18 maggio 2012

“Lo davo per scontato. Ora non più”

nutrito_lodavoperscontato_postLiberare dai vincoli autoimposti il nostro pensiero, avere il coraggio di porsi delle domande creative che – per quanto all’apparenza banali – possono rivoluzionare il nostro modo di vedere le cose. E magari aiutarci a realizzare l’inimmaginabile. É il succo di “Lo davo per scontato. Ora non più”, libro di Claudio Nutrito edito dalla Franco Angeli, che intende aiutarci a “sviluppare nuove idee mettendo in discussione l’ovvio”. Un testo per sviluppare la nostra creatività che, però, non si rivolge ai creativi di professione: «Il libro – spiega l’autore – fornisce a tutti delle tecniche che ci possono facilitare la risoluzione di un problema lavorativo, ma ci possono anche spingere semplicemente a migliorarci in quello che facciamo, mettendoci nelle condizioni di prestare attenzione a degli elementi che di solito non prendiamo in considerazione».

Claudio Nutrito vive a Bologna: è giornalista e formatore manageriale in creatività e innocazione. È stato manager all’interno di varie aziende. Tra le sue pubblicazioni “Non tutto il marketing vien per nuocere”, “Voglio essere più creativo!”, “Le parole utili quando non si ha niente da dire”, “Sotto il segno del calabrone”, “Non ho niente da dire ma so come dirlo”.

Claudio Nutrito, cercando di essere estremamente concreti, il suo libro come può migliorare la nostra vita lavorativa? È un testo che si rivolge solo ai creativi di professione oppure si propone come strumento “generalista”?
No, non è un testo pensato per i creativi di professione. Il libro fornisce a tutti delle tecniche che, nel lavoro come nella vita privata, aiutano a mettere in discussione l’ovvio, a vedere le cose da un punto di vista inusuale. Sicuramente ci possono facilitare la risoluzione di un problema lavorativo, ma ci possono anche spingere semplicemente a migliorarci in quello che facciamo, mettendoci nelle condizioni di prestare attenzione a degli elementi che di solito non prendiamo in considerazione.

Nei primi capitoli, lei propone al lettore cinquanta quiz per mettere in discussione ciò che pare più ovvio, scontato, per l’appunto. Questi esercizi quale meccanismo dovrebbero far scattare nella nostra mente?
Il meccanismo è molto semplice: si tratta di esercizi in cui la difficoltà dipende dai vincoli autoimposti nella nostra mente e non dall’enunciazione dell’esercizio stesso. Per esempio, c’è un quiz che chiede come sia possibile che in una partita di calcio finita 2-0 nessun giocatore abbia segnato, senza che l’incontro sia stato deciso a tavolino. Se non riusciamo a risolverlo è perché diamo per scontato che si tratti di una partita di calcio maschile… Invece è una partita di calcio femminile.
Questi esercizi, comunque, non sono un test per misurare il nostro livello di creatività, ma piuttosto uno strumento per capire quali sono le possibili strade per aumentare la nostra creatività. Se non riesco a risolvere un esercizio, una volta letta la risposta corretta potrò rendermi conto di quale vincolo autoimposto mi abbia impedito di arrivare alla soluzione. Ma lo stesso avviene anche se sono stato capace di risolvere il quiz.

Ha parlato di vincoli autoimposti: che cosa sono e perché dobbiamo liberarcene?
Sono dei vincoli che non esistono nella realtà, che io mi impongo automaticamente, senza rendermene conto. E mi fanno pensare secondo alcune routine. Come scrivo nell’introduzione, però, non è mia intenzione entrare nella banalità dicendo che la routine è sempre negativa e che bisogna mettere in discussione tutto. Semplicemente, per sviluppare nuove idee, è utile individuare questi vincoli e superarli. Il mio libro suggerisce un modo di uscire dai binari predefiniti del pensiero, ma questo non è necessariamente in contrapposizione alle routine. Come ha detto il famoso psicologo americano Abraham Maslow, la vita è uno stretto intreccio di routine e creatività.

Le domande creative, invece, in che modo cambiano la nostra prospettiva nell’analizzare le situazioni, i problemi?
È un concetto legato ai vincoli autoimposti e alla loro eliminazione. Le domande creative richiedono un certo tipo di sforzo, anche se spesso hanno l’aria di domande stupide, come “perché deve essere così?”, “perché si è sempre fatto in questo modo?” etc. Se pensiamo ai prodotti e ai servizi che oggi si vendono nel mondo, non dobbiamo dimenticare che quando sono nati essi erano in qualche modo innovativi. Consideriamo, ad esempio, i ristoranti self-service. È possibile che l’idea di crearli sia scaturita da una domanda come “perché devono esistere i camerieri nei ristoranti?”. Dunque, da una domanda creativa, apparentemente assurda, può nascere un’idea vincente.

“I futuri alternativi” è il titolo di uno dei capitoli più suggestivi del suo libro. Se abbiamo capito bene, il succo del discorso è che spesso sbagliamo le nostre previsioni sul futuro perché crediamo che questo sarà una mera ripetizione del presente. In questo senso, quale potrebbe essere l’insegnamento per chi deve avviare una nuova attività imprenditoriale o pianificare le strategie aziendali future? Buttarsi a capofitto su obiettivi apparentemente irrealizzabili?
In questo discorso entra in gioco l’elemento esperienza, che spesso può essere una trappola, perché fa riferimento a ciò che già conosciamo, al passato o, bene che vada, al presente. Ma non possiamo dimenticare che ci sono anche elementi ignoti, di cui ancora non possiamo sapere niente. Ecco perché porsi degli obiettivi difficilmente raggiungibili può avere un senso. Soprattutto in questo momento storico si avverte sempre meno la necessità di avere informazioni per capire se un certo progetto andrà bene o meno. Se prima si diceva “muoviti solo quando conosci tutti gli elementi”, oggi il motto è diventato “muoviti anche senza avere questi elementi, ma sii pronto a tornare indietro”. Insomma, dobbiamo darci la possibilità di sbagliare. Gli obiettivi irrealizzabili sono anche molto ambiziosi, per questo non è necessariamente negativo il fatto di non raggiungerli. Se voglio raddoppiare o triplicare il fatturato della mia azienda, cercherò di essere creativo per arrivare a quel risultato. E se non lo raggiungo, quella diventerà comunque il mio obiettivo di “visione”. A questo proposito mi piace citare una frase di Leo Burnett: “Se cerchi di raggiungere le stelle è possibile che tu non riesca a farlo, ma almeno non ti ritroverai con le mani piene di fango”.

Altro limite che dobbiamo superare per liberare la nostra capacità di sviluppare nuove idee: la sindrome della peculiarità. Vuole spiegare ai nostri lettori?
Quando ci viene proposta un’idea innovativa di business, è probabile che la nostra reazione immediata sia “è una buona idea, interessante, ma non è adatta a noi”. Questo perché, per l’appunto, consideriamo la nostra azienda “peculiare”. È un atteggiamento molto diffuso che spesso rischia di diventare una vera sindrome, sotto varie forme: aziendale, come detto, settoriale (“nel nostro settore non ci occupiamo di queste cose”), geografica (“in Italia un’idea del genere non potrebbe funzionare”), dimensionale (“è una proposta adatta a un’azienda più grande/piccola”) e altre ancora. La storia è piena di esempi che hanno dimostrato come la sindrome della peculiarità possa sfociare in quella che io definisco la “visione dal tunnel”. Una visione che ci impedisce di cogliere la bontà di un’idea sviluppata in altri settori che potrebbe essere applicata con profitto nella nostra realtà.

Nell’ultimo capitolo del libro ha scritto: “Se è vero che liberarsi dai vincoli autoimposti consente d’essere più creativi, talvolta è vero anche il contrario: in certi casi, infatti, l’imposizione volontaria di vincoli può migliorare la performance creativa”. Ci perdoni, ma sembra un controsenso…
Dopo quanto detto fin qui, effettivamente potrebbe sembrare un controsenso. In realtà, la differenza sostanziale è che noi non ci accorgiamo di avere dei vincoli autoimposti e per questo essi ci bloccano. Al contrario, se ci imponiamo dei vincoli volontariamente questi possono aiutare la nostra creatività. Nell’arte e nella letteratura ci sono tantissimi esempi, come quello di Perec che ha scritto un intero romanzo senza utilizzare la lettera E. Lo stesso può valere nella vita professionale.

Secondo lei, dunque, anche nella risoluzione di un problema “quotidiano”, diciamo di lavoro, imporsi volontariamente dei vincoli può essere una buona strategia. Ci può fare un esempio?
Un vincolo molto utile nell’attività lavorativa è quello di mettersi nei panni del cliente. Pensiamo all’esempio di un gestore di supermercato che s’infagotta di proposito – creandosi, dunque, un vincolo – e si mette a girare per il negozio con l’obiettivo di capire (e magari risolvere) le difficoltà e i problemi della clientela in sovrappeso.
Il discorso, comunque, è molto ampio. Imporci dei vincoli ci può aiutare a risolvere i problemi, ma soprattutto ci spinge a darne una definizione alternativa: un esempio riguarda un albergo in cui i clienti si lamentavano delle lunghe attese per gli ascensori. I gestori della struttura, non volendo velocizzare gli ascensori stessi, hanno ovviato al problema mettendo degli specchi lì dove si formavano le code, così che la gente avesse qualcosa da fare mentre aspettava. In sostanza, hanno ridefinito il problema “come ridurre i tempi d’attesa dei clienti?” attraverso una domanda creativa: “come rendere l’attesa meno noiosa?”. Molte tecniche creative partono dall’imposizione di un vincolo, dal metodo Perec (ovvero ridefinire un problema senza usare una determinata lettera dell’alfabeto) al “pensiero laterale” di De Bono. È un modo di aiutare la nostra mente a considerare un problema partendo da un punto di vista diverso.

Comments

  1. Francesca says:

    Bel sito!

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