5 febbraio 2012

Jacopo Perfetti

perfetti_jacopo_postUn sognatore diventato imprenditore o forse un imprenditore che è rimasto sognatore. Definitelo come vi pare (lui non ama molto le etichette), ma Jacopo Perfetti sta vivendo il sogno. Anzi, ci sta lavorando su, giorno dopo giorno, «sempre con la stessa emozione dell’inizio». Quando ha fondato Art Kitchen nel 2007 aveva 26 anni e un obiettivo molto chiaro in mente: sviluppare canali per promuovere e rendere più vicina al pubblico l’arte, il suo grande amore. Ecco, dunque, come nasce questa “organizzazione creativa” (chiamarla azienda sarebbe riduttivo), capace di muoversi sul mercato assumendo sempre forme diverse: «Realizziamo mostre ed eventi, sviluppiamo siti internet, portiamo avanti progetti etici e di marketing e altro ancora – dice Perfetti – L’arte è il nostro plusvalore, ciò che rende più “sexy” quello che facciamo». Un progetto che rispecchia perfettamente lo spirito imprenditoriale del suo creatore: visionario, talvolta spregiudicato, eppure con delle solide fondamenta razionali e manageriali. Del resto, sui sogni bisogna lavorare, non basta tirarli fuori dal cassetto.

Imprenditore, artista, comunicatore, promotore culturale, consulente… Dottor Perfetti, lei come si definirebbe?
Decisamente un imprenditore, anche se non amo molto le etichette. Personalmente ho bisogno di stimoli continui e penso che non sia possibile averne se ti chiudi in un solo mondo, in una definizione. Tutti questi ruoli, dunque, li tocco, in qualche modo li vivo, ma sempre con una visione globale, alla luce del progetto Art Kitchen. Quando mi auto-definisco “imprenditore” mi piace citare la favola della volpe e del riccio. La volpe, che apparentemente ha un’intelligenza superiore, caccia sempre in maniera differente le sue prede. Il riccio, invece, conosce fin dall’alba dei tempi un solo modo per difendersi, chiudersi su se stesso. Eppure la volpe non è ancora riuscita ad avere la meglio sul riccio… Io – per indole – penso di essere una volpe, ho sempre bisogno di inventarmi qualcosa di nuovo per sentirmi vivo e stimolato. Ma c’è anche chi inizia con un’idea, un lavoro e fa quello per tutta la vita: sinceramente un po’ invidio queste persone.

Ci vuole raccontare la sua storia personale e professionale?
Lavoro da quando avevo 17 anni e facevo il Liceo Classico. La mia prima occupazione è stata, però, “lontana” dai miei studi, visto che programmavo siti internet. Ero una specie di rock star all’epoca, visto che solo le società specializzate lo facevano e chiedevano moltissimi soldi… Comunque, quell’esperienza mi è servita parecchio perché il concetto di programmazione è qualcosa che sento mio ancora oggi: qualsiasi lavoro, qualsiasi problema diventa semplice se lo si riduce ad un algoritmo.
Dopo il Liceo, invece, mi sono innamorato dell’arte e mi sono iscritto a Scienze della Comunicazione alla Statale di Milano. Come detto, l’arte mi piaceva moltissimo ma trovavo che vivesse barricata in un mondo troppo ristretto. Per questo ho cercato subito di inventare dei nuovi canali per promuovere l’arte e comunicarla alla gente, per renderla più vicina al pubblico. Così, nel 2004, a 21 anni, ho preso in gestione il “S’agapò”, un locale di Milano che al suo interno ha anche una galleria. Nel frattempo avevo approfondito i miei studi di marketing all’università e nel 2007 ho deciso di fondare con il mio socio Ivan Tresoldi l’associazione culturale “Art Kitchen”, che l’anno scorso è diventata una Srl. Tutte le attività che ho seguito negli ultimi anni sono legate a questo progetto, che considero il mio faro professionale.

perfetti_jacopo_post1Ma precisamente Art Kitchen che tipo di progetto è? Di che cosa vi occupate?
Art Kitchen è un’organizzazione creativa. Ci abbiamo messo tanto tempo per trovare questa definizione, perché prima ci etichettavano sempre in modi diversi… Sostanzialmente il nostro è un gruppo di menti che lavorano assieme, e il nostro lavoro è percorso da un filo rosso che è l’arte, intesa a 360 gradi. Organizziamo mostre ed eventi, realizziamo siti internet, portiamo avanti progetti etici e di marketing e così via… L’arte è il nostro plusvalore, ciò che rende più “sexy” quello che facciamo. Attualmente abbiamo nove divisioni e 11 collaboratori, tutti under 30. Il nostro fatturato? Preferisco lasciarlo all’immaginazione… Qualcuno pensa che guadagniamo un sacco di soldi, qualcun altro che facciamo la fame. Io posso solo dire che riusciamo a coprire le spese e anche a vivere bene.

Quali sono le difficoltà nell’avviare e poi nel gestire un’attività come la sua?
Intanto è giusto sottolineare come avviare e gestire un’attività siano due cose molto differenti. Per iniziare un progetto ci vuole soprattutto la passione, l’innamoramento. È molto bello pensare a delle persone che lavorano su un’idea ancora in fase embrionale. Il difficile, forse, è proprio avere lo stimolo iniziale… Per quanto riguarda la gestione dell’impresa, invece, entra in gioco soprattutto il lato razionale. Come ha detto qualcuno: tra il dire e il fare, c’è di mezzo il legale. È in questa fase che l’innamoramento si scontra con la realtà dell’azienda. La parte più difficile è non perdere di vista la visione globale del progetto. Alla base deve esserci una sorta di atto di fede, che ti spinge a non mollare, a non deprimerti davanti alle difficoltà, perché se ci credi arriverai all’obiettivo.

Lei non ha neanche 30 anni eppure ha già una bella carriera alle spalle. Molti giovani vorrebbero conoscere il suo segreto…
Il segreto è darti una possibilità per fare quello che più ti piace e soprattutto avere una visione chiara degli obiettivi che vuoi raggiungere. A questo proposito, io ho elaborato uno schema che considera tre variabili per definire il “lavoro perfetto”: art, nel senso che la tua professione ti deve appassionare; cash, perché il tuo lavoro ti deve appagare, soddisfare anche da un punto di vista economico; glory, che significa avere la possibilità di fare qualcosa meglio di chiunque altro, qualcosa che ti renda orgoglioso. Rappresentiamo queste tre variabili come tre cerchi che si intersecano: il centro della figura, dove si incontrano tutti e tre i cerchi, rappresenta il lavoro perfetto.

perfetti_jacopo_post2Sappiamo che è un appassionato di marketing non-convenzionale. Come mai questo interesse?
Ho fatto anche la mia tesi di laurea su questa forma di marketing. Mi è sempre piaciuta perché è la più “glocale”: nasce da una relazione con il tessuto urbano, dal dialogo con le persone in strada, ma poi riesce ad avere una valenza globale, perché grazie a Internet può rimbalzare nel mondo. Il mio timore più grande, però, è che il marketing non-convenzionale diventi convenzionale nel giro di qualche anno. Se venisse troppo studiato, se diventasse un normale servizio di agenzia, perderebbe la sua funzione. Non sarebbe più vero marketing non-istituzionale ma solo qualcosa che ha il gusto del marketing non-istituzionale.

Altra sua passione, il cinema. Lei è riuscito a trovare un legame molto interessante tra il film “Ocean’s Eleven” e l’attività d’imprenditore: ce lo spiega?
Trovo che “Ocean’s Eleven” sia un esempio perfetto di management applicato. Lo sviluppo del plot narrativo si focalizza su quelli che, a mio parere, sono gli 11 step logistici per la realizzazione di un’iniziativa imprenditoriale: 1) Una persona (X) ha un’idea geniale e apparentemente folle e irrealizzabile; 2) X convince una sola persona (Y) che l’idea è realizzabile; 3) X e Y pianificano al dettaglio la logistica per la realizzazione dell’idea; 4) X e Y focalizzano il ROI e il target del progetto; 5) X e Y trovano un finanziatore per lo start up garantendogli un ritorno dell’investimento di circa il 300%; 6): X e Y trovano al dettaglio le persone necessario alla realizzazione dell’idea; 7) Ogni persona all’interno della squadra ha un compito preciso e viene fortemente motivata; 8 ) La squadra si munisce di tutti gli strumenti e le risorse necessarie all’operazione; 9) La logistica viene seguita alla virgola da tutti; 10) Realizzazione dell’impresa; 11) Focus Emozionale.
In Art Kitchen abbiamo appeso un cartello con questa scaletta: ci serve come indirizzo quando iniziamo un nuovo progetto.

Abbiamo detto un sacco di belle cose su di lei, ma Jacopo Perfetti che difetti si riconosce? Sotto quali aspetti sente di dover ancora migliorare?
Mi riconosco tre grandi difetti a livello professionale. Innanzitutto, credo di essere un buon imprenditore, un visionario nel senso lato del termine, ma purtroppo non un buon amministratore: non sono fatto per i numeri, per i business plan, i piani economici, etc. In secondo luogo, sono molto, troppo legato alla mia città, Milano, e all’Italia. E qui non c’è il terreno più fertile per fare fiorire i miei sogni. Probabilmente se mi trasferissi in altre città, in altri Paesi, la mia attività avrebbe più respiro, ma non credo di riuscirci. Infine, sono ancora un gran sognatore, il che è positivo sotto alcuni punti di vista, ma spesso mi porta a correre dei rischi imprenditoriali troppo grandi. Penso che il tempo, l’esperienza sia il miglior insegnante in questo senso.

Libri che l’hanno ispirata?
Dal punto di vista artistico sicuramente “Enjoy”, un testo scritto dal mio professore universitario Marco Senaldi che mi ha ispirato in ogni cosa che ho fatto. Dal punto di vista imprenditoriale consiglierei di leggere… Hegel. Quando ho avviato la mia attività, ho letto tanti libri che mi sono stati utili ma che non mi davano la risposta che cercavo. Una risposta che, invece, ho trovato negli scritti del filosofo tedesco: lui dice che per far funzionare una società – intesa come comunità di uomini – e anche per vincere le guerre, hai bisogno dell’Inghilterra, della Francia e della Germania. L’Inghilterra, per la razionalità e la capacità di avere una visione complessiva delle cose; la Francia per l’impeto rivoluzionario; la Germania perché ci mette il know-how, è il “motore” che fa funzionare tutto. Penso sia la miglior metafora possibile di un’attività imprenditoriale e per questo l’ho fatta mia.

Un sogno nel cassetto ce l’ha?
Ce l’ho e l’ho tirato fuori dal cassetto qualche anno fa… A questo proposito, mi viene in mente la canzone di Bruce Springsteen “Working on a dream”: il mio sogno era ed è Art Kichen e su questo lavoro quotidianamente, sempre con la stessa emozione dell’inizio. In fondo, il sogno è proprio ciò che rende magica qualsiasi attività della tua giornata.

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