venerdì 03 settembre, 2010

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cappello_mariaelena_postNessuna paura della responsabilità, anche – se non soprattutto – in un mercato che oggi è «complesso ed affascinante allo stesso tempo». Da poche settimane Maria Elena Cappello è stata nominata Amministratore Delegato e Country Manager di Nokia Siemens Networks in Italia, un doppio incarico che si va a sommare a quello precedente di Responsabile Strategy and Business Development Europa di Nokia Siemens Networks. Per la manager è probabilmente il culmine di una lunga carriera nel settore Telecomunicazioni e IT, oltre 15 anni in cui ha lavorato in aziende come Italtel, EMC Italia, Compaq/HP, Pirelli Broadband Solutions, passando anche per una brillante esperienza da imprenditore. Un punto d’arrivo, dunque, che però non spaventa la Cappello: «La sfida più bella è quella di oggi – dice – Le TLC vivono nel nostro Paese un momento particolare, una fase che può essere di grande rilancio per l’intero Sistema Italia. Avere un ruolo guida in NSN proprio in questo momento è di grande stimolo oltre che motivo di orgoglio».

Dottoressa Cappello, di recente è stata nominata AD e Country Manager di Nokia Siemens Networks Italia, e continuerà anche a dirigere la funzione Strategy and Business Development Europa di Nokia Siemens Networks. Quali cambiamenti si aspetta nella sua vita professionale? Non la spaventa nemmeno un po’ tutta questa responsabilità sulle sue spalle?
Tutt’altro. Questi due ruoli si coniugano molto bene. Da un lato la responsabilità di identificare e pianificare le aree di crescita di Nokia Siemens Networks in Europa e dall’altro operare lo sviluppo del business in Italia. Le TLC vivono nel nostro Paese un momento particolare, una fase che può essere di grande rilancio per l’intero Sistema Italia. Avere un ruolo guida in NSN proprio in questo momento è di grande stimolo oltre che motivo di orgoglio.

Nel suo curriculum di studi, dopo la laurea in Ingegneria delle Telecomunicazioni, c’è un Master in Marketing Strategico presso il Babson College in Massachusetts. L’esperienza negli Stati Uniti cosa le ha lasciato in eredità?
Posso dire che gli americani hanno un approccio molto pragmatico al business e per me è stata una scuola fondamentale, che mi ha aiutato sempre a guardare ai risultati e al cliente.

La sua carriera si è sviluppata tutta nel settore Telecomunicazioni e IT, in aziende come Italtel, EMC Italia, Compaq/HP, Pirelli Broadband Solutions e – ovviamente – Nokia Siemens Network. La sfida più difficile che ha dovuto affrontare in questi anni?
La sfida più bella è quella di oggi. Lavorare con successo per un leader mondiale delle TLC insieme ad uno dei team più competenti al mondo è una grande soddisfazione. Il momento stesso che sta vivendo il mercato è complesso ed affascinante allo stesso tempo. I nostri clienti ci chiedono innovazione, capacità visionarie e di affiancarli in nuove sfide. La convergenza tra ITC, media e utility ci sta offrendo nuove grandi opportunità.

Come imprenditore, ha fondato e sviluppato una società di software a livello europeo. Quali armi ha dovuto tirare fuori per raggiungere il successo anche in questa veste?
Essere imprenditore richiede grande focalizzazione e pragmatismo, capacità di analisi, programmazione degli investimenti e definizione dei ritorni. Inoltre si deve essere molto attenti alle esigenze del cliente, bisogna essere veloci e flessibili e, perché no… avere fiuto per i buoni affari. Tutto questo è richiesto anche nelle grandi corporation, ma nelle piccole aziende è molto enfatizzato. In poche parole, si può sbagliare molto meno.

Lei fa parte del consiglio direttivo di Valore D, associazione che promuove la presenza dei talenti femminili in azienda. Non possiamo non chiederle quanta fatica debba fare una donna per riuscire ad imporsi in un settore come il suo…
La fatica per imporsi è inversamente proporzionale alla motivazione che si ha. Alla base ci deve essere comunque una buona conoscenza dei propri limiti e punti di forza. La diversity rappresenta una grande opportunità di sviluppo per le aziende e quelle che lo capiscono riescono ad ottenere maggiori successi più velocemente. Nel nostro settore non è sempre facile avere una presenza femminile importante nei CdA, ma anche in Italia le cose stanno cambiando e questo è un grande segno di modernità del nostro Paese. Valore D ne è un esempio: un’associazione voluta dalle aziende, per renderle più competitive, grazie alla promozione dei talenti femminili. Un’associazione che fornisce alle donne strumenti concreti per costruire il proprio percorso professionale, spunti di riflessione e discussione sui temi legati alla leadership al femminile e la possibilità di condividere esperienze e stili di management grazie all’attività sviluppata nei diversi cantieri da oltre 150 manager donne. Con Valore D siamo riusciti a coinvolgere nei diversi incontri realizzati sul territorio oltre 900 persone, in maggioranza donne ma con una presenza crescente di uomini, a dimostrazione che i temi sono molto sentiti a tutti i livelli manageriali e senza distinzione di sesso.
In Nokia Siemens Networks siamo molto attenti allo sviluppo dei talenti e della diversity anche al femminile…. e i risultati si vedono.

Un libro o un film che hanno contribuito a renderla la donna di successo che è oggi?
Come film, dico “L’Attimo Fuggente” perché mi ha spinto a credere nei miei sogni. Di libri ne ho letti tanti e di ogni genere e da ognuno posso dire di avere preso un pezzo di quello che sono oggi. Ce ne fu uno però, tanti anni fa: “Dove” di Robin Lee Graham. Lo lessi alle medie. Era scritto da un ragazzo che a 16 anni partì con la sua barca, costruita da lui, per fare il giro del mondo in solitario. Ne colsi due insegnamenti: i sogni si avverano se si ha la costanza nel crederci e se ci si focalizza nel realizzarli; bisogna essere pronti a contare solo su se stessi se si vuole vincere davvero.

Sappiamo che è molto appassionata di sport. Una persona che ricopre incarichi di grande responsabilità come lei, può coniugare lavoro e interessi personali? C’è il tempo per fare tutto?
Mens sana in corpore sano. Ci si prova. Spesso le scarpe da ginnastica rimangono intoccate nel trolley, ma di sicuro sono sempre con me. Bilanciare la propria vita personale con gli impegni professionali è un fondamentale aspetto del successo. Ci si ritrova spesso ad essere molto più efficienti anche nel seguire le proprie passioni, e dagli sport si impara ad essere competitivi, a non mollare mai e a vincere. Sport e carriera hanno molti aspetti intercambiabili. Faccio un esempio: per vincere in regata si seguono regole, tattiche e istinto. Lo stesso vale per vincere un deal.

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simonetti_federico_9proof_postUno scienziato in azienda. No, non si tratta del titolo di un nuovo libro o di un film in uscita al cinema. Ma della definizione che Federico Simonetti dà del suo ruolo di Direttore Scientifico in 9PROOF, la software house nata nel 2009 dall’aggregazione di tre poli informatici – magiaro, ucraino ed italiano – che fornisce servizi e produce soluzioni innovative per la protezione della privacy nelle comunicazioni mobili, per la cifratura dei dati sensibili e per la cancellazione selettiva e definitiva dei dati. Un progetto che ha visto Simonetti tra i suoi fondatori e che poi l’ha coinvolto con un ruolo aziendale forse non noto ai più. Quello, appunto, di Direttore Scientifico: «Questa qualifica credo differenzi e spieghi in modo semplice la figura del ricercatore, a differenza di una anonima sigla anglofona come CIO, CTO, CSO, che confonde i non addetti ai lavori e non qualifica fino in fondo la persona in causa – spiega lo stesso Simonetti – Oggi la parola “scienziato” è assai desueta, ma a me piace considerarmi tale perché credo che la conoscenza debba restare un eterno obiettivo, mai un traguardo che ci si illude di aver raggiunto».

Dottor Simonetti, parliamo subito di 9PROOF, la software house che ha contribuito a fondare nel 2009, in cui attualmente ricopre il ruolo di Direttore Scientifico. Si tratta di un progetto internazionale, giusto? Che genere di servizi fornite ai clienti?
9PROOF è un progetto internazionale nato con lo scopo di creare una software house nel senso più autentico del termine: i software non vengono sviluppati per conto terzi, ma progettati e realizzati internamente e vengono poi proposti sui canali della grande, media e piccola impresa attraverso una strategia di partnership con i migliori system integrator. Tra i nostri prodotti di punta ci sono BladeBox (nella versione Professional ed Enterprise), software per la protezione sicura e flessibile dei dati aziendali che adotta i migliori standard crittografici oggi esistenti; Wiperaser, software per la cancellazione sicura e definitiva dei dati al termine della loro “vita” (oggi requisito di legge anche in Italia); Scrambit, software per smartphone che rende le telefonate sicure e impossibili da intercettare. Per quanto riguarda i numeri di 9PROOF, è prematuro definirne con precisione. Abbiamo dedicato questi mesi a costruire l’azienda, il team di sviluppo, le nuove versioni dei nostri programmi e siamo sul mercato da poco tempo per fare delle valutazioni. se non di tendenza in positivo o negativo del mercato. Ciò che stiamo vedendo è, però, incoraggiante: abbiamo innanzitutto ottenuto due importanti certificazioni dal Security Consortium americano che ci permettono di offrire questa “eccellenza” in un mercato molto competitivo come quello USA. E in Italia possiamo vantare clienti sia in ambito finanziario che medicale, oltre ad avere in corso importanti trattative con alcuni tra i principali istituti di credito e con diverse aziende di dimensioni medie e medio grandi.

Come ha già anticipato, poche settimana fa siete sbarcati ufficialmente negli Stati Uniti, aprendo una sede nella mitica Silicon Valley. Che valore ha questo passo per l’azienda? Il mercato americano quali opportunità di crescita vi offre?
Per un’azienda come la nostra, la presenza con una sede nella Silicon Valley è stato un passo fondamentale, che oltre ad offrire maggiore credibilità all’azienda stessa ci ha offerto una posizione strategica per l’espansione in questo continente, senza trascurare il fatto che il mercato USA dei software è in forte ripresa. L’America e soprattutto gli Stati Uniti rappresentano il primo mercato mondiale per soluzioni informatiche in ambito software e 9PROOF, per essere all’altezza dell’evoluzione e dello sviluppo tecnologico in cui investe, non poteva tralasciare la possibilità di una presenza proprio in questo luogo.

Come detto, lei è Direttore Scientifico di 9PROOF. Vuole spiegare ai nostri lettori di che cosa si occupa precisamente? Quali sono le sue mansioni in azienda?
Direttore Scientifico è una qualifica di un mio ex professore dell’Università che ho sempre guardato con stima ed interesse, ormai quasi vent’anni or sono. Da allora me ne sono “innamorato” perché credo differenzi e spieghi in modo semplice la figura del ricercatore, a differenza di una anonima sigla anglofona come CIO, CTO, CSO, che spesso e volentieri confonde i non addetti ai lavori e non qualifica fino in fondo la persona in causa. Essere oggi il Direttore Scientifico della mia azienda è per me una componente straordinaria perché mi permette di seguire e dirigere ogni aspetto scientifico e di sviluppo tecnologico di 9PROOF. Oggi la parola “scienziato” è assai desueta, ma a me piace considerarmi tale perché credo che la conoscenza debba restare un eterno obiettivo, mai un traguardo che ci si illude di aver raggiunto. Comunque, per dirla in modo brutalmente pratico, ciò che faccio è concepire l’idea dei nuovi prodotti e delle loro funzionalità, passare dall’idea al progetto e poi coordinare il team che lo svilupperà senza tralasciare la mia personale partecipazione come programmatore alla scrittura del codice.

Le competenze e le doti che ritiene necessarie per ricoprire al meglio il suo ruolo?
La dote che reputo più importante è il sapersi fare costantemente nuovi domande. Mettere in dubbio se stessi e le proprie certezze, ciò che crediamo di sapere e ciò che abbiamo sempre ritenuto vero, è una grande fonte di crescita. Da non trascurare, inoltre, l’amore per la ricerca e una grande tenacia nel raggiungere i risultati che spesso non arrivano se non dopo innumerevoli tentativi. Considerazioni filosofiche a parte, però, devo anche ammettere che buone capacità logiche e di correlazione aiutano molto.

E qual è, invece, l’aspetto che le piace di più del suo lavoro?
Sicuramente la soddisfazione che si prova quando si vede “venire alla luce” un nuovo prodotto che si è seguito fin dalla nascita: dopo mesi di progettazione, di sviluppo, di correzione degli errori, di impegno, finalmente si può rilasciare alla distribuzione un nuovo software 9PROOF.

Prima di 9PROOF, lei ha fondato numerose aziende, alcune delle quali sono diventate leader del proprio settore. Ci può raccontare un po’ più nel dettaglio il suo passato da imprenditore?
Come imprenditore ho avuto modo di fare diverse esperienze e probabilmente quella a cui sono più legato è un’altra software house che ho costituito tanti anni fa negli Stati Uniti con un socio americano e con la quale siamo riusciti a vendere i nostri prodotti ad aziende ed enti prestigiosi come Delta Airlines, American Airlines, il Governo e l’Esercito USA, persino la NASA. Credo che questi ottimi risultati ottenuti siano da attribuire non solo alle tante energie impiegate nella scelta e nella costituzione di un team tecnico altamente motivato e qualificato, ma anche alla forte valorizzazione delle diverse competenze dei membri del team, in un contesto che oggi può ricordare quello di Google. Non mancavano, infatti, aree relax e svago – per rilassare la mente tra una riunione ed una fase di scrittura – che invece di distrarre massimizzavano il rendimento di ogni singola persona. E poi il rispetto dell’individuo era sopra ogni cosa.

Facendo due conti, nel suo bagaglio professionale ci sono più di 15 anni di esperienza nel mercato IT internazionale. Ma questa “esperienza” che cosa le ha insegnato?
Credo che l’esperienza abbia un valore enorme nel lavoro così come nella vita. Gli errori sono fondamentali, possono essere degli stimoli fortissimi al miglioramento e permettono a chiunque di noi di fare dei piccoli, grandi passi verso un futuro che ci auguriamo sia positivo e di grande successo.

Dopo gli Stati Uniti, qual è la nuova frontiera per lei e per 9PROOF?
Gli USA sono un mercato dove è “impossibile” non essere presenti se si vuole un profilo di alto livello per la propria azienda, ma per certi versi è più semplice rispetto ad altri contesti. Dopo gli Stati Uniti, vorremmo provare con il più ostico Brasile, con l’India ed il Giappone, mercati sui quali stiamo già cominciando a muovere i primi passi. Quelli appena menzionati sono mercati con esigenze specifiche, diverse da quelli affrontati sino ad oggi, con potenziali acquirenti che sappiamo ci richiederanno modifiche e forti adattamenti dei prodotti rispetto ad esigenze specifiche. Sfide che affronteremo con grande entusiasmo e con la positività e la competenza che da sempre ci contraddistingue come azienda.

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compri_monica_postHa trovato un pezzo del “suo” Veneto in California, entrando, pochi mesi fa, con il ruolo di Business Analyst Specialist in Oakley, società che fa parte del gruppo Luxottica. Ma da quando è arrivata negli States, Monica Compri non ha mai sentito veramente la nostalgia di casa. Perlomeno, non a livello professionale: «Sono stati più duri i miei primi passi in Italia che qui – racconta – Negli Usa si lavora di più ma anche meglio. Molto meno stress, obiettivi chiari, discussioni mirate e proficue, collaborazione totale, tutte componenti che fanno scorrere il lavoro quotidiano in maniera efficiente. Quello che manca nella mia vita da emigrata è ovviamente la vicinanza di famigliari ed amici lasciati in Italia; il lavoro, a conti fatti, no». Ma allora è vero che ai giovani conviene cercare fortuna all’estero, magari proprio in America? «Negli Stati Uniti – risponde la Compri – i talenti, da qualunque parte del mondo provengano, sono protetti e valorizzati perché esiste una cosa che generalmente spaventa gli italiani: la competizione. Se sei bravo e sai fare il tuo lavoro, i risultati li ottieni e sono tangibili. Se ai giovani conviene migrare all’estero? È una decisione molto soggettiva. Per me è come chiedere “conviene sposarsi”? Dipende…».

Dottoressa Compri, quali sono le tappe fondamentali del suo percorso professionale?
Ho iniziato la mia carriera lavorativa come consulente SAP R/3, specializzazione Finance e Controlling, per IBM Global Business Services (allora denominata SAP Italia Consulting). Ho arricchito e proseguito la mia esperienza sempre come consulente SAP R/3 per Itelligence AG, gruppo tedesco specializzato nella consulenza SAP per piccole e medie imprese e leader di mercato. Dopo alcuni anni, sono approdata alla carriera di consulente free-lance, gestendo una società di consulenza di mia proprietà, collaborando principalmente con gruppi industriali dell’Emilia-Romagna, Veneto e Lombardia. All’inizio del 2007, per motivi famigliari mi sono trasferita negli Stati Uniti. Il mio primo datore di lavoro in questo paese è stato Deloitte LLP, società leader nel settore consulenziale sul mercato americano. Il mio ruolo in Deloitte: Senior Specialist Consultant SAP R/3, Finance&Controlling. Ho seguito progetti principalmente in California, San Francisco, Los Angeles e San Diego. Ho lasciato Deloitte pochi mesi fa, assunta come Business Analyst Specialist per Oakley INC, società parte del gruppo Luxottica. Grazie a questa opportunità, negli USA ho ritrovato un po’ delle mie radici venete…

Come detto, oggi lavora come Business Analyst Specialist per Oakley, in California. Ci può spiegare – in sintesi – in cosa consiste il suo lavoro?
Sono stata assunta in Oakley in qualità di specialist (forte della conoscenza ed esperienza accumulate in più di 10 anni di consulenza in ambito SAP FICO) all’interno della business unit IT (Information Technology). Le mie funzioni qui spaziano dal trovare soluzioni (che poi altri implementano) ai problemi immediati che le diverse business areas incontrano nel lavoro quotidiano, al creare e/o seguire progetti di miglioramento, sviluppo, investimento per le diverse aree. In sostanza, continuo a fare consulenza con la sola differenza che i miei clienti ora sono interni, miei colleghi, e che i miei viaggi e trasferte di lavoro sono decisamente diminuiti…

Ormai lavora negli Stati Uniti da quasi quattro anni. Che giudizio si sente di dare a questa esperienza? Sicuramente avrà incontrato delle difficoltà all’inizio…
Esperienza totalmente positiva per quanto mi riguarda. Quanto alle difficoltà sono stati più duri i miei primi passi in Italia che qui. Usualmente a chi mi rivolge queste stesse domande rispondo che negli Usa si lavora di più (non ci sono tutte le festività e ferie che abbiamo in Italia) ma si lavora meglio. Molto meno stress, obiettivi chiari, discussioni mirate e proficue, collaborazione totale, tutte componenti che fanno scorrere il lavoro quotidiano in maniera efficiente. Quello che manca nella mia vita da emigrata è ovviamente la vicinanza di famigliari ed amici lasciati in Italia; il lavoro a conti fatti, no.

Secondo lei, a livello professionale, l’Italia cosa deve invidiare agli States?
L’elenco sarebbe lungo, mi limito ad indicare: il pragmatismo, la capacità organizzativa e di sintesi, il rispetto delle diversità e soprattutto il saper lavorare per obiettivi, pianificando efficacemente i mezzi e tempi per raggiungerli.

Viceversa, sente la mancanza di qualche aspetto della cultura del lavoro italiana?
La capacità artigianale tutta italiana di fare prodotti di alta qualità, raffinati e di gusto è riconosciuta e stimata da sempre all’estero. Sarà banale quanto affermo, ma l’ho personalmente riscontrato in diverse occasioni: il Made in Italy negli States vince sempre, non c’è prodotto Made in China o altrove che sia preferito al prodotto realmente italiano, per quanto inferiore possa essere il prezzo del primo.

Domanda secca: a suo parere quali requisiti, quali doti ci vogliono per “fare breccia” nel mercato del lavoro all’estero?
Credo le stesse che servono in qualunque mercato del lavoro, ovvero preparazione, determinazione, professionalità e correttezza. Forse all’estero occorre anche essere curiosi, aperti mentalmente per sapersi adattare velocemente alle diversità fisiche e sociali. Un po’ di cultura in senso lato non guasta…

Per quanto ha potuto vedere con i suoi occhi, è vero che negli altri Paesi i talenti sono più valorizzati rispetto a quanto avviene da noi? Insomma, ai giovani conviene andare all’estero o no?
Penso che negli Stati Uniti i talenti, da qualunque parte del mondo provengano, siano protetti e valorizzati perché esiste una cosa che generalmente spaventa gli italiani: la competizione. Il mercato del lavoro negli USA è molto competitivo, non ci sono protezioni o peggio, nepotismi che tengano. Se sei bravo e sai fare il tuo lavoro, i risultati li ottieni (nei tempi dovuti) e sono tangibili. In Italia, in tutti i casi, questo automatismo non c’è, pur avendo il mondo del lavoro italiano molti gran lavoratori talentuosi. Conviene ai giovani? È una decisione molto soggettiva, la scelta di trasferirsi all’estero non si esaurisce col lavoro (pur essendone spesso la causa). Per me è come chiedere “conviene sposarsi”? Dipende…

Nel suo futuro cosa vede? Pensa di tornare in Italia prima o poi?
Non ho la sfera di cristallo per vedere nel mio futuro, sono di gusti molto semplici e ciò che spero è di continuare ad avere nel mio futuro un lavoro che non mi annoia e una vita personale felice, specie dopo la nascita un anno fa di mio figlio. Tutto questo indipendentemente dal Paese in cui mi trovo.

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