venerdì 03 settembre, 2010

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cappello_mariaelena_postNessuna paura della responsabilità, anche – se non soprattutto – in un mercato che oggi è «complesso ed affascinante allo stesso tempo». Da poche settimane Maria Elena Cappello è stata nominata Amministratore Delegato e Country Manager di Nokia Siemens Networks in Italia, un doppio incarico che si va a sommare a quello precedente di Responsabile Strategy and Business Development Europa di Nokia Siemens Networks. Per la manager è probabilmente il culmine di una lunga carriera nel settore Telecomunicazioni e IT, oltre 15 anni in cui ha lavorato in aziende come Italtel, EMC Italia, Compaq/HP, Pirelli Broadband Solutions, passando anche per una brillante esperienza da imprenditore. Un punto d’arrivo, dunque, che però non spaventa la Cappello: «La sfida più bella è quella di oggi – dice – Le TLC vivono nel nostro Paese un momento particolare, una fase che può essere di grande rilancio per l’intero Sistema Italia. Avere un ruolo guida in NSN proprio in questo momento è di grande stimolo oltre che motivo di orgoglio».

Dottoressa Cappello, di recente è stata nominata AD e Country Manager di Nokia Siemens Networks Italia, e continuerà anche a dirigere la funzione Strategy and Business Development Europa di Nokia Siemens Networks. Quali cambiamenti si aspetta nella sua vita professionale? Non la spaventa nemmeno un po’ tutta questa responsabilità sulle sue spalle?
Tutt’altro. Questi due ruoli si coniugano molto bene. Da un lato la responsabilità di identificare e pianificare le aree di crescita di Nokia Siemens Networks in Europa e dall’altro operare lo sviluppo del business in Italia. Le TLC vivono nel nostro Paese un momento particolare, una fase che può essere di grande rilancio per l’intero Sistema Italia. Avere un ruolo guida in NSN proprio in questo momento è di grande stimolo oltre che motivo di orgoglio.

Nel suo curriculum di studi, dopo la laurea in Ingegneria delle Telecomunicazioni, c’è un Master in Marketing Strategico presso il Babson College in Massachusetts. L’esperienza negli Stati Uniti cosa le ha lasciato in eredità?
Posso dire che gli americani hanno un approccio molto pragmatico al business e per me è stata una scuola fondamentale, che mi ha aiutato sempre a guardare ai risultati e al cliente.

La sua carriera si è sviluppata tutta nel settore Telecomunicazioni e IT, in aziende come Italtel, EMC Italia, Compaq/HP, Pirelli Broadband Solutions e – ovviamente – Nokia Siemens Network. La sfida più difficile che ha dovuto affrontare in questi anni?
La sfida più bella è quella di oggi. Lavorare con successo per un leader mondiale delle TLC insieme ad uno dei team più competenti al mondo è una grande soddisfazione. Il momento stesso che sta vivendo il mercato è complesso ed affascinante allo stesso tempo. I nostri clienti ci chiedono innovazione, capacità visionarie e di affiancarli in nuove sfide. La convergenza tra ITC, media e utility ci sta offrendo nuove grandi opportunità.

Come imprenditore, ha fondato e sviluppato una società di software a livello europeo. Quali armi ha dovuto tirare fuori per raggiungere il successo anche in questa veste?
Essere imprenditore richiede grande focalizzazione e pragmatismo, capacità di analisi, programmazione degli investimenti e definizione dei ritorni. Inoltre si deve essere molto attenti alle esigenze del cliente, bisogna essere veloci e flessibili e, perché no… avere fiuto per i buoni affari. Tutto questo è richiesto anche nelle grandi corporation, ma nelle piccole aziende è molto enfatizzato. In poche parole, si può sbagliare molto meno.

Lei fa parte del consiglio direttivo di Valore D, associazione che promuove la presenza dei talenti femminili in azienda. Non possiamo non chiederle quanta fatica debba fare una donna per riuscire ad imporsi in un settore come il suo…
La fatica per imporsi è inversamente proporzionale alla motivazione che si ha. Alla base ci deve essere comunque una buona conoscenza dei propri limiti e punti di forza. La diversity rappresenta una grande opportunità di sviluppo per le aziende e quelle che lo capiscono riescono ad ottenere maggiori successi più velocemente. Nel nostro settore non è sempre facile avere una presenza femminile importante nei CdA, ma anche in Italia le cose stanno cambiando e questo è un grande segno di modernità del nostro Paese. Valore D ne è un esempio: un’associazione voluta dalle aziende, per renderle più competitive, grazie alla promozione dei talenti femminili. Un’associazione che fornisce alle donne strumenti concreti per costruire il proprio percorso professionale, spunti di riflessione e discussione sui temi legati alla leadership al femminile e la possibilità di condividere esperienze e stili di management grazie all’attività sviluppata nei diversi cantieri da oltre 150 manager donne. Con Valore D siamo riusciti a coinvolgere nei diversi incontri realizzati sul territorio oltre 900 persone, in maggioranza donne ma con una presenza crescente di uomini, a dimostrazione che i temi sono molto sentiti a tutti i livelli manageriali e senza distinzione di sesso.
In Nokia Siemens Networks siamo molto attenti allo sviluppo dei talenti e della diversity anche al femminile…. e i risultati si vedono.

Un libro o un film che hanno contribuito a renderla la donna di successo che è oggi?
Come film, dico “L’Attimo Fuggente” perché mi ha spinto a credere nei miei sogni. Di libri ne ho letti tanti e di ogni genere e da ognuno posso dire di avere preso un pezzo di quello che sono oggi. Ce ne fu uno però, tanti anni fa: “Dove” di Robin Lee Graham. Lo lessi alle medie. Era scritto da un ragazzo che a 16 anni partì con la sua barca, costruita da lui, per fare il giro del mondo in solitario. Ne colsi due insegnamenti: i sogni si avverano se si ha la costanza nel crederci e se ci si focalizza nel realizzarli; bisogna essere pronti a contare solo su se stessi se si vuole vincere davvero.

Sappiamo che è molto appassionata di sport. Una persona che ricopre incarichi di grande responsabilità come lei, può coniugare lavoro e interessi personali? C’è il tempo per fare tutto?
Mens sana in corpore sano. Ci si prova. Spesso le scarpe da ginnastica rimangono intoccate nel trolley, ma di sicuro sono sempre con me. Bilanciare la propria vita personale con gli impegni professionali è un fondamentale aspetto del successo. Ci si ritrova spesso ad essere molto più efficienti anche nel seguire le proprie passioni, e dagli sport si impara ad essere competitivi, a non mollare mai e a vincere. Sport e carriera hanno molti aspetti intercambiabili. Faccio un esempio: per vincere in regata si seguono regole, tattiche e istinto. Lo stesso vale per vincere un deal.

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compri_monica_postHa trovato un pezzo del “suo” Veneto in California, entrando, pochi mesi fa, con il ruolo di Business Analyst Specialist in Oakley, società che fa parte del gruppo Luxottica. Ma da quando è arrivata negli States, Monica Compri non ha mai sentito veramente la nostalgia di casa. Perlomeno, non a livello professionale: «Sono stati più duri i miei primi passi in Italia che qui – racconta – Negli Usa si lavora di più ma anche meglio. Molto meno stress, obiettivi chiari, discussioni mirate e proficue, collaborazione totale, tutte componenti che fanno scorrere il lavoro quotidiano in maniera efficiente. Quello che manca nella mia vita da emigrata è ovviamente la vicinanza di famigliari ed amici lasciati in Italia; il lavoro, a conti fatti, no». Ma allora è vero che ai giovani conviene cercare fortuna all’estero, magari proprio in America? «Negli Stati Uniti – risponde la Compri – i talenti, da qualunque parte del mondo provengano, sono protetti e valorizzati perché esiste una cosa che generalmente spaventa gli italiani: la competizione. Se sei bravo e sai fare il tuo lavoro, i risultati li ottieni e sono tangibili. Se ai giovani conviene migrare all’estero? È una decisione molto soggettiva. Per me è come chiedere “conviene sposarsi”? Dipende…».

Dottoressa Compri, quali sono le tappe fondamentali del suo percorso professionale?
Ho iniziato la mia carriera lavorativa come consulente SAP R/3, specializzazione Finance e Controlling, per IBM Global Business Services (allora denominata SAP Italia Consulting). Ho arricchito e proseguito la mia esperienza sempre come consulente SAP R/3 per Itelligence AG, gruppo tedesco specializzato nella consulenza SAP per piccole e medie imprese e leader di mercato. Dopo alcuni anni, sono approdata alla carriera di consulente free-lance, gestendo una società di consulenza di mia proprietà, collaborando principalmente con gruppi industriali dell’Emilia-Romagna, Veneto e Lombardia. All’inizio del 2007, per motivi famigliari mi sono trasferita negli Stati Uniti. Il mio primo datore di lavoro in questo paese è stato Deloitte LLP, società leader nel settore consulenziale sul mercato americano. Il mio ruolo in Deloitte: Senior Specialist Consultant SAP R/3, Finance&Controlling. Ho seguito progetti principalmente in California, San Francisco, Los Angeles e San Diego. Ho lasciato Deloitte pochi mesi fa, assunta come Business Analyst Specialist per Oakley INC, società parte del gruppo Luxottica. Grazie a questa opportunità, negli USA ho ritrovato un po’ delle mie radici venete…

Come detto, oggi lavora come Business Analyst Specialist per Oakley, in California. Ci può spiegare – in sintesi – in cosa consiste il suo lavoro?
Sono stata assunta in Oakley in qualità di specialist (forte della conoscenza ed esperienza accumulate in più di 10 anni di consulenza in ambito SAP FICO) all’interno della business unit IT (Information Technology). Le mie funzioni qui spaziano dal trovare soluzioni (che poi altri implementano) ai problemi immediati che le diverse business areas incontrano nel lavoro quotidiano, al creare e/o seguire progetti di miglioramento, sviluppo, investimento per le diverse aree. In sostanza, continuo a fare consulenza con la sola differenza che i miei clienti ora sono interni, miei colleghi, e che i miei viaggi e trasferte di lavoro sono decisamente diminuiti…

Ormai lavora negli Stati Uniti da quasi quattro anni. Che giudizio si sente di dare a questa esperienza? Sicuramente avrà incontrato delle difficoltà all’inizio…
Esperienza totalmente positiva per quanto mi riguarda. Quanto alle difficoltà sono stati più duri i miei primi passi in Italia che qui. Usualmente a chi mi rivolge queste stesse domande rispondo che negli Usa si lavora di più (non ci sono tutte le festività e ferie che abbiamo in Italia) ma si lavora meglio. Molto meno stress, obiettivi chiari, discussioni mirate e proficue, collaborazione totale, tutte componenti che fanno scorrere il lavoro quotidiano in maniera efficiente. Quello che manca nella mia vita da emigrata è ovviamente la vicinanza di famigliari ed amici lasciati in Italia; il lavoro a conti fatti, no.

Secondo lei, a livello professionale, l’Italia cosa deve invidiare agli States?
L’elenco sarebbe lungo, mi limito ad indicare: il pragmatismo, la capacità organizzativa e di sintesi, il rispetto delle diversità e soprattutto il saper lavorare per obiettivi, pianificando efficacemente i mezzi e tempi per raggiungerli.

Viceversa, sente la mancanza di qualche aspetto della cultura del lavoro italiana?
La capacità artigianale tutta italiana di fare prodotti di alta qualità, raffinati e di gusto è riconosciuta e stimata da sempre all’estero. Sarà banale quanto affermo, ma l’ho personalmente riscontrato in diverse occasioni: il Made in Italy negli States vince sempre, non c’è prodotto Made in China o altrove che sia preferito al prodotto realmente italiano, per quanto inferiore possa essere il prezzo del primo.

Domanda secca: a suo parere quali requisiti, quali doti ci vogliono per “fare breccia” nel mercato del lavoro all’estero?
Credo le stesse che servono in qualunque mercato del lavoro, ovvero preparazione, determinazione, professionalità e correttezza. Forse all’estero occorre anche essere curiosi, aperti mentalmente per sapersi adattare velocemente alle diversità fisiche e sociali. Un po’ di cultura in senso lato non guasta…

Per quanto ha potuto vedere con i suoi occhi, è vero che negli altri Paesi i talenti sono più valorizzati rispetto a quanto avviene da noi? Insomma, ai giovani conviene andare all’estero o no?
Penso che negli Stati Uniti i talenti, da qualunque parte del mondo provengano, siano protetti e valorizzati perché esiste una cosa che generalmente spaventa gli italiani: la competizione. Il mercato del lavoro negli USA è molto competitivo, non ci sono protezioni o peggio, nepotismi che tengano. Se sei bravo e sai fare il tuo lavoro, i risultati li ottieni (nei tempi dovuti) e sono tangibili. In Italia, in tutti i casi, questo automatismo non c’è, pur avendo il mondo del lavoro italiano molti gran lavoratori talentuosi. Conviene ai giovani? È una decisione molto soggettiva, la scelta di trasferirsi all’estero non si esaurisce col lavoro (pur essendone spesso la causa). Per me è come chiedere “conviene sposarsi”? Dipende…

Nel suo futuro cosa vede? Pensa di tornare in Italia prima o poi?
Non ho la sfera di cristallo per vedere nel mio futuro, sono di gusti molto semplici e ciò che spero è di continuare ad avere nel mio futuro un lavoro che non mi annoia e una vita personale felice, specie dopo la nascita un anno fa di mio figlio. Tutto questo indipendentemente dal Paese in cui mi trovo.

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perfetti_jacopo_postUn sognatore diventato imprenditore o forse un imprenditore che è rimasto sognatore. Definitelo come vi pare (lui non ama molto le etichette), ma Jacopo Perfetti sta vivendo il sogno. Anzi, ci sta lavorando su, giorno dopo giorno, «sempre con la stessa emozione dell’inizio». Quando ha fondato Art Kitchen nel 2007 aveva 26 anni e un obiettivo molto chiaro in mente: sviluppare canali per promuovere e rendere più vicina al pubblico l’arte, il suo grande amore. Ecco, dunque, come nasce questa “organizzazione creativa” (chiamarla azienda sarebbe riduttivo), capace di muoversi sul mercato assumendo sempre forme diverse: «Realizziamo mostre ed eventi, sviluppiamo siti internet, portiamo avanti progetti etici e di marketing e altro ancora – dice Perfetti – L’arte è il nostro plusvalore, ciò che rende più “sexy” quello che facciamo». Un progetto che rispecchia perfettamente lo spirito imprenditoriale del suo creatore: visionario, talvolta spregiudicato, eppure con delle solide fondamenta razionali e manageriali. Del resto, sui sogni bisogna lavorare, non basta tirarli fuori dal cassetto.

Imprenditore, artista, comunicatore, promotore culturale, consulente… Dottor Perfetti, lei come si definirebbe?
Decisamente un imprenditore, anche se non amo molto le etichette. Personalmente ho bisogno di stimoli continui e penso che non sia possibile averne se ti chiudi in un solo mondo, in una definizione. Tutti questi ruoli, dunque, li tocco, in qualche modo li vivo, ma sempre con una visione globale, alla luce del progetto Art Kitchen. Quando mi auto-definisco “imprenditore” mi piace citare la favola della volpe e del riccio. La volpe, che apparentemente ha un’intelligenza superiore, caccia sempre in maniera differente le sue prede. Il riccio, invece, conosce fin dall’alba dei tempi un solo modo per difendersi, chiudersi su se stesso. Eppure la volpe non è ancora riuscita ad avere la meglio sul riccio… Io – per indole – penso di essere una volpe, ho sempre bisogno di inventarmi qualcosa di nuovo per sentirmi vivo e stimolato. Ma c’è anche chi inizia con un’idea, un lavoro e fa quello per tutta la vita: sinceramente un po’ invidio queste persone.

Ci vuole raccontare la sua storia personale e professionale?
Lavoro da quando avevo 17 anni e facevo il Liceo Classico. La mia prima occupazione è stata, però, “lontana” dai miei studi, visto che programmavo siti internet. Ero una specie di rock star all’epoca, visto che solo le società specializzate lo facevano e chiedevano moltissimi soldi… Comunque, quell’esperienza mi è servita parecchio perché il concetto di programmazione è qualcosa che sento mio ancora oggi: qualsiasi lavoro, qualsiasi problema diventa semplice se lo si riduce ad un algoritmo.
Dopo il Liceo, invece, mi sono innamorato dell’arte e mi sono iscritto a Scienze della Comunicazione alla Statale di Milano. Come detto, l’arte mi piaceva moltissimo ma trovavo che vivesse barricata in un mondo troppo ristretto. Per questo ho cercato subito di inventare dei nuovi canali per promuovere l’arte e comunicarla alla gente, per renderla più vicina al pubblico. Così, nel 2004, a 21 anni, ho preso in gestione il “S’agapò”, un locale di Milano che al suo interno ha anche una galleria. Nel frattempo avevo approfondito i miei studi di marketing all’università e nel 2007 ho deciso di fondare con il mio socio Ivan Tresoldi l’associazione culturale “Art Kitchen”, che l’anno scorso è diventata una Srl. Tutte le attività che ho seguito negli ultimi anni sono legate a questo progetto, che considero il mio faro professionale.

perfetti_jacopo_post1Ma precisamente Art Kitchen che tipo di progetto è? Di che cosa vi occupate?
Art Kitchen è un’organizzazione creativa. Ci abbiamo messo tanto tempo per trovare questa definizione, perché prima ci etichettavano sempre in modi diversi… Sostanzialmente il nostro è un gruppo di menti che lavorano assieme, e il nostro lavoro è percorso da un filo rosso che è l’arte, intesa a 360 gradi. Organizziamo mostre ed eventi, realizziamo siti internet, portiamo avanti progetti etici e di marketing e così via… L’arte è il nostro plusvalore, ciò che rende più “sexy” quello che facciamo. Attualmente abbiamo nove divisioni e 11 collaboratori, tutti under 30. Il nostro fatturato? Preferisco lasciarlo all’immaginazione… Qualcuno pensa che guadagniamo un sacco di soldi, qualcun altro che facciamo la fame. Io posso solo dire che riusciamo a coprire le spese e anche a vivere bene.

Quali sono le difficoltà nell’avviare e poi nel gestire un’attività come la sua?
Intanto è giusto sottolineare come avviare e gestire un’attività siano due cose molto differenti. Per iniziare un progetto ci vuole soprattutto la passione, l’innamoramento. È molto bello pensare a delle persone che lavorano su un’idea ancora in fase embrionale. Il difficile, forse, è proprio avere lo stimolo iniziale… Per quanto riguarda la gestione dell’impresa, invece, entra in gioco soprattutto il lato razionale. Come ha detto qualcuno: tra il dire e il fare, c’è di mezzo il legale. È in questa fase che l’innamoramento si scontra con la realtà dell’azienda. La parte più difficile è non perdere di vista la visione globale del progetto. Alla base deve esserci una sorta di atto di fede, che ti spinge a non mollare, a non deprimerti davanti alle difficoltà, perché se ci credi arriverai all’obiettivo.

Lei non ha neanche 30 anni eppure ha già una bella carriera alle spalle. Molti giovani vorrebbero conoscere il suo segreto…
Il segreto è darti una possibilità per fare quello che più ti piace e soprattutto avere una visione chiara degli obiettivi che vuoi raggiungere. A questo proposito, io ho elaborato uno schema che considera tre variabili per definire il “lavoro perfetto”: art, nel senso che la tua professione ti deve appassionare; cash, perché il tuo lavoro ti deve appagare, soddisfare anche da un punto di vista economico; glory, che significa avere la possibilità di fare qualcosa meglio di chiunque altro, qualcosa che ti renda orgoglioso. Rappresentiamo queste tre variabili come tre cerchi che si intersecano: il centro della figura, dove si incontrano tutti e tre i cerchi, rappresenta il lavoro perfetto.

perfetti_jacopo_post2Sappiamo che è un appassionato di marketing non-convenzionale. Come mai questo interesse?
Ho fatto anche la mia tesi di laurea su questa forma di marketing. Mi è sempre piaciuta perché è la più “glocale”: nasce da una relazione con il tessuto urbano, dal dialogo con le persone in strada, ma poi riesce ad avere una valenza globale, perché grazie a Internet può rimbalzare nel mondo. Il mio timore più grande, però, è che il marketing non-convenzionale diventi convenzionale nel giro di qualche anno. Se venisse troppo studiato, se diventasse un normale servizio di agenzia, perderebbe la sua funzione. Non sarebbe più vero marketing non-istituzionale ma solo qualcosa che ha il gusto del marketing non-istituzionale.

Altra sua passione, il cinema. Lei è riuscito a trovare un legame molto interessante tra il film “Ocean’s Eleven” e l’attività d’imprenditore: ce lo spiega?
Trovo che “Ocean’s Eleven” sia un esempio perfetto di management applicato. Lo sviluppo del plot narrativo si focalizza su quelli che, a mio parere, sono gli 11 step logistici per la realizzazione di un’iniziativa imprenditoriale: 1) Una persona (X) ha un’idea geniale e apparentemente folle e irrealizzabile; 2) X convince una sola persona (Y) che l’idea è realizzabile; 3) X e Y pianificano al dettaglio la logistica per la realizzazione dell’idea; 4) X e Y focalizzano il ROI e il target del progetto; 5) X e Y trovano un finanziatore per lo start up garantendogli un ritorno dell’investimento di circa il 300%; 6): X e Y trovano al dettaglio le persone necessario alla realizzazione dell’idea; 7) Ogni persona all’interno della squadra ha un compito preciso e viene fortemente motivata; 8 ) La squadra si munisce di tutti gli strumenti e le risorse necessarie all’operazione; 9) La logistica viene seguita alla virgola da tutti; 10) Realizzazione dell’impresa; 11) Focus Emozionale.
In Art Kitchen abbiamo appeso un cartello con questa scaletta: ci serve come indirizzo quando iniziamo un nuovo progetto.

Abbiamo detto un sacco di belle cose su di lei, ma Jacopo Perfetti che difetti si riconosce? Sotto quali aspetti sente di dover ancora migliorare?
Mi riconosco tre grandi difetti a livello professionale. Innanzitutto, credo di essere un buon imprenditore, un visionario nel senso lato del termine, ma purtroppo non un buon amministratore: non sono fatto per i numeri, per i business plan, i piani economici, etc. In secondo luogo, sono molto, troppo legato alla mia città, Milano, e all’Italia. E qui non c’è il terreno più fertile per fare fiorire i miei sogni. Probabilmente se mi trasferissi in altre città, in altri Paesi, la mia attività avrebbe più respiro, ma non credo di riuscirci. Infine, sono ancora un gran sognatore, il che è positivo sotto alcuni punti di vista, ma spesso mi porta a correre dei rischi imprenditoriali troppo grandi. Penso che il tempo, l’esperienza sia il miglior insegnante in questo senso.

Libri che l’hanno ispirata?
Dal punto di vista artistico sicuramente “Enjoy”, un testo scritto dal mio professore universitario Marco Senaldi che mi ha ispirato in ogni cosa che ho fatto. Dal punto di vista imprenditoriale consiglierei di leggere… Hegel. Quando ho avviato la mia attività, ho letto tanti libri che mi sono stati utili ma che non mi davano la risposta che cercavo. Una risposta che, invece, ho trovato negli scritti del filosofo tedesco: lui dice che per far funzionare una società – intesa come comunità di uomini – e anche per vincere le guerre, hai bisogno dell’Inghilterra, della Francia e della Germania. L’Inghilterra, per la razionalità e la capacità di avere una visione complessiva delle cose; la Francia per l’impeto rivoluzionario; la Germania perché ci mette il know-how, è il “motore” che fa funzionare tutto. Penso sia la miglior metafora possibile di un’attività imprenditoriale e per questo l’ho fatta mia.

Un sogno nel cassetto ce l’ha?
Ce l’ho e l’ho tirato fuori dal cassetto qualche anno fa… A questo proposito, mi viene in mente la canzone di Bruce Springsteen “Working on a dream”: il mio sogno era ed è Art Kichen e su questo lavoro quotidianamente, sempre con la stessa emozione dell’inizio. In fondo, il sogno è proprio ciò che rende magica qualsiasi attività della tua giornata.

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scarpaleggia_simona_postDonna manager uguale manager a prova di recessione? In molti casi è così, secondo Simona Scarpaleggia, numero due di IKEA Italia e presidente di Valore D, associazione che promuove la presenza dei talenti femminili in azienda e la loro crescita in posizioni dirigenziali. «Ho riscontrato dei tratti comuni alle donne manager che costituiscono un grande valore per le aziende: il senso pratico, la capacità di lavorare in squadra, l’efficienza, il senso della realtà e del rischio calcolato», afferma la Scarpaleggia. Un profilo che sembra incontrare perfettamente le esigenze del contesto economico attuale in cui possono resistere solo quei manager «che ascoltano ed osservano con attenzione l’evolversi della società e i cambiamenti nello stile e nelle necessità di vita dei consumatori; persone che fondano sull’economia reale la crescita e la tenuta della propria azienda e sanno rischiare ma con un sano senso pratico e di responsabilità».

Dottoressa Scarpaleggia, iniziamo dai suoi esordi. Innanzitutto, che studi ha fatto? Quali sono state le sue prime esperienze professionali?
Mi sono laureata in Scienze Politiche alla LUISS di Roma e ho cominciato a lavorare alla Montedison negli anni della gestione Schimberni – durante i quali ho anche conseguito un MBA alla SDA Bocconi – occupandomi di relazioni sindacali e successivamente di sviluppo delle risorse umane. Dopo qualche anno, ho ricoperto la posizione di Direttore del personale di una società di ingegneria e impiantistica e poi, prima di approdare in IKEA, ho lavorato in una multinazionale americana di beni di largo consumo in qualità di HR Director.

L’approdo in IKEA in che anno è avvenuto? Le tappe fondamentali del suo percorso in azienda?
Sono stata assunta in IKEA nel 2000 come HR manager: allora avevamo sei punti vendita e 1500 dipendenti. Quando, nel 2004, ho cambiato posizione eravamo già 4000 con 10 punti vendita (oggi siamo circa 6700 con 18 store). Sei anni fa ho manifestato il mio forte interesse ad una posizione di linea ed ho così ottenuto la responsabilità del build up e della gestione di uno dei punti vendita di Roma, che ad oggi è uno dei più importanti per IKEA Italia. Per me è stata un’esperienza estremamente formativa, perché mi ha consentito di conoscere da vicino i meccanismi chiave del nostro business e soprattutto di essere il più possibile vicina al cliente per poterne comprendere meglio esigenze e desideri. Inoltre, è stata un’esperienza umana di grande valore nella quale il rapporto con i co-worker di IKEA è più vicino, diretto e genuino. Dopo tre anni, nel 2007, sono quindi stata nominata Deputy Country Manager per IKEA Italia.

Oggi è Deputy Country Manager di Ikea Italia. Esattamente quali sono le responsabilità legate al suo ruolo aziendale? Che attività segue durante una giornata tipo?
In IKEA Italia gestisco alcuni business importanti legati alle aree principali della casa, quello delle cucine e quello dei salotti. Inoltre, seguo IKEA business, che si rivolge a clienti per le loro attività professionali, e il business di IKEA Food. Riportano poi a me 10 punti vendita. In effetti non ho proprio una giornata tipo… Viaggio molto, sia per visitare i punti vendita che per riunioni internazionali in cui vengono sviluppate le strategie commerciali. Quando sono in ufficio anzitutto analizzo l’andamento giornaliero delle vendite, verifico con i responsabili eventuali scostamenti e correttivi, mi occupo dello sviluppo professionale dei miei collaboratori anche attraverso attività di coaching. In più ci sono le attività di rilevanza esterna, non ultima quella legata a Valore D, l’associazione di aziende che ha lo scopo di promuovere lo sviluppo di carriera delle donne nella società italiana, di cui sono Presidente.

scarpaleggia_simona_post1Le doti fondamentali per eccellere nel suo lavoro? Tutti doni di natura oppure c’è qualche qualità che si può acquisire nel tempo?
Dopo tanti anni di lavoro credo che le doti fondamentali siano, oltre alla competenza, equilibrio ed empatia, non disgiunte da una forte determinazione. La competenza si acquisisce e va alimentata di continuo, l’empatia direi che è un dono di natura, la determinazione è legata spesso alla motivazione. Infine, l’equilibrio un po’ è di natura un po’ è “figlio” dell’esperienza

Il modello di business di Ikea è stato definito “recession proof”, in grado cioè di resistere alla crisi. A suo parere, esiste anche un modello di manager a prova di recessione? Il contesto economico attuale quali cambiamenti impone a chi, come lei, sta ai vertici dell’organizzazione?
L’offerta di IKEA è spesso “anticiclica”: proponiamo prodotti funzionali, di design e a prezzi che possono permettersi la maggior parte delle persone. È evidente, dunque, che in momenti di difficoltà economica i clienti trovino in noi un partner che li aiuta a risolvere problemi pratici con poca spesa, ma anche a soddisfare qualche desiderio senza sentirsi in colpa. I manager “a prova di recessione” sono, secondo me, persone che ascoltano ed osservano con attenzione l’evolversi della società e i cambiamenti nello stile e nelle necessità di vita dei consumatori; sono persone che fondano sull’economia reale la crescita e la tenuta della propria azienda e sanno rischiare ma con un sano senso pratico e di responsabilità. Il contesto economico internazionale che vede così gravi problemi travolgere Paesi e istituzioni oltre che aziende, richiede un ripensamento dei nostri modelli ed un riferimento forte alla sostenibilità. Con questo intendo un modello che eviti gli sprechi di risorse finanziari, di risorse naturali e di talenti e che al contrario, custodisca e valorizzi le une e gli altri.

Torniamo a Valore D, che lei guida da un anno. Quali sono gli scopi di questa associazione?
Valore D ha per obiettivo la promozione della presenza dei talenti femminili in azienda e la loro crescita in posizioni di rilievo manageriale. Le principali finalità dell’associazione sono: supportare le aziende nello sviluppo delle carriere delle donne, sostenere le donne nel loro percorso di crescita, creare un consenso intorno ad un comune obiettivo.
Inoltre, l’associazione basa le proprie finalità sul principio della concretezza che si sostanzia nell’uso di due strumenti principali: un programma articolato su quattro filoni di attività – role model, skill building, mentoring e flessibilità – e un osservatorio per monitorare e misurare i risultati. Valore D rappresenta, dunque, un’iniziativa con caratteristiche uniche nel panorama italiano, perché è la prima associazione di aziende (non di persone), ovvero entità che si sono prese l’impegno di abbattere le barriere interne alla crescita professionale femminile nelle moderne organizzazioni. Gli AD di queste aziende si sono impegnati personalmente e pubblicamente al raggiungimento di alcuni obiettivi e alla realizzazione di alcune azioni.

Come detto, Valore D sostiene i talenti femminili nel loro percorso di crescita all’interno delle aziende. Secondo lei, sotto quale aspetto le donne-manager sono migliori rispetto ai colleghi uomini? E cosa dovrebbero invidiare, invece, all’altro sesso?
Premesso che ogni individuo è unico, quindi ogni persona, donna o uomo che sia, dovrebbe e può esprimere al meglio caratteristiche diverse, posso dire che ho riscontrato dei tratti comuni alle donne manager che costituiscono un grande valore per le aziende: il senso pratico, la capacità di lavorare in squadra, l’efficienza, il senso della realtà e del rischio calcolato. Di contro, gli uomini possiedono la capacità di concentrarsi appieno, di focalizzarsi rispetto ad uno specifico obiettivo ed in questo sono in genere molto efficaci. Inoltre, hanno una maggior capacità di divertirsi. O forse le donne se lo consentono meno…

Per finire le chiediamo dei consigli a chi vuole crescere nel mondo del lavoro, a chi insegue il successo. Sia donne che uomini, ovviamente…
Siate voi stessi, costruite da voi il vostro percorso professionale arricchendo le vostre competenze, senza affidarvi a entità esterne. Cercate di fare qualcosa che vi piace: al lavoro è dedicata tanta parte della nostra vita, cerchiamo di renderla gradevole. Sappiate lavorare insieme agli altri e scegliete, per quanto potete, le aziende e i capi. Fidatevi di un capo donna…

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borra_barbara_postGiramondo e allo stesso tempo genitore irreprensibile, Barbara Borra ha iniziato la scalata alle vette della carriera laureandosi in Ingegneria chimica nella sua Torino. Un legame con la città natale che ha voluto, però, interrompere presto, entrando prima in Montedison e poi passando attraverso tutta una serie di esperienze internazionali, tra Stati Uniti, Germania, Olanda, Francia, Inghilterra, Spagna. Nel 2007 è rientrata finalmente in pianta stabile in Italia, con il ruolo di Vice Presidente Global Cooking di Whirlpool, azienda leader nella produzione di elettrodomestici. «Il mio è un lavoro a monte, cerco di capire quali strategie ci faranno vincere da qui ai prossimi anni – spiega la Borra a proposito del suo ruolo attuale – Essenzialmente, il mio compito è guardare avanti». E sembra proprio questo ciò che le riesce meglio nella vita professionale e personale: scegliere pensando al futuro. La strada maestra per realizzare i propri sogni.

Dottoressa Borra, nel suo curriculum di studi spicca la laurea in Ingegneria chimica conseguita a Torino. Da 1 a 10 quanto è stata importante la sua formazione universitaria per lo sviluppo della sua carriera? Sono state più “decisive” le sue competenze tecniche o la forma mentis acquisita durante gli studi accademici?
Direi un bel 10, ma io darei 10 a tutto il mio percorso formativo: penso che tutte le esperienze importanti, come lo è stata quella universitaria, facciano parte della persona che sono oggi. Personalmente mi ritengo avvantaggiata perché ho un background piuttosto diversificato, ho frequentato prima il liceo classico, poi Ingegneria all’università e, infine, una scuola di Business Administration. Per quanto riguarda la mia formazione universitaria, Ingegneria mi ha sicuramente dato tante competenze tecniche che mi aiutano nel mio ruolo attuale, ma che mi sono state utili anche in passato quando lavoravo nel commerciale. Grazie agli studi accademici credo anche di aver acquisito una certa elasticità mentale, che mi permette di muovermi al meglio di fronte a realtà e situazioni diverse. Un’altra cosa importante che Ingegneria mi ha insegnato è la capacità di confrontarmi con le difficoltà, visto che provenivo dal liceo classico e per questo non avevo molta dimestichezza con la matematica. Infine, ho imparato a conoscere meglio gli uomini e il loro modo di comunicare. Quando mi sono laureata io, nel 1984, c’erano poche donne che frequentavano Ingegneria.

Ha mosso i primi passi in azienda con Montedison. Ci racconta i suoi esordi? Che difficoltà ha incontrato?
Inizio dicendo che sono stata molto fortunata nel corso della mia carriera, perché ho sempre avuto a che fare con capi illuminati. Comunque, dopo la laurea ho scelto di entrare in Montedison anche per tagliare il cordone ombelicale con Torino. All’epoca il mio primo capo mi diede un incarico abbastanza particolare, affidandomi la gestione degli impianti pilota, una funzione di raccordo tra i laboratori di ricerca e la produzione industriale. Mi sono trovata subito a confrontarmi con gli operai dell’azienda e non è stato semplice: per dirne una, all’inizio mi fischiavano dietro quando mi vedevano. Insomma, mi sono dovuta conquistare la loro fiducia nel tempo, dimostrando grande tenacia e abnegazione. La lezione che ho imparato è: nessuno resiste all’esempio. Un altro momento importante della mia esperienza in Montedison è stato quando l’azienda mi ha proposto di partire il mese successivo per seguire un progetto negli Stati Uniti. C’era solo un piccolo dettaglio: al liceo io avevo studiato francese, non parlavo assolutamente l’inglese. Il mio capo mi disse: “Ti sei laureata in Ingegneria, ce la puoi fare ad imparare l’inglese in un mese”. E così ho deciso di andare.

Rimanendo in tema, lei può essere considerata una vera e propria “giramondo”. In quanti Paesi ha lavorato? Le tante esperienze all’estero come l’hanno aiutata a crescere?
Come detto, la mia prima esperienza all’estero l’ho fatta negli Stati Uniti, vicino a Washington DC, dove ho seguito una joint venture italo-americana per Montedison. Dopo di che ho deciso di tornare a scuola e ho frequentato un MBA in Business Administration a Fontainebleau, nei pressi di Parigi. Successivamente sono stata assunta da General Electric, settore Plastiche: ho lavorato in Olanda e in Germania, poi sono tornata in Italia, anche se come Direttore Commerciale della zona Sud Europa mi spostavo spesso in Francia e Spagna. Nel 1997 sono passata al Lighting di General Electric, prima come General Manager in Francia e quindi nella sede di Londra, come Vicepresidente Marketing Europa. Nel 2001 sono entrata in Rhodia, a Lione, dove mi sono occupata del Profit & Loss prima delle Plastiche a livello europeo poi delle Fibre a livello mondiale. Quattro anni più tardi l’approdo in Whirlpool, in cui ho iniziato come Presidente di Whirlpool Francia, posizione che ho ricoperto fino al 2007, quando sono rientrata in Italia con il mio ruolo attuale. All’estero si imparano tante cose, tra cui le lingue, che è sempre un modo di rimettersi discussione. Ho imparato anche a capire cos’è la diversità, a confrontarmi con realtà e comportamenti lontani dai nostri. Credo sia stata una vera scuola pratica di tolleranza e umiltà.

Oggi è Vice Presidente Global Cooking di Whirlpool, un ruolo di grande rilievo. Quali sono le responsabilità che le competono in questa veste?
Mi occupo a livello mondiale della famiglia dei prodotti per la cottura di Whirlpool. In sostanza, il mio gruppo di lavoro è chiamato a definire le strategie per continuare a crescere in tutto il Pianeta. Per esempio, scegliendo delle tecnologie non ancora commercializzate da immettere sul mercato, stabilendo il posizionamento dei nuovi prodotti, sviluppando – seppur in un contesto globale – iniziative regionali ad hoc. Una parte molto importante di quello che facciamo è proprio l’analisi delle differenze tra i vari mercati regionali, che offrono delle opportunità di business all’azienda. Il mio, dunque, è un lavoro a monte, cerco di capire quali strategie ci faranno vincere da qui ai prossimi anni. Essenzialmente, il mio compito è guardare avanti.

Si dice spesso che le “donne in carriera” italiane sono afflitte da “manie di perfezionismo”, vogliono arrivare dappertutto, non si accontentano mai, etc. È così anche per lei?
Ho un percorso di vita alle spalle. Quando ero più giovane sicuramente ero sempre in concorrenza con me stessa, se facevo qualcosa bene pensavo subito a come avrei potuto farla meglio e così via. Con l’età, però, si diventa più ricchi come persone e più facili come collaboratori. Non voglio dire che si diventa meno esigenti, ma che si impara ad essere più tolleranti nei confronti degli altri e di se stessi. D’altronde, se sono intransigente per prima con me stessa, sarà difficile che riesca a creare un ambiente di lavoro positivo intorno a me. Non bisogna accontentarsi di tutto, ma relativizzare i problemi. È importante essere umili, riconoscere che non siamo fatti sempre per essere perfetti, a partire da noi stessi.

Le sue doti migliori a livello professionale?
Chi collabora con me dice che sono poliedrica, perché mi so adattare a tante situazioni diverse, una qualità che deriva anche dal mio background scolastico. Poi che sono persistente, nel senso che sono molto testarda e se ho una mia visione delle cose voglio arrivare a convincere gli altri a far loro quel punto di vista, ma senza scadere mai nell’ostinazione. Infine, mi hanno definita pirotecnica: sono molto appassionata in quello che faccio, forse anche perché sono dell’Ariete.

Barbara Borra, manager di successo ma anche mamma. Com’è riuscita a coniugare carriera e famiglia? Immaginiamo non sia stato facile con tutti gli spostamenti che ha affrontato.
Sono fortunata, mia figlia – che oggi ha 16 anni – è stata una compagna di vita e di viaggio straordinaria per me. Lei parla perfettamente tre lingue e un quarto, le piace viaggiare ed è complementare rispetto a me, nel senso che è più artistica, mentre io sono più portata per la matematica. Direi che è stata il mio motore, mi ha dato la spinta, il supporto per fare tutto quello che volevo fare. E poi in questo percorso mi hanno aiutato alcune cose: l’esistenza del cellulare e il fatto di avere sempre avuto una persona a tempo pieno a casa. È una scelta che ho fatto fin dall’inizio per potermi organizzare senza troppe ansie, anche se mi è costata dei sacrifici economici.

Un consiglio a chi insegue il successo nel mondo del lavoro? Se ne ha più di uno, ancora meglio…
Il primo è di seguire i propri sogni. E dico i propri, perché spesso si cerca di realizzare quelli di qualcun altro. In particolare per le donne ci sono stati e continuano ad esserci dei modelli che vengono imposti. Io credo, invece, che ci si debba sentire libere di fare quello che si vuole, sia che si voglia far carriera sia che si preferisca fare la donna di casa. L’importante è capire cosa vogliamo veramente e raggiungere l’armonia. Un secondo consiglio che do è di ricordarsi che abbiamo sempre la scelta. Può sembrare una banalità, ma è un concetto che mi ha aiutato molto da quando l’ho fatto mio. In qualsiasi situazione, anche la più negativa, possiamo scegliere almeno come vivere quel momento. Infine, voglio suggerire di ascoltare di più il proprio lato emozionale. Quando faccio delle scelte razionali e le cose non vanno bene, spesso mi capita di pensare “accidenti, me lo sentivo”. Invece, quando scelgo con il cuore, non sono mai pentita della strada che ho preso.

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pierdicchi_maria_postItaliana di nascita ma americana di adozione, Maria Pierdicchi ha occupato diverse posizioni di prestigio nel corso della sua carriera nel mondo della finanza. Tre anni negli States come Senior Financial Analyst di Citibank prima, poi il ruolo di Direttore Centrale in Premafin e l’esperienza come responsabile del Nuovo Mercato per la Borsa Italiana, quindi l’approdo in Standard & Poor’s (la prima agenzia di rating nel mondo), di cui è Managing Director dal 2003. Un percorso fatto di tanti cambiamenti, di svolte decise, di scelte anche difficili ma necessarie per arricchire il proprio bagaglio personale e professionale. «Cosa consiglio a chi deve ancora ‘arrivare’? Di non avere fretta – spiega la Pierdicchi – Di andare dove si può imparare, per esempio privilegiando il contesto internazionale rispetto a quello locale. È molto importante la flessibilità, essere aperti a dei cambi di percorso, perché i salti di funzione e di settore ti danno poi un quid in più. I cambiamenti sono faticosi, è vero, ma ti danno anche la possibilità di fare un’esperienza più completa, di allargarti la mente».

Dottoressa Pierdicchi, nel suo curriculum scolastico risaltano la laurea (con pieni voti) in Economia Politica alla Bocconi e un MBA con specializzazione in Finanza presso la New York University Stern School of Business Admnistration. Quali aspetti della sua formazione si sono rivelati poi decisivi nel corso della sua carriera?
Sicuramente il mio background accademico con formazione di economia politica e finanza. Combinare la visione di sistema che mi ha dato la Bocconi con la formazione specialistica in ambito finanziario che ho acquisito a New York, insieme al percorso accademico che ho fatto, è stato molto importante per la mia carriera. Inoltre, l’esperienza all’estero, sia di studio che di lavoro, mi ha dato molta focalizzazione e determinazione: avevo fatto un percorso molto “italiano” fino ad allora, mentre negli Stati Uniti ho imparato a lavorare sull’execution e a essere più focalizzata ed essenziale. Il fatto di poter combinare la formazione classica italiana con quella più pragmatica anglo-sassone indubbiamente ha rappresentato un grande vantaggio per me. Un terzo fattore decisivo è stata l’esperienza in multinazionali come Citibank: una scuola di team work, innovazione e multi-disciplinarietà, oltre che multi-culturalità.

Come ha già anticipato, dal 1988 al 1991 ha lavorato in Citibank come Senior Financial Analyst nel settore corporate. Gli anni passati negli States in che modo l’hanno aiutata a crescere? Che ricordo le è rimasto di quel periodo?
Un ricordo molto buono, anche se ho dovuto impegnarmi molto e competere in modo diverso da come ero abituata. All’inizio ero un po’ intimidita, mi sentivo in un contesto completamente diverso. Negli Stati Uniti, comunque, se ti impegni puoi fare tutto, c’è un forte senso di meritocrazia e questo ti stimola moltissimo nel lavoro. E ho trovato altrettanto stimolante il fatto di vivere in un mondo con delle dinamiche economiche e sociali molto forti, in cui i fenomeni sono sempre in evoluzione e tu sei chiamata ad adeguarti in tempi molto stretti. Se consiglierei questo tipo di esperienza? Assolutamente sì, mi ha cambiato radicalmente.

Dal 1998 al 2003 è stata responsabile del Nuovo Mercato per la Borsa Italiana. Ci vuole raccontare qualcosa di questa esperienza?
È stata una sfida interessante, la New Economy iniziava ad avanzare anche in Italia e il nostro obiettivo era di collegarci al progetto che altre borse europee, come quella francese e tedesca, portavano avanti già da un po’ di tempo. Sicuramente è stato uno start-up faticoso ma che allo stesso tempo ci ha dato molta soddisfazione, visto il grande successo che abbiamo ottenuto, come numero di società quotate e partecipazione degli investitori. In più, ho avuto la possibilità di conoscere da vicino tante piccole e medie imprese italiane, nuove e meno nuove. Il dialogo con gli imprenditori mi ha arricchito moltissimo, ho seguito la loro crescita, le loro scelte e ho conosciuto diversi modelli di business. L’aspetto che più mi ha deluso invece, è stata la difficoltà a creare un sistema di sostegno all’innovazione in Italia, cosa che invece è avvenuta in altre realtà come Francia e Germania. In ogni caso, sono orgogliosa del fatto che, dopo tanti anni, l’innovazione oggi sia riconosciuta come elemento fondamentale della crescita italiana, un concetto che il Nuovo Mercato ha sempre sostenuto.

pierdicchi_maria_post1Oggi è Managing Director della Standard & Poor’s, Responsabile per il Sud Europa e Amministratore Delegato della McGraw-Hill Companies Srl della sede di Milano. In concreto, come si svolge il suo lavoro? Di quali attività è fatta la sua giornata?
Il mio compito è di coordinare e supervisionare tutto lo sviluppo del nostro business in quest’area, sia come attività di rating che di servizi informativi e analitici agli investitori. Gestisco, dunque, i rapporti con gli emittenti, gli investitori – che sono il nostro principale interlocutore – e gli intermediari, nonché con gli enti regolamentari e istituzionali. Sviluppo il “franchise” di S&P, ovvero la nostra leadership sul mercato, ad esempio attraverso attività di ricerca e organizzazione di conferenze per far conoscere la nostra visione del mercato, ma anche i rapporti con i media e gli stakeholders. E poi c’è tutta l’attività interna, che riguarda le risorse umane, le attività societarie e il grande lavoro di coordinamento delle business units europee sul mio territorio. La mia giornata è fatta di tantissime riunioni, con clienti, prospects, ecc; di lettura e studio e di parecchie conference call e video-conference interne. Dovendo suddividere il mio tempo, direi che il 40-50% della giornata è dedicato al lavoro esterno, il 15-20% alla gestione dei due uffici di Milano e Madrid, il 30% alle attività di coordinamento interno. Queste sono più o meno le percentuali.

In un’intervista di qualche anno fa ha dichiarato: «Come donna mi scontro ancora con una certa diffidenza, specie in un contesto di soli uomini: devi comunque sempre dimostrare qualcosa in più, non puoi permetterti sbavature». Ha cambiato opinione nel frattempo?
È soprattutto la storia dei miei inizi, ma riflette una realtà oggettiva: essere spesso l’unica donna in vari contesti professionali. Dopo molti anni di lavoro constato che ancora oggi in Italia alcuni ambienti sono molto maschili, diversamente da quanto succede all’estero dove la situazione è vicina al 50 e 50: questo inevitabilmente comporta un certo grado di discriminazione e difficoltà per le donne. Ovviamente un contesto internazionale, in cui c’è maggiore diversità di genere ti offre anche più opportunità e ti mette più a tuo agio.

I suoi punti di forza quali sono?
Sono molto determinata ed orientata ai risultati. Inoltre credo di aver grande capacità di aggregare idee, team e di gestire progetti anche complessi. Ho un gran senso del rispetto e del servizio al cliente, a cui voglio garantire sempre la massima qualità possibile. Infine, ho un approccio creativo in quello che faccio, porto avanti idee nuove e questo elemento di originalità mi aiuta molto nel mio lavoro, anche a motivare i team. Credo di essere molto forte nel crisis management.

Debolezze, invece, ne ha? Come cerca di superarle?
Sono molto esigente, mi aspetto molto da me stessa così come dagli altri. Negli anni ho sempre cercato di migliorarmi e oggi, per esempio, sono sicuramente più tollerante rispetto all’imperfezione. Ho frequentato tanti corsi per sviluppare al meglio le soft skills, la leadership, la capacità di capire le persone, di farle crescere, di motivarle, la capacità di prendere decisioni difficili e di farle accettare dagli altri, etc. Sono qualità molto importanti oggi come oggi, ma personalmente ritengo che vadano acquisite soprattutto sul campo. I corsi di formazione, così come il coaching, spesso ti aiutano semplicemente a sistematizzare dei concetti che avevi già fatto tuoi con l’esperienza. Credo molto nell’apprendimento continuo sul campo, con umiltà.

Adesso che è una donna di successo, che consigli si sente di dare a chi, invece, deve ancora “arrivare”?
Innanzitutto, di cercare di capire bene cosa ti piace fare, perché per lavorare al meglio serve passione. La passione ti dà delle risorse inaspettate, anche nei momenti più difficili ti permette di trovare le energie per andare avanti. Inoltre, credo sia importante avere la capacità di fare sempre qualcosa in più rispetto a quello che ti viene richiesto, insomma di avere anche degli obiettivi personali. Poi di lavorare sulla formazione, di frequentare i corsi giusti, ma anche di scegliere aziende dove l’attività che ti piace viene fatta al meglio. Questo anche a discapito della carriera e dello stipendio, almeno nei primi anni. Non bisogna avere fretta, ma andare dove si può imparare, per esempio privilegiando il contesto internazionale rispetto a quello locale. In questo senso, è molto importante la flessibilità, essere aperti a dei cambi di percorso, perché i salti di funzione e di settore ti danno poi un quid in più. I cambiamenti sono faticosi, è vero, ma ti danno anche la possibilità di fare un’esperienza più completa, di allargarti la mente. Un altro consiglio è di scegliersi bene i propri capi, perché da loro si può imparare moltissimo e crescere. Infine, è fondamentale lavorare duramente. Mi sembra, invece, che i giovani non abbiano sempre molta voglia di mettersi sotto, ma senza l’impegno non si va da nessuna parte, la competizione è destinata solo a crescere con la globalizzazione.

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gervasoni_anna_postL’impegno costante nel proprio lavoro e… il sorriso sulle labbra quando si va in ufficio al mattino: sono i “credo” su cui poggia la vita professionale di Anna Gervasoni, Direttore Generale dell’AIFI (l’Associazione Italiana del Private Equity e Venture Capital) e docente universitaria alla Cattaneo di Castellanza. Considerata una delle donne più “influenti” del panorama economico-finanziario italiano, la Gervasoni non ha avuto particolari difficoltà ad imporsi in un mondo che parla soprattutto al maschile: «Sinceramente non mi sono mai posta il problema dell’essere donna – spiega – Ho sempre lavorato con gli uomini in maniera naturale, senza preoccuparmi della differenza di genere e credo che questo approccio abbia spinto anche gli altri a non percepire il problema».

Professoressa Gervasoni, cominciamo dalle “origini”. Cosa ci può raccontare dei suoi inizi?
Mi sono laureata in Economia e Commercio alla Bocconi di Milano nel 1984 – punteggio 110 e lode – e sono rimasta in università come collaboratrice del corso in Economia e gestione delle imprese. Poi ho fatto l’esame da commercialista, facendo attività professionale presso alcuni studi. Dopo un paio d’anni, però, mi è stato proposto di partecipare allo start up di AIFI: l’idea mi piaceva molto, così ho deciso di imbarcarmi in quest’avventura. Ma ho sempre continuato la mia carriera accademica, prima in Bocconi e poi alla Cattaneo di Castellanza, università che ho contribuito a fondare nei primi anni ’90. In parallelo, ho seguito anche l’azienda di mio zio, la I.DE.A di Torino, specializzata nella progettazione e design di automobili. Qui sono stata consigliere d’amministrazione fino al 2000, quando ho dovuto lasciare l’incarico perché nel frattempo AIFI era cresciuta moltissimo, avevo due figli e volevo continuare il mio lavoro in ateneo, visto che all’Università Cattaneo avevamo da poco fondato un Centro di ricerca sui trasporti e le infrastrutture, di cui mi era stata affidata la direzione.

Come detto, oltre che docente universitaria, lei è Direttore Generale dell’AIFI (Associazione Italiana del Private Equity e Venture Capital). Quali responsabilità le competono in questo ruolo?
AIFI è un’associazione di categoria, che dunque ha un ruolo istituzionale. Le attività di cui ci occupiamo sono molto varie e il mio ruolo è di coordinamento generale. Principalmente seguo l’attività di lobbying, quindi il confronto con le istituzioni che si occupano dei mercati finanziari e i rapporti con le altre associazioni di categoria, tra cui Confindustria e ABI. All’interno dell’associazione poi ci sono altre funzioni che hanno un proprio staff ma su cui ho comunque responsabilità di indirizzo: esse sono centrate su studi e ricerche da un lato ed eventi e organizzazione di missioni dall’altro. Infine, mi occupo anche dell’attività di interfaccia con il Consiglio Direttivo dell’associazione, composto da 15 persone.

Se dovesse riassumere in una parola il suo “credo professionale”?
Sicuramente l’impegno. Credo sia molto importante mettere impegno costante in quello che fai, sia nelle cose grandi che in quelle piccole. Mi considero una persona tenace, che non molla facilmente e questo mi ha permesso di affrontare e superare tutte le difficoltà che ho incontrato. Insomma, è un atteggiamento che mi ha aiutato a fare carriera. E non intendo solo ad avere un ruolo, una posizione di rilievo, ma anche ad avere soddisfazione nel lavoro che faccio.

gervasoni_anna_post1Come donna, quali difficoltà ha incontrato ad imporsi nel mondo economico italiano? Quanta fatica ha dovuto fare per diventare “qualcuno”?
Nel mio percorso professionale ci sono state grandi soddisfazioni e grandi delusioni, come spesso accade nella vita. Sinceramente, però, non mi sono mai posta il problema dell’essere donna. Ho sempre lavorato con gli uomini in maniera naturale, senza preoccuparmi della differenza di genere e credo che questo approccio abbia spinto anche gli altri a non percepire il problema. Detto questo, non è mai stato uno sforzo per me fare il mio lavoro, non mi pesa in alcun modo. Probabilmente, avessi fatto un altro mestiere, sarebbe stata molto più dura e avrei pure lavorato peggio. Un po’ mi è andata bene, ma ho costruito il mio percorso anche rifiutando alcune proposte a me non congeniali. Penso che il segreto del successo sia fare qualcosa che ti piace. È importante arrivare in ufficio la mattina con il sorriso sulle labbra.

Ci sono nel suo passato delle scelte che oggi non rifarebbe?
A livello generale, sulle macro scelte, come quella di andare alla Cattaneo abbandonando la Bocconi o di abbandonare l’attività libero professionale per andare in AIFI, non ho rimpianti. A livello micro… Beh, devo dire che ogni mattina si fanno cose che magari rifaresti in modo diverso…

Un libro o un film che ha segnato indelebilmente il suo cammino professionale?
Non ce ne sono, perché sono una persona curiosa, quindi leggo tanto e vedo molte cose. Non sono appassionata di un filone in particolare, ma piuttosto faccio miei diversi flash che poi provo a mettere insieme. In questo senso sono poco verticale e molto orizzontale, perché pesco dappertutto. Piuttosto, però, direi che ci sono delle persone che hanno segnato la mia carriera. Tra queste, sicuramente Marco Vitale, primo presidente di AIFI, che mi ha coinvolto anche nella fondazione dell’Università Cattaneo. Abbiamo lavorato 16 anni insieme e da lui ho imparato l’approccio al lavoro, nonché a reggere certi ritmi. Nella vita è molto importante trovare un capo, un superiore che ti dia l’esempio. Lo dico sempre ai miei ragazzi: andate a lavorare dove c’è un capo bravo.

Carriera o vita privata: cosa mette al primo posto? Non ci dica che sono a pari merito…
Sicuramente la vita privata. In particolare, i miei figli, Luigi e Maria, sono davanti a tutto, anche se i due aspetti non confliggono. D’altronde, essere una persona felice nel privato ti permette di non arrivare al lavoro sempre arrabbiato. Per questo credo sia importante avere il sorriso sulle labbra non solo quando si va in ufficio, ma anche quando si torna a casa.

Le è rimasto un sogno nel cassetto?
Tantissimi, alcuni non li dico per scaramanzia… Comunque, mi piacerebbe partecipare ad un altro start up e magari fare qualcosa di nuovo all’interno della mia Università…

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patellani_francesca_postMadre di tre figli e manager di successo, Francesca Patellani è la dimostrazione vivente di come le donne possano realizzarsi sia nel lavoro che nella vita privata. Partner di Accenture (la società di consulenza aziendale più grande al mondo) dal 2008, la Patellani ha costruito il suo percorso professionale e personale lungo 19 anni di crescita nella stessa azienda, in cui ha operato prevalentemente nell’ambito dei financial services. Da qualche mese è anche Responsabile in ambito Human Capital dei temi di Inclusion&Diversity per Italia, Grecia e mercati emergenti: un ruolo in cui la manager milanese è chiamata a mettere a frutto esperienza e creatività per favorire l’inclusione delle persone che operano in azienda e rendere la diversità un valore aggiunto del lavoro in team.

Dottoressa Patellani, innanzitutto, che studi ha fatto?
Liceo Classico e poi laurea in Matematica, a 23 anni, sempre a Milano. Dopo di che ho deciso di fare 6 mesi di full immersion di inglese a Cambridge, visto che a scuola avevo studiato solo il francese. In Inghilterra ho ottenuto la certificazione “Proficiency”, raggiungendo un buon livello di padronanza della lingua, che – appena entrata in Accenture – mi ha permesso di fare un training internazionale a Chicago e poi, nel corso degli anni, si è rivelato molto importante nel mio lavoro.

Ci vuole raccontare le tappe principali del suo percorso in Accenture?
Mi sono trovata molto bene fin dall’inizio, mi hanno inserita subito in un progetto di lavoro con un cliente. Da lì è stata una crescita progressiva di ruoli e di responsabilità, nonché di persone che dovevo supervisionare. Prima sono stata analista junior, quindi analista, poi responsabile di area di attività in ambito di progetti, poi ancora di progetti sempre più sfidanti fino al ruolo attuale. Per Accenture far crescere le persone che lavorano in azienda è un valore fondamentale, non solo a livello di competenze hard, ma anche di soft skills.

È stata da poco nominata Responsabile in ambito Human Capital dei temi di Inclusion&Diversity. Ci spiega cosa c’è dietro a questa “etichetta”? Quali sono i suoi compiti?
È uno dei ruoli che ho da 6 mesi a questa parte, perché, in realtà, continuo anche a lavorare sul lato business. Su questo versante, infatti, sono responsabile delle attività presso alcuni importanti clienti banking, con focus sui sistemi informatici. Le mie competenze riguardano leasing e banche, soprattutto quelle dirette. Come detto, però, da 6 mesi ho anche una responsabilità all’interno della funzione Human Capital, che in Accenture esiste dal 2003. In questa veste seguo varie attività, che riguardano i temi di “Inclusion&Diversity”: il mio compito è definire e perseguire le attività che favoriscono l’inclusione delle persone che lavorano in questa geografia di Accenture, e si tratta di persone molto diverse tra loro per età, nazionalità, genere, religione, cultura, costumi. Nel concreto, promuovo le policy interne già esistenti, ad esempio per le mamme, faccio counseling e mentoring per chi rientra dalla maternità, creo network di donne all’interno dell’azienda, ma anche all’esterno con associazioni come la Professional Women Association, organizzo workshop e incontri con i team più numerosi, con lo scopo di analizzare le diversità all’interno della squadra per farle coesistere meglio e favorire una maggiore inclusione. In rappresentanza di Accenture, inoltre, ho promosso la firma della “Carta delle pari opportunità”, un documento sottoscritto da varie multinazionali che si prefigge l’obiettivo di fornire pari opportunità a tutti i dipendenti, con particolare riferimento alle differenze di genere ma non solo. Un’altra attività di cui mi occupo è l’organizzazione dell’International Women Day, un dibattito che Accenture promuove da diversi anni ormai e che coinvolge anche il mondo istituzionale e del business. Quest’anno l’incontro sarà centrato sul tema della resilienza, termine americano che identifica la capacità di un individuo di reagire positivamente a un momento difficile della sua vita.

La parte più bella del suo lavoro? E quella che le piace di meno?
Dal lato business, la cosa più bella è capire di aver definito per il cliente una soluzione di valore e  vederla operativa. E poi anche percepire la crescita della propria squadra di lavoro, l’evoluzione del team. Entrambi questi aspetti mi danno molta soddisfazione. Dal lato human capital, mi piace moltissimo poter dare spazio alla creatività. Posso inventare eventi, creare cose nuove, qualunque idea o soluzione pensata nell’ottica dell’Inclusion&Diversity. La parte che mi piace di meno, invece, è comune a entrambi i ruoli che ricopro e sono gli aspetti burocratici del lavoro: ne capisco l’importanza, ma non li apprezzo molto perché danno poco spazio alla creatività.

A 42 anni lei si può considerare una manager di successo. Qual è stata, secondo lei, la dote, la qualità che le ha permesso di emergere?
Credo che siano quattro le doti che mi hanno aiutato nel mio percorso. La flessibilità nell’adattarmi ai cambiamenti personali e professionali. La capacità di cogliere le opportunità che mi sono state date, talvolta anche buttando il cuore oltre l’ostacolo. La capacità di assegnare le priorità, una regola che applico molto e che è diventata essenziale con l’andare nel tempo. Infine, l’introspezione: il mio cammino personale e professionale è stato molto denso e spesso mi sono fermata per guardarmi dentro, per cercare di migliorarmi. Oggi vedo un’evoluzione in me, soprattutto i figli mi hanno aiutata a crescere, per esempio nella capacità di ascolto.

In cosa sente di poter migliorare ancora, invece?
La capacità di ascolto e comprensione degli altri, delle vere ragioni che stanno dietro alle parole di una persona, è una qualità molto importante e sempre migliorabile. Oggi, per esempio, colgo più facilmente rispetto al passato il valore di una posizione opposta alla mia, ma credo di poter migliorare ancora molto sotto questo punto di vista. Rimane una bella sfida per me.

Libri o film che le sono stati d’ispirazione e che vorrebbe consigliare ai nostri lettori?
Negli ultimi anni ho letto soprattutto libri di sociologia e di psicanalisi, testi molto importanti perché mi aiutano nella relazione con gli altri, a migliorare i rapporti sia con il team di lavoro che con i clienti. Per esempio, un titolo che consiglierei è “A che gioco giochiamo” di Eric Berne. Poi ci sono i classici sulla diversità e l’inclusione, soprattutto al femminile, di Maria Cristina Bombelli. In questo periodo sto leggendo anche dei libri di Roberto Vaccani, un sociologo che approfondisce temi legati a professionalità, attitudine e carriere. E mi sto accingendo a leggere un volume di Pietro Trabucchi sulla resilienza. A questo proposito, mi ha colpito molto il film “The terminal” con Tom Hanks: il protagonista reagisce positivamente al fatto di essere bloccato nel terminal di un aeroporto, praticamente costruendosi una nuova vita. È un ottimo esempio di ciò che significa resilienza.

Come detto, sono quasi 20 anni che lavora in Accenture. Cosa l’ha spinta a rimanere “fedele” all’azienda per così tanto tempo?
Nel corso della mia carriera ho avuto diverse opportunità di uscire da questa società, ma non le ho voluto cogliere. Innanzitutto, perché il valore delle persone che lavorano in Accenture ha contribuito alla mia crescita personale e professionale. Qui ho trovato dei veri esempi da seguire, nei leader dell’azienda come nelle persone più giovani e di talento. In secondo luogo, perché la flessibilità della struttura e delle persone che lavorano con me mi ha permesso di conciliare vita privata e carriera. Per esempio, in Accenture ho la possibilità e gli strumenti per lavorare molto da casa e questo mi ha permesso di seguire i miei figli mentre crescevano. Ovviamente poi c’è anche la grande soddisfazione che provo nel lavoro, per esempio quando porto a termine con successo un progetto.

Oltre ad avere una carriera brillante, lei è madre di tre bambini. Ci svela il segreto per conciliare lavoro e vita privata?
Una forte determinazione personale, spiccate capacità organizzative, il supporto della famiglia, la capacità di assegnare le priorità – rinunciando anche a qualcosa, spesso al tempo per me stessa –  e, naturalmente, la flessibilità dell’azienda in cui lavoro. Sono questi gli ingredienti della mia ricetta.

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ometto_luca_webster_postUna “corsa all’oro” iniziata 9 anni fa, quando Internet era ancora un mercato agli albori in Italia, capace di offrire infinite possibilità e allo stesso tempo cocenti delusioni. Quella di Luca Ometto e della sua creatura, la libreria online Webster, non è stata un’ascesa immediata al successo, ma piuttosto un lungo percorso ad ostacoli fino alla definitiva consacrazione. Determinazione, attenzione per lo sviluppo tecnologico, capacità di innovare e un pizzico di lucida follia: solo grazie a queste qualità, infatti, è possibile conquistarsi un posto nell’olimpo della rete, nell’élite di un business in cui le regole tradizionali non valgono. “No country for old men”: benvenuti nel mercato di Internet.

Dottor Ometto, è difficile tracciare un suo profilo senza parlare anche di Webster. Ci vuole raccontare tutto dall’inizio?
Mi sono laureato in Economia Aziendale all’Università di Parma a 23 anni. Dopo di che ho fatto 6 mesi di pratica in uno studio commercialista, terminati i quali ho capito che quella non era la strada giusta per me. Webster nasce solo qualche mese più tardi, nel 2000: stava iniziando il boom di Internet, così io ed alcuni amici abbiamo pensato di avviare un’attività di libreria online. E siamo partiti all’arrembaggio. Oggi Webster ha un catalogo di 4 milioni di prodotti e la previsione per il fatturato 2009 è di 13-14 milioni di euro, con una crescita, dunque, di un altro 50% rispetto allo scorso anno. Direi che non abbiamo risentito assolutamente della crisi.

Oggi siete la seconda libreria online in Italia. Per arrivare a questo risultato, però, ci sono stati anche tanti momenti difficili…
Il periodo peggiore è stato quello dal 2001 al 2004. Tutti i miei soci se ne sono andati, tranne uno che comunque non è più venuto a lavorare. In pratica, sono rimasto da solo con un mucchio di debiti e un clima generale di diffidenza attorno all’azienda, perché quello di Internet era ancora un mercato di nicchia per l’Italia, i tempi non erano ancora maturi. Io, però, non ho mai smesso di crederci: ero convinto che l’attività sarebbe decollata una volta che avessimo reso più efficiente il nostro servizio. E, in effetti, così è stato. Dopo varie peripezie, nel 2004 abbiamo sviluppato il software adatto e per noi è iniziata una crescita incredibile. Ogni tanto, comunque, ripenso ai momenti difficili: non riesco ancora a spiegarmi dove ho trovato la forza di andare avanti.

Voi operate sul web, ma siete comunque inseriti in un contesto “reale” come quello padovano. Che influenza ha avuto il territorio sullo sviluppo di Webster?
Padova è stata una grande fortuna per noi, perché qui ha sede il Centro del libro, da cui parte la distribuzione per il Triveneto di molte case editrici. In pratica, siamo confinanti con dei grandissimi magazzini di libri che è un po’ come fossero nostri. Da altri punti di vista, invece, penso che la città non ci aiuti molto. Per esempio, facciamo molta fatica a trovare dei programmatori qualificati. Credo dipenda anche dal fatto che siamo l’unica azienda della zona che fa questo tipo di attività. Come ci guardano le altre aziende del territorio? All’inizio c’era molta diffidenza nei nostri confronti, ma oggi i numeri parlano da soli e quindi tutti ci rispettano e ci considerano di più.

A soli 34 anni lei è già Amministratore Delegato di un’azienda di successo. Quanto incide il “fattore età” sul suo modo di lavorare?
È decisivo, perché il web richiede un nuovo modo di fare business, in cui le regole tradizionali generalmente non funzionano. Non è un caso che quasi tutte le aziende di successo su Internet siano dei pure players, ovvero delle società che lavorano solo sul web. Il fatto di essere giovane ti aiuta ad approcciarti al mercato web partendo da zero, senza pre-concetti. Per esempio, all’inizio tutti mi dicevano che era difficile fare affari su Internet, che avrei dovuto affrontare un sacco di problemi, ma io mi sono buttato in quest’avventura con l’entusiasmo del folle.

Che “capo” è Luca Ometto? Che impronta ha cercato di dare ai rapporti con i suoi collaboratori ?
Credo che solo chi lavora con me possa rispondere a questa domanda. Comunque, l’età media in azienda è molto bassa, intorno ai 30 anni. Di conseguenza, il nostro è un ambiente molto informale, in cui ci diamo tutti del tu. Direi che è un contesto molto diverso rispetto a tante aziende tradizionali. La sensazione che ho è che tutti i collaboratori credano nel progetto e siano molto motivati.

Una qualità che ritiene fondamentale per ricoprire il suo ruolo?
La determinazione, nel senso che bisogna credere fermamente in quello che si fa e avere la forza di andare avanti in mezzo a tutte le difficoltà. E poi la mente aperta alle novità, alle innovazioni, perché quello intorno a noi è un mondo che cambia sempre più velocemente.

Quando lei ha fondato Webster quello di Internet era un mercato quasi agli albori. Oggi cosa consiglierebbe a chi volesse avviare un’attività online? Ne vale ancora la pena?
Ne vale la pena anche se oggi avere successo è molto più difficile. Quando abbiamo iniziato noi era come la corsa all’oro, un po’ quello che è stato il dopoguerra per le aziende tradizionali. Oggi, invece, il rischio è di trovare tanti altri siti che fanno la tua stessa attività e magari da più tempo. Non va mai dimenticato che la concorrenza è a portata di un clic. Parlando del nostro settore, ad esempio, quest’anno alcuni grandi gruppi editoriali si sono buttati sul mercato di Internet convinti di spopolare e invece hanno registrato dei flop clamorosi. Un suggerimento che posso dare è di fare cose nuove, di inventare qualcosa di diverso.

Se dovesse indicare un libro o un film che le ha fatto scoprire nuovi “orizzonti professionali”?
Nessuno in particolare. Vorrei consigliare, però, un libro che ho letto di recente: si chiama “Gratis!” (“Free!” in lingua inglese, ndr) ed è l’ultima fatica del direttore di Wired America, Chris Anderson, vero e proprio guru del settore e padre della teoria della “coda lunga”. Nel libro Anderson spiega come usare sfruttare le risorse gratuite per creare valore in Internet.

Sia sincero: quanti sacrifici ha fatto finora in nome della carriera?
Tanti, ma solo per riuscire a realizzare il mio progetto: non ho mai avuto in testa l’idea della carriera e dei soldi. Principalmente, per lavorare ho rinunciato a del tempo che potevo dedicare a me stesso.

Dopo Webster cosa vede nel suo futuro?
Un’azienda agricola, cioè l’esatto opposto di quello che faccio ora: voglio tornare al settore primario, ho sempre avuto questa passione. E poi quello agricolo mi sembra un mercato meno competitivo di quello in cui opero oggi.

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morichini_francesca_bialetti_postIl punto di equilibrio tra le esigenze del business e quelle delle persone. Con questo obiettivo in testa Francesca Morichini, 31 anni, Direttore Risorse Umane di Bialetti Industrie, vive il suo lavoro giorno dopo giorno. Nella sua breve ma intensa carriera nelle HR, la Morichini ha già lavorato con altre aziende di prestigio come Barilla e L’Oreal. Esperienze importanti per una ragazza (allora) under 30, da affrontare, però, senza paura: «Non mi piace parlare di difficoltà – spiega la Morichini – Preferisco parlare di sfide e all’esordio nel mondo del lavoro ne ho affrontate, e devo dire anche cercate, tante». Come quando, ai suoi esordi, ha preferito fare degli stage in ambiti che la interessavano veramente piuttosto che accettare un posto di lavoro fisso altrove. Perché la sfida è anche avere il coraggio di investire su se stessi.

Dottoressa Morichini, a soli 31 anni può già vantare un curriculum di tutto rispetto. Partiamo, però, dai suoi studi: si è laureata nel 2000 in Scienze Politiche alla LUISS di Roma con una tesi in Diritto Internazionale. Che legame c’è tra la sua preparazione universitaria e il percorso professionale affrontato fin qui, che è stato quasi tutto nelle Risorse Umane?
A dire la verità, non c’è nessun legame diretto tra gli studi che ho fatto e il lavoro che svolgo. La scelta di Scienze Politiche è stata dettata dalla volontà di frequentare una facoltà che mi lasciasse aperti diversi sbocchi al termine degli studi e mi desse un approccio e una forma mentis flessibile. Ho scoperto cos’era un azienda e cosa vuol dire lavorare nelle “Risorse Umane” solo pochi giorni prima della laurea, quando un selezionatore della Procter & Gamble me lo ha spiegato durante il mio primo colloquio.

Durante gli studi e dopo la laurea ha fatto due stage, uno presso l’Istituto nazionale per il Commercio Estero e l’altro in Procter&Gamble. Che esperienze sono state? Consiglierebbe lo stage come strumento di crescita?
Personalmente ritengo che lo stage sia uno strumento di crescita e formazione unico per i giovani, perché ti permette di entrare in contatto con il mondo del lavoro in modo concreto e consente di capire veramente come funziona un’azienda e qual è il lavoro che si vuol fare nella vita. Riferendomi alla mia esperienza, posso dire che sono fiera dei miei stage. Ancora oggi sono contenta di aver avuto la capacità di rifiutare alcune offerte di lavoro per scegliere invece stage in ambiti che mi interessavano veramente e in realtà aziendali in grado di darmi formazione e opportunità di sviluppo. Il sacrificio degli inizi è stato completamente ripagato dai risultati e le soddisfazioni successive. A volte i ragazzi hanno troppa fretta di guadagnare e avere il posto fisso, rischiando di guardare solo al breve periodo e di non scegliere l’azienda e il lavoro in cui possono esprimere al meglio le proprie capacità.

Dal 2001 al 2004 ha lavorato in Barilla, ricoprendo diversi ruoli, sempre nelle Risorse Umane. Ha trovato delle difficoltà “all’esordio”? Come le ha affrontate?
Ricordo ancora oggi il giorno in cui ho messo piede in Barilla; ero emozionata all’idea di essere diventata parte di una realtà così grande, ma mi sentivo sicura di me grazie alle esperienze di stage a cui facevo riferimento prima. A me non piace parlare di difficoltà, preferisco parlare di sfide e all’esordio nel mondo del lavoro – così come in ogni momento successivo della mia carriera – ne  ho affrontate e, devo dire anche cercate, tante. Le due sfide degli inizi che ricordo con maggior soddisfazione sono state il riuscire, nonostante i miei 22 anni, a farmi riconoscere come interlocutore autorevole e credibile da manager molto più esperti e “senior” di me. E poi ottenere il consenso del mio team la prima volta che sono diventata “capo”. Come le ho affrontate? Con impegno, passione, tanta umiltà e voglia di imparare e mettermi in gioco.

bialetti_postNel 2004 l’ingresso in L’Oreal, con cui però si è dovuta adattare – almeno per i primi mesi – ad un ruolo completamente nuovo: Sales Account/Merchandiser. Ci spiega come è riuscita a “reinventarsi” in quell’occasione?
Conoscere il business in cui si opera, le sue specificità e le sue criticità è indispensabile per costruire una strategia di risorse umane in grado di generare valore per l’azienda e per interagire in modo efficace, credibile e costruttivo con gli interlocutori interni ed esterni. Sono stata quindi felice quando L’Oreal mi ha proposto di fare una reale esperienza sul campo, all’interno della funzione vendite. Comprendere il valore di quella esperienza mi ha permesso di affrontarla nel modo migliore con entusiasmo, curiosità e proattività. Fare un “tuffo” fuori dal proprio ambito di competenza quotidiana, immergersi nel business da un punto di vista diverso da quello che si ha tutti i giorni è qualcosa che consiglio a chiunque. Ed è un investimento con un ritorno assicurato.

Parliamo del suo ruolo attuale: in Bialetti Industrie lei è Direttore Risorse Umane di Gruppo. Andando nel concreto, vorrebbe descriverci una sua giornata tipo?
Una delle cose più belle del ruolo che ricopro attualmente è proprio che non ci sono giornate tipo. La funzione Risorse Umane vive l’azienda da una prospettiva privilegiata, perché la vede nella sua interezza. In qualità di Direttore HR il mio compito è guidare il cambiamento culturale e organizzativo dell’azienda, nonché assicurare il miglior supporto al business in termini di persone e competenze attraverso l’identificazione e l’implementazione dei migliori sistemi di selezione, formazione, sviluppo, e così via. In concreto la mia giornata si articola in una serie di riunioni con Direttori dell’azienda, interviste con candidati, meeting di progetto interfunzionali, riunioni sindacali ed incontri di coordinamento con il mio team. A volte mi trovo a dover prendere decisioni difficili e cerco di farlo sempre conciliando gli obiettivi di business aziendali con il massimo rispetto per le persone e la loro dignità. Naturalmente poi, alla fine della giornata, un po’ di meritato relax in famiglia…

Che qualità e competenze servono per ricoprire il suo ruolo? E’ più importante la preparazione teorica o l’esperienza sul campo?
Come tutti i mestieri anche quello del Direttore Risorse Umane si basa su un insieme di competenze specialistiche indispensabili da tenere sempre aggiornate. Tuttavia, a mio giudizio, a parità di competenze tecniche, a fare la differenza sul campo sono qualità come la credibilità personale e professionale, l’integrità, la sensibilità e tanta tanta passione. Fondamentale è infine il coraggio di prendere posizione e di mettersi in gioco per garantire il mantenimento del giusto equilibrio nei rapporti tra azienda e dipendenti, sia nella gestione del business day by day, sia nel momento in cui ci si trova a prendere decisioni di business straordinarie

morichini_francesca_bialetti_post1La parte più difficile del suo lavoro è…
In momenti di crisi di mercato come quello attuale, sicuramente l’aspetto più difficile del mio lavoro è gestire separazioni collettive ed individuali necessarie dal punto di vista economico finanziario e di business, ma molto delicate per l’impatto che hanno sulla vita delle persone. In questo caso, il mio compito è garantire che l’interesse dell’azienda venga raggiunto tutelando al massimo l’interesse del lavoratore coinvolto e rispettandone la dignità

Un libro o un film che per lei ha rappresentato una svolta professionale?
Un libro che ho letto parecchi anni fa e ho trovato indimenticabile è “Primo rompere le regole” di Curt Coffman e Marcus Buckingham (edito da Baldini Castoldi Dalai). Mi ha insegnato che, sebbene non bisogna trascurare i propri punti deboli, è importante soprattutto investire sui propri talenti e punti di forza per portarli all’eccellenza. Per chi lavora nelle Risorse Umane questo è stato un concetto rivoluzionario rispetto al passato in quanto porta chiunque lo sposi a sviluppare sistemi di gestione differenti e a guardare all’organizzazione da un punto di vista nuovo.

Una persona giovane e di talento, magari appena laureata, che percorso dovrebbe seguire secondo lei per farsi strada nel mondo del lavoro? Insomma, che consiglio darebbe a chi vuole fare carriera?
Ai giovani suggerisco di impegnarsi negli studi e di cercare di integrarli sempre con altre attività parallele quali stage, sport, esperienze all’estero e impegni politici e sociali. Nel mondo del lavoro di oggi le competenze personali ed emozionali sono infatti sempre più rilevanti. Come ho già detto prima, penso che i giovani che si affacciano al mondo del lavoro debbano essere pronti ad investire su loro stessi, scegliendo le opportunità e le aziende in base al contenuto del lavoro e alla vicinanza con le loro qualità e ambizioni, e non solo in base ad aspetti formali quali titoli e tipologie contrattuali. Uno stage in una realtà interessante e ricco nei contenuti è un ottimo punto d’inizio.

Finora – come detto – ha lavorato quasi sempre nelle Risorse Umane:  domani cosa farà?
Il lavoro che faccio mi piace e mi dà contemporaneamente soddisfazioni professionali e personali, perché mi permette di generare valore tangibile per l’azienda ma anche per le persone. Le Risorse Umane sono una funzione relativamente nuova e ci sono ancora ampi spazi di innovazione e miglioramento. Penso che continuerò ad investire in quest’area, cercando di non perdere di vista il giusto equilibrio tra le esigenze del business e delle persone.

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