5 febbraio 2012

Monica Compri

compri_monica_postHa trovato un pezzo del “suo” Veneto in California, entrando, pochi mesi fa, con il ruolo di Business Analyst Specialist in Oakley, società che fa parte del gruppo Luxottica. Ma da quando è arrivata negli States, Monica Compri non ha mai sentito veramente la nostalgia di casa. Perlomeno, non a livello professionale: «Sono stati più duri i miei primi passi in Italia che qui – racconta – Negli Usa si lavora di più ma anche meglio. Molto meno stress, obiettivi chiari, discussioni mirate e proficue, collaborazione totale, tutte componenti che fanno scorrere il lavoro quotidiano in maniera efficiente. Quello che manca nella mia vita da emigrata è ovviamente la vicinanza di famigliari ed amici lasciati in Italia; il lavoro, a conti fatti, no». Ma allora è vero che ai giovani conviene cercare fortuna all’estero, magari proprio in America? «Negli Stati Uniti – risponde la Compri – i talenti, da qualunque parte del mondo provengano, sono protetti e valorizzati perché esiste una cosa che generalmente spaventa gli italiani: la competizione. Se sei bravo e sai fare il tuo lavoro, i risultati li ottieni e sono tangibili. Se ai giovani conviene migrare all’estero? È una decisione molto soggettiva. Per me è come chiedere “conviene sposarsi”? Dipende…».

Dottoressa Compri, quali sono le tappe fondamentali del suo percorso professionale?
Ho iniziato la mia carriera lavorativa come consulente SAP R/3, specializzazione Finance e Controlling, per IBM Global Business Services (allora denominata SAP Italia Consulting). Ho arricchito e proseguito la mia esperienza sempre come consulente SAP R/3 per Itelligence AG, gruppo tedesco specializzato nella consulenza SAP per piccole e medie imprese e leader di mercato. Dopo alcuni anni, sono approdata alla carriera di consulente free-lance, gestendo una società di consulenza di mia proprietà, collaborando principalmente con gruppi industriali dell’Emilia-Romagna, Veneto e Lombardia. All’inizio del 2007, per motivi famigliari mi sono trasferita negli Stati Uniti. Il mio primo datore di lavoro in questo paese è stato Deloitte LLP, società leader nel settore consulenziale sul mercato americano. Il mio ruolo in Deloitte: Senior Specialist Consultant SAP R/3, Finance&Controlling. Ho seguito progetti principalmente in California, San Francisco, Los Angeles e San Diego. Ho lasciato Deloitte pochi mesi fa, assunta come Business Analyst Specialist per Oakley INC, società parte del gruppo Luxottica. Grazie a questa opportunità, negli USA ho ritrovato un po’ delle mie radici venete…

Come detto, oggi lavora come Business Analyst Specialist per Oakley, in California. Ci può spiegare – in sintesi – in cosa consiste il suo lavoro?
Sono stata assunta in Oakley in qualità di specialist (forte della conoscenza ed esperienza accumulate in più di 10 anni di consulenza in ambito SAP FICO) all’interno della business unit IT (Information Technology). Le mie funzioni qui spaziano dal trovare soluzioni (che poi altri implementano) ai problemi immediati che le diverse business areas incontrano nel lavoro quotidiano, al creare e/o seguire progetti di miglioramento, sviluppo, investimento per le diverse aree. In sostanza, continuo a fare consulenza con la sola differenza che i miei clienti ora sono interni, miei colleghi, e che i miei viaggi e trasferte di lavoro sono decisamente diminuiti…

Ormai lavora negli Stati Uniti da quasi quattro anni. Che giudizio si sente di dare a questa esperienza? Sicuramente avrà incontrato delle difficoltà all’inizio…
Esperienza totalmente positiva per quanto mi riguarda. Quanto alle difficoltà sono stati più duri i miei primi passi in Italia che qui. Usualmente a chi mi rivolge queste stesse domande rispondo che negli Usa si lavora di più (non ci sono tutte le festività e ferie che abbiamo in Italia) ma si lavora meglio. Molto meno stress, obiettivi chiari, discussioni mirate e proficue, collaborazione totale, tutte componenti che fanno scorrere il lavoro quotidiano in maniera efficiente. Quello che manca nella mia vita da emigrata è ovviamente la vicinanza di famigliari ed amici lasciati in Italia; il lavoro a conti fatti, no.

Secondo lei, a livello professionale, l’Italia cosa deve invidiare agli States?
L’elenco sarebbe lungo, mi limito ad indicare: il pragmatismo, la capacità organizzativa e di sintesi, il rispetto delle diversità e soprattutto il saper lavorare per obiettivi, pianificando efficacemente i mezzi e tempi per raggiungerli.

Viceversa, sente la mancanza di qualche aspetto della cultura del lavoro italiana?
La capacità artigianale tutta italiana di fare prodotti di alta qualità, raffinati e di gusto è riconosciuta e stimata da sempre all’estero. Sarà banale quanto affermo, ma l’ho personalmente riscontrato in diverse occasioni: il Made in Italy negli States vince sempre, non c’è prodotto Made in China o altrove che sia preferito al prodotto realmente italiano, per quanto inferiore possa essere il prezzo del primo.

Domanda secca: a suo parere quali requisiti, quali doti ci vogliono per “fare breccia” nel mercato del lavoro all’estero?
Credo le stesse che servono in qualunque mercato del lavoro, ovvero preparazione, determinazione, professionalità e correttezza. Forse all’estero occorre anche essere curiosi, aperti mentalmente per sapersi adattare velocemente alle diversità fisiche e sociali. Un po’ di cultura in senso lato non guasta…

Per quanto ha potuto vedere con i suoi occhi, è vero che negli altri Paesi i talenti sono più valorizzati rispetto a quanto avviene da noi? Insomma, ai giovani conviene andare all’estero o no?
Penso che negli Stati Uniti i talenti, da qualunque parte del mondo provengano, siano protetti e valorizzati perché esiste una cosa che generalmente spaventa gli italiani: la competizione. Il mercato del lavoro negli USA è molto competitivo, non ci sono protezioni o peggio, nepotismi che tengano. Se sei bravo e sai fare il tuo lavoro, i risultati li ottieni (nei tempi dovuti) e sono tangibili. In Italia, in tutti i casi, questo automatismo non c’è, pur avendo il mondo del lavoro italiano molti gran lavoratori talentuosi. Conviene ai giovani? È una decisione molto soggettiva, la scelta di trasferirsi all’estero non si esaurisce col lavoro (pur essendone spesso la causa). Per me è come chiedere “conviene sposarsi”? Dipende…

Nel suo futuro cosa vede? Pensa di tornare in Italia prima o poi?
Non ho la sfera di cristallo per vedere nel mio futuro, sono di gusti molto semplici e ciò che spero è di continuare ad avere nel mio futuro un lavoro che non mi annoia e una vita personale felice, specie dopo la nascita un anno fa di mio figlio. Tutto questo indipendentemente dal Paese in cui mi trovo.

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