domenica 26 settembre, 2010

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Sembra paradossale. Nonostante sia universalmente accettato e condiviso che la società moderna tende all’iper-tecnicismo e alla super-specializzazione, se si chiede alle persone quanto importanti siano le competenze tecniche come jolly da spendere nel mondo del lavoro, si resta stupiti e delusi. Vengono per ultime dopo: “serietà e determinazione”, “intraprendenza”, “conoscenza delle lingue”, “capacità di lavorare in team”, “curiosità e ambizione” ed “esperienza”.
Dal sondaggio che abbiamo lanciato nel nostro magazine online “Profumo di Carriera”, chiedendo: «Quali sono le carte vincenti da spendere nel mondo del lavoro?», il 51% dei votanti ha infatti risposto “serietà e determinazione” e un altro 40% ha optato invece per “l’intraprendenza e la proattività”. Al terzo posto le persone hanno menzionato la “conoscenza delle lingue”. E poi a seguire in ordine discendente: “capacità di lavorare in team”, “curiosità e ambizione”, “esperienza”. Ultima carta spendibile nel mondo aziendale – che ha guadagnato appena 6 preferenze risicate – è quella delle “competenze tecniche”.
Eppure, se pensiamo alla scienza umana per eccellenza – la medicina – suggellata dagli antichi Greci ad oggi con il “giuramento di Ippocrate”, non possiamo non notare che, tale è la specializzazione settoriale raggiunta, da aver spinto sempre di più i medici a perdere quell’approccio olistico alla persona, al malato. Finendo per curare solo la parte e non il tutto. Per non parlare di altre scienze – come la chimica, la fisica e l’ingegneria – che nascono proprio con l’intento di indagare il particolare, senza curarsi del generale. Una tendenza che ha preso piede talmente bene da contagiare anche scienze umane, quali la psicologia. Fortunatamente non la filosofia, che continua ad avere un respiro olistico sulla conoscenza e sul sapere in generale; come rammenta il nome di origine greca philo (= amicizia, amore), sophia (= saggezza, sapere), ovvero “amore per il sapere”.
Il sondaggio ha dunque fornito un risultato controcorrente? Non proprio. Il fatto è che oggi nelle aziende, le conoscenze tecniche si danno per assodate. Un candidato che non sia preparato dal punto di vista tecnico non viene nemmeno preso in considerazione.
Nel libro Performare in azienda. Saper sentire, saper essere, saper fare nelle organizzazioni del terzo millennio, il curatore e formatore aziendale Andrea Di Lenna fa luce sul percorso di crescita delle organizzazioni aziendali, che si snoda – a suo modo di vedere – secondo tre scansioni: saper sentire, saper essere e saper fare. “Saper sentire” significa avere una spiccata sensibilità nei confronti dei fenomeni emotivi e relazionali. E’ una delle competenze di base per la gestione delle risorse umane di una azienda. “Saper essere” vuol dire invece essere in grado di interpretare efficacemente un determinato ruolo, divenendo un esempio per gli altri. “Saper fare” infine significa essere capaci di realizzare qualcosa in termini pratici. «Dopo decenni di formazione incentrata sul saper fare – sottolinea Di Lenna, presidente della Società di Formazione “Performando” – oggi possiamo dare per assodate le conoscenze tecniche, e concentrarci invece sugli aspetti emotivi e relazionali. Perché si è capito che, se si prescinde da questi, le possibilità di sviluppo che s’hanno davanti sono limitate».
Proprio per questo le conoscenze tecniche forniscono solo lo zoccolo duro della preparazione di una persona che voglia lavorare in azienda. Dopo di che ci vuole un di più, una serie di jolly che completano la formazione e la arricchiscono. E qui le doti caratteriali – come la serietà, la determinazione, l’intraprendenza – “la fanno da padrone”. E scalzano il posto alla “conoscenza delle lingue” che, nell’immaginario collettivo, rimane uno dei capisaldi del sapere di un cittadino europeo.
Linda Gilli, presidente e amministratore delegato di Inaz conferma l’attenzione del manager per le doti caratteriali dei propri dipendenti e collaboratori: «Tra le carte vincenti spendibili in azienda – dichiara – citerei la determinazione mirata ai risultati. Ma anche: la capacità di gestire in contemporanea più situazioni e problematiche; il saper guardare abbastanza in là nel futuro, connesso a una capacità di previsione che consente di far partire nuove aree di business; un’attenzione ai segnali deboli. E infine il saper dosare “rischi” e “prudenza”, per evitare di fare passi più lunghi della gamba».

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Per capire quanta parte del loro tempo lavorativo gli italiani dedicano alla formazione e all’aggiornamento, abbiamo lanciato un sondaggio ai cybernauti nelle pagine del nostro magazine online www.profumodicarriera.it, chiedendo loro: “Quanta parte del tuo tempo lavorativo dedichi alla formazione e all’aggiornamento?” Il 40% dei votanti ha risposto: “Meno ore di quante vorrei”. A questi, s’aggiunge un altro 8%, che sostiene di poter dedicare alla formazione e all’aggiornamento “pochissime ore”. Quindi quasi il 50% dei votanti (48% per l’esattezza) si sente insoddisfatto rispetto alla propria formazione continua. Gli altri votanti si sono espressi così: il 23% di loro ritiene di dedicare all’aggiornamento “un numero di ore sufficienti per mantenersi competitivi nel mercato del lavoro”; mentre il restante 29% asserisce di spendervi “moltissime ore, perché la funzione ricoperta lo richiede”.

I dati: Dando uno sguardo ai dati mondiali raccolti dall’Istat e da altri centri di ricerche statistiche, scopriamo che alla fine del 2008, il 29% dei lavoratori italiani ha partecipato ai corsi di formazione e di aggiornamento continui, contro il 33% della media dei lavoratori dell’Unione Europea. La quota degli over 50 coinvolti nella formazione continua supera raramente il 30% dei partecipanti. La formazione continua in Italia è uno strumento ancora poco utilizzato, soprattutto rispetto al resto dell’Europa. È questo il dato che emerge dal Rapporto annuale sulla formazione continua presentato dal ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche sociali, realizzato dall’Isfol.
I dati parlano chiaro: la media europea delle imprese che hanno offerto formazione ai propri dipendenti è pari al 60%, mentre nel nostro Paese raggiunge appena il 32%. Numeri che ci collocano al terz’ultimo posto nell’Europa allargata. Questo risultato è determinato in prevalenza dall’assetto che il sistema produttivo nazionale assume in alcuni settori tradizionali – tessile, turismo, commercio al dettaglio – con imprese piccole e poco innovative. Il dato è però in crescita rispetto al 1999, quando il nostro valore sfiorava il 24%. Meno profonda la distanza che ci separa dal resto dell’Europa quando si osservano altri indicatori. In Italia il 29% dei dipendenti (2,5 milioni) è stato coinvolto in corsi di formazione, contro la media Ue del 33%. Nel nostro Paese la durata media dei corsi è leggermente inferiore rispetto a quella comunitaria: 26 ore contro 27, mentre sono più alti i costi sostenuti per partecipante (fonte: Labitalia/Adn).
L’azienda, quando stipula un contratto di lavoro, è talmente sommersa da costi e oneri che tutto – anche la formazione dei propri dipendenti – passa in secondo piano. Come rilevavamo, l’Italia è un Paese che non investe abbastanza nella formazione. Terz’ultimi, in Europa, con un misero 32% di imprese che realizzano percorsi di formazione in itinere. Dopo di noi ci sono solo Bulgaria e Grecia; tutti gli altri Paesi svolgono più formazione in itinere. Prima di noi ci sono anche Polonia, Lituania e Romania.
Eppure le Società e gli Enti che erogano formazione sono aumentati, passando dal 24% al 32%. Oltre che nella crisi economica mondiale, il motivo di questo stop nella formazione è probabilmente da ricercare nel costo orario per l’aggiornamento in itinere. Tale costo è infatti uno dei più alti d’Europa, circa 58 euro contro la media dell’Unione Europea di 52 euro. Se osserviamo i soli corsi di formazione il dato aumenta leggermente, ma restiamo lontani dalla media europea.

Le opinioni: «Oggi – interviene Andrea Di Lenna, direttore di Performando, società di consulenza e formazione manageriale – complice la crisi economica, le risorse che le aziende possono investire nella formazione sono davvero poche. Il dipendente di un’azienda dedica appena l’1% della vita professionale complessiva alla formazione e all’aggiornamento. Il periodo non aiuta e ogni professionista deve arrangiarsi come può. Ecco allora che in questo “momento di magra”, possono funzionare bene i corsi di aggiornamento di poche ore su aspetti tecnici e operativi, organizzati solitamente dalle Associazioni di Categoria. A questi possiamo aggiungere qualche buon libro, la lettura di riviste specializzate e il ricorso a internet».
Secondo Sonia Russo, psicologa e formatrice in TWT, le aziende per uscire dalla crisi devono prestare attenzione al cambiamento e costruirsi una mentalità commerciale. «La crisi è evento critico di un cambiamento in atto. Le aziende devono imparare a conoscerlo e a gestirlo, e costruire al loro interno una cultura del cambiamento. Per farlo occorre focalizzarsi su un presupposto: il cambiamento è costante. A partire dai dati della produzione e dalla condivisione di idee, proposte e pensieri, ci si deve costruire una modalità di gestione del cambiamento. Per aumentare il fatturato serve una nuova mentalità aperta alle sfide e alle novità, una mentalità commerciale. Non è possibile affrontare la crisi “chiudendosi”, “eliminando”; bensì è necessario aprirsi al cambiamento, al nuovo».
Carlo Ortolani, direttore di Cineas, ritiene che sia necessario investire nella formazione seguendo il modello francese. «In Francia, la scelta del Governo è stata quella di puntare con decisione sulla formazione universitaria e sull’aggiornamento professionale. Lo stato francese ha finanziato un progetto che prevede lo stanziamento di 10 miliardi di euro in 5 anni, per fornire ai 10 migliori campus universitari del Paese gli strumenti necessari per affrontare le sfide scientifiche del XXI secolo. Questo vuol dire che ogni polo universitario, selezionato nella rosa dei centri d’eccellenza, riceverà 400 miliardi di vecchie lire l’anno». Una formula per l’apprendimento continuo che Ortolani ha proposto come modello virtuoso ed efficace anche qui da noi. In Francia l’iniziativa è stata voluta da Dominique Villepin (Primo Ministro nel 2005) e a luglio 2008 il ministro dell’Università e della Ricerca Valérie Pécresse, ha reso noti i nomi degli atenei selezionati sulla base dei seguenti criteri: integrazione con la ricerca di eccellenza esistente, riqualificazione del patrimonio universitario e urbanistico, sviluppo complessivo della ricerca e della regione, integrazione urbana della vita universitaria.
Oltre all’investimento nella formazione accademica, in Francia viene previsto per legge l’aggiornamento continuo per tutti i lavoratori. «Il DIF, il Droit Individuel à la formation – ha concluso Ortolani – è stato introdotto dalla legge 4 maggio del 2004, e implica che tutti i lavoratori (con una minima anzianità di servizio), in qualunque settore, dedichino da 20 a 120 ore all’anno all’aggiornamento professionale. Inoltre, è prevista per legge la possibilità di ottenere un congedo individuale di formazione di un anno. Dopo aver maturato un periodo di carriera significativo, il lavoratore può ottenere un riconoscimento dell’esperienza professionale acquisita».

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C’era una volta il “posto fisso”, quello che tutti trovavano subito dopo aver terminato gli studi e che – di buon grado o per senso del dovere – vedeva tutte le stagioni della vita di una persona, accompagnandola dalla giovinezza all’età adulta, fino a portarla poi alla pensione. Non stiamo parlando di fatti che accadevano nell’era mesozoica, né stiamo leggendo l’incipit di una fiaba per bambini. Succedeva appena trent’anni fa …
Oggi, siamo entrati in un’altra era geologica dove impera la “flessibilità” e, per ambizione o per necessità, tutti siamo spinti a una certa “motilità” e “mobilità”. Come tante api sui fiori, saltelliamo da una azienda all’altra, tentando di lasciare un’impronta positiva del nostro “esserci stati”. Ma ancor oggi, nascosti fra la moltitudine, esistono professionisti che hanno stretto con il loro “primo” lavoro un vincolo ancor più indissolubile del matrimonio (specie oggigiorno)!

Ma quante aziende cambia in media una persona nella propria vita lavorativa? Ce lo siamo chiesti qui, tra le mura della redazione di Profumo di Carriera, e abbiamo voluto girare la domanda a voi.

Ebbene: “Quante aziende hai cambiato o presumi di cambiare nella tua vita lavorativa?” Il 42% dei votanti, basandosi sulla propria personale esperienza, risponde dalle 5 alle 7 aziende. A quest’ampia fetta di popolazione s’aggiunge un altro 34%, che dichiara d’aver cambiato dalle 3 alle 5 aziende nella propria vita lavorativa. Il 16% dei votanti addirittura sostiene d’aver già superato le 7 aziende, o che presto taglierà il traguardo. Mentre invece, dall’altra parte dell’orizzonte, solo l’8% delle persone sostiene che nella propria vita professionale rimarrà nel range da 1 a 3 aziende.
Per quanto si tratti di statistiche, ottenute da una popolazione ristretta di votanti, sembrano fotografare bene la realtà di oggi. Ma, per non restare nella superficie, abbiamo cercato di capire i motivi che spingono le persone a cambiare spesso lavoro o, viceversa, a rimanere nella stessa azienda per tutta la vita. Per questo abbiamo realizzato delle interviste a campione. E riportiamo le più significative.
«Lavoro in Acciaierie Valbruna dal 1977, da quando avevo appena 19 anni». A parlare è Cesare Fasolo, che oggi ricopre il ruolo di responsabile Formazione e Sviluppo in Acciaierie Valbruna. «Da 32 anni nella stessa azienda, con funzioni e responsabilità che via via si sono accresciute nel tempo. Lei mi chiede il perchè della mia scelta? Ebbene: sono rimasto perchè professionalmente mi sento soddisfatto qui in Valbruna. Ho la fortuna di lavorare in un’azienda che è in costante sviluppo. Negli anni l’ho vista crescere, evolversi, internazionalizzarsi, aumentare il numero di prodotti realizzati e le filiali. E’ una azienda che ha compiuto anche scelte pionieristiche. Spesso, si decide di cambiare lavoro quando vengono meno gli stimoli, a causa della staticità dell’azienda. Il professionista in questo caso va in asfissia, soffre. Ma in Acciaierie Valbruna i cambiamenti sono molto intensi, e non c’è mai stato un attimo di noia».
Diametralmente opposta l’esperienza professionale di Giuseppe Duso, rientrato nel settore delle costruzioni dopo un’esperienza variegata in una quindicina di aziende molto differenti fra loro. Quasi quarantasettenne, con 28 anni di lavoro alle spalle, Giuseppe Duso vanta: 5 anni nel settore della chimica per le costruzioni; 2 nelle imprese di costruzioni; 2 in aziende di costruzioni nel settore degli impianti di depurazione e altri 2 anni, sempre in aziende di costruzioni, ma nel settore delle strade; 3 anni e ½ in una impresa che lavorava nelle infrastrutture (dighe, gallerie); 1 anno tra Olanda e Germania negli elettrodotti; 5 anni in Omnitel ad occuparsi di start-up; altri 2 a Roma nel settore delle infrastrutture telefoniche; 4 anni nell’elettronica e nell’elettromeccanica; e infine da 2 anni è rientrato nel settore delle costruzioni, con un grosso gruppo di Treviso. Gli abbiamo chiesto i motivi che stanno dietro queste scelte. «Alla base del cambiamento – ci spiega Giuseppe Duso – c’è la voglia di fare cose nuove, di mettersi alla prova. In secondo luogo, quando hai individuato il lavoro che ti piace, che fa per te, cerchi di essere retribuito in modo adeguato. Cambi per andare in meglio. Chiaro che ogni volta che si cambia, si rischia di mettere a repentaglio la propria sfera emotiva e l’equilibrio familiare. Io sono fortunato: ho trovato una compagna d’avventure intelligente, che è diventata mia moglie».

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In questo difficile scenario economico, i tagli aziendali facilmente vanno a colpire la formazione. Fatte salve alcune encomiabili eccezioni (Multinazionali o aziende di respiro internazionale), in Italia Imprese e Società medio piccole investono da sempre in maniera minima nella formazione di manager e collaboratori. E in questo difficile momento storico, il budget delle aziende per la formazione si è ulteriormente assottigliato. Eppure, la formazione e l’aggiornamento continuo sono strategici per rimanere competitivi nel mercato del lavoro. Quindi è fondamentale trovare delle soluzioni, per non smettere di investire sulle persone.

Ma su quali temi è bene focalizzare la formazione? Quale è il giusto approccio formativo? E ancora: Quali sono gli strumenti di aggiornamento più utili?
Dai risultati del sondaggio che abbiamo voluto lanciare nel nostro sito, proprio su questo tema, si comprende che per tenersi aggiornato il 32% dei votanti partecipa a convegni e conferenze sui temi aziendali che più lo interessano. Mentre il resto si divide equamente fra: corsi di formazione e aggiornamento organizzati dall’azienda per cui lavora (23% dei voti); internet, che considera una vera e propria enciclopedia del sapere (23% dei voti); incontri e confronti con persone che svolgono la stessa funzione, nella logica del benchmarking (23% dei voti).

«Oggi – interviene Andrea Di Lenna, direttore di Performando, società di consulenza e formazione manageriale – le risorse che le aziende possono investire nella formazione sono davvero poche. Il periodo non aiuta e ogni professionista deve arrangiarsi come può. Funzionano bene, a mio avviso, i corsi di aggiornamento di poche ore su aspetti tecnici e operativi, organizzati solitamente dalle Associazioni di Categoria. A questi possiamo aggiungere qualche buon libro, la lettura di riviste specializzate e l’utilizzo di internet».
Ma su quali temi è bene focalizzare la formazione? Quale è il giusto approccio formativo? A questa domanda risponde Patrizia Farinelli, responsabile Organizzazione e Sviluppo in Ikea: «La formazione – dichiara – deve essere strettamente connessa al business, deve mirare a sostenerlo e a svilupparlo. Se vuole avere un futuro, la formazione deve far crescere il business, offrendo risultati tangibili e concreti. Nasce pertanto l’esigenza che i consulenti esterni e in generale tutti i formatori siano in grado di misurare i processi».
I corsi di formazione però sono molteplici e variegati. E allora, come fare per distinguere quelli più interessanti da quelli meno utili? Elisabetta Rigoni, responsabile Risorse Umane in Bisazza, non ha dubbi: «Quanto alle Società di Consulenza e ai formatori – sostiene – personalmente mi fido di quelli che hanno un nome e una fama da salvaguardare. I corsi di formazione inoltre, devono essere in grado di generare interesse in chi li frequenta. Stessa cosa vale per convegni e conferenze, che trovo essere strumenti molto utili». La dottoressa Rigoni mette poi in guardia da internet e dalla rete: «Internet – afferma – è una risorsa inestinguibile e una grande ricchezza. Ma nella rete le informazioni sono appiattite, sembrano avere tutte lo stesso valore. E invece non è così! Internet è quindi un grande calderone, ma per usarlo al meglio bisogna essere in grado di distinguere il valore delle informazioni che vi si trovano». Quanto al benchmarking spende invece una parola più che positiva: «Trovo molto interessanti – conclude – le Case History. Sono occasioni per condividere esperienze e tematiche con colleghi che svolgono la stessa funzione in aziende diverse dalla propria. Durante questi incontri ci si può scambiare opinioni su novità procedurali e problematiche sulle quali magari ancora non esistono corsi di formazione o aggiornamento».
Non è l’unica a pensarla così. Anche il direttore Risorse Umane di Geox, Stefano Rossi, elogia il benchmarking. «Per quel che concerne la formazione – illustra – farei una distinzione fra profili alti e ruoli di staff. La formazione dei profili più alti, secondo me, deve poggiare sulla convegnistica e sul benchmarking, con persone che esercitano le stesse funzioni aziendali e con collaboratori che operano nelle Società di Consulenza. La formazione delle figure di staff invece, deve prevedere corsi di aggiornamento nell’ambito in cui opera il collaboratore. Anche per le figure si staff è, a mio avviso, importante il benchmarking che nasce magari in occasione di tavole rotonde dove ci si confronta su temi specifici. Per tutti internet è uno strumento sempre molto utile. Ma va a integrare – e non a sostituire – il confronto diretto con le persone».

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focus_post.gifIl 58% dei votanti risponde alle inserzioni su quotidiani e siti internet specializzati. Il 40% si affida ai social network, grazie ai quali entra in contatto anche con gli amici dei propri amici.

I CONTATTI: LA LEVA SU CUI PUNTARE PER CAMBIARE LAVORO

Tempi duri per l’economia del Paese e le tasche degli italiani! La crisi economica mondiale, scoppiata dopo il tracollo della Borsa americana legato ai mutui, sta mettendo in difficoltà moltissime aziende. In primis quelle metalmeccaniche e del settore gomma plastica. Molti operai, impiegati e quadri sono finiti in cassa integrazione, più di qualcuno è già in mobilità. Diverse aziende hanno chiuso, lasciando a casa i dipendenti. E siamo solo all’inizio di un 2009 che si preannuncia difficile, come prevedeva l’Istat alla fine dello scorso anno.
In questo panorama da “grande depressione”, sono ovviamente agevolati quei professionisti che sono rimasti competitivi nel mercato del lavoro, perché da sempre puntano alla formazione e oggi hanno un bagaglio di esperienza e conoscenze molto ben spendibili. Ma chi rimane senza lavoro, a che canali deve affidarsi per cercarne uno nuovo? Lo abbiamo chiesto ai cybernauti che navigano nel nostro sito www.profumodicarriera.it e “sfogliano” il nostro web magazine.
Alla domanda «Se dovessi trovarti a cambiare lavoro, a che canali affideresti la tua ricerca? Come pensi ti muoveresti?» i partecipanti potevano esprimere un massimo di tre preferenze. Il 58% dei votanti, per cercare lavoro o cambiarlo, risponderebbe alle inserzioni che trova sui quotidiani e nei siti internet specializzati. Il 54% di loro invierebbe curricula (per posta o e-mail) a tutte le aziende che conosce del settore di proprio interesse. Il 40% dei votanti si affiderebbe invece ai social network, grazie ai quali ha la possibilità di entrare in contatto anche con gli amici dei propri amici. E ancora: il 38% dei partecipanti al sondaggio spargerebbe la voce tra conoscenti; il 27% inserirebbe il proprio cv in internet, in qualche form per il lavoro, aspettando di essere contattato per un colloquio. E infine solo il 13% dei votanti batterebbe a tappeto le Agenzie per il Lavoro.

Il sondaggio è stato lanciato anche all’interno del “Gruppo Profumo di Carriera” aperto nel social network Linkedin, uno spazio di discussione su tematiche aziendali e di carriera finalizzato al benchmarking. L’intento condiviso fra i partecipanti è infatti quello di scambiarsi opinioni, facendo tesoro dell’esperienza altrui. I membri del Gruppo, per cambiare lavoro, farebbero tutti leva principalmente sui propri contatti.
Giulio Carpano, manager alla Duferco Construction afferma: «Nella mia personale esperienza devo riconoscere che il networking è stata l’unica vera via di accesso al cambiamento. In network è meglio!» Mentre Mauro Pascali, owner alla MP Consulenze, sostiene: «Nel difficile mondo della ricerca di una nuova opportunità professionale non esiste una ricerca esatta o una sbagliata, in quanto tutte le strade sono perseguibili! Secondo me bisogna innanzitutto capire chi siamo e fare un saldo delle competenze che abbiamo. Poi dobbiamo preparare un progetto rispetto a ciò che ci aspettiamo nel medio e lungo periodo. E infine attivare i network che ci consentiranno di rispondere ad alcune offerte. Giusto per fare un esempio: una volta inviati i cv, non possiamo stare ad aspettare la telefonata, che arriva appena nell’un per mille dei casi. Ma dobbiamo prendere in mano il telefono, parlare con il referente giusto e ottenere un colloquio. Sinceramente non scarterei nemmeno uno di questi canali».

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socialnetwork_post.gifIn Italia nel 2008 si sono registrati oltre 8 milioni di utenti attivi su internet, individui che pubblicano e commentano su blog e social network, hanno pagine web personali, scrivono su forum, usano feed rss e aggiungono tag alle pagine web o alle foto.


IL 44% DEGLI INTERNAUTI FA COSTANTE RICORSO AI SOCIAL NETWORK

In cima alle preferenze MySpace e Facebook per rintracciare gli amici, Linkedin per i contatti di lavoro.

Il 14% dei lavoratori che navigano in rete dichiara di utilizzare i social network sempre, con costanza nel proprio lavoro, per ricercare opportunità di carriera più soddisfacenti, o semplicemente per tenere i contatti con amici, conoscenti e colleghi. Un altro 30% sfrutta molto i social network. Il 33% utilizza abbastanza questi strumenti. Mentre una modesta parte di professionisti, pari al 23%, non li sfrutta per nulla.
Sono gli esiti del sondaggio lanciato dal magazine online Profumo di Carriera www.produmodicarriera.it nelle scorse settimane. Essendo internet lo strumento che ha dato accesso al sondaggio, è chiaro che il campione sperimentale ricomprende professionisti di ambo i sessi, che hanno una certa confidenza con il web, più o meno “smaliziati” e “smanettoni”; gli studenti e tutti coloro che hanno accesso alla rete e sono interessati – per motivi differenti – a rimanere aggiornati sulle novità che riguardano il mondo del lavoro.
«Per lavoro – dichiara Alberto Comunello, 31 anni, che si occupa di analisi di business e consulenza alla Value Lab – utilizzo abbastanza i social network. E ancor più li uso per diletto. In ambito lavorativo questi strumenti mi servono per contattare le persone di cui conosco il nome, ma non posseggo un numero di telefono o un indirizzo e-mail. E’ un modo alternativo e carino di approcciarsi. I social network che prediligo sono Linkedin e Asmallworld». In ambito lavorativo in effetti, Linkedin è il più gettonato. Come testimoniano anche Carmine Giannì (32 anni, Asset Analyst in GE Capital Solutions) e Simona Manetti (44 anni, referente per progetti di Talent Management, Orientamento e Sviluppo delle relazioni fra giovani, Università e mondo del lavoro, nonché per progetti di Sviluppo Risorse Umane nella società di consulenza internazionale Sirium). «Nel mio lavoro – spiega Simona Manetti – utilizzo moltissimo i social network, per non dire sempre! Linkedin, a mio parere, è il migliore! Ti permette di interagire velocemente con le persone e recuperare contatti persi. Tra l’altro i gruppi che si trovano in Linkedin sono molto utili e interessanti. Utilizzo anche Facebook, informale, amicale e divertente; lo considero un fenomeno di costume. Funziona molto bene con gli amici, per scambiarsi gli auguri di Natale e di compleanno. Uso anche Xing, ma è lo strumento che mi piace meno». Carmine Giannì sfrutta poco i social-network nelle sue mansioni lavorative, mentre li utilizza molto per motivi personali. «Linkedin – afferma – è il primo social network che ho conosciuto e quello che mi ha dato i risultati migliori in termini di contatti, opportunità lavorative, scambio di opinioni e ambiti di approfondimento».

 

Di fatto la fotografia scattata dal nostro sondaggio rispecchia gli esiti di una macro indagine compiuta nel mondo e in Italia da laFeltrinelli.it, cui ha dato eco Repubblica.it.
“Italiani popolo di internauti, blogger e frequentatori di social network: nel 2008 si registrano oltre 8 milioni di utenti attivi su internet, individui che pubblicano e commentano su blog e social network, hanno pagine web personali, scrivono su forum, usano feed rss e aggiungono tag alle pagine web o alle foto. Sono i dati che emergono da una ricerca de laFeltrinelli.it, che ha confrontato i dati ufficiali di Nielsen, Forrester e Simmaco con quelli presenti nel proprio database sull’utilizzo dei social network in Italia. Il quadro che compare è che su 24,3 milioni di navigatori in internet (41% della popolazione), 3,4 milioni possiede un blog come Splinder o Blogger, mentre gli iscritti ai social network sarebbero 4,7 milioni. Circa un terzo delle persone che si connette a internet utilizza dunque i social network.
Ma nonostante il sorpasso a livello mondiale di Facebook su MySpace con 132 milioni di visite uniche contro 117, registrate nel mese di giugno, gli italiani continuano a preferire il noto sito musicale e i blog. La top four dei social network in Italia mostra infatti MySpace in cima alle preferenze con il 59,5% degli iscritti (2,7 milioni di utenti), Facebook segue invece al 19,5% (900 mila utenti), LinkedIn, la community professionale, al 7,7% (300 mila) e infine gli altri network, come FlickR, Anobii e Badoo, che insieme totalizzano il 13,3% (625 mila persone)” (Fonti: Repubblica.it e laFeltrinelli.it).

“Il fenomeno delle social network (reti sociali) nacque negli Stati Uniti e si è sviluppato attorno a tre grandi filoni tematici: l’ambito professionale, quello dell’amicizia e quello delle relazioni amorose. Le social network online ebbero un’esplosione nel 2003, grazie alla popolarità di siti web come Friendster, Tribe.net e LinkedIn. Il motore di ricerca Google, ha lanciato Orkut il 22 gennaio 2004. Kibop, una social network in spagnolo e portoghese, ha debuttato anch’essa nel 2004. In Italia il primo dei grandi portali passati verso questo tipo di social network è stato superEva, ma sono comunque vivissime le comunità di italiani su Orkut e LinkedIn. Attualmente, i due social network services più rilevanti per accessi sono attualmente Facebook e Myspace, rispettivamente con 132 e 117 milioni di utenti, con il sorpasso del primo sul secondo nell’aprile del 2008” (Fonte: Wikipedia).

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