Un’esperienza di 27 anni nel mondo del tessile e dell’off retail da mettere al servizio di un’azienda emergente nel mercato italiano (ma già affermata a livello europeo). Andrea Schmeidler si affaccia con queste credenziali al suo nuovo ruolo di Country Sales Manager Italia di vente-privee.com, società francese leader nel settore delle vendite-evento online. Da febbraio è entrato in azienda con l’obiettivo di reclutare nel nostro Paese un team di figure commerciali e marketing: in tutto 15 persone che – sotto la sua guida – saranno chiamate ad accrescere il numero di brand italiani che collaborano con vente-privee.com, ampliando così l’offerta per i clienti. Una sfida appassionante per cui Schmeidler sembra aver già pronte le carte vincenti: «Arrivo in questa azienda con un bagaglio di esperienze e di conoscenze che mi permette di affrontare il settore dell’e-commerce con grande consapevolezza e strategia».
Dottor Schmeidler, la sua storia professionale inizia nel 1983, quando rileva l’azienda tessile di famiglia. Ci vuole raccontare un po’ più nel dettaglio i suoi esordi e i successivi sviluppi della sua carriera ?
Ho iniziato la mia carriera lavorativa giovanissimo, dopo gli studi scientifici, rilevando la A.TE.R s.r.l. di Legnano, azienda di famiglia nel campo del tessile, leader nella produzione di capi di abbigliamento donna e bambino per la grande distribuzione estera ed italiana, con produzioni dirette per private label. Durante gli anni in A.TE.R ho gestito le acquisizioni di marchi prestigiosi in esclusiva per il mercato europeo portando l’azienda a fatturare 16-17 milioni di euro con una produzione di oltre 2,5 milioni di capi l’anno in Italia e di 3 milioni di capi all’estero.
Nonostante la mia giovanissima età, ho subito guardato al commercio internazionale concentrandomi specialmente su Germania, Francia, Spagna e Regno Unito. Così, in breve tempo la A.TE.R è diventata un’azienda europea di riferimento per molti player internazionali sulla base del concetto “pronto modista” legato alla distribuzione off retail. Il target di riferimento dell’azienda è sempre stato la distribuzione off retail, privilegiando canali come la vendita per corrispondenza e successivamente le televendite.
Il concetto predominante della A.TE.R è stata la produzione verticale europea di prodotti fashion da abbinare ai basic destinati a produzioni orientali. La produzione è arrivata anche a 220mila pezzi al mese, in particolare di prodotti young fashion e private label. L’azienda si è sempre occupata di creazione e sviluppo di nuovi prodotti, partendo dai tessuti per arrivare ai capi finiti.
A fine anni ‘90, la A.TE.R diventò licenziataria europea di marchi da bambino come Walt Disney, Warner Bros, Pokemon, Harry Potter. Grazie a queste acquisizioni, ho iniziato una gestione innovativa e moderna dei brand grazie anche alla nascita e diffusione di discounter internazionali (tra cui Aldi, Lidl), e il mondo promozionale. Nel 2003 il mio interesse per la rete era diventato tale da portarmi a sviluppare il primo portale online di acquisti diretti, creando così una forma di distribuzione alternativa.
Nel 2008 ha fondato Canalecorto.com. Che genere di esperienza è stata? In che modo ha arricchito la sua competenza e conoscenza del mercato?
Dopo 25 anni, mi sono buttato in una nuova grande sfida fondando Canalecorto.com, una società di attività, consulenza commerciale e marketing strategico, dedicata allo sviluppo di canali alternativi di distribuzione che con la mia precedente azienda ha in comune la propensione verso il mercato estero e l’off retail. Canalecorto si rivolge principalmente alle aziende italiane, privilegiando in maniera assoluta il mercato estero. Questa attività nasce da un mio desiderio di provare a colmare una mancanza strutturale tipica di molte aziende italiane, non ancora interessate, o incapaci di identificare, seguire e sviluppare, canali off retail già sviluppati, ma fino ad allora mai approcciati dalle diverse realtà. Canalecorto ha, quindi, offerto alle aziende il suo know how per creare un’immagine moderna e un nuovo posizionamento sul mercato, rispettando le politiche commerciali di ogni singola realtà e dando, allo stesso tempo, la possibilità di identificare nuovi mondi per valorizzare i propri prodotti sviluppando un canale di vendita nuovo e alternativo.
Questa esperienza e quella in A.TE.R mi hanno dato la possibilità di specializzarmi in un settore totalmente nuovo, come le vendite per corrispondenza, permettendomi ora di entrare in vente-privee.com con un bagaglio di esperienze e di conoscenze che mi permette di affrontare il settore dell’e-commerce con grande consapevolezza e strategia.
Da pochi mesi è approdato in vente-privee.com. Innanzitutto, può tracciare un profilo della realtà in cui opera?
La storia di vente-privee.com inizia a Parigi nel 2001 dalla mente di Jacques-Antoine Granjon, attuale Presidente e Direttore Generale, e dei suoi 7 associati tuttora attivi all’interno della società, che operavano nel mondo del destockaggio. Lo scopo era quello di creare un club privato online con l’obiettivo di rispondere in modo rapido e qualitativo alla necessità delle marche di smaltire i propri stock di prodotto, arrivando direttamente al consumatore, ma al tempo stesso proteggendo il valore e l’immagine del brand, oltre che la rete di distribuzione tradizionale. In breve tempo, vente-privee.com è diventato leader europeo nel settore delle vendite-evento online. L’iscrizione al sito è gratuita e senza alcun obbligo di acquisto: due giorni prima di una vendita, ogni membro riceve una e-mail di invito accompagnata da un trailer che anticipa alcuni prodotti oggetto della vendita unitamente agli orari di apertura e chiusura. Ogni vendita inizia alle 7 del mattino in settimana e alle 9 nel weekend e dura circa 2-4 giorni. I membri possono accedervi e scoprire tutti gli articoli disponibili e fare acquisti in un solo click beneficiando di sconti che arrivano fino al 70%.
Oggi vente-privee.com conta circa 1.250 dipendenti e più di 10 milioni di membri, di cui 4,6 milioni di clienti. Nel 2009 ha prodotto 2.500 vendite in collaborazione con più di 1.200 marche partner raggiungendo un fatturato complessivo di 10 milioni di euro in Italia e di 680 milioni di euro in Europa. Per il 2010 vente-privee.com prevede un fatturato di 800 milioni di euro e 3.300 vendite; solo in Italia, l’obiettivo per il 2010 è di realizzare un fatturato di 24 milioni di euro (+140% rispetto al 2009).
La diversità è al centro della filosofia di vente-privee.com che valorizza la formazione e il successo dei propri collaboratori in un’atmosfera stimolante e creativa, all’interno di una vera e propria “digital factory”. L’azienda gestisce completamente in interno l’organizzazione di ciascuna vendita, dallo shooting fotografico al web design, dalla produzione alla logistica, facendo convivere in un’unica realtà numerose figure professionali e ruoli. Ogni giorno più di 30 divisioni specializzate sono al servizio delle marche partner e dei membri di vente-privee.com.
Il suo ruolo in vente-privee.com è di Country Sales Manager Italia. In realtà, però, la sua avventura non è ancora cominciata. Esattamente di che cosa si sta occupando in questo momento? È già pronto il suo team di commerciali?
Sono arrivato in azienda a febbraio di quest’anno con l’obiettivo innanzitutto di reclutare un team dedicato che, entro la fine dell’anno, conti 15 persone che lavoreranno quotidianamente nella nuova sede milanese che stiamo ultimando in queste settimane. A Milano si concentreranno figure commerciali e marketing: dovranno essere figure senior, con una spiccata indole commerciale e una buona esperienza B2B, capaci di gestire un mercato attraente e strategico come quello italiano.
La decisione dell’azienda di aprire in Italia deriva sicuramente dalla necessità di seguire in modo più diretto e vicino le marche, primi clienti di vente-privee.com, e di continuare ad accrescere il numero di brand italiani con cui collaboriamo ogni giorno per garantire la miglior offerta possibile ai nostri membri.
Andrea Schmeidler in che modo è in grado di arricchire la squadra di vente-privee.com? Insomma, quali sono i suoi punti di forza?
Sicuramente l’esperienza di 27 anni nel mondo del tessile e dell’off retail, nonché il fatto di aver conosciuto vente-privee.com quando ancora ero in Canalecorto, perché così ho potuto conoscere la realtà francese da un altro punto di vista, diciamo dalla parte del mercato. Mi ritrovo molto nei valori dell’azienda, quindi l’inserimento in una realtà così giovane e fortemente proiettata ad una crescita futura, è stato davvero naturale e semplice. Ho solo dovuto cambiare, almeno per ora, la sede di lavoro, da Milano a Parigi.
Per chi lavora nel commerciale qual è l’errore da non commettere mai?
Guardare solo “in casa propria”. È necessario avere una visione globale e cooperativa per saper cogliere le opportunità che il mercato offre.
Un film che ha cambiato la sua vita professionale?
Non ce n’è uno in particolare, ma il film “Alla ricerca della felicità” mi ha particolarmente colpito e commosso. In questa pellicola ho ritrovato una parte del mio passato, gli alti e bassi che, seguendo l’andamento del mercato, ho dovuto affrontare e risolvere per arrivare dove sono oggi. Quella che oggi posso dire essere la mia esperienza, mi ha permesso di prendermi carico della realtà vente-privee.com che in Italia è solo agli inizi e che, sulle orme degli altri Paesi, ha ancora molta strada da percorrere.
Scongiuri a parte, dove si aspetta di essere da qui a due anni?
Due anni in vente-privee.com corrispondono a dieci anni in un’azienda normale, considerato il ritmo di crescita sia in termini di fatturato che di dimensioni. Per il momento vente-privee.com ha toccato solo il 15% del mercato, quindi il potenziale di crescita è ancora enorme. Ora è arrivato il momento di sviluppare il mercato italiano e di aprire la sede locale. Il mio obiettivo è quello di vincere la sfida in Italia e di replicare il successo che l’azienda ha avuto e continua ad avere nel resto d’Europa.
Quante “armi” può avere a disposizione un Direttore Commerciale per raggiungere gli obiettivi dell’azienda? La lista di Giovanni Ujka, che ricopre questo ruolo in ORV Manufacturing, azienda specializzata nella realizzazione di materiali tessili utilizzati in vari mercati per l’isolamento termico ed acustico, è davvero lunga. Competenze tecniche, conoscenza delle lingue (ben quattro, oltre all’italiano), esperienza internazionale, capacità di scegliere e motivare al massimo i propri collaboratori, attitudine relazionale. Tutti tasselli di un puzzle che, alla fine, deve raffigurare un solo obiettivo: i risultati, ovvero il fuoco sacro di chi opera nel commerciale. Perché, come spiega Ujka, «chiudere bene una trattativa è la vera ebrezza per chi fa questo lavoro».
Ingegner Ujka, ci tolga subito una curiosità: che legame c’è tra i suoi studi e il settore in cui opera attualmente? Non capita spesso di vedere un Ingegnere Civile nel ruolo di Direttore Commerciale…
Nel corso della mia carriera ho sempre operato in ambiti produttivi, manifatturieri, in cui era necessario avere delle competenze tecniche. Del resto, la mia azienda attuale opera principalmente nel ramo delle costruzioni, dell’edilizia, un mercato vicino al mio settore di origine. Io, comunque, mi considero più che altro un Ingegnere Gestionale, anche perché – dopo la laurea – ho fatto un Master CUOA in Project Management. A tutto ciò si aggiunge il fatto che, vista la mia conoscenza delle lingue, le aziende in cui ho lavorato mi hanno sempre destinato al marketing prima e al commerciale poi. Direi che partire da questo tipo di formazione è stato un vantaggio per me, perché le competenze tecniche sono molto più difficili da acquisire in itinere rispetto a quelle gestionali. Inoltre, la struttura mentale dell’ingegnere ti permette di affrontare i problemi analiticamente e di risolverli poi in maniera sintetica. Non è un fatto così scontato per chi proviene da altri studi e magari ha un modo di operare meno strutturato.
Nel suo curriculum spiccano alcune esperienze all’estero, in particolare un periodo (dal ’95 al ’99) in Austria come Responsabile Outsourcing e Operations Control di Kaestle. Che cosa le è rimasto di quei quattro anni?
Quella con Kaestle è stata un’esperienza molto formativa, che mi ha permesso di vivere da protagonista una rivoluzione aziendale completa: abbiamo esternalizzato la maggior parte della produzione, tenendo all’interno dell’azienda solo ciò che era strategico per il posizionamento del marchio. Insomma, un vero e proprio caso da Business School. L’insegnamento generale che ne ho tratto è che bisogna avere la capacità di pensare e sviluppare modelli manageriali sempre nuovi, anche se sono contrari alla “tradizione”.
Dal 2004 è Direttore Commerciale di ORV Manufacturing. In realtà, però, il suo è un duplice ruolo.
Sono Direttore Commerciale dell’azienda italiana ORV Manufacturing, ma ricopro lo stesso ruolo anche a livello di Gruppo ORV per quanto riguarda il mercato automotive. In questa veste ho la responsabilità commerciale del mercato dell’auto di aziende localizzate in diverse aree dell’Europa: da questo punto di vista il mio lavoro è anche un bell’esercizio di integrazione di culture e mentalità diverse. I nostri clienti principali sono multinazionali, quindi è necessario un interlocutore unico, trasversale a tutte le aziende del gruppo. La mia giornata tipo? Per la maggior parte del tempo sono in giro dai clienti per portare avanti trattative, discutere di aspetti economico-commerciali o per parlare dello sviluppo di nuovi prodotti. Le poche volte che sono in ufficio, invece, cerco di stare il più possibile con i miei collaboratori per condividere con loro le strategie per operare nei diversi mercati.
Rimanendo in tema, che impostazione ha cercato di dare ai rapporti con il suo team? Ha seguito dei corsi per gestire al meglio il capitale umano a sua disposizione o ha imparato tutto con l’esperienza?
Le risorse umane qualificate non si gestiscono con il comando, ma grazie al consenso. È la strada più faticosa, ma anche quella che porta i risultati più duraturi. Sappiamo che una persona con elevata professionalità non è controllabile se non tramite la motivazione: è dimostrato che per molte funzioni che svolgono un lavoro di qualifica medio-alta è sufficiente performare anche solo al 30% delle proprie possibilità e comunque conservare il proprio posto di lavoro; l’altro 70% se non viene dato è perso, ma non te ne puoi nemmeno accorgere. I collaboratori, dunque, devono essere coinvolti, devono poter sentire come propri i successi ottenuti dall’azienda. Questa mia convinzione è frutto anche di alcune letture e corsi che ho frequentato, ma nasce soprattutto da quanto ho potuto verificare sul campo nel corso degli anni.
C’è una qualità, una dote che ritiene determinante nel suo lavoro?
Come in tutti i lavori di responsabilità, credo sia fondamentale saper scegliere e motivare al massimo i propri collaboratori. In fondo, prima di tutto un dirigente d’azienda è un gestore di persone. Inoltre, per un direttore commerciale è molto importante avere una certa attitudine relazionale, una propensione alla “generosità” nei confronti del cliente. A questo proposito mi piace citare una frase di Henry Ford, che diceva: “Chi userà la sua capacità, intelligenza, immaginazione per vedere qual è il massimo che può dare in cambio di un dollaro, e non qual è il minimo che può dare per un dollaro, è destinato al successo”.
E se, invece, dovesse dirci un libro che non può mancare nella biblioteca di ogni buon Direttore Commerciale?
Anche se è uscito qualcosa come 25 anni fa, ritengo che “Positioning” di Al Ries e Jack Trout sia ancora oggi una pietra miliare. Come dice il titolo, il libro definisce cos’è il posizionamento: prima di lanciarti sul mercato devi decidere chi vuoi essere, devi costruirti un’immagine che sia chiara e definita agli occhi del del cliente. In questo senso, la cosa peggiore per un’azienda è cercare di essere tutti e alla fine non essere nessuno.
Qual è il momento di vera soddisfazione per chi fa il suo lavoro?
Il commerciale è l’anello che lega l’azienda al mercato, una funzione trainante, perché porta a casa i soldi. Chiudere bene un affare, una trattativa, è la vera ebrezza per chi opera nel mio settore. È una sensazione che ti ripaga dei tanti sacrifici che fai, del tempo libero a cui rinunci a causa dei frequenti viaggi.
Sicuramente nella sua carriera ci saranno stati anche dei momenti difficili, in cui i risultati non arrivavano. Come è riuscito a superarli?
Nessuno trae soddisfazione dai risultati economici aziendali quanto la direzione commerciale, quindi per chi lavora in questa funzione è normale sentirsi scoraggiati quando questi risultati non sono soddisfacenti. A mio modo di vedere, i momenti difficili vanno superati in due modi: da un lato, bisogna approfondire le ragioni dell’insuccesso per imparare qualcosa dai propri errori e accrescere la propria professionalità; dall’altro, è importante avere la consapevolezza di aver fatto comunque il massimo per l’azienda e per chi ci lavora.
Poco fa ha parlato di sacrifici. Lei è riuscito a coniugare carriera e vita privata?
Ho quattro figli, mia moglie lavora ma – soprattutto grazie al suo aiuto – riusciamo ad andare avanti.
Quindi ce l’ha fatta…
Diciamo che per ora ce la sto facendo. Per sapere se ce l’ho fatta, dovreste farmi questa domanda tra qualche anno.
Guardiamo al futuro. In che direzione sta andando il ruolo di Direttore Commerciale, secondo lei?
Si sta evolvendo sempre di più verso una responsabilità generale di Business Unit. La Direzione Commerciale oggi è chiamata a rispondere di tutto il conto economico dell’azienda, dalla testa fino ai piedi, non ha più alibi da imputare alla gestione interna dall’azienda. Inoltre, credo si stia riscoprendo anche la funzione di programmazione strategica, che qualcuno dava per morta già 10 anni fa e che, invece, oggi può essere ripensata proprio all’interno del settore commerciale.
Giovanni Ujka, invece, dove sarà da qui a 10 anni?
Se devo essere sincero, non so rispondere. A differenza di molte altre persone, credo di avere bisogno di incertezze per vivere: è proprio non saper rispondere a questa domanda che mi stimola per il futuro.
«Più che un percorso, il mio è stato un viaggio la cui la meta era, e rimane tutt’oggi, l’ultimo dei miei pensieri». Così Emanuela Vavassori, Direttore Grandi Clienti Sodexho e pittrice per diletto, descrive il proprio percorso formativo e professionale.
«La mia formazione è priva di logica apparente: ho la maturità magistrale, cui sono seguiti un diploma d’architettura d’interni (preso all’istituto C.o.v.a. di Milano) e il diploma dell’Accademia d’Arte San Luca di Milano. A questi si è poi aggiunto un master SDA alla Bocconi in “Processi di Customer Satisfaction”. Da un primo sguardo d’insieme alle mie esperienze professionali si percepisce il medesimo caos, generato da una molteplicità di interessi e curiosità. Ho iniziato dal settore della moda, che negli anni 80 era in grande fermento, poi un breve passaggio nell’editoria per approdare nel 90 al mondo dei servizi di ristorazione».
Chi è oggi Emanuela Vavassori e che ruolo ricopre in Sodexho?
«Sono Direttore Grandi Clienti nel Gruppo Sodexo. Sodexho è una Motivation Company che studia i meccanismi d’incentivazione, mettendo in campo soluzioni innovative e personalizzate. Attraverso l’utilizzo di una piattaforma web, questi pacchetti di incentivazione su misura possono di fatto fungere da coordinamento ideale di molte attività, che hanno in comune l’obiettivo di motivare un preciso target (dipendenti, agenti, clienti …) con un piano strutturato d’incentivazione e loyalty. Sul nostro sito www.sodexo.com nella sezione “Italia”, entrando nell’area Motivation Company, sono elencati tutti i nostri servizi: Pass Mobility (per non pensare più ai trasporti casa-lavoro), Pass Lunch (per una pausa pranzo su misura), Pass Agape (conveniente e gratificante per i beneficiari), Pass Concierge (per coccolare il personale e risparmiare tempo), Pass Gift (un pensiero speciale a dipendenti e collaboratori), Pass Incentive (per il raggiungimento di obiettivi aziendali), Pass Promotion (programmi d’incentivazione e loyalty), Pass Assistance (per gestire i piani di assistenza sociale). Personalmente mi occupo – con molto interesse e passione – di una fetta di clienti che hanno in comune complessità e dinamicità. Si tratta di Aziende interessate da fenomeni quali globalizzazione, fusioni, incorporazioni, cessioni. Un’area clienti che in questi ultimi anni può dare una sensazione di vertigine!»
Quali mansioni svolge nel suo quotidiano?
«Io costruisco relazioni. In pratica vado dal cliente, lo ascolto e cerco di capire quali sono i suoi bisogni e quelli dei suoi interlocutori. Poi, assieme a lui, studio il modo migliore per tradurre questi bisogni in un sistema di servizi integrati, costruiti su misura. Tutti gli incentivi – dal ticket per il pranzo, ai buoni da spendere nei Centri Commerciali, in palestra o in libreria; dalla giornata premio in una SPA, al weekend in Toscana, passando attraverso l’esperienza di degustazione del vino Franciacorta – sono infatti personalizzabili in base al sesso, l’età e gli interessi degli interlocutori. Solitamente tratto con il Direttore Risorse Umane e il capo dell’Ufficio Acquisti per formalizzare gli appalti. Di recente sono riuscita a intessere relazioni anche con gli Uffici Marketing e Vendite dei Grandi Clienti, per studiare – assieme a questi nuovi referenti – piani di incentivazione che riguardano le vendite. La costruzione di un sistema di incentivi su misura è un servizio che in Italia esiste da appena due o tre anni.
Secondo me le relazioni sono l’asset fondamentale che consente a ogni Organizzazione di evolvere. I contratti sono “psicologici”, prima ancora che “giuridici”. Nei rapporti di partnership è necessario un grado di fiducia e confidenzialità, che si costruisce solo intessendo buoni rapporti umani. La mia mission consiste proprio nel costruire relazioni solide con persone che condividono valori e hanno il coraggio di affrontare nuove sfide. Persone con le quali scambiare esperienze e progredire. Finalmente l’intangibile è riconosciuto come elemento chiave del successo delle Organizzazioni! Personalmente mi piace vivere l’ambiente globale: il mercato, l’economia, la società, il sistema politico … tutto è in continua evoluzione. In questo contesto sono stimolata a non perdere il filo e i riferimenti. Voglio dare il mio contributo affinché tutto possa funzionare meglio, producendo valore e quindi nuovo business, nel rispetto delle regole e delle persone».
Quali competenze personali (caratteriali) e professionali sono, a suo avviso, indispensabili per svolgere la sua funzione aziendale?
«In questo lavoro è indispensabile sapersi relazionare nel modo migliore con gli altri e dimostrare una grande disponibilità all’ascolto. E’ altresì necessario poter disporre del proprio tempo; avere discrete capacità intuitive, una generosa dose di umiltà e un pizzico di fortuna.
Per quanto mi riguarda, direi che più che le competenze tecniche, sono state proprio le mie aree d’incompetenza ad avermi spinta a fare ciò che so fare meglio, unite all’umiltà e alla voglia di continuare a imparare. Il mio carattere mi porta a compiere scelte con un grande senso di responsabilità verso gli altri. Mi riconosco un fortissimo commitment, una grande disponibilità (un rapporto umano infatti non ha orari), capacità d’intuizione e fortuna».
Da un punto di vista professionale, quale è stata la sfida e/o la situazione più difficile che ha dovuto affrontare?
«Nella mia vita ho costruito un grande capitale relazionale; è la qualità dei rapporti a fare la differenza. La sfida è stata quella di realizzare questo capitale in uno scenario di mercato con valori non sempre condivisibili. E questo ha comportato molte rinunce!
Una sfida quotidiana è rappresentata dal confronto con il genere prevalente nelle Organizzazioni – quello maschile – con il quale è molto difficile dialogare. Solitamente le donne tendono ad andare oltre la razionalità di una conversazione; gli uomini invece fanno fatica a cogliere il non detto. Da qui nascono le incomprensioni. E ci vuole molta energia – anche fisica – perché i maschi sono tosti! Eppure il confronto è indispensabile per progredire. Il conflitto è endemico nel genere umano, la sfida è quella di continuare a canalizzarlo in modo produttivo, senza caderne vittima.
Un altro obiettivo impegnativo, che secondo me però è necessario porsi, è quello di mettere sempre in discussione ciò che, a una prima analisi, appare ovvio».
Come si tiene aggiornata e competitiva nel mercato del lavoro, in tempo di crisi?
«Ascolto con tutti e cinque i sensi! L’ascolto è la mia fatica più grande, ma mi da molte soddisfazioni e una grande energia. Quanto alla mia formazione, ho sempre seguito tantissimi corsi e master. L’ultimo, appena concluso, è il CFMT / LIUC dell’università Cattaneo di Castellanza, che consiglio a tutti. A differenza dei master tradizionali – utilissimi nell’acquisizione delle competenze tecniche -nei quali la parte teorica è molto rigida, la bellezza e la novità di questo corso sono state l’averci insegnato a dimenticare ciò che si sa fare. Dimenticare ciò che si conosce è un utile esercizio per trovare in sé stessi altri riferimenti. E spinge a rimettere in discussione tutto ciò che si è già sperimentato. Dal caos emerge sempre qualcosa di nuovo. Ed è proprio questa elasticità mentale, che porta a mettere in discussione ciò che fino a ieri appariva ovvio, la fonte dell’originalità».
Ci sono libri o film che l’hanno formata, ai quali lei è particolarmente affezionata?
«Due in particolare: “Zone di turbolenza” di Stefano Levi Della Torre e le “Le Dee nella donna” di Jean Binoche Bolen. Quest’ultimo è un libro che dovrebbe leggere ogni donna e anche ogni uomo interessato a conoscere meglio la nostra complessità emotiva, senza averne timore. Dalla lettura di questo testo si comprende come nella mitologia si possano ritrovare archetipi che svelano la molteplicità dei nostri luoghi interiori. Riconoscendo la nostra complessità, si può riuscire a dar voce a molte emozioni che spesso restano inascoltate, rendendo le persone infelici».
Lei è una pittrice per passione. Una passione impegnativa che la porta a organizzare mostre.
«Dipingo fin da quando ero piccola. Per me è una condizione irrinunciabile. Diventerei matta se non lo potessi più fare! Ho uno studio di pittura, ricavato in uno scantinato buio, innaffiato solo della luce al neon e da quella dell’animo.
Il mio percorso artistico non si risolve solo con la pittura; è un lavoro di ricerca interiore che a volte prende forma e colore e altre volte no! L’arte mi consente di indagare alcuni aspetti della mia identità e mi aiuta a spostarne i confini.
Di recente ho messo la mia energia creativa in un “Manifesto per la donna”, che vuole essere un invito a tutte donne affinché scelgano il proprio ruolo e decidano in autonomia quale debba essere la propria realizzazione, sviluppando e mettendo in gioco tutti gli aspetti della creatività e dell’intelletto che sono insiti nella nostra natura. Il mio intento non è quello di contestare la visione cattolica che riconosce la donna quasi unicamente nel ruolo di madre; bensì un invito a vivere il proprio percorso in assenza di un giudizio morale e sociale.
Per quanto riguarda le mostre, le considero momenti intensi di condivisione di emozioni. Non mi interessa vendere i miei quadri (anzi a volte quasi mi dispiace farlo) e nemmeno conoscere il giudizio degli altri sulle mie opere. Mi affascina invece l’idea che i miei quadri possano suscitare negli altri le mie stesse emozioni».
Ha famiglia? Come riesce a conciliare impegni lavorativi, famiglia e passioni?
«Sono sposata con un uomo speciale che mi rende la vita ancor più entusiasmante con continui stimoli e sorprese. Insieme mettiamo in moto una grande energia che ci fa stare bene. C’è molta complicità tra noi e quasi ogni decisione la prendiamo assieme. Grazie al confronto si possono affrontare meglio le sfide quotidiane. Insieme ci divertiamo, viaggiamo moltissimo. Lui è un tipo che ama la velocità. Inizialmente questo aspetto mi sembrava banale, poi ho scoperto che la velocità è il suo modo di trascendere la materia. Mi piace capire meglio … si trovano risposte non ovvie. Concludendo: niente figli, ricami e marmellate. Solo una grande intimità tra noi e molte passioni condivise!»





