mercoledì 10 marzo, 2010

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schwazer_alex_postCome un’azienda che cammina – anzi, che marcia – verso l’obiettivo. Non è una sorpresa che Alex Schwazer, uno dei talenti più fulgidi dello sport italiano, senta di avere molto in comune con il mondo delle imprese. Il perché lo apprendiamo direttamente dalle parole del campione di Vitipeno, medaglia d’oro alle Olimpiadi di Pechino nella 50 chilometri di marcia: «Le tematiche sportive sono simili a quelle aziendali, perché anche le imprese vogliono il successo e lavorano ogni giorno per questo. Come nello sport c’è l’atleta e intorno a lui delle persone che lavorano per farlo andare forte, così nelle aziende ci sono i dirigenti e altre figure che collaborano per raggiungere un risultato. Mi piace molto quest’idea del lavorare insieme per arrivare al successo». E c’è soprattutto un insegnamento che un marciatore conosce e può trasmettere anche a chi opera in azienda: «Il valore della continuità negli allenamenti, nel lavoro quotidiano» spiega Schwazer. Un valore che significa soprattutto fatica e impegno costante, ma su cui si può costruire un obiettivo, una carriera, nello sport come in azienda.

Alex Schwazer, di recente ha fatto alcune esperienze come coach d’azienda. Ci racconta com’è andata? Che sensazioni le ha lasciato il contatto con il mondo del lavoro?
Ho partecipato a due convention, una per la Società Edison a Milano ed una con la Società Monier a Bolzano. Per me è stata una bella opportunità, mi piace raccontare le mie esperienze davanti alla gente. Trovo poi che le tematiche sportive siano molto simili a quelle aziendali, perché anche le imprese vogliono il successo e lavorano ogni giorno per questo. Sia io che i dirigenti presenti a questi incontri, quindi, abbiamo gli stessi obiettivi. Come nello sport c’è l’atleta e intorno a lui delle persone che lavorano per farlo andare forte, così nelle aziende ci sono i dirigenti e altre figure che collaborano per raggiungere un risultato. Mi piace molto quest’idea del lavorare insieme per arrivare al successo. Se mi vedo un giorno in azienda? Per adesso faticherei ad avere un capo, ma magari tra 10 anni non sarà così…

schwazer_alex_post3Un campione olimpico come lei quali messaggi è in grado di trasmettere a chi opera nel mondo del lavoro?
Il valore della continuità negli allenamenti, nel lavoro quotidiano. Le Olimpiadi sono ogni quattro anni, ma per arrivare al top a quell’appuntamento devi lavorare duramente ogni giorno. Lo stesso  avviene in azienda. Parlando invece di mentalità vincente, di solito gli atleti quando vanno bene si sentono meglio, più sicuri. Credo sia lo stesso nel lavoro: se un dirigente vede che le cose funzionano, questo gli dà uno stimolo per andare avanti su quella strada, cercando di migliorarsi sempre.

Il suo programma di lavoro quotidiano è molto intenso e rigido. Ci può descrivere una sua giornata tipo? Immaginiamo sia “allenamento, allenamento, allenamento”…
Dipende dai periodi, alcuni sono di carico, altri dedicati al recupero. Quando devo caricare, la mia giornata è fatta di due allenamenti al giorno, uno la mattina e uno al pomeriggio. All’incirca sono 5-6 ore al giorno di lavoro fisico e finito l’allenamento ti riposi perché proprio non riesci a fare altro… Sono periodi molto delicati, in cui si vede se hai la motivazione al 100%, perché altrimenti molleresti. C’è molto da faticare, quindi devi sempre avere in mente l’obiettivo del successo.

Ma cosa significa per lei “realizzarsi nella fatica”?
Mi piace l’idea che per ottenere un risultato bisogna dare tutto. Alle Olimpiadi, arrivato agli ultimi chilometri, pensavo “posso vincere”: è una sensazione per cui ho lavorato tanti anni. Nella mia disciplina il successo arriva solo con tanto impegno, per cui quando vinco e salgo sul podio sento di essermelo meritato al 100%.

La marcia richiede una grande preparazione mentale, oltre che fisica. Su quali aspetti della “testa” bisogna lavorare maggiormente per avere delle buone perfomance?
È un tema molto difficile. Credo che quando si tratta di un’Olimpiade o di un Mondiale, chi vince non è superiore fisicamente, anzi, sono convinto che i primi dieci della classifica siano tutti allo stesso livello da quel punto di vista. In questi casi, quindi, decide molto la testa, la motivazione che uno ha dentro. Se arrivo ai 40 chilometri e inizio a fare fatica ma sento di poter gareggiare ancora per la vittoria, ho un vantaggio rispetto ad un avversario stanco quanto me che però non sente le stesse cose. È quello il momento in cui ti devi superare.

I giorni prima di una gara importante: come si gestisce l’ansia, la tensione di quei momenti?
Devo dire che sono i giorni che mi piacciono di meno, si fanno solo allenamenti leggeri per andare in gara freschi e questo non mi fa sentire molto bene. La cosa più importante, comunque, è capire se tutto è andato bene nella preparazione oppure no. Se so di aver lavorato al meglio, non sono nervoso. Se invece ho avuto problemi nella preparazione o ci sono delle aspettative troppo grandi, lì diventa difficile. A Pechino stavo bene, mi sembrava di partecipare ad una gara di paese… È quello il segreto: bisogna mettersi in testa che è una gara come tutte le altre, se no uno impazzisce.

schwazer_alex_post1Tocchiamo un tasto dolente. I Mondiali di Berlino dello scorso agosto devono essere stati una grande delusione per lei. Come si riesce a rialzare la testa dopo una botta simile? Non ha avuto la sensazione di aver buttato al vento mesi e mesi di duro lavoro?
No, non ho avuto questa sensazione. Nello sport uno cerca sempre di vincere, ma nella sconfitta s’impara moltissimo. A Berlino è stata durissima però è stata anche un’esperienza che mi ha insegnato delle cose. Per rialzarsi in questi casi bisogna dire “ok, sono andato male, ora devo solo capire cosa non fare per non andare male di nuovo”, se no ti arrendi. D’altronde, se uno lavora al massimo non è detto che in gara arrivi al massimo. Bisogna mettere in preventivo degli imprevisti.

La spaventa di più deludere gli altri o deludere se stesso?
Quando non vinco sono più dispiaciuto per chi mi è stato vicino, per esempio il mio allenatore Sandro Damilano e la mia manager Giulia Mancini. Però alla fine la pensi così solo per un momento, perché poi parli con loro e ti accorgi che capiscono che sono cose che succedono nello sport.

Sul suo sito ufficiale c’è scritto “Alex sembra avere nel suo destino la missione di fare avanzare i limiti umani”. È questo il segreto dei suoi successi? Cercare di andare sempre “oltre”?
Questo è l’obiettivo di tutti gli sportivi che hanno potenzialità per fare bene. Io dopo le Olimpiadi non ho pensato “ora mi basta confermarmi”. Ho cercato di allenarmi meglio, di fare un tempo migliore. Per uno sportivo si fa dura quando sa di aver raggiunto il suo limite, ma io per ora sento che il mio fisico mi permette di andare ancora oltre.

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vezzali_valentina_post2Quando Valentina Vezzali si è tolta la maschera ed ha esploso il suo urlo di gioia ai Giochi di Pechino 2008, sapeva di essere appena diventata una record-woman assoluta per lo sport italiano e mondiale. Tre medaglie d’oro di fila alle Olimpiadi, nessuna schermitrice come lei nella storia. Nemmeno un primato così importante, però, ha potuto saziare la fame di successi della campionessa di Jesi, che oggi punta il suo fioretto dritto verso Londra 2012, quando – a 38 anni compiuti – darà l’assalto all’ennesima medaglia: «È come un fuoco che uno ha dentro, che ti dà la forza di andare avanti per raggiungere nuovi traguardi» spiega la Vezzali. Il fuoco dei vincenti, di chi anche in allenamento non vuole lasciare nemmeno le briciole all’avversario, di chi pensa e lavora per il successo ogni giorno, di chi è capace anche di perdere per rialzarsi e tornare più forte di prima.

Valentina Vezzali, alle spalle ha qualcosa come 5 ori olimpici e una serie infinita di medaglie e titoli. Dove la trova la motivazione per continuare ad allenarsi, a lavorare duramente tutti i giorni? Come fa ad essere ancora “affamata” di successi?
Ci pensavo proprio l’altro giorno, anche ascoltando alcune canzoni. È come un fuoco che uno ha dentro, che ti dà la forza di andare ancora avanti per raggiungere nuovi traguardi. Si può chiamare come si vuole: fuoco, passione, amore… Ma è quello che ti consente di lavorare duramente, di allenarti con il massimo impegno ogni giorno.

Cos’è l’allenamento per lei? Quando sale sulla pedana su cosa è fissato l’obiettivo?
È il lavoro che faccio quotidianamente, sia da un punto di vista fisico che mentale.  Da un lato, quindi, c’è tutta la preparazione atletica, che non avviene solo in palestra ed è molto faticosa. Per quanto riguarda la testa, invece, è importante soprattutto allenare la concentrazione, prepararsi ad essere presenti nei momenti più importanti della gara. Quando salgo sulla pedana io cerco di riprodurre le situazioni della gara, di essere concentrata al massimo e di non regalare nulla all’avversario. Perché di solito quello che fai in allenamento si riflette in ciò che riuscirai a fare in gara.

“I vincenti possono essere tali anche quando perdono”: è d’accordo con questa frase?
Secondo me, essere vincenti significa riuscire a raggiungere un obiettivo, un traguardo anche attraverso le sconfitte, che fanno parte della vita. Insomma, meno male che ogni tanto si perde: solo così ci si può rialzare in piedi e trovare la forza di andare avanti.

Nella sua bacheca ci sono anche molti titoli di squadra. Quando deve lavorare in team sente di più o di meno la pressione?
Qualche tempo fa mi è successa una cosa bellissima, una mia compagna mi ha fatto i complimenti dicendomi: “Valentina, avere in squadra una come te ci fa sentire più tranquille, più sicure, perché tu sei la più forte”. Devo dire che mi ha fatto un immenso piacere. Ovviamente la pressione la senti quando fai parte di una squadra, come avviene anche per le gare individuali, ma mi piace avere l’onere della responsabilità.

Rimanendo in tema, lei quanto si sente “leader”?
Non sto mai lì a chiedermi se sono una leader o meno. Semplicemente ogni mattina penso a dare tutta me stessa per riuscire a fare il massimo negli appuntamenti importanti. In questo senso, credo che le mie colleghe possano prendermi d’esempio, come uno stimolo per prepararsi al meglio in vista delle gare che contano.

Abbiamo parlato moltissimo di vittorie, di trionfi. Ma una campionessa del suo livello come metabolizza la sconfitta, il fallimento?  
È difficile, perché mi brucia molto al momento e vorrei rifare la gara immediatamente… Comunque cerco di analizzare i motivi della sconfitta e poi non vedo l’ora di affrontare di nuovo l’avversario con cui ho perso. E nel caso perdessi un’altra volta, di affrontarlo ancora e ancora, finché non riesco a batterlo. Credo che i problemi vadano affrontati in maniera diretta, senza girarci intorno.

vezzali_valentina_post1Lei è sposata e ha un figlio di quasi 5 anni, eppure non ha mai smesso di vincere. Perché, secondo lei, per molte donne invece la famiglia diventa un ostacolo verso il successo?
Non sono pienamente d’accordo, conosco molte donne imprenditrici che hanno una famiglia e continuano comunque la loro carriera. Penso che fare un figlio ti possa dare lo stimolo per ritornare a fare qualcosa e a farlo bene. Ma questo dipende dall’obiettivo che hai e per ogni donna è diverso. C’è chi vuole continuare a fare solo la mamma e chi invece vuole tornare al lavoro, alle gare nel mio caso. L’importante è seguire quello che ti detta il cuore.

Sta già pensando al dopo-scherma? Che progetti ha in mente?
Mi piacerebbe rimanere nell’ambito sportivo e per questo mi sto lasciando tante porte aperte. Potrei lavorare nel mondo politico, dirigenziale, televisivo oppure nella Polizia (dal 1999 la Vezzali fa parte del Gruppo Sportivo Fiamme Oro, ndr), sempre per qualcosa legato allo sport. Ci sono tante opportunità e quando sarà il momento farò le mie scelte.

Ma si sta preparando in qualche modo?
Dopo la nascita di Pietro, mi sono re-iscritta alla Facoltà di Giurisprudenza  Avevo lasciato gli studi a metà e spero da qui alle Olimpiadi di Londra di riuscire a laurearmi.

Chiudiamo con una curiosità. La stoccata vincente, quell’attimo di esitazione e poi l’urlo liberatorio… L’oro individuale di Pechino è stato il più bello della sua carriera?
L’ultima vittoria è sempre la più bella, chissà come mai… Comunque ogni successo fa parte di me. Mi viene in mente, per esempio, la mia prima vittoria nel 1984, a Roma, nella categoria “Prime lame”. Ricordo benissimo che non ho fatto in tempo a togliermi la maschera dopo l’ultima stoccata che c’era già mio padre che mi abbracciava e mi faceva volteggiare in aria. Sono sensazioni uniche, indimenticabili.

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gravina_pasquale_postSe è vero che sport e aziende hanno molto in comune, probabilmente Pasquale Gravina rappresenta il perfetto anello di congiunzione tra questi due mondi. Già stella della pallavolo italiana (sia con la Nazionale che con i club in cui ha militato), Gravina oggi ricopre il ruolo di Procuratore Generale della Sisley Volley Treviso, una posizione in cui deve saper mettere a frutto diverse qualità: capacità di selezionare le persone giuste («Io guardo soprattutto alla motivazione»), abilità nel gestire le dinamiche del team di lavoro («L’aspetto più difficile è non fare differenze, ma tenere conto delle differenze») e una vera e propria cultura dell’essere “vincenti” («I vincitori possono vincere senza però dare l’impressione di essere vincenti. I vincenti, invece, possono essere tali anche quando perdono»). Se da un lato, dunque, nel suo nuovo ruolo Gravina ha saputo fare tesoro di quanto ha imparato nella sua carriera da atleta, dall’altro nel suo DNA di Dirigente sono ben visibili le tracce dell’esperienza fatta negli ultimi anni come coach d’impresa. Sport e aziende, due mondi che si incontrano in una sola persona.

Pasquale Gravina, dopo una lunga (e vincente) carriera da giocatore, oggi è dirigente della Sisley Volley Treviso. Nello specifico, per la società della Marca lei ricopre il ruolo di Procuratore Generale. Ci vuole spiegare esattamente qual è la sua funzione nel club?
Il mio ruolo è essenzialmente quello di General Manager, ho la responsabilità di tutte le attività che riguardano la società, sovrintendo a qualsiasi decisione. Formo la squadra, scelgo gli allenatori, il personale medico, i dipendenti del club. La mia – come detto – è una responsabilità totale, riporto solo al Presidente.

In tema di risorse umane, ritiene ci sia un segreto per selezionare le persone migliori?
Non credo, piuttosto penso che esista un’idea di come sceglierle. Io guardo soprattutto alla motivazione di chi ho davanti. Ovviamente nell’allestimento della squadra devo fare delle considerazioni peculiari, perché i giocatori sono chiamati a performare con cadenze differenti rispetto al resto del personale e quindi anche i requisiti sono diversi. In ogni caso, quando si deve raggiungere un obiettivo – come avviene per una squadra o per un’impresa – è fondamentale ricercare un equilibrio tra le abilità e le qualità morali delle persone. Ho frequentato diverse aziende negli ultimi anni e mi ha colpito il fatto che, alla pari di quanto succede nello sport, quelle più dinamiche hanno un personale che si identifica completamente nella filosofia della società in cui lavorano. Identificarsi nell’azienda è un passaggio scontato, ma sentirne i valori come propri è uno step successivo, rappresenta un di più che produce risultati sorprendenti.

Come ha già accennato, oltre a fare il dirigente, collabora con una società di formazione come coach d’impresa. Che esperienza è stata finora? L’impatto con la realtà aziendale quali sensazioni e insegnamenti le ha lasciato?
È stata un’esperienza straordinaria per me. Volevo capire cosa ci fosse al di fuori dello sport e ho avuto la conferma di quanto avevo sempre sentito dire: lo sport è un mondo a parte, rinchiuso in una campana di vetro. La logica dell’atleta è di grande egocentrismo, tutto ruota intorno a lui e tutti si prodigano affinché lui possa performare al meglio. Nel mondo del lavoro questo aspetto è praticamente capovolto e ciò ha rappresentato un salto “mentale” molto importante e difficile per me. Comunque, all’inizio confrontarmi con le aziende è stato più un arricchimento mio, poi ho acquisito maggiore sicurezza e consapevolezza di cosa leghi questi due mondi e credo oggi di essere più io che trasmetto qualcosa agli altri. I punti in comune tra lo sport e il mondo aziendale sono tantissimi. Negli sport di squadra, specialmente nella pallavolo, non si riesce a raggiungere gli obiettivi da soli, l’individualismo non paga. Lo stesso avviene per le imprese: i risultati importanti arrivano solo se tutti i reparti funzionano al meglio.

La sua carriera – dentro e fuori dal campo – testimonia che lei conosce bene cosa significhi avere la responsabilità gestionale di un gruppo. A questo proposito, qual è la chiave per ottenere il massimo dai propri compagni o collaboratori?
Ce ne sono due. La coerenza: se hai una responsabilità verso gli altri, dire una cosa e poi farne un’altra ti fa perdere autorevolezza e quindi capacità di incidere. E poi la lealtà: bisogna anche saper essere duri, sempre seguendo, però, una filosofia ben precisa. Certo, è un atteggiamento che può anche irritare le persone con cui ci confrontiamo, ma semina in loro la possibilità di capire che una decisione è giusta.

L’aspetto più difficile, invece, della gestione di un team?
Se una squadra lavora insieme da tanto tempo la parte più difficile è continuare a motivarla. Altrimenti, direi la capacità di differenziare i trattamenti rimanendo all’interno di una coerenza di principio. In sintesi, non fare differenze, ma tenere conto delle differenze.

gravina_pasquale_post1Cambiamo argomento: essere vincenti ed essere vincitori. C’è una bella differenza, giusto?
È una differenza fondamentale. Sento la necessità di fare questa distinzione perché ritengo che il termine “vincente” sia abusato soprattutto dai media, che hanno bisogno di creare dei modelli di successo e insistono eccessivamente su questo concetto. Quando un atleta o una squadra vince una gara non è detto che sia vincente, così come non tutti i presidenti che vincono le elezioni lo sono. Ciò che fa la differenza è “come” si vince e – una volta stabilito questo – quanto tempo si riesce a rimanere ai vertici. Riguardo al come, si può dire che i vincitori possono vincere senza però dare l’impressione di essere vincenti. I vincenti, invece, possono essere tali anche quando perdono. Nelson Mandela non è certo uno che ha vinto molto nella sua vita, visto che è rimasto 23 anni in carcere. Eppure le sue idee hanno cambiato il mondo e influenzato moltissime persone, per cui va considerato un vincente. Tornando allo sport, un vincente assoluto è Valentino Rossi. Pur essendo già ricco di titoli e denaro, in pista corre solo per vincere. È un perfezionista e non si accontenta mai di arrivare dietro, anche quando non sarebbe necessario spingere al massimo. Se perde non dà mai la colpa al team, mentre se vince condivide con la squadra i meriti e per questo è capace di conquistarsi la fiducia delle persone con cui lavora. Ecco, lui è un modello di “vincente”.

E quando si fallisce l’obiettivo, qual è il modo giusto di reagire?
La sconfitta è un punto essenziale per costruire un modello vincente. Ci sono due aspetti da considerare: nessuno sportivo e nessuna organizzazione vince sempre; la capacità di gestire una sconfitta è un aspetto assolutamente straordinario di una grande squadra. Il cervello ci fa dimenticare le cose negative più facilmente, è fisiologico. In questo senso, credo invece che riuscire ad interpretare gli accadimenti rappresenti un livello superiore, più raffinato: il fallimento non deve essere un problema, ma ciò non significa che vada dimenticato troppo facilmente. In ogni cultura poi la sconfitta ha un valore diverso: un italiano la vive in un certo modo, un giapponese in un altro, un brasiliano in un altro ancora e così via. Personalmente agli inizi della mia carriera avevo una pessima gestione della sconfitta, ma con il tempo ho imparato a vederla con occhi diversi, è diventata sempre più importante. Non dico che ora la cerco, la invoco, però quando arriva ne sono quasi lieto. Non mi crea nessun tipo di difficoltà.

In poco tempo lei è passato dal campo alla scrivania, dal ruolo di atleta a quello di dirigente. Come è riuscito a gestire un cambiamento così radicale? Si è preparato in qualche modo?
Finita la mia carriera da giocatore, per un periodo ho lavorato come procuratore sportivo, quindi il mio passaggio alla scrivania non è stato repentino. Del resto, se lo fosse stato ne avrei pagato le conseguenze. Molti atleti sono convinti di poter ricoprire qualsiasi ruolo in un club o in una federazione solo perché conoscono bene quello sport, ma è un atteggiamento ingenuo: un atleta è abituato a gestire solo se stesso. Comunque, lavorare come procuratore è stata una palestra eccezionale per me. Mi piaceva soprattutto il rapporto di collaborazione con i miei assistiti, accompagnarli nei diversi momenti dell’anno. Io poi sono sempre stato un grande appassionato di filosofia e da lì negli ultimi anni mi sono appassionato anche allo studio della psicologia classica e quella relativa ai cambiamenti nelle organizzazioni e nelle squadre, tutte nozioni che ho cercato di trasformare per utilizzarle nel mio lavoro. Infine, come procuratore ho dovuto approfondire molto la parte legale, di negoziazione dei contratti.

Secondo lei, è più lo sport che deve imparare qualcosa dal mondo aziendale o sono più le aziende che dovrebbero “interiorizzare” alcuni valori dello sport?
Entrambe. Credo che in futuro le aziende più illuminate introiteranno i concetti più importanti dello sport, che è la più alta forma di meritocrazia. Nelle imprese non sempre è così, soprattutto se parliamo di attività di famiglia. Lo sport, invece, deve attingere dal mondo delle aziende soprattutto per quanto riguarda l’organizzazione e la ri-programmazione delle attività, perché oggi le società sportive sono gestite in maniera un po’ provinciale.

A Pasquale Gravina in che tipo di azienda piacerebbe lavorare? Con che ruolo?
Adesso sto bene qui, lavoro in un club che fa parte di un grande gruppo e quindi ho delle importanti possibilità di crescita. Comunque, dell’attività manageriale l’aspetto che mi piace di più è la gestione delle risorse umane e la comunicazione a tutti i livelli.

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sensini_alessandra_post«Quando inizi a vincere non rimani fermo dove sei, la tua vita si complica sempre di più. Ci sono più impegni, più gare, più occasioni che devi cercare di sfruttare. Io trovo la motivazione proprio in questo percorso di crescita e trasformazione continua, nelle nuove sfide che devo affrontare». Il successo come motore del cambiamento e, di riflesso, il cambiamento come spinta all’eccellenza. La parola “accontentarsi” non fa proprio parte del vocabolario di Alessandra Sensini, la velista più medagliata nella storia delle Olimpiadi. A 39 anni l’atleta grossetana non vuole smettere di sperimentare, scoprire, crescere: pensa al dopo vela («Mi piace molto la parte manageriale dello sport. Alla mia età non posso dimenticarmi del futuro»), ma intanto lavora in acqua per le Olimpiadi del 2012 («L’obiettivo è quello di sempre: puntare ad una medaglia»). Cambiare e trasformarsi per continuare a vincere, per continuare a stupire, per andare oltre se stessi.

Alessandra Sensini, nella sua carriera ha già conquistato quattro medaglie olimpiche (compreso un oro, a Sidney) e un’infinità di titoli mondiali, europei ed italiani. La domanda è scontata: dopo tutti questi successi, non corre il rischio di sentirsi appagata? Dove trova la motivazione per andare avanti?
Ogni volta che raggiungi un risultato importante, la tua vita si trasforma sotto molti aspetti. Per esempio, prima di Pechino 2008 mi sono trovata a dover riorganizzare daccapo la mia preparazione, la programmazione degli allenamenti, i materiali da utilizzare, lo stesso staff di lavoro. Insomma, tanti cambiamenti che hanno fatto sì che mi dovessi rimettere alla prova. La motivazione, dunque, la trovo in un percorso di costante crescita e trasformazione, nelle nuove sfide che devo affrontare. Perché quando inizi a vincere non rimani fermo dove sei, la tua vita si complica sempre di più. Ci sono più impegni, più gare, più occasioni che devi cercare di sfruttare, magari anche per ottenere nuove sponsorizzazioni e contratti migliori. Da poco, per esempio, ho girato il mio primo spot televisivo, un’esperienza nuova e per me bellissima. Non è solo una questione economica, semplicemente a 39 anni non posso dimenticarmi del futuro, mettendo da parte la mia vita. Devo riuscire a integrare la passione per lo sport con qualcosa d’altro.

Qual è, secondo lei, l’aspetto più importante nell’approccio all’allenamento, al lavoro quotidiano?
Sicuramente l’organizzazione e la programmazione: per me è importante arrivare all’allenamento con il massimo della concentrazione possibile, quindi devo darmi degli orari e stabilire delle priorità. È un aspetto decisivo specialmente in uno sport singolo come il mio, in cui la capacità di autogestirsi assume un ruolo fondamentale.

sensini_alessandra_post2Alla vigilia di una regata importante, invece, quale deve essere lo stato mentale? C’è un segreto per non essere sopraffatti dall’ansia?
Nei giorni che precedono un grande appuntamento bisogna riuscire a scaricare. Con l’esperienza,  ho anche imparato a capire esattamente quanto tempo mi serve per arrivare al giorno decisivo nelle migliori condizioni mentali. Mi piace, comunque, sentire la pressione, l’importanza dell’evento, perché a volte questo ti permette di trovare risorse impensate. Non ritengo positivo, al contrario, l’atteggiamento di chi arriva alle gare troppo rilassato e tranquillo: secondo me, è un approccio che ti impedisce di trovare la giusta concentrazione, di focalizzare l’obiettivo.

Veniamo alla gara: in acqua, da sola, senza un allenatore che le dia dei consigli o la sproni. Come riesce a mantenere la concentrazione al massimo per così tanto tempo?
Faccio qualcosa che mi piace molto e quindi credo sia più facile per me… Comunque,  le gare a cui partecipo si sviluppano su undici prove e, anche se tu cerchi di mantenere sempre alto il livello di concentrazione, qualche errore può capitare. Ciò che fa la differenza è come reagisci dopo, come ne esci. Non bisogna fossilizzarsi sullo sbaglio, ma pensare subito alla mossa successiva.

La vittoria che cos’è per lei? Solo un traguardo o una vera e propria ossessione?
Non la definirei un’ossessione, però è l’obiettivo che hai sempre in testa e che devi riuscire a raggiungere. Come atleta spesso si ha paura di non farcela, ma è qualcosa che bisogna superare, altrimenti perdi comunque.

Parliamo dei momenti difficili. Dopo aver mancato l’oro ad Atene (2004), aveva deciso di smettere. Ci spiega dove ha trovato la forza per superare quel momento e rimettersi sulla tavola?
Quella di Atene è stata una grande delusione, anche se stiamo parlando di un bronzo alle Olimpiadi. Entrai in acqua per la finale con il primo posto in classifica e una medaglia già assicurata, ma psicologicamente non ero al top, non mi sentivo pronta e così finii terza. Era da più di 20 anni che non mi fermavo mai, ho sentito il bisogno di staccare per un lungo periodo, in modo da poter analizzare la situazione, capire come avevo potuto buttare via con le mie stesse mani quel titolo olimpico. Dopo un anno e mezzo ho deciso di tornare alle gare: mi spinsero da un lato la voglia di riscatto, dall’altro il desiderio di riorganizzare tutta la mia preparazione, compreso il mio staff. Non mi ero resa conto fin lì che la mia vita era cambiata senza che io avessi adeguato il mio metodo di lavoro. Un metodo che evidentemente non funzionava più. Mi sono rimessa alla prova proprio per dimostrare che avevo avuto ragione nel voler cambiare tutto.

sensini_alessandra_post3Se dovesse portare in azienda un valore o una lezione dal mondo dello sport?
Lo sport ti insegna a sviluppare un metodo di lavoro per affrontare le situazioni e gestire i momenti difficili. Penso che, con i dovuti aggiustamenti, questo tipo di approccio potrebbe funzionare anche in un altro contesto. Del resto, il fatto di fissarsi obiettivi sempre più importanti, di avere delle prove intermedie sulla base delle quali ricalibrare il proprio lavoro, avvicina molto la realtà  dell’atleta a quella aziendale.

Famiglia, amicizie, hobby, passioni: lei quanti sacrifici ha dovuto fare per diventare la velista più medagliata della storia?
Parecchi. Ho messo molto da parte la mia vita privata per potermi dedicare allo sport. Ci sono diverse atlete di successo in Italia che sono riuscite comunque a farsi una famiglia, ad avere dei figli, e devo dire che le guardo con grande ammirazione. Rimpianti? No, se ho fatto certi sacrifici è perché per me erano necessari. Soprattutto all’inizio della mia carriera, viaggiavo moltissimo e avevo anche bisogno di molta concentrazione. Ovviamente tutto dipende da come sei predisposto a livello mentale.

Ha scritto sul suo sito internet: “Sto studiando cosa fare da grande”. Come si sta preparando al dopo vela? Cosa vede nel suo futuro?
Mi piace molto la parte manageriale dello sport e, a questo proposito, ho anche frequentato un corso di management organizzato dal Coni. In questo momento sto seguendo il team Azzurra che a novembre parteciperà alla Louis Vuitton Cup di Nizza. Con loro rivestirò il ruolo di team manager, un’occasione davvero importante per me. Non è facile trovare persone che ti permettono di fare un’esperienza simile.

Londra 2012: l’obiettivo di Alessandra Sensini è…
Quello di tutte le altre Olimpiadi: arrivarci al massimo e puntare ad un’altra medaglia.

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di-centa_giorgio_post3La fatica degli allenamenti e l’impegno di una vita familiare molto movimentata. La quotidianità di Giorgio Di Centa, 37 anni, due medaglie d’oro nello sci di fondo alle Olimpiadi invernali del 2006 e tanti altri successi in bacheca, è da sempre all’insegna del duro lavoro. Che si tratti dei quattro figli da gestire o della preparazione in vista della prossima gara, il campione friulano è abituato a non fermarsi mai. «Quando parti spento e arrivi alla fine della giornata pieno di energie allora sì che hai lavorato bene», spiega l’atleta azzurro. L’allenamento, dunque, come spinta fisica e mentale per migliorarsi e puntare a grandi traguardi. Quelli che Di Centa non vuole smettere di inseguire.

Giorgio Di Centa, nel suo palmares spiccano i due ori olimpici ai Giochi di Torino del 2006. A tre anni di distanza da quei successi, che obiettivi sente ancora di avere?
Dopo Torino, ho deciso di continuare per un altro quadriennio, quindi voglio arrivare alla prossima Olimpiade (Vancouver 2010, ndr) e ben figurare. Cosa significa “ben figurare”? Sarebbe bello portare ancora a casa degli ori, ma mi basterebbe almeno andare a medaglia. In ogni caso, l’anno dopo le Olimpiadi di Torino mi sono focalizzato soprattutto sui titoli assoluti italiani, arrivando a quota 18. Ora l’obiettivo della mia carriera è raggiungere il record, ne vorrei 23-24. E poi c’è ancora la vittoria in Coppa del Mondo che mi manca: l’anno scorso l’ho solo sfiorata. Sento in me tanta forza mentale e fisicamente sto bene, ma devo anche tenere conto della mia età. Mentre nel mondo del lavoro questo fattore ha un peso relativo, nello sport è un limite che bisogna considerare.

A 37 anni ha già una lunga carriera e molti trionfi alle spalle. Un atleta della sua esperienza dove trova la motivazione per continuare ad allenarsi duramente tutti i giorni?
Credo di averla nel DNA, è di famiglia. Dai 30 anni ad oggi è stato uno stimolo continuo, perché ho ottenuto risultati sempre più importanti. Nei dieci anni precedenti avevo avuto sì una crescita, ma è grazie all’argento di Salt Lake City nel 2002 che ho trovato fiducia in me stesso e grande voglia di continuare a migliorare. In famiglia tutti mi dicono “finché ce la fai, perché dovresti smettere”? E, in effetti, finché riuscirò ad andare forte, continuerò. Non mi dispiace fare fatica.

Parliamo proprio dell’allenamento. Secondo lei, per ottenere il massimo da se stessi con quale mentalità bisogna approcciarsi al lavoro quotidiano?
Bisogna essere dei grandi professionisti, maniacali fino al punto giusto. Io, per esempio, ho una certa esperienza alle spalle e conosco bene il mio corpo, ma sento di dover migliorare continuamente la mia tecnica. Per fare questo serve la voglia di imparare, di mettersi sempre in discussione, verificando giorno dopo giorno il proprio rendimento.

di centa_giorgio_post1Quando sente di aver fatto un “buon allenamento”?
Quando sento di avere la pace interiore. Dopo le due medaglie d’oro di Torino ho dovuto viaggiare molto per vari impegni e in quella stagione non sono andato forte. Avevo la testa troppo impegnata: arrivavo all’inizio dell’allenamento pieno di adrenalina, ma alla fine ero spento. Credo, al contrario, che quando parti spento – magari sbadigliando – e arrivi alla fine della giornata pieno di energie allora sì che hai lavorato bene.

I giorni e le ore prima di una gara importante: un incubo per molti atleti. Lei come riesce a gestire l’ansia? E’ giusto sentire un po’ la pressione oppure è meglio liberare completamente la testa?
A Torino, per esempio, ho sentito molto la pressione: eravamo in Italia, c’erano grandi attese e dovevo fare risultato. In quel caso, però, ho gestito bene il momento, dimostrando di saper restare lucido anche in una situazione di forte tensione. Credo che l’importante sia avere degli schemi mentali che ti diano la tranquillità, la consapevolezza di esserti preparato al meglio. La parola chiave potrebbe essere “autostima”, ma è qualcosa che si acquisisce solo con l’esperienza.

Dovendo scegliere, nei suoi successi è stata più decisiva la preparazione atletica o quella mentale?
Se proprio dovessi scegliere, direi che in diverse occasioni l’aspetto mentale è stato determinante. Torno per un attimo al periodo post-Olimpiadi 2006: io pensavo di fare bene, ne ero davvero convinto, ma in realtà non riuscivo ad avere un buon approccio agli allenamenti. Non ci ero più abituato proprio da un punto di vista mentale.

A Torino ha vinto un oro olimpico nella staffetta 4×10 chilometri. Far parte di un team che difficoltà e che vantaggi comporta? Secondo lei, è necessario che ci sia un leader all’interno del gruppo? Che caratteristiche deve avere?
Sicuramente uno svantaggio è che senti di più la responsabilità, perché se fai male tu, metti in difficoltà anche gli altri. Però il momento del successo di gruppo è molto molto appagante: è bellissimo condividere la gioia con tutti, nel nostro caso anche con i tecnici. Per quando riguarda la figura del leader, io credo che ne serva uno all’interno della squadra. Il problema semmai è quando ci sono più persone che si sentono tali… Comunque, il leader deve essere un riferimento per il gruppo, deve fungere da stimolo continuo al miglioramento. E poi bisogna saper essere cinici alcune volte, dicendo le cose come stanno, specialmente se gli altri non stanno svolgendo bene il proprio lavoro.

Ci dica la verità: le ha dato più soddisfazione la vittoria nella staffetta o l’oro individuale nella 50 chilometri?
Non ho ottenuto moltissimi successi individuali nella mia carriera e quindi il trionfo nella 50 chilometri è stato davvero un momento incredibile per me. Anche l’oro nella staffetta mi ha dato tanta soddisfazione, ma se devo scegliere dico l’oro individuale. Mi mancava una grande vittoria in singolo.

di centa_giorgio_post2Fin qui abbiamo parlato dei suoi trionfi. Ma le sconfitte che sapore hanno per lei? Meglio cancellare tutto e ripartire oppure riflettere a lungo sull’insuccesso?
Credo dipenda dal carattere delle persone. Io sono molto obiettivo, per questo riesco a mettere subito da parte le sconfitte. Se penso agli errori che ho fatto è solo perché non voglio commetterli un’altra volta. Ricordo, però, che alle Olimpiadi del 2006 ero arrivato quarto alla prima gara. Mi sentivo un po’ giù di morale e alla sera ho chiamato mia moglie. Le ho chiesto: “mi vorresti ancora bene se tornassi a casa senza medaglie?”. Lei ovviamente mi ha risposto di sì e da quel momento sono riuscito ad affrontare le altre gare con serenità, portando a casa due vittorie.

Già, lei non è solo un grande atleta ma anche un uomo molto attaccato alla famiglia. A volte avere una moglie e dei figli può essere un ostacolo verso il successo, perché per lei non è un problema?
Direi che non è vero che avere una famiglia non mi crea delle difficoltà… Dopo Torino, io e mia moglie abbiamo avuto un altro bambino, il quarto. Posso assicurare che gestire quattro figli non è affatto facile, richiede un impegno enorme. Allo stesso tempo, però, la famiglia mi dà una grande forza per la mia carriera sportiva. Del resto, quando arrivo ai raduni per me è facilissimo trovare la concentrazione, visto che a casa solitamente c’è il finimondo…

Se dovesse racchiudere in una parola il segreto del successo?
Credere. Se una persona sa di essere veramente portata per uno sport o per un lavoro, deve avere la tranquillità e la convinzione che prima o poi riuscirà a fare la carriera che merita. L’importante è avere costanza nel lavoro quotidiano ed essere disposti a fare dei sacrifici in vista dell’obiettivo finale.

La redazione di Profumo di Carriera vuole unirsi alle felicitazioni per Giorgio Di Centa, che proprio in questi giorni ha ricevuto l’investitura quale portabandiera azzurro alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi Invernali di Vancouver 2010.

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bernardi_lorenzo_postLa sua nuova avventura da allenatore è cominciata subito con una vittoria ai Giochi del Mediterraneo, alla guida della Nazionale B di volley, nel luglio scorso. Ora, però, Lorenzo Bernardi si prepara ad affrontare la sua prima vera stagione in panchina come coach della Pallavolo Padova, solo qualche mese dopo aver smesso la divisa da giocatore. Tante le attese e le pressioni, ma nulla che possa spaventare il “miglior pallavolista del XX secolo”. In fondo, ce lo ricorda lui stesso: «Io sono Lorenzo Bernardi». Un nome e un cognome che insieme significano duro lavoro, mentalità vincente e leadership. Quasi una garanzia di successo.

Lorenzo Bernardi, ovvero – secondo la Federazione Internazionale della Pallavolo -  il miglior giocatore di volley del secolo scorso. Ci dica, qual è l’obiettivo adesso? Diventare il miglior allenatore di questo secolo?
No, diciamo che non ce l’ho in testa come obiettivo. Però sono ambizioso di carattere e i risultati che voglio ottenere lo sono di conseguenza. Per essere un grande allenatore ovviamente bisogna avere anche una grande squadra e io penso solo ad obiettivi raggiungibili, ma sempre all’insegna di un miglioramento costante. Poi, se questo vorrà dire che un giorno riuscirò a diventare uno dei migliori allenatori in circolazione, ben venga.

Quest’anno è passato dal campo alla panchina praticamente senza soluzione di continuità. Un cambiamento così importante e improvviso può anche spaventare: a lei che effetto ha fatto? Come ha affrontato le difficoltà iniziali?
Le ho affrontate come tutti fanno nel proprio lavoro. Naturalmente ho dovuto confrontarmi con problemi più piccoli e problemi più grandi, ma li ho superati senza particolari difficoltà. Avevo in testa già da parecchio tempo di fare l’allenatore e quindi mi sono sentito subito a mio agio in questo ruolo. L’importante, secondo me, è sapere bene a cosa si va incontro.

Al di là delle questioni tecniche, per un coach è fondamentale la gestione del gruppo. Come si è preparato da questo punto di vista?
La gestione del gruppo è sicuramente l’aspetto più difficile. Per prepararmi ho letto dei libri e mi sono confrontato con tantissimi allenatori, anche di altri sport. Inoltre, cerco di ricordare, di rivivere le situazioni di quando ero giocatore, guardandole però con gli occhi di adesso, da allenatore. Devo dire, comunque, che ho un carattere molto forte e credo di non avere debolezze da questo punto di vista.

Motivazione, spirito di squadra, applicazione. Secondo lei, su quale di questi aspetti è più importante lavorare per “entrare nella testa” di una squadra?
L’applicazione al primo posto. Se una persona è determinata sotto questo aspetto, allora avrà anche grande motivazione. Applicarsi, però, non significa solo cosa fai in palestra o in ufficio, ma anche come arrivi, come ti prepari al lavoro quotidiano.
Lo spirito di squadra, comunque, viene subito dopo ed è più importante anche degli aspetti tecnici o tattici. Come ho già detto, io non posso diventare un grande allenatore senza una grande squadra. Allo stesso modo, senza dei compagni forti non sarei stato il miglior giocatore del XX secolo.

Come allenatore ha subito ottenuto la medaglia d’oro ai Giochi del Mediterraneo. Insomma, lei conosce il segreto per trasmettere la mentalità vincente: ce lo può svelare?
Non credo sia difficile trasmetterla, l’importante semmai è capire cosa significa realmente essere vincenti. Per come la vedo io, è un concetto a 360 gradi. Si è vincenti quando si lavora bene tutti i giorni, quando ci si prepara bene fuori dalla palestra o dall’ufficio, quando si fanno i sacrifici e non si vive di alibi.
Ripeto, è fondamentale però capire cosa ognuno intende con “mentalità vincente”. Quando vado alle conferenze a parlare, io come esempio faccio sempre vedere il punto della vittoria che ho realizzato nella finale del Mondiale di Rio de Janeiro nel 1990. Ma non per sottolineare che ho fatto io il punto decisivo, bensì per mostrare come tutta la squadra intervenga in quell’azione. È tutto il contesto che deve essere vincente.

bernardi_lorenzo_post1Parliamo di leadership: imporsi come guida di un team, anche per un manager d’azienda, non è impresa semplice. Il suo consiglio per riuscirci?
Devi sempre dare l’esempio, questa è la prima regola. Non puoi mai essere in difetto nei confronti del gruppo, dal più piccolo particolare agli aspetti più importanti. Un esempio che potrei fare si riferisce a quando giocavo io con il club e con la nazionale: i migliori allenatori che ho avuto, quelli che considero dei veri leader, a tavola avevano lo stesso menù dei giocatori. Non prendevano, che so, una bottiglia di vino particolare o altro. Mangiavano e bevevano le stesse cose che prendevamo noi giocatori.

L’allenatore-manager: è una figura in cui si riconosce? E’ questo il futuro della pallavolo e dello sport, in generale?
Credo moltissimo in questa figura, perché rappresenterebbe un enorme salto di qualità per lo sport. Non è un caso che allenatori-manager come Ancelotti, Mourinho o Ferguson nel calcio, così come Ettore Messina nella pallacanestro, abbiano ottenuto e continuino ad ottenere grandi risultati. L’allenatore-manager ha sotto controllo tutto, il suo è un ruolo focale. Io ci credo molto, anche se in Italia le società non sono molto propense in questo senso.

Quanto è forte l’influenza dei suoi vecchi coach sull’allenatore che è oggi? In cosa vorrebbe somigliare loro di più e in cosa di meno?
Partendo dal presupposto che ognuno di noi è diverso, ho cercato di prendere qualcosa di positivo da tutti gli allenatori che ho avuto. A partire da Velasco, che ha rappresentato una svolta radicale nella mia storia professionale, passando per Montali, Bagnoli, Anastasi… Ho colto degli aspetti positivi anche dai coach con cui non mi sono trovato bene. Io, comunque, cerco di essere me stesso, non mi sento un “miscuglio” dei miei vecchi allenatori.

Non ci ha ancora detto in cosa vorrebbe somigliare meno ai suoi “maestri”…
Io sono Lorenzo Bernardi. Sinceramente non capisco chi dice “voglio fare come questo o come quello”. È vero, spesso ripenso a come i miei allenatori affrontavano determinati momenti di difficoltà, ma poi cerco di sviluppare una soluzione con la mia testa. In ogni caso, ritengo che saper “copiare” il meglio degli altri non sia un difetto. Alcune cose si possono rielaborare, altre si prendono pari pari. Nello sport, come in altri campi, non è sempre possibile re-inventare tutto da capo. Se devo sostituire la gomma della macchina, copio quello che fa il gommista. Non ci sono altri modi.

Dove sarà Lorenzo Bernardi tra 10 anni?
Su una panchina. Ma non vi dico quale.

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josefa_idem_postHa quasi 45 anni e l’energia di una ragazzina! Josefa Idem è la donna che nella storia dello sport italiano ha conquistato più medaglie fra Campionati del Mondo e Olimpiadi. E’ la prima e unica donna della Canoa Italiana ad aver vinto un Campionato Mondiale e un’Olimpiade.
Ma Josefa Idem non è solo una sportiva d’eccezione. E’ anche madre di due figli: Janek di 14 anni e Jonas di 6. E’ impegnata nel sociale come testimonial di A.I.S.M. (Associazione Italiana Sclerosi Multipla), di Acqua è Vita e della campagna per la Donazione di Organi della Regione Emilia Romagna. Da febbraio 2007 è membro della Commissione Scientifica per la Vigilanza e il Controllo sul Doping per la tutela della Salute nelle Attività Sportive del Ministero della Salute. Nell’aprile del 2007 ha pubblicato la sua autobiografia Controcorrente per la Sperling & Kupfer. Il libro è stato preceduto dal film-documentario sulla sua vita A filo d’acqua, girato dal regista Gianenrico Bianchi e presentato durante il Venice Film Meeting nel 2006. Da febbraio 2005 collabora con La Gazzetta dello Sport. E’ stata assessore allo Sport del Comune di Ravenna per sei anni, dal 2001 al 2007.

Josefa Idem lei è la donna che nella storia dello sport italiano ha vinto di più in manifestazioni di Campionati del Mondo e Olimpiadi. Quali sono i risultati sportivi cui è più affezionata?
L’oro olimpico conquistato a Sydney in Australia nel 2000 è sicuramente il risultato sportivo più importante e gratificante. Ma sono molto affezionata anche al primo mondiale del 1990, dove – gareggiando per l’Italia – sono riuscita a salire al primo posto del podio. E poi sono affezionata ai risultati conseguiti ad appena tre mesi dai miei due parti. Nel 1995 infatti mi sono classificata ottava ai Mondiali di Duisburg in Germania; un esito che mi ha permesso di qualificarmi per l’Olimpiade di Atlanta. Mentre nel 2003 mi sono attestata quinta ai Mondiali di Atlanta, qualificandomi per le Olimpiadi di Atene. Questi ultimi, chiaramente, non sono in assoluto i risultati migliori che ho conseguito; ma sicuramente quelli più impegnativi, dato che li ho guadagnati subito dopo le gravidanze. Non è usuale salire i gradini del podio con un lattante fra le braccia!

Lei ha dichiarato: “Percorrere una lunga carriera sportiva costellata di grandi risultati, è come scalare una montagna e raggiungere la vetta; da lassù si ha una vista impareggiabile“. Come ha vissuto le numerose vittorie? Si vince più con la spinta della motivazione e della determinazione (allenamento mentale), o con i muscoli (preparazione atletica)?
Servono entrambi i requisiti per vincere! Con un atteggiamento mentale molto positivo è possibile tirar fuori il 100% delle proprie risorse; ma è certo che l’ottima condizione psico-fisica è presupposto indispensabile per il raggiungimento degli obiettivi. La “vittoria”, per me come per chiunque altro, è il risultato che ci si prefigge di ottenere. E’ il riconoscimento più evidente che il progetto atletico pianificato era buono e che il lavoro preparatorio è andato a buon fine. Vincere è molto gratificante!

Le sconfitte naturalmente bruciano, ma sono anche un’ottima opportunità per imparare a fare meglio la volta dopo“, ha dichiarato in passato. Ricorda, nella sua vita di sportiva, qualche momento difficile? Come lo ha gestito? Come è riuscita a superarlo?
Io ritengo che le sconfitte servano per tararsi. Quando vieni battuto, hai l’occasione di mettere a nudo i tuoi errori e li analizzi. E nella costruzione del progetto sportivo che precede la sfida successiva, hai la possibilità di fare tesoro degli errori fatti.
Ricordo perfettamente il momento più difficile della mia carriera sportiva! Si colloca nella finestra temporale dal 1984 al 1988, fra l’Olimpiade di Los Angeles negli Stati Uniti e quella di Seoul in Corea del Sud. Ero agli inizi della mia carriera agonistica e gareggiavo per la Germania. Non sapevo ancora che avrei intrapreso la carriera sportiva, anche se carezzavo l’idea come un sogno. Consideravo lo sport come un’ambizione legata a una passione, un talento. Non una professione.
Nell’84, appena dopo l’Olimpiade di Los Angeles dove ho conquistato il terzo posto, pensavo che avrei dovuto cercarmi un lavoro. Ho quindi seguito la scuola di formazione professionale per entrare nel corpo della Polizia di Stato in Germania e contemporaneamente mi allenavo. E’ stato un periodo molto difficile, pagato a caro prezzo. Non avevo spazio per me stessa, la mia vita privata, la socialità. E, man a mano che passava il tempo, dividendomi fra Polizia e sport perdevo il mio equilibrio psicologico. Non lo nego: sono stata sull’orlo della depressione.
Sono uscita da questo momento difficile, licenziandomi. E, poco dopo nel 1990, ho seguito mio marito Gugliemo Guerrini – che è anche il mio allenatore – in Italia. Nel 1992 ho preso la cittadinanza italiana. E’ proprio in Italia che ho interpretato lo sport in modo differente: come una carriera e non più solo come una passione.

Lei ha affermato: “Motivazione: è cercare e riuscire ad abbattere le barriere mentali, indagare e sconfiggere i propri limiti, lavorare per raggiungere la capacità di esprimersi al meglio“. Ci vuole spiegare questa affermazione? Che consigli si sentirebbe di dare a un manager che cercasse il modo più opportuno per motivare il proprio team?
Ciò che motiva me è l’orgoglio di far bene il mio lavoro! Sono sicura di ottenere un risultato, se non ottimale, almeno discreto. Quando ci sono le competenze e l’autenticità, il risultato è programmabile. In Italia ho trovato una Federazione che mi supporta con un ottimo progetto sportivo e vengo preparata molto bene.
Quanto alla motivazione in ambito aziendale, direi che l’essenziale per un manager è escogitare una strategia che permetta ai lavoratori di identificarsi con gli obiettivi e i risultati dell’Azienda. E’ importante che il manager utilizzi anche un “linguaggio coinvolgente”, che rimarchi l’esistenza e l’importanza strategica del gruppo. Ad esempio egli dovrà dire: noi abbiamo fatto; il team ha realizzato; e non: io ho ottenuto. Questo non significa che egli dovrà mettere da parte la propria leadership. Tutt’altro! La leadership è importantissima: tutti dovranno “pedalare” come il manager stabilirà; nessuno membro della squadra potrà prendersi libertà gratuite, perché l’anarchia non giova al gruppo. Anzi, ne mina l’esistenza.

Per quel che concerne l’allenamento, lei ha detto: “Allenarsi è non perdere tempo e rendere al massimo; è lì dove si preparano le prestazioni“. Che cosa è per lei l’allenamento, la preparazione atletica e mentale? E come vive queste fasi?
L’allenamento è un lavoro sia fisico che psichico. Chiaramente un atleta non va da nessuna parte senza un’adeguata preparazione fisica. Ma l’allenamento mentale non può rimanere marginale, perché aiuta a superare le difficoltà e i limiti. Spinge lo sportivo a tirar fuori tutte le risorse di cui dispone, in vista del risultato.
Io faccio così: per “spingere sull’acceleratore” e dare il massimo, mi concentro sull’obiettivo che voglio raggiungere.

Oltre all’impegno sportivo, lei è madre di 2 figli. E’ impegnata nel sociale. E’ membro della Commissione Scientifica per la Vigilanza e il Controllo sul Doping per la tutela della Salute nelle Attività Sportive del Ministero della Salute. Collabora con La Gazzetta dello Sport. Ha pubblicato la sua autobiografia, preceduta dalla realizzazione di un film-documentario sulla propria vita. E si è assunta l’impegno politico per 6 anni.
Dove trova le energie? Come riesce a destreggiarsi fra i suoi numerosi impegni? Come fa ad organizzare il suo tempo?
Il segreto è non prendersi gli impegni tutti nello stesso momento – sorride –. Nel 2007 mi sono dimessa dalla carica di Assessore allo Sport del Comune di Ravenna (dopo sei anni di lavoro) perché volevo prepararmi bene in vista delle Olimpiadi di Pechino. I due impegni erano inconciliabili. Semplicemente, nei periodi in cui la mia carriera di sportiva mi lascia più tempo libero, cerco e trovo altri interessi, passioni e incarichi che mi appagano.
Per quel che riguarda l’impegno nel sociale, per me è un modo per ricambiare e restituire ad altri parte della mia fortuna. E mi permette anche di rimanere con i piedi per terra. Al mondo ci sono sei miliardi e mezzo di persone; dovremmo tutti imparare a “non prenderci troppo sul serio!

Progetti futuri? Quando ha vinto l’argento a Pechino, ha dichiarato di voler proseguire l’attività agonistica, almeno fino all’Olimpiade di Londra nel 2012, anno in cui sfiorerà i 48 …
E’ così infatti. La mia Società Sportiva, il Circolo Canottieri Aniene, e i miei sponsor (Ferrero, Chiquita, Adidas, CNA Ravenna), mi supportano nel progetto quadriennale che mi porterà all’Olimpiade di Londra. E’ solo grazie a loro se posso continuare la carriera agonistica. Prossimamente – dal 12 al 16 agosto – parteciperò ai Campionati Mondiali a Dartmauth in Canada; mentre ho appena disputato i Giochi del Mediterraneo e i Campionati Europei. In questo momento sto anche scrivendo un libro di interviste ad ex-campioni dello sport, che dovrebbe uscire quest’autunno.

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Motivazione e auto-motivazione, team-building e leadership, allenamento sfide e obiettivi da raggiungere, gestione dei momenti difficili. Sono solo alcuni dei temi sui quali, un atleta del calibro e del rigore morale di Rossano Galtarossa – portatore di valori condivisi anche dal mondo aziendale – può spendere una parola e fornire un prezioso consiglio, condividendo con i manager gli insegnamenti tratti dalla propria carriera agonistica. Grazie a questo prezioso bagaglio esperienziale, l’atleta non si limita a presenziare ad eventi di formazione quale testimonial, ma assume il ruolo di coach aziendale.

Rossano Galtarossa conosce bene infatti, la fatica che si deve compiere per raggiungere gli obiettivi e l’auto-motivazione che bisogna darsi per vincere; ha imparato ad adottare strategie di team building per motivare il proprio equipaggio, riconosciuto univocamente come leader; ha maturato una certa esperienza nella gestione dei rapporti all’interno della squadra tra giovani e “senatori”, nonché nell’affrontare momenti difficili, parziali sconfitte, dubbi e situazioni di stress.

E’ interessante il parallelismo che ne esce tra il mondo aziendale e quello sportivo. Sono la motivazione, la forza di volontà, la tenacia, la determinazione, che spingono uno sportivo ad allenarsi. E a superare – ogni giorno sempre un po’ di più – i propri limiti fisici, per ottenere una prestazione ottimale. E così succede anche in azienda, dove il professionista deve credere nel proprio lavoro, nell’efficacia delle sue competenze, deve sentirsi parte integrante del “sistema impresa”, e deve voler crescere per riuscire a dare sempre il massimo di sé. Sia nell’uno che nell’altro caso, dietro a tutto, c’è la testa, la mente. Ma il parallelismo fra i due mondi non finisce qui e si fa ancor più stringente: Cosa è un team e come si costruisce? Quali oneri e onori competono a chi ha la leadership? Quali strategie adottare per motivare la propria squadra? Sono domande che va ponendosi lo sportivo che gareggia in equipaggio, ma anche il dirigente che deve amalgamare e incentivare i propri collaboratori. E infine nella vita dell’atleta, come in quella del manager, sopraggiungono difficoltà e momenti di crisi. Quale è il modo migliore per affrontarli e superarli? E da questa angolazione: Cosa è la vittoria? E che significati acquisisce?

Rossano Galtarossa ha indossato la maglia azzurra per 18 anni, aggiudicandosi 4 medaglie olimpiche e altre 10 ai Campionati Mondiali. E’ l’unico atleta ad aver vinto per cinque anni consecutivi il Campionato Italiano nella specialità “Singolo Senior”. Attualmente è il canottiere azzurro con il maggior numero di medaglie olimpiche e l’unico atleta padovano ad aver partecipato a cinque Olimpiadi.

Affronta con Rossano Galtarossa:

PECHINO 2008
SIDNEY 2000
SPOT EDISON
VINCERE CON LA TESTA
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Nella vita, in ambito sportivo come in quello aziendale, sopraggiungono difficoltà e momenti di crisi. Come affrontarli e superarli? E ancora: Che cosa è la vittoria? Chi è il vincitore, colui che vince davvero? Anche in questi ambiti, la similitudine che è possibile costruire fra il mondo dello sport e quello aziendale è forte e illuminante.

Rossano Galtarossa, nella sua carriera agonistica le sarà sicuramente capitato di incontrare ostacoli e difficoltà. Come è riuscito a superarli? Quali strategie ha adottato?
Di difficoltà ce ne sono sempre tante per tutti. Io le supero sforzandomi di non perdere di vista l’obiettivo sul quale sto lavorando. Nel mio caso la gara, mentre per un manager l’obiettivo può essere un determinato risultato aziendale. Più importante è la meta che ci si pone, prima deve iniziare la preparazione. Pertanto, più ambizioso è l’obiettivo da raggiungere, più è lontano nel tempo. Questa lontananza è un fattore pericoloso e fuorviante. Nella preparazione di un atleta infatti, l’allenamento registra fasi altalenanti, con picchi negativi a fronte di periodi difficili e stressanti, specie quando non si ottengono i riscontri che ci si aspetterebbe. In questi casi è bene mantenere la lucidità, avendo sempre ben chiara la meta, e al contempo fissare obiettivi intermedi (test e gare più vicine). E’ chiaro che non è possibile ottenere nella fase iniziale della preparazione risultati simili a quelli riscontrabili a preparazione ultimata. Altrimenti risulterebbe chiara l’inefficacia degli allenamenti e la loro erronea pianificazione.
Infine, per superare i momenti di difficoltà serve avere una buona autostima e fiducia in sé stessi. Se queste vengono minate, è indispensabile trovare – all’interno del proprio team – una persona di cui si ha considerazione, che possa smontare timori e ansie. Un coach o un compagno di squadra con cui ci si possa confidare e confrontare, per farsi dare qualche consiglio.

Lei ha vinto la medaglia d’oro alle olimpiadi di Sidney nel 2000 e l’argento a Pechino nel 2008. Ci vuole spiegare che cosa è la vittoria per lei?
E’ l’obiettivo in funzione del quale l’atleta programma il proprio lavoro fisico e mentale. Io vado al blocco di partenza per salire sul podio. Ma ovviamente il risultato non dipende unicamente da me, dalla mia preparazione, ma anche dall’impegno profuso dai miei avversari e dalle loro prestazioni. Pertanto, io devo gestire la prova dando il meglio di me, ben sapendo che potrei anche non raggiungere il risultato sperato.
Alla luce di ciò, è necessario imparare ad apprezzare anche risultati inferiori alle aspettative, quando si è dato il massimo e guardandosi indietro non si hanno rimpianti. E’ un processo mentale difficile da ottenere, anche perché la società in cui viviamo e i mass media tendono a osannare solo chi sale al primo posto del podio. Invece bisogna imparare ad apprezzare anche risultati leggermente inferiori, senza per questo sentirsi sminuiti. E senza, d’altro canto, appiattirsi su questi risultati, ma strizzando sempre l’occhio al primo gradino del podio.

Quindi, se non ho capito male, “vincente” non è chi vince, chi conquista il primo posto. Ma chi durante la partita gioca al meglio le sue carte, senza rimpianti. E, pur essendosi aggiudicato un secondo o terzo posto, alla sfida successiva ambisce sempre e comunque al primo. Ci può portare un esempio traendolo dalla sua attività agonistica?
Alle Olimpiadi di Pechino la mia squadra è arrivata seconda e si è guadagnata l’argento. Questo risultato può essere riletto anche come una sconfitta, dato che abbiamo perso la medaglia d’oro. Ma siamo arrivati alla gara molto preparati, abbiamo dato il massimo e non abbiamo rimpianti. Quindi la nostra è stata sicuramente una vittoria, che ci ha regalato una gratificazione incredibile dal punto di vista personale e professionale. La realizzazione di un sogno nel cassetto che ha anestetizzato la fatica. Per me poi, l’argento di Pechino è una vittoria molto speciale. L’ho infatti conquistata dopo due anni di fermo dall’attività agonistica, quando avevo già 36 anni! Mi ha gratificato enormemente anche l’apporto che, in occasione di questa gara, sono riuscito a dare ai compagni dal punto di vista umano e mentale.
Credo che imparare ad apprezzare anche risultati leggermente inferiori alle aspettative – senza per questo smettere di puntare ai livelli più alti – sia una buona pratica, spendibile anche dal manager che guida il suo team in azienda!

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galtarossa_rossano2Cosa è un team? Come si costruisce? Quali oneri e onori competono a chi ha la leadership? E ancora: Quali strategie adottare per motivare la propria squadra?
Sono domande fondamentali nel mondo dello sport, come in quello aziendale. Va ponendosele sia il campione sportivo che gareggia in equipaggio, sia il manager che deve dirigere la propria squadra. Ecco perchè alcune esperienze di campioni dell’agonismo possono diventare dei jolly spendibili anche in azienda.

Rossano Galtarossa, a quasi tutte le Olimpiadi cui ha preso parte lei ha gareggiato nel “quattro di coppia”. Cosa è un team, per lei? E cosa significa lavorare in team?
Un team è una squadra, nel mio caso un equipaggio, che condivide tempi, spazi e fatiche, puntando al raggiungimento di un comune obiettivo. Lavorare in team significa affidarsi alle persone che compongono la propria squadra. E’ quindi assolutamente necessario che alla base di tutto ci sia una fiducia reciproca fra i componenti. Quanto più il traguardo è ambizioso, tanto più è facile che nascano invidie. Generate anche da episodi banali, come un’intervista rilasciata ai giornalisti. E’ importante saperle contenere, citando magari sempre i compagni di squadra.
Non è facile legare assieme, amalgamandoli, caratteri e abilità di ciascuno. Specie se si lavora in ambienti e spazi ristretti, con ritmi serrati. Ma se si riesce a instaurare un feeling, allora ci si potrà dare aiuto reciproco nei momenti di difficoltà. Puntuali come la morte, crisi, periodi di sconforto, appannamenti motivazionali si fanno sentire per tutti! Io non credo al mito del superuomo! Non importa se per arrivare a creare un feeling si deve passare attraverso incazzature e strigliate. Se chiarite, anche le liti sono utili e non lasciano strascichi. Di contro, la bambagia non aiuta!

In un team emerge sempre un leader. Che cosa è la leadership?
Il gruppo riconosce sempre un proprio leader al suo interno: per anzianità ed esperienza, per il carattere e l’autorità che dimostra, o per il suo self-control e la capacità di illuminare e guidare il gruppo al raggiungimento dell’obiettivo. Il leader è colui che sa toccare le corde emotive di ciascun componente della squadra. A lui compete il compito di attivare il processo di team building, deve creare affiatamento nel gruppo in vista del comune obiettivo. Il leader deve lavorare più degli altri, per poter pretendere il massimo da loro; deve trasmettere serenità e tranquillità anche nei momenti di maggiore stress.

All’Olimpiade di Pechino, i suoi compagni l’hanno unanimemente riconosciuta come leader indiscusso del suo equipaggio. Ci racconta questa esperienza?
E’ vero. A Pechino la mia squadra mi ha indicato come leader del gruppo, probabilmente per via del fatto che era la quinta Olimpiade cui partecipavo! E’ stata una esperienza intensa e importante per me, anche se ovviamente mi ha comportato un aggravio di responsabilità e stress.
A Pechino mi sono trovato a dover trasmettere fiducia e tranquillità ai compagni di squadra. Nel briefing che precede la gara, ho dedicato una frase a ciascuno di loro. Un pensiero studiato su misura, che potesse motivare, infondere fiducia e forza. Di ogni compagno infatti, avevo imparato a conoscere carattere e punti deboli.
Durante gli allenamenti bisogna dare il massimo, riducendo i tempi morti. Ma se si diventa troppo oppressivi, si rischia di ottenere l’effetto contrario. Quindi, se qualcuno non lavora con la determinazione necessaria, bisogna valutare se sia più utile una strigliata, ricordando a tutti che è necessario stringere i denti in vista di un risultato gratificante; o piuttosto non sia meglio dare all’intera squadra un giorno di tregua e stacco, per riprendere poi con maggiore vigore e grinta. E’ chiaro che i giorni liberi vanno dati con il contagocce, verificando comunque sempre che dall’altra parte ci siano atleti davvero esausti e provati, non persone che battano la fiacca e vogliano semplicemente approfittarsene.

Mi pare di capire che, tra i compiti del leader, rientri la “motivazione” della propria squadra. E’ così?
Direi di sì. In vista dell’Olimpiade di Pechino nella mia squadra sono entrati due ragazzi nuovi, che non conoscevo bene. Lo sforzo iniziale è stato quello di indagare se avessero la stessa motivazione mia e dell’altro “componente anziano” dell’equipaggio. Il problema non era comprendere se condividessero lo stesso obiettivo, perché era chiaro che fosse così! Ma dovevo capire se ci tenevano davvero ad affrontare il percorso che li avrebbe attesi. E per pretendere da loro il 100% dell’impegno, sapevo che io avrei dovuto dare molto più di loro.
Vi voglio raccontare un episodio che mi è capitato. Recentemente alcuni dirigenti di una azienda mi hanno chiamato in visita da loro. Al termine del giro dello stabilimento, mi hanno posto un quesito: “Noi oggi siamo leader nel nostro settore. Come possiamo fare per mantenere questo primato?” Con la testa ho ripercorso per un attimo a ritroso il ciclo produttivo e i volti degli operai che avevo appena visto. E ho risposto loro: “Per ottenere i massimi risultati, è necessario coinvolgere il team. Anche l’ultimo anello della catena deve sentirsi parte del gruppo e deve essere galvanizzato”. A mente fredda e a distanza di tempo, continuo a credere che questo sia sempre un ottimo consiglio!

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