23 febbraio 2012

Andrea Colombo

Andrea Colombo, lo “Special One” del settore entertainment. Seppur juventino convinto, siamo sicuri che il diretto interessato gradisca il paragone con José Mourinho, a detta di molti, il miglior allenatore di calcio al mondo. Il migliore per l’attenzione, per la cura quasi maniacale che dedica al dettaglio. Ed è proprio su questo punto che il parallelismo tra Colombo e il tecnico portoghese sembra azzeccato. Il manager di Namco Bandai Partners – multinazionale giapponese che opera nel mercato dei videogames e, più in generale, dell’intrattenimento – riconosce, infatti, questo merito al suo team per gli ottimi risultati ottenuti sul territorio italiano. Una grande squadra, però, nasce sempre da un grande coach: considerazione che ha spinto i vertici di Namco Bandai Partners ad affidare a Colombo non solo la responsabilità dell’Italia, in veste di Amministratore Delegato, ma anche della vastissima area Mediterranea & Continentale, questa volta in qualità di Vice Presidente. Lo “Special One” naturalmente non si scompone davanti a tanta fiducia: «A fare la differenza sono la determinazione e la passione che si mette in ciò che si fa – spiega – L’approccio mentale più che l’intelligenza e il talento. Funziona così anche nel calcio: la differenza tra una grande squadra e una che sta a metà classifica non sta tanto nella tecnica dei giocatori, quanto nell’atteggiamento mentale che essi hanno quando entrano in campo, nella cura del dettaglio, in ogni momento della partita».

Dottor Colombo, dopo la laurea in Economia e Commercio, dove ha mosso i suoi primi passi professionali?
Ho iniziato in un mondo completamente diverso da quello in cui opero attualmente, ovvero occupandomi di marketing strategico presso un centro studi. La mia prima esperienza con la E maiuscola, invece, è stata nel Gruppo Danone, dove ho seguito il marketing dei prodotti Galbani. Una bellissima esperienza, una bellissima azienda, ma dopo qualche tempo confesso che mi sono stancato di trattare solo di salami, formaggi e via dicendo…

E come è avvenuto l’ingresso nel mondo dell’entertainment e dei videogiochi? È sempre stata una sua passione o è stato un incontro casuale?
Diciamo che è stato un po’ casuale e un po’ no. Il mondo dell’entertainment mi ha sempre incuriosito, anche se non posso considerarmi un grandissimo gamer. Ho mandato diversi curricula in giro e la fortuna ha voluto che potessi entrare in questo settore. Dapprima in Leader, società specializzata nella distribuzione di prodotti entertainment e hardware, quindi in quella che – nel 2001 – era Infogames, poi divenuta Atari nel 2003, fino all’acquisizione della società da parte di Namco Bandai nel luglio del 2009.

Ci racconta qualcosa di Namco Bandai Partners? Quali sono i vostri numeri, sia a livello planetario che italiano? Come possiamo riassumere la filosofia della società?
Il Gruppo fattura circa 3,5 miliardi di euro l’anno a livello mondiale e ha un attività molto diversificata al suo interno. Il comparto videogiochi è certamente importante, copre fino al 40-45% del business di Namco Bandai Partners, ma la società è presente anche nel mercato dei giocattoli, del mobile, della musica, degli home video e in Giappone possiede alcuni parchi a tema, nonché una grande catena di negozi.
L’Italia rappresenta il 10-12% del mercato europeo per Namco Bandai Partners, ovvero la quota più ampia in relazione alle dimensioni del Paese. In senso assoluto, invece, siamo al quarto posto nel Vecchio Continente, dietro Francia, Inghilterra e Germania. I motivi del successo sul nostro territorio sono fondamentalmente due. In primis, la tipologia di prodotto che vendiamo è molto apprezzata dal consumatore italiano e, più in generale, sud-europeo: i giochi giapponesi – come i vari Dragon Ball, Naruto, Tekken – hanno sempre avuto grande appeal in quest’area. In secondo luogo, ritengo che il merito di questi risultati sia da attribuire all’ottimo lavoro svolto dal team italiano di Namco Bandai Partners. Un lavoro da sempre improntato alla cura, all’attenzione quasi maniacale per il dettaglio.

Doppio incarico per lei in Namco Bandai Partners: Amministratore Delegato per l’Italia e Vice Presidente dell’area Mediterranea & Continentale. Come si divide il suo lavoro tra le varie regioni che deve gestire?
Vivo e lavoro in Italia, per cui il mio ruolo e le mie responsabilità sono più forti su questo territorio, dove mi occupo della gestione dell’azienda e del business a 360 gradi. La Germania produce volumi di vendita superiori, ma rappresenta la mia seconda priorità. Qui l’azienda mi ha chiesto principalmente di ricoprire il ruolo di coach, facendo crescere il team tedesco all’insegna delle best practices sviluppate in Italia.
Per quelli che definiamo “export territories”, ovvero Grecia, Paesi Balcanici e Medio Oriente, il mio lavoro è simile a quello svolto per la Germania e a me riporta la nostra filiale di Atene Discorso a parte per l’Est Europa, la cui gestione al momento è affidata ad un manager che opera qui in Italia. L’obiettivo, comunque, è crescere anche in quest’area, pertanto stiamo costruendo un gruppo di persone che per un paio d’anni lavorerà a stretto contatto con il team italiano per poi eventualmente essere dislocato in Russia. Riteniamo che sia il modo migliore per far crescere queste risorse, soprattutto per far assorbire loro la giusta mentalità da applicare nel quotidiano.

Una curiosità: quanti aerei prende in un mese?
Dipende dal periodo… Diciamo che, in media, tre volte al mese sono da qualche parte all’estero, soprattutto in Germania.

Ma con i Paesi di cui è responsabile c’è solo una distanza “fisica” dall’Italia o c’è anche un approccio culturale e di mercato totalmente diverso?
Credo sia necessario fare un distinguo tra le varie regioni. Con la Germania le differenze sono davvero minime. Anzi, in una battuta, direi che l’unica differenza è che lì hanno l’IVA al 20%, mentre da noi è al 21%… Le regole del gioco sono identiche, al massimo in Germania ci sono arbitri più fiscali, ma nulla di più.
Più marcate le discrepanze, invece, se parliamo dell’Est Europa e del Medio Oriente: si tratta di mercati emergenti e meno maturi del nostro. Ricordano un po’ l’Italia di 15-20 anni fa… L’approccio del business è poco strutturato e lasciato perlopiù alla libera iniziativa. Le regole del gioco qui sono leggermente diverse. Rimanendo sulla metafora calcistica, se è vero che il fallo di mano viene sanzionato ovunque, quello di gamba tesa viene fischiato in Italia, ma in alcuni di questi Paesi no…

Dovesse trasferirsi in pianta stabile in uno di questi Stati, dove le piacerebbe andare?
Ho una preferenza per i Paesi nordici e, se devo fare una scelta, metto la Germania al primo posto. Tra le realtà emergenti, invece, dico Russia. Non amo il caldo, per cui meglio i 15 gradi sotto zero di Mosca che i 50 gradi di Dubai…

Quando lanciate sul mercato un nuovo videogioco, magari particolarmente atteso dal pubblico, quali sono le sensazioni che prova un top manager come lei? Si vivono con una certa tensione i giorni del “debutto”?
Un po’ di tensione c’è sempre perché il nostro è un mercato profondamente guidato dal prodotto e da esso dipendente, poiché in grado di spostare gli equilibri. Il prodotto è il nostro ago della bilancia e quando c’è una release importante è normale che ci sia un pizzico di adrenalina in più. Tuttavia, riusciamo ad avere un discreto polso della situazione già nei giorni che precedono e in quelli immediatamente successivi al lancio. Il videogame, infatti, è uno di quei prodotti per cui le persone sono disposte a fare la fila, a presentarsi a mezzanotte nei negozi pur di averlo prima di tutti. Le prevendite e le prenotazioni sono molto importanti e ci permettono di sapere in anticipo che performance aspettarci. Diciamo che se un gioco esce il giovedì, già il lunedì successivo abbiamo un quadro piuttosto preciso dei risultati: di norma, se la release raggiunge il 30% del sell out nei primi giorni allora è un buon prodotto. Le vendite di un videogame, infatti, hanno un andamento decrescente, che si dimezza di settimana in settimana, per cui quando un gioco ha successo, raggiungiamo i risultati previsti in un paio di mesi.

Il giudizio della critica quanto pesa nel vostro settore?
Non è semplice rispondere a questa domanda, ma io credo pesi meno di quanto si possa immaginare: conta di più il giudizio dei consumatori. Viviamo in un’epoca in cui le informazioni viaggiano alla velocità della luce, un fenomeno evidente nel mondo dei videogiochi, dove il passaparola è davvero rapidissimo grazie ai vari canali di comunicazione, tradizionali e non. Come manager, dunque, sono più incuriosito da come giudicano un nostro prodotto gli utenti di un forum piuttosto che da quello che dice la critica.

Non ha ancora 40 anni, ma ha già una carriera brillante alle spalle. Lei che meriti si riconosce in tutto questo? Caparbietà, competenze, talento, fortuna: in che ordine metterebbe questi ingredienti del successo?
Manterrei quest’ordine così com’è. Mi spiego: nel mondo i veri geni ci sono, ma nascono una volta ogni 100 anni… Ritengo che, essendo mediamente dotati tutti della stessa intelligenza, a fare la differenza siano la determinazione e la passione che si mette in ciò che si fa. Parto dal presupposto che tutto ciò che accade intorno a noi sia una conseguenza di quello che facciamo, per cui le cose succedono se io mi adopero perché accadano. Credo sia stato questo atteggiamento pro-attivo ad essere determinante nel corso della mia carriera, specie nei momenti chiave. L’approccio mentale più che l’intelligenza e il talento. Funziona così anche nel calcio: la differenza tra una grande squadra e una che sta a metà classifica non sta tanto nella tecnica dei giocatori, quanto nell’atteggiamento mentale che essi hanno quando entrano in campo, nella cura del dettaglio, in ogni momento della partita.

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