realizzare quelli di qualcun altro. In particolare per le donne ci sono stati e continuano ad esserci dei modelli che vengono imposti. Io credo, invece, che ci si debba sentire libere di fare quello che si vuole, sia che si voglia far carriera sia che si preferisca fare la donna di casa. L’importante è capire cosa vogliamo veramente e raggiungere l’armonia. Un secondo consiglio che do è di ricordarsi che abbiamo sempre la scelta. Può sembrare una banalità, ma è un concetto che mi ha aiutato molto da quando l’ho fatto mio. In qualsiasi situazione, anche la più negativa, possiamo scegliere almeno come vivere quel momento. Infine, voglio suggerire di ascoltare di più il proprio lato emozionale. Quando faccio delle scelte razionali e le cose non vanno bene, spesso mi capita di pensare “accidenti, me lo sentivo”. Invece, quando scelgo con il cuore, non sono mai pentita della strada che ho preso.

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