Tutti noi ci troviamo ad affrontare dei cambiamenti importanti nel nostro percorso professionale e di vita: un nuovo incarico da ricoprire, il trasferimento in un’altra città o in un altro Paese, la chiamata di un’azienda importante, la nascita di un figlio. Per un atleta la svolta più significativa è il ritiro dall’attività agonistica, che normalmente coincide con l’inizio di una seconda fase della propria vita. Un momento di transizione che Giorgio Rocca, vincitore di 11 gare di Coppa del Mondo di sci e della Coppa di specialità in Slalom speciale nel 2006, sta vivendo da qualche mese, da quando cioè ha deciso di interrompere la sua carriera di sportivo. Questione di infortuni e di motivazioni che – sfumato l’obiettivo Vancouver – erano venute meno. Il nuovo Rocca, però, mantiene lo stesso spirito da battaglia di quando scendeva in pista: «Sto seguendo due attività a Lugano, una nel settore immobiliare e l’altra di import di macchinari per la magnetoterapia – dice – Probabilmente poi aprirò anche una scuola di sci per ragazzi a Saint-Moritz. Se sono spaventato? Un po’ di paura c’è. Questo è il momento più difficile nella vita di un atleta, ma è inutile nascondersi e continuare a vivere dei ricordi passati».
Giorgio Rocca, iniziamo dalla fine, per così dire. Perché ha deciso di lasciare lo sci nel gennaio scorso?
Fisicamente non ero messo benissimo, avevo già dei problemi al ginocchio, e l’infortunio dell’8 gennaio ha deciso tutto. Devo dire, però, che probabilmente avrei già smesso dopo le Olimpiadi di Torino se avessi vinto l’oro, visto che nello stesso anno (il 2006, ndr) avevo vinto anche la Coppa del Mondo di Slalom speciale. In fondo, quando raggiungi due obiettivi così importanti in una sola stagione, hai fatto tutto quello che dovevi fare come atleta. Comunque, a Torino non ho vinto e dopo qualche mese mi sono anche infortunato. Sono tornato sugli sci, un po’ per rabbia, ma soprattutto per me stesso: l’obiettivo era giocarmela di nuovo a Vancouver, questa volta senza partire come leader della squadra. Purtroppo, però, l’infortunio mi ha messo fuori causa.
A 34 anni lei sta per entrare in una nuova fase della sua vita. Innanzitutto, che progetti ha in cantiere? Si è preparato in qualche modo ad un cambiamento così importante?
Sto seguendo due attività a Lugano, una nel settore immobiliare e l’altra di import di macchinari per la magnetoterapia. Sono già a pieno ritmo con quest’ultimo lavoro, tanto che al momento mi sto occupando di organizzare la rete commerciale. Sono stato a Milano per studiare la rete di distribuzione dell’azienda produttrice in Italia e ho anche seguito dei corsi per capire come funziona la magnetoterapia. Anche se, a dir la verità, il corso l’avevo già fatto da me usando il macchinario per due anni… È un prodotto che funziona molto bene, anche a livello di vendite, e credo molto in questo progetto. Probabilmente poi aprirò anche una scuola di sci a Saint-Moritz, dei camp d’allenamento per ragazzi che hanno voglia d’imparare soprattutto cos’è lo sport, che valori ti può trasmettere, al di là delle vittorie e delle sconfitte.
Si sente spaventato in questo momento di transizione?
Non nascondo che un po’ di paura c’è. Questo è il momento più difficile nella vita di uno sportivo, ma è inutile nascondersi e continuare a vivere dei ricordi passati. Forse mi ha anche aiutato il fatto di aver lavorato per Sky durante le Olimpiadi di Vancouver, perché così ho potuto commentare la vittoria di un amico, Giuliano Razzoli, un ragazzo che sicuramente deve fare ancora molta strada ma che otterrà grandi successi. In fondo, è stato come un passaggio di testimone, un modo più soft di andarsene per me.
Facciamo un passo indietro. Per uno sportivo che cos’è l’allenamento? Un atleta del suo livello quanto tempo deve dedicare alla preparazione fisica e mentale?
L’allenamento è la crescita giornaliera, il raggiungimento di piccoli obiettivi che ti aiutano poi a realizzare quelli più grandi. È attraverso l’allenamento che ti forgi il carattere, che ti costruisci come persona, come uomo. La preparazione ti impegna come un’attività lavorativa, se non di più. Del resto, se vuoi eccellere, devi lavorare tanto. Al mattino ci si sveglia presto e ci si allena per 4-5 ore. Il pomeriggio – almeno 5 volte alla settimana – è dedicato alla palestra o agli sci, senza dimenticare massaggi, terapie, video e preparazione psicologica. Io ho fatto molta ipnosi e ho lavorato anche sulla motivazione, ma devo dire che non ne ho mai avuto particolare bisogno visto che ho sempre sognato di fare lo sciatore. I motivatori, comunque, ti aiutano soprattutto quando perdi, ti danno un grande sostegno per ripartire.
In che modo cambia la preparazione con l’approssimarsi della gara? Come si mettono da parte stress, pressioni, ansia, etc?
Si lavora di più sulle simulazioni di gara, facendo quattro prove al giorno, due su un tracciato e due su un altro. Questo serve a memorizzare i percorsi e a prendere il ritmo, per non arrivare spiazzato il giorno della gara. E poi si continua a lavorare anche sulla testa, quello è un training senza sosta. Quando arrivavo al cancelletto di partenza, semplicemente stringevo i bastoncini e non sentivo più niente e nessuno. Mi concentravo solo sui paletti, era come se entrassi in un tunnel.
La vittoria è tutto: è d’accordo? Vincere significa soltanto arrivare primi o c’è di più dietro?
Visto dal di fuori, se non vinci, se non sei un fenomeno, non sei nessuno. Ma vincere, in realtà, è raggiungere degli obiettivi personali. È giusto essere ambiziosi, ma se punti troppo in alto ti freghi con le tue stesse mani. Bisogna essere coerenti e avvicinarsi il più possibile all’obiettivo, che deve essere ad un livello raggiungibile o comunque poco sopra. Per sintetizzare, devi essere ambizioso, ma non presuntuoso.
La soddisfazione più grande della sua carriera?
Arrivare a Wengen nel 2003 e vincere la mia prima gara di Coppa del Mondo. Ricordo lo speaker dire che il giapponese sceso prima di me nella seconda manche aveva fatto una gara fenomenale, recuperando anche su Kostelic. Dentro di me ho pensato: se ti fai battere da un giapponese sei veramente nei guai. Era una grandissima opportunità e così ho deciso di rischiare tutto, facendo una traiettoria particolare nell’ultimo tratto della pista. Non l’avevo preparata con l’allenatore ma mi ha fatto vincere. Ho rivisto quella gara durante la festa che ho organizzato per il mio ritiro: è stato molto bello.
Momenti difficili, tra infortuni, cadute e inforcate, ne ha vissuti diversi in passato. Dove ha trovato la forza per non scoraggiarsi? Che consiglio si sentirebbe di dare a chi vive un periodo di crisi?
Riprendersi dopo una sconfitta è sempre stato molto difficile per me. Devi rialzarti, tornare a camminare da solo per essere più forte di prima, ma è un percorso duro e molto lungo. Dopo la delusione di Torino, per esempio, avevo fatto una buona preparazione estiva ed ero tornato su buoni livelli, ma mi sono infortunato al menisco a fine stagione e lì ho fatto molta fatica a rialzarmi. Anche quest’anno, prima dell’infortunio, ero riuscito a tornare tra i primi nello slalom. Ce la stavo facendo, a dimostrazione del fatto che se vuoi qualcosa intensamente la puoi raggiungere. Ci vuole pazienza, calma e molta determinazione. E poi un livello di motivazione altissimo per riuscire a non mollare.
Tra sport e mondo del lavoro che legami ci sono, secondo lei? In cosa vorrebbe che il primo assomigliasse di più al secondo e viceversa?
Mi piacerebbe vedere nel mondo del lavoro persone sempre motivate al 100%, come chi fa sport. In alcune realtà ciò non accade e questo mi fa arrabbiare. Posso capire che non tutti riescano a fare un lavoro che amano, però sono anche convinto che solo con determinazione e passione puoi fare carriera. Il legame tra sport e mondo del lavoro è tutto racchiuso nella grande motivazione che serve per raggiungere un obiettivo, un risultato. Ecco perché anche le grandi aziende fanno convention in cui invitano atleti di primo livello, che sappiano stimolare i dipendenti. Ne guadagnano tutti, non solo i capi. Guardandola dall’altro lato, invece, sarebbe bello che la Federazione Italiana dello Sci funzionasse come un’azienda e fosse guidata da manager, da professionisti che vengono dal mondo del lavoro. È un’istituzione molto importante e credo che servano persone preparate per dirigerla.
Ha vinto tutto e si prepara a vincere ancora di più. Ha sgretolato un record dopo l’altro, arrivando a gareggiare praticamente da sola contro se stessa, contro i propri limiti. Ha riscritto la storia dello sport del nostro Paese, diventando la prima donna italiana ad aver vinto una medaglia d’oro nel nuoto alle Olimpiadi, nel 2008 a Pechino. E tutto questo senza aver compiuto ancora 22 anni. Forse c’è anche un pizzico di spavalderia nelle parole di Federica Pellegrini quando si auto-definisce «l’atleta italiana più forte di tutti i tempi», ma del resto come darle torto? La ragazza di Spinea, campionessa olimpica dei 200 metri stile libero e campionessa mondiale sia dei 200 che dei 400 metri nella stessa specialità, è già una leggenda del nuoto. Una vincente nata che, però, ha dovuto lavorare molto su stessa per raggiungere i suoi obiettivi: «La dote e il talento – dice – portano buoni frutti solo se sfruttati e portati all’estremo attraverso un duro e metodico allenamento». E poi c’è la testa, che in verità qualche problema alla Pellegrini l’ha dato in passato, tanto da impedirle di gareggiare in alcune occasioni. Ma la campionessa veneziana sente di aver superato anche questo ostacolo: «Ho capito che parte tutto da noi stessi e che siamo sempre noi a rimpicciolire o ad ingigantire le paure. Mi sento più forte di prima perché ho raggiunto questa consapevolezza e so gestire le mie emozioni, la testa e il cuore».
Federica Pellegrini, qualche tempo fa ha detto di considerarsi l’atleta italiana più forte di tutti i tempi. Non le pesa nemmeno un po’ questa “etichetta”? Non avverte mai la pressione di dover vincere per confermarsi la numero uno?
Effettivamente convivo con un perenne senso di sfida. Far bene, dare il massimo. Ma è solo un’ansia positiva. Non ho paura di perdere, è nel conto e prima o poi succederà.
Che cos’è l’allenamento per lei? Quanta parte del suo tempo occupa? Dedica molto tempo alla preparazione mentale?
La dote e il talento portano buoni frutti solo se sfruttati e portati all’estremo attraverso un duro e metodico allenamento. La piscina mi aiuta perché è il mio habitat naturale. Passo in acqua circa otto ore al giorno, quattro al mattino e quattro a pomeriggio, praticamente come un turno di lavoro. In quelle ore in vasca, alleno anche la mia mente. Parlo con me.
E che cosa dice a se stessa in quei momenti?
Di tutto. Faccio il punto della situazione. Mi pongo obiettivi, penso a dove voglio arrivare, al mio futuro, ai miei sentimenti. Faccio pensieri profondi ma spesso anche leggeri. Mi capita anche di cantare sott’acqua!
L’ansia è stata una brutta nemica per lei in passato, tanto da impedirle di gareggiare in alcune occasioni. Cos’è cambiato da allora dentro la sua testa? In che modo è diventata più forte di prima?
Ho imparato che posso affrontarla e che non è lei a determinare i miei comportamenti ma che sono io a guidare. Ho capito che parte tutto da noi stessi e che siamo sempre noi a rimpicciolire o ad ingigantire le paure. Mi sento più forte di prima perché ho raggiunto questa consapevolezza e so gestire le mie emozioni, la testa e il cuore.
Ci dice dove trova la spinta per lavorare duramente tutti i giorni, nonostante le medaglie, i record, i titoli che ha già conquistato?
Mi pongo sempre obiettivi nuovi e misurabili da raggiungere. Ho davanti una meta precisa e lavoro per conquistarla.
A livello mentale, qual è la differenza tra un vincente e uno che non lo è?
Credo sia unicamente il fatto di crederci veramente e fermamente. Prima di vincere una medaglia io so già che me la voglio andare a prendere.
Ma come si diventa vincenti? Qual è il suo segreto, la sua dote nascosta?
Ripeto un concetto a me caro: portare il proprio talento all’estremo tramite allenamento e sacrifici.
Un valore dello sport che le piacerebbe trasmettere a chi opera in azienda?
Sicuramente due valori: serietà e professionalità.
“Professionalità” esattamente cosa significa per lei?
Professionalità per me significa fare tutto nel miglior modo possibile, con la massima cura ed attenzione, sfruttando al massimo quelle che sono le proprie competenze e migliorandole continuamente.
Basandosi anche sulla sua esperienza personale, i talenti di che supporto hanno bisogno per sbocciare, nello sport come nella vita professionale? Come si aiutano i giovani ad emergere?
Credendo in loro, dandogli piena fiducia, oltre che gli strumenti e gli stimoli giusti. E lo stimolo migliore alla nostra età resta comunque per me quello del divertimento, perché si arriva davvero in alto solo se si trova gusto e passione in quello che si sta facendo.
Continua ad abbattere record su record, compresi quelli che ha stabilito lei… Ma che sensazione si prova a gareggiare contro se stessi? È questa la sfida più avvincente per lei?
Ci penso spesso ai miei limiti, sia sportivi che interiori. Scoprirli aiuta a crescere e devo dire che crescere mi piace molto.
Allora starà già pensando al dopo-nuoto… Che progetti ha in mente? Si sta preparando in qualche modo per la sua prossima carriera?
Per il momento vedo davanti a me solo Londra 2012 e un’Olimpiade in cui voglio misurarmi ad alti livelli nel maggior numero di specialità possibili. Era il sogno del mio allenatore Alberto. Dopo il 2012 vedo chiaramente la costruzione di una mia famiglia ma non so come evolverà la mia carriera. E quel pizzico di imprevedibilità, sempre presente nella vita, non può che incuriosirmi.
Qualcuno l’ha definito “un punto esclamativo pervaso da energia, venuto dallo spazio”. Ma dietro a quelle evoluzioni quasi ipnotiche, a quel volteggiare in aria sfidando ogni legge fisica, Igor Cassina nasconde qualità molto “umane”. Su tutte una volontà di ferro immutata nel corso degli anni, che spinge il ginnasta milanese, medaglia d’oro nella sbarra ai Giochi Olimpici di Atene 2004, a ricercare sempre l’eccellenza, al di là dei titoli e degli allori da conquistare: «Per me la vittoria non è arrivare primi – spiega – ma è qualcosa dentro di noi. È sapere che abbiamo dato il meglio di noi stessi. Il vincente è proprio colui che riesce a dare il massimo in tutte le situazioni, che non si accontenta di vincere, ma vuole sempre arrivare al proprio limite, altrimenti non si sente soddisfatto».
Igor Cassina, nella sua carriera ha già conquistato un oro olimpico e altre medaglie importanti agli Europei e ai Mondiali. Oggi il suo obiettivo su cosa è puntato? Dove trova la motivazione per prepararsi duramente ogni giorno?
Partiamo dal fatto che, nonostante l’età e i risultati che ho già ottenuto, la ginnastica rimane per me una grandissima passione, è la mia vita. Comunque, in questo momento mi sto preparando per il Mondiali che ci saranno nel prossimo ottobre a Rotterdam e che varranno anche come qualificazione per le Olimpiadi del 2012. Il mio obiettivo è proprio quello di terminare la mia carriera con una bella prestazione a Londra. Cosa significa “bella prestazione”? Beh, può avere tanti risvolti: fare un bell’esercizio, arrivare in finale, prendere una medaglia… Dentro di me so che posso giocarmela, ho le potenzialità per vincere. Vedremo poi in gara se ci saranno atleti migliori di me. Tornando al discorso motivazione, fin da quando avevo 9 anni, da quando cioè ho iniziato a interessarmi a questa disciplina, nella mia testa ho continuato a pensare alla ginnastica. Ancora oggi nella mia mente vedo e rivedo le evoluzioni degli esercizi che devo fare. La motivazione, dunque, è rimasta la stessa degli inizi.
L’allenamento che valore ha per lei? Quando sente di aver lavorato bene in palestra? Da cosa lo capisce?
L’allenamento è essenziale nella preparazione di un atleta. È impossibile arrivare ad una gara e fare bene senza un adeguato allenamento, soprattutto in una disciplina come la ginnastica artistica. Personalmente mi sento soddisfatto quando sento di aver fatto il mio dovere, perché in fondo l’allenamento è come un lavoro a cui dedico mattina e pomeriggio, tutti i giorni. Inoltre, mi dà gioia aver fatto bene gli esercizi ed essere riuscito a provare qualcosa di nuovo.
A proposito dei momenti prima della finale di Atene, ha scritto: “Dopo Hamm è il mio momento. Cerco solo di pensare al mio esercizio, non sento i fischi, ci siamo solo la sbarra ed io”. Come si riesce a raggiungere un tale livello di concentrazione? Qual è il segreto per non sentire la pressione di un momento così importante, decisivo?
Ogni atleta, ogni persona ha un suo carattere e una predisposizione personale per affrontare gli appuntamenti importanti. C’è chi ci arriva più sereno e chi meno, anche io dopo le Olimpiadi ho sentito molto la pressione in alcune gare perché c’erano grandi aspettative su di me e non potevo deluderle. Alcune volte si riesce a gestire al meglio queste situazioni, altre volte no. Parlando della finale di Atene, c’era un grande caos, la gara era stata interrotta a causa delle contestazioni del pubblico per un punteggio troppo basso al russo Nemov: mancava poco che la gente venisse giù dagli spalti. Insomma, si era creata una situazione di “instabilità” per gli atleti, ma io riuscii a trasformare quel caos in un evento positivo. Pensai “peggio di così non può andare” e salii in pedana più sereno, più motivato. Quando sei lì non devi fare troppi conti, devono solo scattare gli automatismi giusti. È vero, ti serve la massima concentrazione, ma non puoi pensare troppo a cosa ti stai giocando: solo con l’esperienza impari a conoscere il tuo limite in questo senso. Ovviamente poi ci sono degli schemi di base per riuscire a raggiungere un livello ideale di concentrazione, ma quando c’è in ballo un risultato molto importante le parole dette dagli altri non contano. In quei momenti vivi nel tuo mondo, la forza la devi trovare dentro di te. Credo che la differenza tra un atleta e un campione sia proprio la testa: o ce l’hai o non ce l’hai. Certamente si può migliorare nel tempo, ma la vera differenza la fai tu, con la tua determinazione e con la consapevolezza dei tuoi mezzi.
Secondo lei, essere vincenti cosa significa? È solo una questione di titoli in bacheca?
Mi sto per laureare in Scienze Motorie alla Cattolica di Milano con una tesi che affronta questo tema, tra gli altri. Per me la vittoria non è arrivare primi, ma è qualcosa dentro di noi. È sapere che abbiamo dato il meglio di noi stessi, fino al nostro limite. Mettiamo che ci siano degli atleti più forti di me e io arrivi – per esempio – sesto: per me è comunque una vittoria se ho fatto del mio meglio. Il vincente è proprio colui che riesce a dare il massimo in tutte le situazioni, che non si accontenta di vincere, ma vuole sempre arrivare al proprio limite, altrimenti non si sente soddisfatto. Ecco perché considero il terzo posto che ho ottenuto agli ultimi Mondiali di Londra come una vittoria: venivo da due cadute consecutive agli Europei di Milano e sono riuscito comunque a dare il massimo.
La perfezione è un mito irraggiungibile o un traguardo da conquistare?
Secondo me è un traguardo da conquistare. Credo che i limiti umani siano difficilmente scrutabili, perché in ogni cosa si può andare oltre. Nella ginnastica, ad esempio, un esercizio eseguito alla perfezione può sempre essere fatto in maniera più ampia. Ricercare la perfezione è uno stimolo, dunque, assolutamente reale. Del resto, se punti al massimo qualcosa di buono deve venire fuori per forza.
Nella sua carriera non ci sono stati solo trionfi ma anche alcune delusioni, come le due cadute consecutive agli Europei di Milano di cui ci parlava prima. Da un punto di vista mentale, come si possono superare simili momenti di difficoltà?
Io sono fortunato, perché ho una famiglia e un allenatore che mi vogliono bene e mi hanno sempre sostenuto. D’altronde, credo che da soli non si arrivi da nessuna parte. Tornando alla gara di Milano, ero al primo posto dopo le qualificazioni, ma in finale sono caduto due volte di seguito, rovinando tutto. Posso assicurare che non è facile ritrovare gli stimoli in una situazione simile, ti viene voglia di dire basta, di lasciare. Ma l’arma vincente è sempre la passione. Per i primi due mesi ho fatto fatica ad andare in palestra, poi sono riuscito a rimettermi in gioco con la stessa passione di prima, a ritrovare la fiducia in me stesso. Ecco perché considero il bronzo ai Mondiali di Londra come una vittoria.
Lo sport che valore può “insegnare” a chi opera nel mondo del lavoro?
Sono convinto che molti dei valori trasmessi dallo sport, che aiutano noi atleti anche a fare delle rinunce, si ritrovino nel mondo del lavoro. Per esempio, avere delle regole, essere disciplinati per raggiungere un obiettivo. E ancora, avere rispetto per se stessi e per chi ci circonda, uno dei valori più importanti dal mio punto di vista. Sono tutte basi su cui costruirsi un futuro in maniera equilibrata. Lo sport, inoltre, ti forgia il carattere, ti mette a dura prova. Lo stesso succede nel lavoro: un diplomato o un laureato alle prime esperienze deve affrontare tante batoste, ma poi – se si rimbocca la maniche – può ottenere le soddisfazioni che cerca.
Dove si vede nel dopo-ginnastica? Ha già pensato a cosa farà “da grande”?
Ho frequentato l’università proprio perché mi piacerebbe insegnare ginnastica artistica in ateneo. Oltre ai ragazzi più grandi, vorrei insegnare anche ai bambini. Mi piacerebbe farli avvicinare a questa disciplina, che è molto bella, oltre che completa. E se dopo qualche tempo decideranno per un altro sport, va bene lo stesso. Nel frattempo avranno sviluppato la coordinazione, le fasce muscolari e tutto ciò che serve per affrontare qualsiasi disciplina.
Mai carta d’identità fu più bugiarda. Tania Cagnotto deve ancora compiere 25 anni (è nata il 15 maggio 1985), eppure il curriculum (5 medaglie d’oro agli Europei, 1 argento e 2 bronzi ai Mondiali) e la “testa” della tuffatrice bolzanina ci raccontano una storia diversa. La storia di un’atleta giù matura, di una persona perfettamente conscia delle proprie potenzialità e dei propri limiti, che lavora tutti i giorni per raggiungere la “perfezione”, obiettivo fisso per chi deve salire sul trampolino o in pedana. Vincente ma con i piedi ben piantati a terra («Le vittorie e le medaglie hanno aumentato la mia autostima, però non mi sento arrivata»), umile ma mai doma («A livello mondiale la concorrenza è tanta e le cinesi sono dei fenomeni “quasi” imbattibili, ma se loro commettono un errore bisogna essere pronti per approfittarne»), la Cagnotto è un talento che è riuscito a sbocciare. Raggiungere la vetta, però, non è stato facile: «Senza fatica non si va da nessuna parte – spiega la ragazza di Bolzano – Niente è regalato e se vuoi arrivare in alto devi essere pronto a fare delle rinunce. Ma soprattutto devi amare quello che fai ed esserne convinto al cento per cento. Solo così puoi diventare un campione».
Tania Cagnotto, a soli 24 anni ha già conquistato 5 ori ai Campionati Europei ed è stata anche la prima tuffatrice italiana ad andare a medaglia ad un Mondiale. Nel suo palmares, però, manca ancora il metallo più prezioso ai Mondiali e alle Olimpiadi… Quanta voglia ha di salire sul gradino più alto del podio? Si sente pronta per il definitivo salto di qualità?
Salire sul gradino più alto del podio in una manifestazione importante come Mondiali ed Olimpiadi è il sogno di ogni atleta. Io ho sempre lavorato tanto per poter arrivare in gara e dare il massimo, e continuerò a farlo. A livello mondiale, però, la concorrenza è tanta e le cinesi sono dei fenomeni “quasi” imbattibili. Ma se loro commettono un errore bisogna essere pronti per approfittarne e quindi devo sempre tenere alta la concentrazione.
L’allenamento che valore ha per lei? Al di là dell’aspetto fisico e tecnico, come lavora sulla testa in vista delle gare?
Nei periodi in cui non ci sono gare allenarsi con la massima concentrazione e la massima intensità non è così facile perché è fisiologico rilassarsi un po’, ma è sufficiente che ripensi ai traguardi raggiunti finora e alla felicità che dà un risultato importante e la voglia di andare al massimo ritorna subito. In prossimità delle gare, invece, l’intensità e la concentrazione vengono da sole. Più che altro bisogna essere bravi a gestire la tensione che aumenta progressivamente. Per questo aspetto, come molti atleti, mi avvalgo comunque dell’aiuto di uno psicologo dello sport, che contribuisce a farmi arrivare con la testa giusta alla gara.
La ricerca della perfezione può diventare una vera ossessione per le persone, nello sport come nel lavoro. A lei la parola “perfezione” che pensieri evoca?
È una parola che vale molto nel mondo dei tuffi e ci si allena tanto proprio con l’obiettivo di avvicinarsi il più possibile a questo risultato. Certo se diventa ossessione non va bene, io preferisco viverla come una continua sfida con me stessa. Poi quando arriva un 10 in gara tutti gli sforzi sono ben ripagati, significa che in quel momento hai raggiunto la perfezione.
Prende mai qualcosa “in prestito” dalle sue avversarie? Che insegnamenti si possono trarre dal confronto con la “concorrenza”?
Certo, c’è sempre da imparare. Se si vuole crescere è doveroso un continuo confronto, bisogna studiare i punti di forza delle avversarie e le loro tecniche di esecuzione. A questo proposito guardo molti filmati della “concorrenza” assieme al mio allenatore/papà (Giorgio Cagnotto, ndr) e poi ci lavoriamo sopra.
Tra le medaglie più importanti della sua carriera, c’è sicuramente l’argento ai Mondiali di Roma 2009, conquistato nel sincro con Francesca Dallapè. Come cambia il suo approccio all’allenamento e alle gare quando si trova a lavorare in un team, seppur di sole due persone?
È solo da un anno che facciamo sincro insieme, ma abbiamo un ottimo feeling, ci capiamo al volo e basta uno sguardo. E poi ci lega un ottimo rapporto di amicizia, aspetto molto importante. Francesca è più emotiva di me quindi cerco di tranquillizzarla in gara, ma non sempre è facile. Nel sincro sono un po’ più tranquilla…non mi sento cosi sola come nella gara individuale!
Sia sincera: lei si sente una vincente?
Sicuramente le vittorie e le medaglie conquistate aumentano la mia autostima e questo mi fa sentire una vincente, anche perché mi conosco e so di essere in grado di tirar fuori le unghie quando serve. Allo stesso tempo però sono consapevole che ho ancora molto da imparare e migliorarsi è sempre possibile. Sicuramente non mi sento arrivata.
Nella sua carriera avrà commesso anche degli errori. Quando sbaglia un tuffo qual è il suo primo pensiero? Come riesce a superare i momenti difficili, le delusioni?
Purtroppo nelle gare importanti non puoi permetterti di sbagliare nemmeno un tuffo altrimenti comprometti tutto il lavoro fatto e sei fuori dal podio di sicuro. Quindi, quando sbaglio è difficile continuare a crederci, ma cerco sempre di pensare tuffo per tuffo fino alla fine. Le delusioni servono a mantenere i piedi per terra e a spronarti ad allenarsi ancora di più. Dalle delusioni si deve trovare la forza e la determinazione per crescere.
I suoi successi dimostrano che intorno ha avuto delle persone che l’hanno aiutata a crescere. Secondo lei, qual è il segreto per far sbocciare un talento? I giovani di che “spinta” hanno bisogno?
Hanno bisogno di sapere che senza la fatica non si va da nessuna parte. Niente è regalato e se vuoi arrivare in alto devi essere pronto a fare delle rinunce. Ma soprattutto devi amare quello che fai ed esserne convinto al cento per cento. Solo così puoi diventare un campione.
Come un’azienda che cammina – anzi, che marcia – verso l’obiettivo. Non è una sorpresa che Alex Schwazer, uno dei talenti più fulgidi dello sport italiano, senta di avere molto in comune con il mondo delle imprese. Il perché lo apprendiamo direttamente dalle parole del campione di Vitipeno, medaglia d’oro alle Olimpiadi di Pechino nella 50 chilometri di marcia: «Le tematiche sportive sono simili a quelle aziendali, perché anche le imprese vogliono il successo e lavorano ogni giorno per questo. Come nello sport c’è l’atleta e intorno a lui delle persone che lavorano per farlo andare forte, così nelle aziende ci sono i dirigenti e altre figure che collaborano per raggiungere un risultato. Mi piace molto quest’idea del lavorare insieme per arrivare al successo». E c’è soprattutto un insegnamento che un marciatore conosce e può trasmettere anche a chi opera in azienda: «Il valore della continuità negli allenamenti, nel lavoro quotidiano» spiega Schwazer. Un valore che significa soprattutto fatica e impegno costante, ma su cui si può costruire un obiettivo, una carriera, nello sport come in azienda.
Alex Schwazer, di recente ha fatto alcune esperienze come coach d’azienda. Ci racconta com’è andata? Che sensazioni le ha lasciato il contatto con il mondo del lavoro?
Ho partecipato a due convention, una per la Società Edison a Milano ed una con la Società Monier a Bolzano. Per me è stata una bella opportunità, mi piace raccontare le mie esperienze davanti alla gente. Trovo poi che le tematiche sportive siano molto simili a quelle aziendali, perché anche le imprese vogliono il successo e lavorano ogni giorno per questo. Sia io che i dirigenti presenti a questi incontri, quindi, abbiamo gli stessi obiettivi. Come nello sport c’è l’atleta e intorno a lui delle persone che lavorano per farlo andare forte, così nelle aziende ci sono i dirigenti e altre figure che collaborano per raggiungere un risultato. Mi piace molto quest’idea del lavorare insieme per arrivare al successo. Se mi vedo un giorno in azienda? Per adesso faticherei ad avere un capo, ma magari tra 10 anni non sarà così…
Un campione olimpico come lei quali messaggi è in grado di trasmettere a chi opera nel mondo del lavoro?
Il valore della continuità negli allenamenti, nel lavoro quotidiano. Le Olimpiadi sono ogni quattro anni, ma per arrivare al top a quell’appuntamento devi lavorare duramente ogni giorno. Lo stesso avviene in azienda. Parlando invece di mentalità vincente, di solito gli atleti quando vanno bene si sentono meglio, più sicuri. Credo sia lo stesso nel lavoro: se un dirigente vede che le cose funzionano, questo gli dà uno stimolo per andare avanti su quella strada, cercando di migliorarsi sempre.
Il suo programma di lavoro quotidiano è molto intenso e rigido. Ci può descrivere una sua giornata tipo? Immaginiamo sia “allenamento, allenamento, allenamento”…
Dipende dai periodi, alcuni sono di carico, altri dedicati al recupero. Quando devo caricare, la mia giornata è fatta di due allenamenti al giorno, uno la mattina e uno al pomeriggio. All’incirca sono 5-6 ore al giorno di lavoro fisico e finito l’allenamento ti riposi perché proprio non riesci a fare altro… Sono periodi molto delicati, in cui si vede se hai la motivazione al 100%, perché altrimenti molleresti. C’è molto da faticare, quindi devi sempre avere in mente l’obiettivo del successo.
Ma cosa significa per lei “realizzarsi nella fatica”?
Mi piace l’idea che per ottenere un risultato bisogna dare tutto. Alle Olimpiadi, arrivato agli ultimi chilometri, pensavo “posso vincere”: è una sensazione per cui ho lavorato tanti anni. Nella mia disciplina il successo arriva solo con tanto impegno, per cui quando vinco e salgo sul podio sento di essermelo meritato al 100%.
La marcia richiede una grande preparazione mentale, oltre che fisica. Su quali aspetti della “testa” bisogna lavorare maggiormente per avere delle buone perfomance?
È un tema molto difficile. Credo che quando si tratta di un’Olimpiade o di un Mondiale, chi vince non è superiore fisicamente, anzi, sono convinto che i primi dieci della classifica siano tutti allo stesso livello da quel punto di vista. In questi casi, quindi, decide molto la testa, la motivazione che uno ha dentro. Se arrivo ai 40 chilometri e inizio a fare fatica ma sento di poter gareggiare ancora per la vittoria, ho un vantaggio rispetto ad un avversario stanco quanto me che però non sente le stesse cose. È quello il momento in cui ti devi superare.
I giorni prima di una gara importante: come si gestisce l’ansia, la tensione di quei momenti?
Devo dire che sono i giorni che mi piacciono di meno, si fanno solo allenamenti leggeri per andare in gara freschi e questo non mi fa sentire molto bene. La cosa più importante, comunque, è capire se tutto è andato bene nella preparazione oppure no. Se so di aver lavorato al meglio, non sono nervoso. Se invece ho avuto problemi nella preparazione o ci sono delle aspettative troppo grandi, lì diventa difficile. A Pechino stavo bene, mi sembrava di partecipare ad una gara di paese… È quello il segreto: bisogna mettersi in testa che è una gara come tutte le altre, se no uno impazzisce.
Tocchiamo un tasto dolente. I Mondiali di Berlino dello scorso agosto devono essere stati una grande delusione per lei. Come si riesce a rialzare la testa dopo una botta simile? Non ha avuto la sensazione di aver buttato al vento mesi e mesi di duro lavoro?
No, non ho avuto questa sensazione. Nello sport uno cerca sempre di vincere, ma nella sconfitta s’impara moltissimo. A Berlino è stata durissima però è stata anche un’esperienza che mi ha insegnato delle cose. Per rialzarsi in questi casi bisogna dire “ok, sono andato male, ora devo solo capire cosa non fare per non andare male di nuovo”, se no ti arrendi. D’altronde, se uno lavora al massimo non è detto che in gara arrivi al massimo. Bisogna mettere in preventivo degli imprevisti.
La spaventa di più deludere gli altri o deludere se stesso?
Quando non vinco sono più dispiaciuto per chi mi è stato vicino, per esempio il mio allenatore Sandro Damilano e la mia manager Giulia Mancini. Però alla fine la pensi così solo per un momento, perché poi parli con loro e ti accorgi che capiscono che sono cose che succedono nello sport.
Sul suo sito ufficiale c’è scritto “Alex sembra avere nel suo destino la missione di fare avanzare i limiti umani”. È questo il segreto dei suoi successi? Cercare di andare sempre “oltre”?
Questo è l’obiettivo di tutti gli sportivi che hanno potenzialità per fare bene. Io dopo le Olimpiadi non ho pensato “ora mi basta confermarmi”. Ho cercato di allenarmi meglio, di fare un tempo migliore. Per uno sportivo si fa dura quando sa di aver raggiunto il suo limite, ma io per ora sento che il mio fisico mi permette di andare ancora oltre.
Quando Valentina Vezzali si è tolta la maschera ed ha esploso il suo urlo di gioia ai Giochi di Pechino 2008, sapeva di essere appena diventata una record-woman assoluta per lo sport italiano e mondiale. Tre medaglie d’oro di fila alle Olimpiadi, nessuna schermitrice come lei nella storia. Nemmeno un primato così importante, però, ha potuto saziare la fame di successi della campionessa di Jesi, che oggi punta il suo fioretto dritto verso Londra 2012, quando – a 38 anni compiuti – darà l’assalto all’ennesima medaglia: «È come un fuoco che uno ha dentro, che ti dà la forza di andare avanti per raggiungere nuovi traguardi» spiega la Vezzali. Il fuoco dei vincenti, di chi anche in allenamento non vuole lasciare nemmeno le briciole all’avversario, di chi pensa e lavora per il successo ogni giorno, di chi è capace anche di perdere per rialzarsi e tornare più forte di prima.
Valentina Vezzali, alle spalle ha qualcosa come 5 ori olimpici e una serie infinita di medaglie e titoli. Dove la trova la motivazione per continuare ad allenarsi, a lavorare duramente tutti i giorni? Come fa ad essere ancora “affamata” di successi?
Ci pensavo proprio l’altro giorno, anche ascoltando alcune canzoni. È come un fuoco che uno ha dentro, che ti dà la forza di andare ancora avanti per raggiungere nuovi traguardi. Si può chiamare come si vuole: fuoco, passione, amore… Ma è quello che ti consente di lavorare duramente, di allenarti con il massimo impegno ogni giorno.
Cos’è l’allenamento per lei? Quando sale sulla pedana su cosa è fissato l’obiettivo?
È il lavoro che faccio quotidianamente, sia da un punto di vista fisico che mentale. Da un lato, quindi, c’è tutta la preparazione atletica, che non avviene solo in palestra ed è molto faticosa. Per quanto riguarda la testa, invece, è importante soprattutto allenare la concentrazione, prepararsi ad essere presenti nei momenti più importanti della gara. Quando salgo sulla pedana io cerco di riprodurre le situazioni della gara, di essere concentrata al massimo e di non regalare nulla all’avversario. Perché di solito quello che fai in allenamento si riflette in ciò che riuscirai a fare in gara.
“I vincenti possono essere tali anche quando perdono”: è d’accordo con questa frase?
Secondo me, essere vincenti significa riuscire a raggiungere un obiettivo, un traguardo anche attraverso le sconfitte, che fanno parte della vita. Insomma, meno male che ogni tanto si perde: solo così ci si può rialzare in piedi e trovare la forza di andare avanti.
Nella sua bacheca ci sono anche molti titoli di squadra. Quando deve lavorare in team sente di più o di meno la pressione?
Qualche tempo fa mi è successa una cosa bellissima, una mia compagna mi ha fatto i complimenti dicendomi: “Valentina, avere in squadra una come te ci fa sentire più tranquille, più sicure, perché tu sei la più forte”. Devo dire che mi ha fatto un immenso piacere. Ovviamente la pressione la senti quando fai parte di una squadra, come avviene anche per le gare individuali, ma mi piace avere l’onere della responsabilità.
Rimanendo in tema, lei quanto si sente “leader”?
Non sto mai lì a chiedermi se sono una leader o meno. Semplicemente ogni mattina penso a dare tutta me stessa per riuscire a fare il massimo negli appuntamenti importanti. In questo senso, credo che le mie colleghe possano prendermi d’esempio, come uno stimolo per prepararsi al meglio in vista delle gare che contano.
Abbiamo parlato moltissimo di vittorie, di trionfi. Ma una campionessa del suo livello come metabolizza la sconfitta, il fallimento?
È difficile, perché mi brucia molto al momento e vorrei rifare la gara immediatamente… Comunque cerco di analizzare i motivi della sconfitta e poi non vedo l’ora di affrontare di nuovo l’avversario con cui ho perso. E nel caso perdessi un’altra volta, di affrontarlo ancora e ancora, finché non riesco a batterlo. Credo che i problemi vadano affrontati in maniera diretta, senza girarci intorno.
Lei è sposata e ha un figlio di quasi 5 anni, eppure non ha mai smesso di vincere. Perché, secondo lei, per molte donne invece la famiglia diventa un ostacolo verso il successo?
Non sono pienamente d’accordo, conosco molte donne imprenditrici che hanno una famiglia e continuano comunque la loro carriera. Penso che fare un figlio ti possa dare lo stimolo per ritornare a fare qualcosa e a farlo bene. Ma questo dipende dall’obiettivo che hai e per ogni donna è diverso. C’è chi vuole continuare a fare solo la mamma e chi invece vuole tornare al lavoro, alle gare nel mio caso. L’importante è seguire quello che ti detta il cuore.
Sta già pensando al dopo-scherma? Che progetti ha in mente?
Mi piacerebbe rimanere nell’ambito sportivo e per questo mi sto lasciando tante porte aperte. Potrei lavorare nel mondo politico, dirigenziale, televisivo oppure nella Polizia (dal 1999 la Vezzali fa parte del Gruppo Sportivo Fiamme Oro, ndr), sempre per qualcosa legato allo sport. Ci sono tante opportunità e quando sarà il momento farò le mie scelte.
Ma si sta preparando in qualche modo?
Dopo la nascita di Pietro, mi sono re-iscritta alla Facoltà di Giurisprudenza Avevo lasciato gli studi a metà e spero da qui alle Olimpiadi di Londra di riuscire a laurearmi.
Chiudiamo con una curiosità. La stoccata vincente, quell’attimo di esitazione e poi l’urlo liberatorio… L’oro individuale di Pechino è stato il più bello della sua carriera?
L’ultima vittoria è sempre la più bella, chissà come mai… Comunque ogni successo fa parte di me. Mi viene in mente, per esempio, la mia prima vittoria nel 1984, a Roma, nella categoria “Prime lame”. Ricordo benissimo che non ho fatto in tempo a togliermi la maschera dopo l’ultima stoccata che c’era già mio padre che mi abbracciava e mi faceva volteggiare in aria. Sono sensazioni uniche, indimenticabili.
Se è vero che sport e aziende hanno molto in comune, probabilmente Pasquale Gravina rappresenta il perfetto anello di congiunzione tra questi due mondi. Già stella della pallavolo italiana (sia con la Nazionale che con i club in cui ha militato), Gravina oggi ricopre il ruolo di Procuratore Generale della Sisley Volley Treviso, una posizione in cui deve saper mettere a frutto diverse qualità: capacità di selezionare le persone giuste («Io guardo soprattutto alla motivazione»), abilità nel gestire le dinamiche del team di lavoro («L’aspetto più difficile è non fare differenze, ma tenere conto delle differenze») e una vera e propria cultura dell’essere “vincenti” («I vincitori possono vincere senza però dare l’impressione di essere vincenti. I vincenti, invece, possono essere tali anche quando perdono»). Se da un lato, dunque, nel suo nuovo ruolo Gravina ha saputo fare tesoro di quanto ha imparato nella sua carriera da atleta, dall’altro nel suo DNA di Dirigente sono ben visibili le tracce dell’esperienza fatta negli ultimi anni come coach d’impresa. Sport e aziende, due mondi che si incontrano in una sola persona.
Pasquale Gravina, dopo una lunga (e vincente) carriera da giocatore, oggi è dirigente della Sisley Volley Treviso. Nello specifico, per la società della Marca lei ricopre il ruolo di Procuratore Generale. Ci vuole spiegare esattamente qual è la sua funzione nel club?
Il mio ruolo è essenzialmente quello di General Manager, ho la responsabilità di tutte le attività che riguardano la società, sovrintendo a qualsiasi decisione. Formo la squadra, scelgo gli allenatori, il personale medico, i dipendenti del club. La mia – come detto – è una responsabilità totale, riporto solo al Presidente.
In tema di risorse umane, ritiene ci sia un segreto per selezionare le persone migliori?
Non credo, piuttosto penso che esista un’idea di come sceglierle. Io guardo soprattutto alla motivazione di chi ho davanti. Ovviamente nell’allestimento della squadra devo fare delle considerazioni peculiari, perché i giocatori sono chiamati a performare con cadenze differenti rispetto al resto del personale e quindi anche i requisiti sono diversi. In ogni caso, quando si deve raggiungere un obiettivo – come avviene per una squadra o per un’impresa – è fondamentale ricercare un equilibrio tra le abilità e le qualità morali delle persone. Ho frequentato diverse aziende negli ultimi anni e mi ha colpito il fatto che, alla pari di quanto succede nello sport, quelle più dinamiche hanno un personale che si identifica completamente nella filosofia della società in cui lavorano. Identificarsi nell’azienda è un passaggio scontato, ma sentirne i valori come propri è uno step successivo, rappresenta un di più che produce risultati sorprendenti.
Come ha già accennato, oltre a fare il dirigente, collabora con una società di formazione come coach d’impresa. Che esperienza è stata finora? L’impatto con la realtà aziendale quali sensazioni e insegnamenti le ha lasciato?
È stata un’esperienza straordinaria per me. Volevo capire cosa ci fosse al di fuori dello sport e ho avuto la conferma di quanto avevo sempre sentito dire: lo sport è un mondo a parte, rinchiuso in una campana di vetro. La logica dell’atleta è di grande egocentrismo, tutto ruota intorno a lui e tutti si prodigano affinché lui possa performare al meglio. Nel mondo del lavoro questo aspetto è praticamente capovolto e ciò ha rappresentato un salto “mentale” molto importante e difficile per me. Comunque, all’inizio confrontarmi con le aziende è stato più un arricchimento mio, poi ho acquisito maggiore sicurezza e consapevolezza di cosa leghi questi due mondi e credo oggi di essere più io che trasmetto qualcosa agli altri. I punti in comune tra lo sport e il mondo aziendale sono tantissimi. Negli sport di squadra, specialmente nella pallavolo, non si riesce a raggiungere gli obiettivi da soli, l’individualismo non paga. Lo stesso avviene per le imprese: i risultati importanti arrivano solo se tutti i reparti funzionano al meglio.
La sua carriera – dentro e fuori dal campo – testimonia che lei conosce bene cosa significhi avere la responsabilità gestionale di un gruppo. A questo proposito, qual è la chiave per ottenere il massimo dai propri compagni o collaboratori?
Ce ne sono due. La coerenza: se hai una responsabilità verso gli altri, dire una cosa e poi farne un’altra ti fa perdere autorevolezza e quindi capacità di incidere. E poi la lealtà: bisogna anche saper essere duri, sempre seguendo, però, una filosofia ben precisa. Certo, è un atteggiamento che può anche irritare le persone con cui ci confrontiamo, ma semina in loro la possibilità di capire che una decisione è giusta.
L’aspetto più difficile, invece, della gestione di un team?
Se una squadra lavora insieme da tanto tempo la parte più difficile è continuare a motivarla. Altrimenti, direi la capacità di differenziare i trattamenti rimanendo all’interno di una coerenza di principio. In sintesi, non fare differenze, ma tenere conto delle differenze.
Cambiamo argomento: essere vincenti ed essere vincitori. C’è una bella differenza, giusto?
È una differenza fondamentale. Sento la necessità di fare questa distinzione perché ritengo che il termine “vincente” sia abusato soprattutto dai media, che hanno bisogno di creare dei modelli di successo e insistono eccessivamente su questo concetto. Quando un atleta o una squadra vince una gara non è detto che sia vincente, così come non tutti i presidenti che vincono le elezioni lo sono. Ciò che fa la differenza è “come” si vince e – una volta stabilito questo – quanto tempo si riesce a rimanere ai vertici. Riguardo al come, si può dire che i vincitori possono vincere senza però dare l’impressione di essere vincenti. I vincenti, invece, possono essere tali anche quando perdono. Nelson Mandela non è certo uno che ha vinto molto nella sua vita, visto che è rimasto 23 anni in carcere. Eppure le sue idee hanno cambiato il mondo e influenzato moltissime persone, per cui va considerato un vincente. Tornando allo sport, un vincente assoluto è Valentino Rossi. Pur essendo già ricco di titoli e denaro, in pista corre solo per vincere. È un perfezionista e non si accontenta mai di arrivare dietro, anche quando non sarebbe necessario spingere al massimo. Se perde non dà mai la colpa al team, mentre se vince condivide con la squadra i meriti e per questo è capace di conquistarsi la fiducia delle persone con cui lavora. Ecco, lui è un modello di “vincente”.
E quando si fallisce l’obiettivo, qual è il modo giusto di reagire?
La sconfitta è un punto essenziale per costruire un modello vincente. Ci sono due aspetti da considerare: nessuno sportivo e nessuna organizzazione vince sempre; la capacità di gestire una sconfitta è un aspetto assolutamente straordinario di una grande squadra. Il cervello ci fa dimenticare le cose negative più facilmente, è fisiologico. In questo senso, credo invece che riuscire ad interpretare gli accadimenti rappresenti un livello superiore, più raffinato: il fallimento non deve essere un problema, ma ciò non significa che vada dimenticato troppo facilmente. In ogni cultura poi la sconfitta ha un valore diverso: un italiano la vive in un certo modo, un giapponese in un altro, un brasiliano in un altro ancora e così via. Personalmente agli inizi della mia carriera avevo una pessima gestione della sconfitta, ma con il tempo ho imparato a vederla con occhi diversi, è diventata sempre più importante. Non dico che ora la cerco, la invoco, però quando arriva ne sono quasi lieto. Non mi crea nessun tipo di difficoltà.
In poco tempo lei è passato dal campo alla scrivania, dal ruolo di atleta a quello di dirigente. Come è riuscito a gestire un cambiamento così radicale? Si è preparato in qualche modo?
Finita la mia carriera da giocatore, per un periodo ho lavorato come procuratore sportivo, quindi il mio passaggio alla scrivania non è stato repentino. Del resto, se lo fosse stato ne avrei pagato le conseguenze. Molti atleti sono convinti di poter ricoprire qualsiasi ruolo in un club o in una federazione solo perché conoscono bene quello sport, ma è un atteggiamento ingenuo: un atleta è abituato a gestire solo se stesso. Comunque, lavorare come procuratore è stata una palestra eccezionale per me. Mi piaceva soprattutto il rapporto di collaborazione con i miei assistiti, accompagnarli nei diversi momenti dell’anno. Io poi sono sempre stato un grande appassionato di filosofia e da lì negli ultimi anni mi sono appassionato anche allo studio della psicologia classica e quella relativa ai cambiamenti nelle organizzazioni e nelle squadre, tutte nozioni che ho cercato di trasformare per utilizzarle nel mio lavoro. Infine, come procuratore ho dovuto approfondire molto la parte legale, di negoziazione dei contratti.
Secondo lei, è più lo sport che deve imparare qualcosa dal mondo aziendale o sono più le aziende che dovrebbero “interiorizzare” alcuni valori dello sport?
Entrambe. Credo che in futuro le aziende più illuminate introiteranno i concetti più importanti dello sport, che è la più alta forma di meritocrazia. Nelle imprese non sempre è così, soprattutto se parliamo di attività di famiglia. Lo sport, invece, deve attingere dal mondo delle aziende soprattutto per quanto riguarda l’organizzazione e la ri-programmazione delle attività, perché oggi le società sportive sono gestite in maniera un po’ provinciale.
A Pasquale Gravina in che tipo di azienda piacerebbe lavorare? Con che ruolo?
Adesso sto bene qui, lavoro in un club che fa parte di un grande gruppo e quindi ho delle importanti possibilità di crescita. Comunque, dell’attività manageriale l’aspetto che mi piace di più è la gestione delle risorse umane e la comunicazione a tutti i livelli.
«Quando inizi a vincere non rimani fermo dove sei, la tua vita si complica sempre di più. Ci sono più impegni, più gare, più occasioni che devi cercare di sfruttare. Io trovo la motivazione proprio in questo percorso di crescita e trasformazione continua, nelle nuove sfide che devo affrontare». Il successo come motore del cambiamento e, di riflesso, il cambiamento come spinta all’eccellenza. La parola “accontentarsi” non fa proprio parte del vocabolario di Alessandra Sensini, la velista più medagliata nella storia delle Olimpiadi. A 39 anni l’atleta grossetana non vuole smettere di sperimentare, scoprire, crescere: pensa al dopo vela («Mi piace molto la parte manageriale dello sport. Alla mia età non posso dimenticarmi del futuro»), ma intanto lavora in acqua per le Olimpiadi del 2012 («L’obiettivo è quello di sempre: puntare ad una medaglia»). Cambiare e trasformarsi per continuare a vincere, per continuare a stupire, per andare oltre se stessi.
Alessandra Sensini, nella sua carriera ha già conquistato quattro medaglie olimpiche (compreso un oro, a Sidney) e un’infinità di titoli mondiali, europei ed italiani. La domanda è scontata: dopo tutti questi successi, non corre il rischio di sentirsi appagata? Dove trova la motivazione per andare avanti?
Ogni volta che raggiungi un risultato importante, la tua vita si trasforma sotto molti aspetti. Per esempio, prima di Pechino 2008 mi sono trovata a dover riorganizzare daccapo la mia preparazione, la programmazione degli allenamenti, i materiali da utilizzare, lo stesso staff di lavoro. Insomma, tanti cambiamenti che hanno fatto sì che mi dovessi rimettere alla prova. La motivazione, dunque, la trovo in un percorso di costante crescita e trasformazione, nelle nuove sfide che devo affrontare. Perché quando inizi a vincere non rimani fermo dove sei, la tua vita si complica sempre di più. Ci sono più impegni, più gare, più occasioni che devi cercare di sfruttare, magari anche per ottenere nuove sponsorizzazioni e contratti migliori. Da poco, per esempio, ho girato il mio primo spot televisivo, un’esperienza nuova e per me bellissima. Non è solo una questione economica, semplicemente a 39 anni non posso dimenticarmi del futuro, mettendo da parte la mia vita. Devo riuscire a integrare la passione per lo sport con qualcosa d’altro.
Qual è, secondo lei, l’aspetto più importante nell’approccio all’allenamento, al lavoro quotidiano?
Sicuramente l’organizzazione e la programmazione: per me è importante arrivare all’allenamento con il massimo della concentrazione possibile, quindi devo darmi degli orari e stabilire delle priorità. È un aspetto decisivo specialmente in uno sport singolo come il mio, in cui la capacità di autogestirsi assume un ruolo fondamentale.
Alla vigilia di una regata importante, invece, quale deve essere lo stato mentale? C’è un segreto per non essere sopraffatti dall’ansia?
Nei giorni che precedono un grande appuntamento bisogna riuscire a scaricare. Con l’esperienza, ho anche imparato a capire esattamente quanto tempo mi serve per arrivare al giorno decisivo nelle migliori condizioni mentali. Mi piace, comunque, sentire la pressione, l’importanza dell’evento, perché a volte questo ti permette di trovare risorse impensate. Non ritengo positivo, al contrario, l’atteggiamento di chi arriva alle gare troppo rilassato e tranquillo: secondo me, è un approccio che ti impedisce di trovare la giusta concentrazione, di focalizzare l’obiettivo.
Veniamo alla gara: in acqua, da sola, senza un allenatore che le dia dei consigli o la sproni. Come riesce a mantenere la concentrazione al massimo per così tanto tempo?
Faccio qualcosa che mi piace molto e quindi credo sia più facile per me… Comunque, le gare a cui partecipo si sviluppano su undici prove e, anche se tu cerchi di mantenere sempre alto il livello di concentrazione, qualche errore può capitare. Ciò che fa la differenza è come reagisci dopo, come ne esci. Non bisogna fossilizzarsi sullo sbaglio, ma pensare subito alla mossa successiva.
La vittoria che cos’è per lei? Solo un traguardo o una vera e propria ossessione?
Non la definirei un’ossessione, però è l’obiettivo che hai sempre in testa e che devi riuscire a raggiungere. Come atleta spesso si ha paura di non farcela, ma è qualcosa che bisogna superare, altrimenti perdi comunque.
Parliamo dei momenti difficili. Dopo aver mancato l’oro ad Atene (2004), aveva deciso di smettere. Ci spiega dove ha trovato la forza per superare quel momento e rimettersi sulla tavola?
Quella di Atene è stata una grande delusione, anche se stiamo parlando di un bronzo alle Olimpiadi. Entrai in acqua per la finale con il primo posto in classifica e una medaglia già assicurata, ma psicologicamente non ero al top, non mi sentivo pronta e così finii terza. Era da più di 20 anni che non mi fermavo mai, ho sentito il bisogno di staccare per un lungo periodo, in modo da poter analizzare la situazione, capire come avevo potuto buttare via con le mie stesse mani quel titolo olimpico. Dopo un anno e mezzo ho deciso di tornare alle gare: mi spinsero da un lato la voglia di riscatto, dall’altro il desiderio di riorganizzare tutta la mia preparazione, compreso il mio staff. Non mi ero resa conto fin lì che la mia vita era cambiata senza che io avessi adeguato il mio metodo di lavoro. Un metodo che evidentemente non funzionava più. Mi sono rimessa alla prova proprio per dimostrare che avevo avuto ragione nel voler cambiare tutto.
Se dovesse portare in azienda un valore o una lezione dal mondo dello sport?
Lo sport ti insegna a sviluppare un metodo di lavoro per affrontare le situazioni e gestire i momenti difficili. Penso che, con i dovuti aggiustamenti, questo tipo di approccio potrebbe funzionare anche in un altro contesto. Del resto, il fatto di fissarsi obiettivi sempre più importanti, di avere delle prove intermedie sulla base delle quali ricalibrare il proprio lavoro, avvicina molto la realtà dell’atleta a quella aziendale.
Famiglia, amicizie, hobby, passioni: lei quanti sacrifici ha dovuto fare per diventare la velista più medagliata della storia?
Parecchi. Ho messo molto da parte la mia vita privata per potermi dedicare allo sport. Ci sono diverse atlete di successo in Italia che sono riuscite comunque a farsi una famiglia, ad avere dei figli, e devo dire che le guardo con grande ammirazione. Rimpianti? No, se ho fatto certi sacrifici è perché per me erano necessari. Soprattutto all’inizio della mia carriera, viaggiavo moltissimo e avevo anche bisogno di molta concentrazione. Ovviamente tutto dipende da come sei predisposto a livello mentale.
Ha scritto sul suo sito internet: “Sto studiando cosa fare da grande”. Come si sta preparando al dopo vela? Cosa vede nel suo futuro?
Mi piace molto la parte manageriale dello sport e, a questo proposito, ho anche frequentato un corso di management organizzato dal Coni. In questo momento sto seguendo il team Azzurra che a novembre parteciperà alla Louis Vuitton Cup di Nizza. Con loro rivestirò il ruolo di team manager, un’occasione davvero importante per me. Non è facile trovare persone che ti permettono di fare un’esperienza simile.
Londra 2012: l’obiettivo di Alessandra Sensini è…
Quello di tutte le altre Olimpiadi: arrivarci al massimo e puntare ad un’altra medaglia.
La fatica degli allenamenti e l’impegno di una vita familiare molto movimentata. La quotidianità di Giorgio Di Centa, 37 anni, due medaglie d’oro nello sci di fondo alle Olimpiadi invernali del 2006 e tanti altri successi in bacheca, è da sempre all’insegna del duro lavoro. Che si tratti dei quattro figli da gestire o della preparazione in vista della prossima gara, il campione friulano è abituato a non fermarsi mai. «Quando parti spento e arrivi alla fine della giornata pieno di energie allora sì che hai lavorato bene», spiega l’atleta azzurro. L’allenamento, dunque, come spinta fisica e mentale per migliorarsi e puntare a grandi traguardi. Quelli che Di Centa non vuole smettere di inseguire.
Giorgio Di Centa, nel suo palmares spiccano i due ori olimpici ai Giochi di Torino del 2006. A tre anni di distanza da quei successi, che obiettivi sente ancora di avere?
Dopo Torino, ho deciso di continuare per un altro quadriennio, quindi voglio arrivare alla prossima Olimpiade (Vancouver 2010, ndr) e ben figurare. Cosa significa “ben figurare”? Sarebbe bello portare ancora a casa degli ori, ma mi basterebbe almeno andare a medaglia. In ogni caso, l’anno dopo le Olimpiadi di Torino mi sono focalizzato soprattutto sui titoli assoluti italiani, arrivando a quota 18. Ora l’obiettivo della mia carriera è raggiungere il record, ne vorrei 23-24. E poi c’è ancora la vittoria in Coppa del Mondo che mi manca: l’anno scorso l’ho solo sfiorata. Sento in me tanta forza mentale e fisicamente sto bene, ma devo anche tenere conto della mia età. Mentre nel mondo del lavoro questo fattore ha un peso relativo, nello sport è un limite che bisogna considerare.
A 37 anni ha già una lunga carriera e molti trionfi alle spalle. Un atleta della sua esperienza dove trova la motivazione per continuare ad allenarsi duramente tutti i giorni?
Credo di averla nel DNA, è di famiglia. Dai 30 anni ad oggi è stato uno stimolo continuo, perché ho ottenuto risultati sempre più importanti. Nei dieci anni precedenti avevo avuto sì una crescita, ma è grazie all’argento di Salt Lake City nel 2002 che ho trovato fiducia in me stesso e grande voglia di continuare a migliorare. In famiglia tutti mi dicono “finché ce la fai, perché dovresti smettere”? E, in effetti, finché riuscirò ad andare forte, continuerò. Non mi dispiace fare fatica.
Parliamo proprio dell’allenamento. Secondo lei, per ottenere il massimo da se stessi con quale mentalità bisogna approcciarsi al lavoro quotidiano?
Bisogna essere dei grandi professionisti, maniacali fino al punto giusto. Io, per esempio, ho una certa esperienza alle spalle e conosco bene il mio corpo, ma sento di dover migliorare continuamente la mia tecnica. Per fare questo serve la voglia di imparare, di mettersi sempre in discussione, verificando giorno dopo giorno il proprio rendimento.
Quando sente di aver fatto un “buon allenamento”?
Quando sento di avere la pace interiore. Dopo le due medaglie d’oro di Torino ho dovuto viaggiare molto per vari impegni e in quella stagione non sono andato forte. Avevo la testa troppo impegnata: arrivavo all’inizio dell’allenamento pieno di adrenalina, ma alla fine ero spento. Credo, al contrario, che quando parti spento – magari sbadigliando – e arrivi alla fine della giornata pieno di energie allora sì che hai lavorato bene.
I giorni e le ore prima di una gara importante: un incubo per molti atleti. Lei come riesce a gestire l’ansia? E’ giusto sentire un po’ la pressione oppure è meglio liberare completamente la testa?
A Torino, per esempio, ho sentito molto la pressione: eravamo in Italia, c’erano grandi attese e dovevo fare risultato. In quel caso, però, ho gestito bene il momento, dimostrando di saper restare lucido anche in una situazione di forte tensione. Credo che l’importante sia avere degli schemi mentali che ti diano la tranquillità, la consapevolezza di esserti preparato al meglio. La parola chiave potrebbe essere “autostima”, ma è qualcosa che si acquisisce solo con l’esperienza.
Dovendo scegliere, nei suoi successi è stata più decisiva la preparazione atletica o quella mentale?
Se proprio dovessi scegliere, direi che in diverse occasioni l’aspetto mentale è stato determinante. Torno per un attimo al periodo post-Olimpiadi 2006: io pensavo di fare bene, ne ero davvero convinto, ma in realtà non riuscivo ad avere un buon approccio agli allenamenti. Non ci ero più abituato proprio da un punto di vista mentale.
A Torino ha vinto un oro olimpico nella staffetta 4×10 chilometri. Far parte di un team che difficoltà e che vantaggi comporta? Secondo lei, è necessario che ci sia un leader all’interno del gruppo? Che caratteristiche deve avere?
Sicuramente uno svantaggio è che senti di più la responsabilità, perché se fai male tu, metti in difficoltà anche gli altri. Però il momento del successo di gruppo è molto molto appagante: è bellissimo condividere la gioia con tutti, nel nostro caso anche con i tecnici. Per quando riguarda la figura del leader, io credo che ne serva uno all’interno della squadra. Il problema semmai è quando ci sono più persone che si sentono tali… Comunque, il leader deve essere un riferimento per il gruppo, deve fungere da stimolo continuo al miglioramento. E poi bisogna saper essere cinici alcune volte, dicendo le cose come stanno, specialmente se gli altri non stanno svolgendo bene il proprio lavoro.
Ci dica la verità: le ha dato più soddisfazione la vittoria nella staffetta o l’oro individuale nella 50 chilometri?
Non ho ottenuto moltissimi successi individuali nella mia carriera e quindi il trionfo nella 50 chilometri è stato davvero un momento incredibile per me. Anche l’oro nella staffetta mi ha dato tanta soddisfazione, ma se devo scegliere dico l’oro individuale. Mi mancava una grande vittoria in singolo.
Fin qui abbiamo parlato dei suoi trionfi. Ma le sconfitte che sapore hanno per lei? Meglio cancellare tutto e ripartire oppure riflettere a lungo sull’insuccesso?
Credo dipenda dal carattere delle persone. Io sono molto obiettivo, per questo riesco a mettere subito da parte le sconfitte. Se penso agli errori che ho fatto è solo perché non voglio commetterli un’altra volta. Ricordo, però, che alle Olimpiadi del 2006 ero arrivato quarto alla prima gara. Mi sentivo un po’ giù di morale e alla sera ho chiamato mia moglie. Le ho chiesto: “mi vorresti ancora bene se tornassi a casa senza medaglie?”. Lei ovviamente mi ha risposto di sì e da quel momento sono riuscito ad affrontare le altre gare con serenità, portando a casa due vittorie.
Già, lei non è solo un grande atleta ma anche un uomo molto attaccato alla famiglia. A volte avere una moglie e dei figli può essere un ostacolo verso il successo, perché per lei non è un problema?
Direi che non è vero che avere una famiglia non mi crea delle difficoltà… Dopo Torino, io e mia moglie abbiamo avuto un altro bambino, il quarto. Posso assicurare che gestire quattro figli non è affatto facile, richiede un impegno enorme. Allo stesso tempo, però, la famiglia mi dà una grande forza per la mia carriera sportiva. Del resto, quando arrivo ai raduni per me è facilissimo trovare la concentrazione, visto che a casa solitamente c’è il finimondo…
Se dovesse racchiudere in una parola il segreto del successo?
Credere. Se una persona sa di essere veramente portata per uno sport o per un lavoro, deve avere la tranquillità e la convinzione che prima o poi riuscirà a fare la carriera che merita. L’importante è avere costanza nel lavoro quotidiano ed essere disposti a fare dei sacrifici in vista dell’obiettivo finale.
La redazione di Profumo di Carriera vuole unirsi alle felicitazioni per Giorgio Di Centa, che proprio in questi giorni ha ricevuto l’investitura quale portabandiera azzurro alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi Invernali di Vancouver 2010.
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La sua nuova avventura da allenatore è cominciata subito con una vittoria ai Giochi del Mediterraneo, alla guida della Nazionale B di volley, nel luglio scorso. Ora, però, Lorenzo Bernardi si prepara ad affrontare la sua prima vera stagione in panchina come coach della Pallavolo Padova, solo qualche mese dopo aver smesso la divisa da giocatore. Tante le attese e le pressioni, ma nulla che possa spaventare il “miglior pallavolista del XX secolo”. In fondo, ce lo ricorda lui stesso: «Io sono Lorenzo Bernardi». Un nome e un cognome che insieme significano duro lavoro, mentalità vincente e leadership. Quasi una garanzia di successo.
Lorenzo Bernardi, ovvero – secondo la Federazione Internazionale della Pallavolo - il miglior giocatore di volley del secolo scorso. Ci dica, qual è l’obiettivo adesso? Diventare il miglior allenatore di questo secolo?
No, diciamo che non ce l’ho in testa come obiettivo. Però sono ambizioso di carattere e i risultati che voglio ottenere lo sono di conseguenza. Per essere un grande allenatore ovviamente bisogna avere anche una grande squadra e io penso solo ad obiettivi raggiungibili, ma sempre all’insegna di un miglioramento costante. Poi, se questo vorrà dire che un giorno riuscirò a diventare uno dei migliori allenatori in circolazione, ben venga.
Quest’anno è passato dal campo alla panchina praticamente senza soluzione di continuità. Un cambiamento così importante e improvviso può anche spaventare: a lei che effetto ha fatto? Come ha affrontato le difficoltà iniziali?
Le ho affrontate come tutti fanno nel proprio lavoro. Naturalmente ho dovuto confrontarmi con problemi più piccoli e problemi più grandi, ma li ho superati senza particolari difficoltà. Avevo in testa già da parecchio tempo di fare l’allenatore e quindi mi sono sentito subito a mio agio in questo ruolo. L’importante, secondo me, è sapere bene a cosa si va incontro.
Al di là delle questioni tecniche, per un coach è fondamentale la gestione del gruppo. Come si è preparato da questo punto di vista?
La gestione del gruppo è sicuramente l’aspetto più difficile. Per prepararmi ho letto dei libri e mi sono confrontato con tantissimi allenatori, anche di altri sport. Inoltre, cerco di ricordare, di rivivere le situazioni di quando ero giocatore, guardandole però con gli occhi di adesso, da allenatore. Devo dire, comunque, che ho un carattere molto forte e credo di non avere debolezze da questo punto di vista.
Motivazione, spirito di squadra, applicazione. Secondo lei, su quale di questi aspetti è più importante lavorare per “entrare nella testa” di una squadra?
L’applicazione al primo posto. Se una persona è determinata sotto questo aspetto, allora avrà anche grande motivazione. Applicarsi, però, non significa solo cosa fai in palestra o in ufficio, ma anche come arrivi, come ti prepari al lavoro quotidiano.
Lo spirito di squadra, comunque, viene subito dopo ed è più importante anche degli aspetti tecnici o tattici. Come ho già detto, io non posso diventare un grande allenatore senza una grande squadra. Allo stesso modo, senza dei compagni forti non sarei stato il miglior giocatore del XX secolo.
Come allenatore ha subito ottenuto la medaglia d’oro ai Giochi del Mediterraneo. Insomma, lei conosce il segreto per trasmettere la mentalità vincente: ce lo può svelare?
Non credo sia difficile trasmetterla, l’importante semmai è capire cosa significa realmente essere vincenti. Per come la vedo io, è un concetto a 360 gradi. Si è vincenti quando si lavora bene tutti i giorni, quando ci si prepara bene fuori dalla palestra o dall’ufficio, quando si fanno i sacrifici e non si vive di alibi.
Ripeto, è fondamentale però capire cosa ognuno intende con “mentalità vincente”. Quando vado alle conferenze a parlare, io come esempio faccio sempre vedere il punto della vittoria che ho realizzato nella finale del Mondiale di Rio de Janeiro nel 1990. Ma non per sottolineare che ho fatto io il punto decisivo, bensì per mostrare come tutta la squadra intervenga in quell’azione. È tutto il contesto che deve essere vincente.
Parliamo di leadership: imporsi come guida di un team, anche per un manager d’azienda, non è impresa semplice. Il suo consiglio per riuscirci?
Devi sempre dare l’esempio, questa è la prima regola. Non puoi mai essere in difetto nei confronti del gruppo, dal più piccolo particolare agli aspetti più importanti. Un esempio che potrei fare si riferisce a quando giocavo io con il club e con la nazionale: i migliori allenatori che ho avuto, quelli che considero dei veri leader, a tavola avevano lo stesso menù dei giocatori. Non prendevano, che so, una bottiglia di vino particolare o altro. Mangiavano e bevevano le stesse cose che prendevamo noi giocatori.
L’allenatore-manager: è una figura in cui si riconosce? E’ questo il futuro della pallavolo e dello sport, in generale?
Credo moltissimo in questa figura, perché rappresenterebbe un enorme salto di qualità per lo sport. Non è un caso che allenatori-manager come Ancelotti, Mourinho o Ferguson nel calcio, così come Ettore Messina nella pallacanestro, abbiano ottenuto e continuino ad ottenere grandi risultati. L’allenatore-manager ha sotto controllo tutto, il suo è un ruolo focale. Io ci credo molto, anche se in Italia le società non sono molto propense in questo senso.
Quanto è forte l’influenza dei suoi vecchi coach sull’allenatore che è oggi? In cosa vorrebbe somigliare loro di più e in cosa di meno?
Partendo dal presupposto che ognuno di noi è diverso, ho cercato di prendere qualcosa di positivo da tutti gli allenatori che ho avuto. A partire da Velasco, che ha rappresentato una svolta radicale nella mia storia professionale, passando per Montali, Bagnoli, Anastasi… Ho colto degli aspetti positivi anche dai coach con cui non mi sono trovato bene. Io, comunque, cerco di essere me stesso, non mi sento un “miscuglio” dei miei vecchi allenatori.
Non ci ha ancora detto in cosa vorrebbe somigliare meno ai suoi “maestri”…
Io sono Lorenzo Bernardi. Sinceramente non capisco chi dice “voglio fare come questo o come quello”. È vero, spesso ripenso a come i miei allenatori affrontavano determinati momenti di difficoltà, ma poi cerco di sviluppare una soluzione con la mia testa. In ogni caso, ritengo che saper “copiare” il meglio degli altri non sia un difetto. Alcune cose si possono rielaborare, altre si prendono pari pari. Nello sport, come in altri campi, non è sempre possibile re-inventare tutto da capo. Se devo sostituire la gomma della macchina, copio quello che fa il gommista. Non ci sono altri modi.
Dove sarà Lorenzo Bernardi tra 10 anni?
Su una panchina. Ma non vi dico quale.





