Italiana di nascita ma americana di adozione, Maria Pierdicchi ha occupato diverse posizioni di prestigio nel corso della sua carriera nel mondo della finanza. Tre anni negli States come Senior Financial Analyst di Citibank prima, poi il ruolo di Direttore Centrale in Premafin e l’esperienza come responsabile del Nuovo Mercato per la Borsa Italiana, quindi l’approdo in Standard & Poor’s (la prima agenzia di rating nel mondo), di cui è Managing Director dal 2003. Un percorso fatto di tanti cambiamenti, di svolte decise, di scelte anche difficili ma necessarie per arricchire il proprio bagaglio personale e professionale. «Cosa consiglio a chi deve ancora ‘arrivare’? Di non avere fretta – spiega la Pierdicchi – Di andare dove si può imparare, per esempio privilegiando il contesto internazionale rispetto a quello locale. È molto importante la flessibilità, essere aperti a dei cambi di percorso, perché i salti di funzione e di settore ti danno poi un quid in più. I cambiamenti sono faticosi, è vero, ma ti danno anche la possibilità di fare un’esperienza più completa, di allargarti la mente».
Dottoressa Pierdicchi, nel suo curriculum scolastico risaltano la laurea (con pieni voti) in Economia Politica alla Bocconi e un MBA con specializzazione in Finanza presso la New York University Stern School of Business Admnistration. Quali aspetti della sua formazione si sono rivelati poi decisivi nel corso della sua carriera?
Sicuramente il mio background accademico con formazione di economia politica e finanza. Combinare la visione di sistema che mi ha dato la Bocconi con la formazione specialistica in ambito finanziario che ho acquisito a New York, insieme al percorso accademico che ho fatto, è stato molto importante per la mia carriera. Inoltre, l’esperienza all’estero, sia di studio che di lavoro, mi ha dato molta focalizzazione e determinazione: avevo fatto un percorso molto “italiano” fino ad allora, mentre negli Stati Uniti ho imparato a lavorare sull’execution e a essere più focalizzata ed essenziale. Il fatto di poter combinare la formazione classica italiana con quella più pragmatica anglo-sassone indubbiamente ha rappresentato un grande vantaggio per me. Un terzo fattore decisivo è stata l’esperienza in multinazionali come Citibank: una scuola di team work, innovazione e multi-disciplinarietà, oltre che multi-culturalità.
Come ha già anticipato, dal 1988 al 1991 ha lavorato in Citibank come Senior Financial Analyst nel settore corporate. Gli anni passati negli States in che modo l’hanno aiutata a crescere? Che ricordo le è rimasto di quel periodo?
Un ricordo molto buono, anche se ho dovuto impegnarmi molto e competere in modo diverso da come ero abituata. All’inizio ero un po’ intimidita, mi sentivo in un contesto completamente diverso. Negli Stati Uniti, comunque, se ti impegni puoi fare tutto, c’è un forte senso di meritocrazia e questo ti stimola moltissimo nel lavoro. E ho trovato altrettanto stimolante il fatto di vivere in un mondo con delle dinamiche economiche e sociali molto forti, in cui i fenomeni sono sempre in evoluzione e tu sei chiamata ad adeguarti in tempi molto stretti. Se consiglierei questo tipo di esperienza? Assolutamente sì, mi ha cambiato radicalmente.
Dal 1998 al 2003 è stata responsabile del Nuovo Mercato per la Borsa Italiana. Ci vuole raccontare qualcosa di questa esperienza?
È stata una sfida interessante, la New Economy iniziava ad avanzare anche in Italia e il nostro obiettivo era di collegarci al progetto che altre borse europee, come quella francese e tedesca, portavano avanti già da un po’ di tempo. Sicuramente è stato uno start-up faticoso ma che allo stesso tempo ci ha dato molta soddisfazione, visto il grande successo che abbiamo ottenuto, come numero di società quotate e partecipazione degli investitori. In più, ho avuto la possibilità di conoscere da vicino tante piccole e medie imprese italiane, nuove e meno nuove. Il dialogo con gli imprenditori mi ha arricchito moltissimo, ho seguito la loro crescita, le loro scelte e ho conosciuto diversi modelli di business. L’aspetto che più mi ha deluso invece, è stata la difficoltà a creare un sistema di sostegno all’innovazione in Italia, cosa che invece è avvenuta in altre realtà come Francia e Germania. In ogni caso, sono orgogliosa del fatto che, dopo tanti anni, l’innovazione oggi sia riconosciuta come elemento fondamentale della crescita italiana, un concetto che il Nuovo Mercato ha sempre sostenuto.
Oggi è Managing Director della Standard & Poor’s, Responsabile per il Sud Europa e Amministratore Delegato della McGraw-Hill Companies Srl della sede di Milano. In concreto, come si svolge il suo lavoro? Di quali attività è fatta la sua giornata?
Il mio compito è di coordinare e supervisionare tutto lo sviluppo del nostro business in quest’area, sia come attività di rating che di servizi informativi e analitici agli investitori. Gestisco, dunque, i rapporti con gli emittenti, gli investitori – che sono il nostro principale interlocutore – e gli intermediari, nonché con gli enti regolamentari e istituzionali. Sviluppo il “franchise” di S&P, ovvero la nostra leadership sul mercato, ad esempio attraverso attività di ricerca e organizzazione di conferenze per far conoscere la nostra visione del mercato, ma anche i rapporti con i media e gli stakeholders. E poi c’è tutta l’attività interna, che riguarda le risorse umane, le attività societarie e il grande lavoro di coordinamento delle business units europee sul mio territorio. La mia giornata è fatta di tantissime riunioni, con clienti, prospects, ecc; di lettura e studio e di parecchie conference call e video-conference interne. Dovendo suddividere il mio tempo, direi che il 40-50% della giornata è dedicato al lavoro esterno, il 15-20% alla gestione dei due uffici di Milano e Madrid, il 30% alle attività di coordinamento interno. Queste sono più o meno le percentuali.
In un’intervista di qualche anno fa ha dichiarato: «Come donna mi scontro ancora con una certa diffidenza, specie in un contesto di soli uomini: devi comunque sempre dimostrare qualcosa in più, non puoi permetterti sbavature». Ha cambiato opinione nel frattempo?
È soprattutto la storia dei miei inizi, ma riflette una realtà oggettiva: essere spesso l’unica donna in vari contesti professionali. Dopo molti anni di lavoro constato che ancora oggi in Italia alcuni ambienti sono molto maschili, diversamente da quanto succede all’estero dove la situazione è vicina al 50 e 50: questo inevitabilmente comporta un certo grado di discriminazione e difficoltà per le donne. Ovviamente un contesto internazionale, in cui c’è maggiore diversità di genere ti offre anche più opportunità e ti mette più a tuo agio.
I suoi punti di forza quali sono?
Sono molto determinata ed orientata ai risultati. Inoltre credo di aver grande capacità di aggregare idee, team e di gestire progetti anche complessi. Ho un gran senso del rispetto e del servizio al cliente, a cui voglio garantire sempre la massima qualità possibile. Infine, ho un approccio creativo in quello che faccio, porto avanti idee nuove e questo elemento di originalità mi aiuta molto nel mio lavoro, anche a motivare i team. Credo di essere molto forte nel crisis management.
Debolezze, invece, ne ha? Come cerca di superarle?
Sono molto esigente, mi aspetto molto da me stessa così come dagli altri. Negli anni ho sempre cercato di migliorarmi e oggi, per esempio, sono sicuramente più tollerante rispetto all’imperfezione. Ho frequentato tanti corsi per sviluppare al meglio le soft skills, la leadership, la capacità di capire le persone, di farle crescere, di motivarle, la capacità di prendere decisioni difficili e di farle accettare dagli altri, etc. Sono qualità molto importanti oggi come oggi, ma personalmente ritengo che vadano acquisite soprattutto sul campo. I corsi di formazione, così come il coaching, spesso ti aiutano semplicemente a sistematizzare dei concetti che avevi già fatto tuoi con l’esperienza. Credo molto nell’apprendimento continuo sul campo, con umiltà.
Adesso che è una donna di successo, che consigli si sente di dare a chi, invece, deve ancora “arrivare”?
Innanzitutto, di cercare di capire bene cosa ti piace fare, perché per lavorare al meglio serve passione. La passione ti dà delle risorse inaspettate, anche nei momenti più difficili ti permette di trovare le energie per andare avanti. Inoltre, credo sia importante avere la capacità di fare sempre qualcosa in più rispetto a quello che ti viene richiesto, insomma di avere anche degli obiettivi personali. Poi di lavorare sulla formazione, di frequentare i corsi giusti, ma anche di scegliere aziende dove l’attività che ti piace viene fatta al meglio. Questo anche a discapito della carriera e dello stipendio, almeno nei primi anni. Non bisogna avere fretta, ma andare dove si può imparare, per esempio privilegiando il contesto internazionale rispetto a quello locale. In questo senso, è molto importante la flessibilità, essere aperti a dei cambi di percorso, perché i salti di funzione e di settore ti danno poi un quid in più. I cambiamenti sono faticosi, è vero, ma ti danno anche la possibilità di fare un’esperienza più completa, di allargarti la mente. Un altro consiglio è di scegliersi bene i propri capi, perché da loro si può imparare moltissimo e crescere. Infine, è fondamentale lavorare duramente. Mi sembra, invece, che i giovani non abbiano sempre molta voglia di mettersi sotto, ma senza l’impegno non si va da nessuna parte, la competizione è destinata solo a crescere con la globalizzazione.
Vivere l’azienda sulla pelle, perché «fare marketing in maniera asettica, sforzandosi, riesce male». Una regola tanto semplice quanto basilare per Matteo Cantieri, Responsabile Marketing di Polar (www.polaritalia.it), azienda leader nello sviluppo di cardiofrequenzimetri e dispositivi tecnologici a servizio degli appassionati di sport. 33 anni, una laurea in Scienze Politiche e un Master in Comunicazione e Marketing della Burston-Marsteller come bagaglio scolastico, Cantieri affronta ogni giornata di lavoro con la curiosità del vero appassionato: «È una dote che non può mancare a chi si occupa di marketing – spiega – Per esempio, io faccio triathlon e questo mi permette di capire meglio il nostro prodotto, di coglierne l’utilità, ma anche di vivere i “bisogni” dei nostri consumatori». Un vantaggio strategico non indifferente, soprattutto per chi fa marketing in un’azienda di medio-piccole dimensioni: «Le grandi società – conclude Cantieri – si prodigano soprattutto per carpire le informazioni “nascoste” che riguardano il consumatore, le sue abitudini, i suoi vizi. Si preoccupano troppo del cliente e troppo poco del prodotto che vendono. Credo, invece, che oggi sia sempre più importante l’attenzione per il dettaglio, conoscere bene il prodotto che si vende è un’arma assolutamente vincente».
Dottor Cantieri, può tracciare un suo profilo per i nostri lettori?
Oggi ho 33 anni . Per quanto riguarda il mio curriculum scolastico, ho fatto Ragioneria alle Superiori, poi mi sono laureato in Scienze Politiche a Bologna e, infine, ho fatto un Master in Comunicazione e Marketing della Burston-Marsteller a Milano. Contestualmente ho iniziato a lavorare per un’agenzia di comunicazione e pubbliche relazioni: sono stato fortunato perché ho potuto fare teoria e pratica insieme. Dopo un periodo lavorativo a Milano, sono tornato a Bologna, dove sono entrato come Project Manager in un’azienda di servizi finanziari, legata in particolare ad un servizio di fidelizzazione per la vendita al piccolo dettaglio nei centri storici. In sostanza, mi sono occupato di marketing del territorio in città come Bologna, Cremona e Monza. Ho lavorato lì per tre anni, poi sono entrato in Polar.
L’approdo in Polar come è avvenuto? Quali sono le sue mansioni come Responsabile Marketing?
Cinque anni fa ho letto un annuncio su un giornale, questo tipo di ruolo mi era sempre interessato e così – dopo tre colloqui – sono stato assunto come Responsabile Marketing, anche grazie all’empatia che si è creata immediatamente con l’Amministratore Delegato di Polar. Le mie mansioni toccano tutte le leve del marketing mix, ho una competenza a 360 gradi, perché la nostra è un’azienda di medio-piccole dimensioni. Mi occupo, quindi, della comunicazione sul punto vendita, delle pubbliche relazioni, anche dei rapporti con i giornalisti, che spesso curo direttamente visto che il nostro è un prodotto molto tecnico. Oltre a questo, c’è tutta la parte di sponsorizzazione di atleti e team legati a sport di endurance, gli eventi e le fiere di settore. Negli ultimi anni, abbiamo sviluppato anche il canale promozionale B2B, un settore molto importante per noi. Inoltre, abbiamo lavorato parecchio sul nostro sito internet, che è una fonte di informazioni preziosa per i nostri clienti: chi compra prodotti tecnologici solitamente è internet oriented, nel senso che confronta i prodotti tra di loro, vuole sapere tutte le specifiche degli oggetti che compra, etc.
Ci dice tre cose che le piacciono del suo lavoro?
La trasversalità, nel senso che non è mai un lavoro monotono. Poi ho a che fare con moltissime persone, il mio è un ruolo di contatto e questo è un altro aspetto che mi piace molto. Infine, apprezzo il fatto che questo lavoro ti “costringe” a tenerti informato un po’ su tutto, sullo sport, sul wellness, sugli eventi, sul mondo della televisione e così via.
La sfida più difficile che ha dovuto affrontare in questi anni?
La nascita di un competitor. Quando sono entrato in Polar, eravamo dei monopolisti: affrontare un concorrente che ha investito tanto è stata una sfida difficile ma allo stesso tempo coinvolgente. Abbiamo reagito dando spazio alla fantasia, alla ricerca di nuove strade per promuovere il nostro marchio, su internet come nei punti vendita. Insomma, la concorrenza ci ha reso più interattivi.
Lei in che cosa si sente “forte” dal punto di vista lavorativo? Qual è la sua dote migliore?
Forse sono due… Innanzitutto, la precisione. Spesso si immagina che il marketing sia tutto brainstorming e fantasia al potere, ma in realtà è importante lavorare con metodo, senza lasciare nulla al caso. E poi sono curioso e mi “immedesimo” molto nel nostro prodotto: è una dote che non può mancare a chi si occupa di marketing. Per esempio, io faccio triathlon e questo mi permette di capire meglio il nostro prodotto, di coglierne l’utilità, ma anche di vivere i “bisogni” dei nostri consumatori.
Ci sono libri o film che considera delle pietre miliari per la sua professione e per se stesso?
Probabilmente sono molto scontato… Quanto ai libri, direi sicuramente “Il piccolo principe”, perché è un’esplorazione continua, un testo molto istruttivo, che ti fa capire quanto sia importante la conoscenza per capire come va il mondo. Come film, invece, scelgo “L’attimo fuggente”. Carpe diem è un messaggio molto significativo, un monito a fare le cose al momento giusto, credendo in quello che fai. Non necessariamente per arrivare al top, ma per vivere sempre come fosse l’ultimo giorno.
Secondo lei, oggi chi lavora nel Marketing a quale aspetto deve prestare sempre più attenzione? Insomma, in che direzione si sta evolvendo questa funzione aziendale?
È sempre più importante l’attenzione per il dettaglio, conoscere il proprio prodotto a fondo. Oggi le grandi aziende si prodigano soprattutto per carpire le informazioni “nascoste” che riguardano il consumatore, le sue abitudini, i suoi vizi. Insomma, si preoccupano troppo del cliente e troppo poco del prodotto che vendono, l’offerta è troppo variegata e troppo poco spiegata. Anche se è un discorso che vale soprattutto per le aziende medio-piccole, credo che in questo momento conoscere bene il prodotto che si vende sia un’arma assolutamente vincente.
Un consiglio per chi volesse intraprendere un percorso professionale simile al suo?
A parte il classico “credere in se stessi” e le varie filosofie american style – che comunque hanno un loro valore – penso sia fondamentale avere passione: ti deve piacere il tuo lavoro. Fare marketing in maniera asettica, sforzandosi, riesce male. Io stesso non potrei lavorare in questa funzione in un’altra azienda. Anche perché se sei appassionato si vede, traspare in tutto quello che fai.
Mai carta d’identità fu più bugiarda. Tania Cagnotto deve ancora compiere 25 anni (è nata il 15 maggio 1985), eppure il curriculum (5 medaglie d’oro agli Europei, 1 argento e 2 bronzi ai Mondiali) e la “testa” della tuffatrice bolzanina ci raccontano una storia diversa. La storia di un’atleta giù matura, di una persona perfettamente conscia delle proprie potenzialità e dei propri limiti, che lavora tutti i giorni per raggiungere la “perfezione”, obiettivo fisso per chi deve salire sul trampolino o in pedana. Vincente ma con i piedi ben piantati a terra («Le vittorie e le medaglie hanno aumentato la mia autostima, però non mi sento arrivata»), umile ma mai doma («A livello mondiale la concorrenza è tanta e le cinesi sono dei fenomeni “quasi” imbattibili, ma se loro commettono un errore bisogna essere pronti per approfittarne»), la Cagnotto è un talento che è riuscito a sbocciare. Raggiungere la vetta, però, non è stato facile: «Senza fatica non si va da nessuna parte – spiega la ragazza di Bolzano – Niente è regalato e se vuoi arrivare in alto devi essere pronto a fare delle rinunce. Ma soprattutto devi amare quello che fai ed esserne convinto al cento per cento. Solo così puoi diventare un campione».
Tania Cagnotto, a soli 24 anni ha già conquistato 5 ori ai Campionati Europei ed è stata anche la prima tuffatrice italiana ad andare a medaglia ad un Mondiale. Nel suo palmares, però, manca ancora il metallo più prezioso ai Mondiali e alle Olimpiadi… Quanta voglia ha di salire sul gradino più alto del podio? Si sente pronta per il definitivo salto di qualità?
Salire sul gradino più alto del podio in una manifestazione importante come Mondiali ed Olimpiadi è il sogno di ogni atleta. Io ho sempre lavorato tanto per poter arrivare in gara e dare il massimo, e continuerò a farlo. A livello mondiale, però, la concorrenza è tanta e le cinesi sono dei fenomeni “quasi” imbattibili. Ma se loro commettono un errore bisogna essere pronti per approfittarne e quindi devo sempre tenere alta la concentrazione.
L’allenamento che valore ha per lei? Al di là dell’aspetto fisico e tecnico, come lavora sulla testa in vista delle gare?
Nei periodi in cui non ci sono gare allenarsi con la massima concentrazione e la massima intensità non è così facile perché è fisiologico rilassarsi un po’, ma è sufficiente che ripensi ai traguardi raggiunti finora e alla felicità che dà un risultato importante e la voglia di andare al massimo ritorna subito. In prossimità delle gare, invece, l’intensità e la concentrazione vengono da sole. Più che altro bisogna essere bravi a gestire la tensione che aumenta progressivamente. Per questo aspetto, come molti atleti, mi avvalgo comunque dell’aiuto di uno psicologo dello sport, che contribuisce a farmi arrivare con la testa giusta alla gara.
La ricerca della perfezione può diventare una vera ossessione per le persone, nello sport come nel lavoro. A lei la parola “perfezione” che pensieri evoca?
È una parola che vale molto nel mondo dei tuffi e ci si allena tanto proprio con l’obiettivo di avvicinarsi il più possibile a questo risultato. Certo se diventa ossessione non va bene, io preferisco viverla come una continua sfida con me stessa. Poi quando arriva un 10 in gara tutti gli sforzi sono ben ripagati, significa che in quel momento hai raggiunto la perfezione.
Prende mai qualcosa “in prestito” dalle sue avversarie? Che insegnamenti si possono trarre dal confronto con la “concorrenza”?
Certo, c’è sempre da imparare. Se si vuole crescere è doveroso un continuo confronto, bisogna studiare i punti di forza delle avversarie e le loro tecniche di esecuzione. A questo proposito guardo molti filmati della “concorrenza” assieme al mio allenatore/papà (Giorgio Cagnotto, ndr) e poi ci lavoriamo sopra.
Tra le medaglie più importanti della sua carriera, c’è sicuramente l’argento ai Mondiali di Roma 2009, conquistato nel sincro con Francesca Dallapè. Come cambia il suo approccio all’allenamento e alle gare quando si trova a lavorare in un team, seppur di sole due persone?
È solo da un anno che facciamo sincro insieme, ma abbiamo un ottimo feeling, ci capiamo al volo e basta uno sguardo. E poi ci lega un ottimo rapporto di amicizia, aspetto molto importante. Francesca è più emotiva di me quindi cerco di tranquillizzarla in gara, ma non sempre è facile. Nel sincro sono un po’ più tranquilla…non mi sento cosi sola come nella gara individuale!
Sia sincera: lei si sente una vincente?
Sicuramente le vittorie e le medaglie conquistate aumentano la mia autostima e questo mi fa sentire una vincente, anche perché mi conosco e so di essere in grado di tirar fuori le unghie quando serve. Allo stesso tempo però sono consapevole che ho ancora molto da imparare e migliorarsi è sempre possibile. Sicuramente non mi sento arrivata.
Nella sua carriera avrà commesso anche degli errori. Quando sbaglia un tuffo qual è il suo primo pensiero? Come riesce a superare i momenti difficili, le delusioni?
Purtroppo nelle gare importanti non puoi permetterti di sbagliare nemmeno un tuffo altrimenti comprometti tutto il lavoro fatto e sei fuori dal podio di sicuro. Quindi, quando sbaglio è difficile continuare a crederci, ma cerco sempre di pensare tuffo per tuffo fino alla fine. Le delusioni servono a mantenere i piedi per terra e a spronarti ad allenarsi ancora di più. Dalle delusioni si deve trovare la forza e la determinazione per crescere.
I suoi successi dimostrano che intorno ha avuto delle persone che l’hanno aiutata a crescere. Secondo lei, qual è il segreto per far sbocciare un talento? I giovani di che “spinta” hanno bisogno?
Hanno bisogno di sapere che senza la fatica non si va da nessuna parte. Niente è regalato e se vuoi arrivare in alto devi essere pronto a fare delle rinunce. Ma soprattutto devi amare quello che fai ed esserne convinto al cento per cento. Solo così puoi diventare un campione.





