giovedì 09 settembre, 2010

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josefa_idem_postHa quasi 45 anni e l’energia di una ragazzina! Josefa Idem è la donna che nella storia dello sport italiano ha conquistato più medaglie fra Campionati del Mondo e Olimpiadi. E’ la prima e unica donna della Canoa Italiana ad aver vinto un Campionato Mondiale e un’Olimpiade.
Ma Josefa Idem non è solo una sportiva d’eccezione. E’ anche madre di due figli: Janek di 14 anni e Jonas di 6. E’ impegnata nel sociale come testimonial di A.I.S.M. (Associazione Italiana Sclerosi Multipla), di Acqua è Vita e della campagna per la Donazione di Organi della Regione Emilia Romagna. Da febbraio 2007 è membro della Commissione Scientifica per la Vigilanza e il Controllo sul Doping per la tutela della Salute nelle Attività Sportive del Ministero della Salute. Nell’aprile del 2007 ha pubblicato la sua autobiografia Controcorrente per la Sperling & Kupfer. Il libro è stato preceduto dal film-documentario sulla sua vita A filo d’acqua, girato dal regista Gianenrico Bianchi e presentato durante il Venice Film Meeting nel 2006. Da febbraio 2005 collabora con La Gazzetta dello Sport. E’ stata assessore allo Sport del Comune di Ravenna per sei anni, dal 2001 al 2007.

Josefa Idem lei è la donna che nella storia dello sport italiano ha vinto di più in manifestazioni di Campionati del Mondo e Olimpiadi. Quali sono i risultati sportivi cui è più affezionata?
L’oro olimpico conquistato a Sydney in Australia nel 2000 è sicuramente il risultato sportivo più importante e gratificante. Ma sono molto affezionata anche al primo mondiale del 1990, dove – gareggiando per l’Italia – sono riuscita a salire al primo posto del podio. E poi sono affezionata ai risultati conseguiti ad appena tre mesi dai miei due parti. Nel 1995 infatti mi sono classificata ottava ai Mondiali di Duisburg in Germania; un esito che mi ha permesso di qualificarmi per l’Olimpiade di Atlanta. Mentre nel 2003 mi sono attestata quinta ai Mondiali di Atlanta, qualificandomi per le Olimpiadi di Atene. Questi ultimi, chiaramente, non sono in assoluto i risultati migliori che ho conseguito; ma sicuramente quelli più impegnativi, dato che li ho guadagnati subito dopo le gravidanze. Non è usuale salire i gradini del podio con un lattante fra le braccia!

Lei ha dichiarato: “Percorrere una lunga carriera sportiva costellata di grandi risultati, è come scalare una montagna e raggiungere la vetta; da lassù si ha una vista impareggiabile“. Come ha vissuto le numerose vittorie? Si vince più con la spinta della motivazione e della determinazione (allenamento mentale), o con i muscoli (preparazione atletica)?
Servono entrambi i requisiti per vincere! Con un atteggiamento mentale molto positivo è possibile tirar fuori il 100% delle proprie risorse; ma è certo che l’ottima condizione psico-fisica è presupposto indispensabile per il raggiungimento degli obiettivi. La “vittoria”, per me come per chiunque altro, è il risultato che ci si prefigge di ottenere. E’ il riconoscimento più evidente che il progetto atletico pianificato era buono e che il lavoro preparatorio è andato a buon fine. Vincere è molto gratificante!

Le sconfitte naturalmente bruciano, ma sono anche un’ottima opportunità per imparare a fare meglio la volta dopo“, ha dichiarato in passato. Ricorda, nella sua vita di sportiva, qualche momento difficile? Come lo ha gestito? Come è riuscita a superarlo?
Io ritengo che le sconfitte servano per tararsi. Quando vieni battuto, hai l’occasione di mettere a nudo i tuoi errori e li analizzi. E nella costruzione del progetto sportivo che precede la sfida successiva, hai la possibilità di fare tesoro degli errori fatti.
Ricordo perfettamente il momento più difficile della mia carriera sportiva! Si colloca nella finestra temporale dal 1984 al 1988, fra l’Olimpiade di Los Angeles negli Stati Uniti e quella di Seoul in Corea del Sud. Ero agli inizi della mia carriera agonistica e gareggiavo per la Germania. Non sapevo ancora che avrei intrapreso la carriera sportiva, anche se carezzavo l’idea come un sogno. Consideravo lo sport come un’ambizione legata a una passione, un talento. Non una professione.
Nell’84, appena dopo l’Olimpiade di Los Angeles dove ho conquistato il terzo posto, pensavo che avrei dovuto cercarmi un lavoro. Ho quindi seguito la scuola di formazione professionale per entrare nel corpo della Polizia di Stato in Germania e contemporaneamente mi allenavo. E’ stato un periodo molto difficile, pagato a caro prezzo. Non avevo spazio per me stessa, la mia vita privata, la socialità. E, man a mano che passava il tempo, dividendomi fra Polizia e sport perdevo il mio equilibrio psicologico. Non lo nego: sono stata sull’orlo della depressione.
Sono uscita da questo momento difficile, licenziandomi. E, poco dopo nel 1990, ho seguito mio marito Gugliemo Guerrini – che è anche il mio allenatore – in Italia. Nel 1992 ho preso la cittadinanza italiana. E’ proprio in Italia che ho interpretato lo sport in modo differente: come una carriera e non più solo come una passione.

Lei ha affermato: “Motivazione: è cercare e riuscire ad abbattere le barriere mentali, indagare e sconfiggere i propri limiti, lavorare per raggiungere la capacità di esprimersi al meglio“. Ci vuole spiegare questa affermazione? Che consigli si sentirebbe di dare a un manager che cercasse il modo più opportuno per motivare il proprio team?
Ciò che motiva me è l’orgoglio di far bene il mio lavoro! Sono sicura di ottenere un risultato, se non ottimale, almeno discreto. Quando ci sono le competenze e l’autenticità, il risultato è programmabile. In Italia ho trovato una Federazione che mi supporta con un ottimo progetto sportivo e vengo preparata molto bene.
Quanto alla motivazione in ambito aziendale, direi che l’essenziale per un manager è escogitare una strategia che permetta ai lavoratori di identificarsi con gli obiettivi e i risultati dell’Azienda. E’ importante che il manager utilizzi anche un “linguaggio coinvolgente”, che rimarchi l’esistenza e l’importanza strategica del gruppo. Ad esempio egli dovrà dire: noi abbiamo fatto; il team ha realizzato; e non: io ho ottenuto. Questo non significa che egli dovrà mettere da parte la propria leadership. Tutt’altro! La leadership è importantissima: tutti dovranno “pedalare” come il manager stabilirà; nessuno membro della squadra potrà prendersi libertà gratuite, perché l’anarchia non giova al gruppo. Anzi, ne mina l’esistenza.

Per quel che concerne l’allenamento, lei ha detto: “Allenarsi è non perdere tempo e rendere al massimo; è lì dove si preparano le prestazioni“. Che cosa è per lei l’allenamento, la preparazione atletica e mentale? E come vive queste fasi?
L’allenamento è un lavoro sia fisico che psichico. Chiaramente un atleta non va da nessuna parte senza un’adeguata preparazione fisica. Ma l’allenamento mentale non può rimanere marginale, perché aiuta a superare le difficoltà e i limiti. Spinge lo sportivo a tirar fuori tutte le risorse di cui dispone, in vista del risultato.
Io faccio così: per “spingere sull’acceleratore” e dare il massimo, mi concentro sull’obiettivo che voglio raggiungere.

Oltre all’impegno sportivo, lei è madre di 2 figli. E’ impegnata nel sociale. E’ membro della Commissione Scientifica per la Vigilanza e il Controllo sul Doping per la tutela della Salute nelle Attività Sportive del Ministero della Salute. Collabora con La Gazzetta dello Sport. Ha pubblicato la sua autobiografia, preceduta dalla realizzazione di un film-documentario sulla propria vita. E si è assunta l’impegno politico per 6 anni.
Dove trova le energie? Come riesce a destreggiarsi fra i suoi numerosi impegni? Come fa ad organizzare il suo tempo?
Il segreto è non prendersi gli impegni tutti nello stesso momento – sorride –. Nel 2007 mi sono dimessa dalla carica di Assessore allo Sport del Comune di Ravenna (dopo sei anni di lavoro) perché volevo prepararmi bene in vista delle Olimpiadi di Pechino. I due impegni erano inconciliabili. Semplicemente, nei periodi in cui la mia carriera di sportiva mi lascia più tempo libero, cerco e trovo altri interessi, passioni e incarichi che mi appagano.
Per quel che riguarda l’impegno nel sociale, per me è un modo per ricambiare e restituire ad altri parte della mia fortuna. E mi permette anche di rimanere con i piedi per terra. Al mondo ci sono sei miliardi e mezzo di persone; dovremmo tutti imparare a “non prenderci troppo sul serio!

Progetti futuri? Quando ha vinto l’argento a Pechino, ha dichiarato di voler proseguire l’attività agonistica, almeno fino all’Olimpiade di Londra nel 2012, anno in cui sfiorerà i 48 …
E’ così infatti. La mia Società Sportiva, il Circolo Canottieri Aniene, e i miei sponsor (Ferrero, Chiquita, Adidas, CNA Ravenna), mi supportano nel progetto quadriennale che mi porterà all’Olimpiade di Londra. E’ solo grazie a loro se posso continuare la carriera agonistica. Prossimamente – dal 12 al 16 agosto – parteciperò ai Campionati Mondiali a Dartmauth in Canada; mentre ho appena disputato i Giochi del Mediterraneo e i Campionati Europei. In questo momento sto anche scrivendo un libro di interviste ad ex-campioni dello sport, che dovrebbe uscire quest’autunno.

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Motivazione e auto-motivazione, team-building e leadership, allenamento sfide e obiettivi da raggiungere, gestione dei momenti difficili. Sono solo alcuni dei temi sui quali, un atleta del calibro e del rigore morale di Rossano Galtarossa – portatore di valori condivisi anche dal mondo aziendale – può spendere una parola e fornire un prezioso consiglio, condividendo con i manager gli insegnamenti tratti dalla propria carriera agonistica. Grazie a questo prezioso bagaglio esperienziale, l’atleta non si limita a presenziare ad eventi di formazione quale testimonial, ma assume il ruolo di coach aziendale.

Rossano Galtarossa conosce bene infatti, la fatica che si deve compiere per raggiungere gli obiettivi e l’auto-motivazione che bisogna darsi per vincere; ha imparato ad adottare strategie di team building per motivare il proprio equipaggio, riconosciuto univocamente come leader; ha maturato una certa esperienza nella gestione dei rapporti all’interno della squadra tra giovani e “senatori”, nonché nell’affrontare momenti difficili, parziali sconfitte, dubbi e situazioni di stress.

E’ interessante il parallelismo che ne esce tra il mondo aziendale e quello sportivo. Sono la motivazione, la forza di volontà, la tenacia, la determinazione, che spingono uno sportivo ad allenarsi. E a superare – ogni giorno sempre un po’ di più – i propri limiti fisici, per ottenere una prestazione ottimale. E così succede anche in azienda, dove il professionista deve credere nel proprio lavoro, nell’efficacia delle sue competenze, deve sentirsi parte integrante del “sistema impresa”, e deve voler crescere per riuscire a dare sempre il massimo di sé. Sia nell’uno che nell’altro caso, dietro a tutto, c’è la testa, la mente. Ma il parallelismo fra i due mondi non finisce qui e si fa ancor più stringente: Cosa è un team e come si costruisce? Quali oneri e onori competono a chi ha la leadership? Quali strategie adottare per motivare la propria squadra? Sono domande che va ponendosi lo sportivo che gareggia in equipaggio, ma anche il dirigente che deve amalgamare e incentivare i propri collaboratori. E infine nella vita dell’atleta, come in quella del manager, sopraggiungono difficoltà e momenti di crisi. Quale è il modo migliore per affrontarli e superarli? E da questa angolazione: Cosa è la vittoria? E che significati acquisisce?

Rossano Galtarossa ha indossato la maglia azzurra per 18 anni, aggiudicandosi 4 medaglie olimpiche e altre 10 ai Campionati Mondiali. E’ l’unico atleta ad aver vinto per cinque anni consecutivi il Campionato Italiano nella specialità “Singolo Senior”. Attualmente è il canottiere azzurro con il maggior numero di medaglie olimpiche e l’unico atleta padovano ad aver partecipato a cinque Olimpiadi.

Affronta con Rossano Galtarossa:

PECHINO 2008
SIDNEY 2000
SPOT EDISON
VINCERE CON LA TESTA
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Nella vita, in ambito sportivo come in quello aziendale, sopraggiungono difficoltà e momenti di crisi. Come affrontarli e superarli? E ancora: Che cosa è la vittoria? Chi è il vincitore, colui che vince davvero? Anche in questi ambiti, la similitudine che è possibile costruire fra il mondo dello sport e quello aziendale è forte e illuminante.

Rossano Galtarossa, nella sua carriera agonistica le sarà sicuramente capitato di incontrare ostacoli e difficoltà. Come è riuscito a superarli? Quali strategie ha adottato?
Di difficoltà ce ne sono sempre tante per tutti. Io le supero sforzandomi di non perdere di vista l’obiettivo sul quale sto lavorando. Nel mio caso la gara, mentre per un manager l’obiettivo può essere un determinato risultato aziendale. Più importante è la meta che ci si pone, prima deve iniziare la preparazione. Pertanto, più ambizioso è l’obiettivo da raggiungere, più è lontano nel tempo. Questa lontananza è un fattore pericoloso e fuorviante. Nella preparazione di un atleta infatti, l’allenamento registra fasi altalenanti, con picchi negativi a fronte di periodi difficili e stressanti, specie quando non si ottengono i riscontri che ci si aspetterebbe. In questi casi è bene mantenere la lucidità, avendo sempre ben chiara la meta, e al contempo fissare obiettivi intermedi (test e gare più vicine). E’ chiaro che non è possibile ottenere nella fase iniziale della preparazione risultati simili a quelli riscontrabili a preparazione ultimata. Altrimenti risulterebbe chiara l’inefficacia degli allenamenti e la loro erronea pianificazione.
Infine, per superare i momenti di difficoltà serve avere una buona autostima e fiducia in sé stessi. Se queste vengono minate, è indispensabile trovare – all’interno del proprio team – una persona di cui si ha considerazione, che possa smontare timori e ansie. Un coach o un compagno di squadra con cui ci si possa confidare e confrontare, per farsi dare qualche consiglio.

Lei ha vinto la medaglia d’oro alle olimpiadi di Sidney nel 2000 e l’argento a Pechino nel 2008. Ci vuole spiegare che cosa è la vittoria per lei?
E’ l’obiettivo in funzione del quale l’atleta programma il proprio lavoro fisico e mentale. Io vado al blocco di partenza per salire sul podio. Ma ovviamente il risultato non dipende unicamente da me, dalla mia preparazione, ma anche dall’impegno profuso dai miei avversari e dalle loro prestazioni. Pertanto, io devo gestire la prova dando il meglio di me, ben sapendo che potrei anche non raggiungere il risultato sperato.
Alla luce di ciò, è necessario imparare ad apprezzare anche risultati inferiori alle aspettative, quando si è dato il massimo e guardandosi indietro non si hanno rimpianti. E’ un processo mentale difficile da ottenere, anche perché la società in cui viviamo e i mass media tendono a osannare solo chi sale al primo posto del podio. Invece bisogna imparare ad apprezzare anche risultati leggermente inferiori, senza per questo sentirsi sminuiti. E senza, d’altro canto, appiattirsi su questi risultati, ma strizzando sempre l’occhio al primo gradino del podio.

Quindi, se non ho capito male, “vincente” non è chi vince, chi conquista il primo posto. Ma chi durante la partita gioca al meglio le sue carte, senza rimpianti. E, pur essendosi aggiudicato un secondo o terzo posto, alla sfida successiva ambisce sempre e comunque al primo. Ci può portare un esempio traendolo dalla sua attività agonistica?
Alle Olimpiadi di Pechino la mia squadra è arrivata seconda e si è guadagnata l’argento. Questo risultato può essere riletto anche come una sconfitta, dato che abbiamo perso la medaglia d’oro. Ma siamo arrivati alla gara molto preparati, abbiamo dato il massimo e non abbiamo rimpianti. Quindi la nostra è stata sicuramente una vittoria, che ci ha regalato una gratificazione incredibile dal punto di vista personale e professionale. La realizzazione di un sogno nel cassetto che ha anestetizzato la fatica. Per me poi, l’argento di Pechino è una vittoria molto speciale. L’ho infatti conquistata dopo due anni di fermo dall’attività agonistica, quando avevo già 36 anni! Mi ha gratificato enormemente anche l’apporto che, in occasione di questa gara, sono riuscito a dare ai compagni dal punto di vista umano e mentale.
Credo che imparare ad apprezzare anche risultati leggermente inferiori alle aspettative – senza per questo smettere di puntare ai livelli più alti – sia una buona pratica, spendibile anche dal manager che guida il suo team in azienda!

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galtarossa_rossano2Cosa è un team? Come si costruisce? Quali oneri e onori competono a chi ha la leadership? E ancora: Quali strategie adottare per motivare la propria squadra?
Sono domande fondamentali nel mondo dello sport, come in quello aziendale. Va ponendosele sia il campione sportivo che gareggia in equipaggio, sia il manager che deve dirigere la propria squadra. Ecco perchè alcune esperienze di campioni dell’agonismo possono diventare dei jolly spendibili anche in azienda.

Rossano Galtarossa, a quasi tutte le Olimpiadi cui ha preso parte lei ha gareggiato nel “quattro di coppia”. Cosa è un team, per lei? E cosa significa lavorare in team?
Un team è una squadra, nel mio caso un equipaggio, che condivide tempi, spazi e fatiche, puntando al raggiungimento di un comune obiettivo. Lavorare in team significa affidarsi alle persone che compongono la propria squadra. E’ quindi assolutamente necessario che alla base di tutto ci sia una fiducia reciproca fra i componenti. Quanto più il traguardo è ambizioso, tanto più è facile che nascano invidie. Generate anche da episodi banali, come un’intervista rilasciata ai giornalisti. E’ importante saperle contenere, citando magari sempre i compagni di squadra.
Non è facile legare assieme, amalgamandoli, caratteri e abilità di ciascuno. Specie se si lavora in ambienti e spazi ristretti, con ritmi serrati. Ma se si riesce a instaurare un feeling, allora ci si potrà dare aiuto reciproco nei momenti di difficoltà. Puntuali come la morte, crisi, periodi di sconforto, appannamenti motivazionali si fanno sentire per tutti! Io non credo al mito del superuomo! Non importa se per arrivare a creare un feeling si deve passare attraverso incazzature e strigliate. Se chiarite, anche le liti sono utili e non lasciano strascichi. Di contro, la bambagia non aiuta!

In un team emerge sempre un leader. Che cosa è la leadership?
Il gruppo riconosce sempre un proprio leader al suo interno: per anzianità ed esperienza, per il carattere e l’autorità che dimostra, o per il suo self-control e la capacità di illuminare e guidare il gruppo al raggiungimento dell’obiettivo. Il leader è colui che sa toccare le corde emotive di ciascun componente della squadra. A lui compete il compito di attivare il processo di team building, deve creare affiatamento nel gruppo in vista del comune obiettivo. Il leader deve lavorare più degli altri, per poter pretendere il massimo da loro; deve trasmettere serenità e tranquillità anche nei momenti di maggiore stress.

All’Olimpiade di Pechino, i suoi compagni l’hanno unanimemente riconosciuta come leader indiscusso del suo equipaggio. Ci racconta questa esperienza?
E’ vero. A Pechino la mia squadra mi ha indicato come leader del gruppo, probabilmente per via del fatto che era la quinta Olimpiade cui partecipavo! E’ stata una esperienza intensa e importante per me, anche se ovviamente mi ha comportato un aggravio di responsabilità e stress.
A Pechino mi sono trovato a dover trasmettere fiducia e tranquillità ai compagni di squadra. Nel briefing che precede la gara, ho dedicato una frase a ciascuno di loro. Un pensiero studiato su misura, che potesse motivare, infondere fiducia e forza. Di ogni compagno infatti, avevo imparato a conoscere carattere e punti deboli.
Durante gli allenamenti bisogna dare il massimo, riducendo i tempi morti. Ma se si diventa troppo oppressivi, si rischia di ottenere l’effetto contrario. Quindi, se qualcuno non lavora con la determinazione necessaria, bisogna valutare se sia più utile una strigliata, ricordando a tutti che è necessario stringere i denti in vista di un risultato gratificante; o piuttosto non sia meglio dare all’intera squadra un giorno di tregua e stacco, per riprendere poi con maggiore vigore e grinta. E’ chiaro che i giorni liberi vanno dati con il contagocce, verificando comunque sempre che dall’altra parte ci siano atleti davvero esausti e provati, non persone che battano la fiacca e vogliano semplicemente approfittarsene.

Mi pare di capire che, tra i compiti del leader, rientri la “motivazione” della propria squadra. E’ così?
Direi di sì. In vista dell’Olimpiade di Pechino nella mia squadra sono entrati due ragazzi nuovi, che non conoscevo bene. Lo sforzo iniziale è stato quello di indagare se avessero la stessa motivazione mia e dell’altro “componente anziano” dell’equipaggio. Il problema non era comprendere se condividessero lo stesso obiettivo, perché era chiaro che fosse così! Ma dovevo capire se ci tenevano davvero ad affrontare il percorso che li avrebbe attesi. E per pretendere da loro il 100% dell’impegno, sapevo che io avrei dovuto dare molto più di loro.
Vi voglio raccontare un episodio che mi è capitato. Recentemente alcuni dirigenti di una azienda mi hanno chiamato in visita da loro. Al termine del giro dello stabilimento, mi hanno posto un quesito: “Noi oggi siamo leader nel nostro settore. Come possiamo fare per mantenere questo primato?” Con la testa ho ripercorso per un attimo a ritroso il ciclo produttivo e i volti degli operai che avevo appena visto. E ho risposto loro: “Per ottenere i massimi risultati, è necessario coinvolgere il team. Anche l’ultimo anello della catena deve sentirsi parte del gruppo e deve essere galvanizzato”. A mente fredda e a distanza di tempo, continuo a credere che questo sia sempre un ottimo consiglio!

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Facendo riferimento alla sua esperienza personale, ci può spiegare che cosa è l’allenamento? In cosa consiste? E quanta parte del suo tempo occupa?
Per uno sportivo l’allenamento è fondamentale. Occupa il 95% del tempo riservato allo sport e si scansiona in allenamento fisico, emozionale e mentale. Ovviamente la parte più significativa è dedicata all’allenamento fisico, imprescindibile per un atleta. Così come, avere delle conoscenze e competenze tecniche, è fondamentale per il professionista. In situazioni di affaticamento il corpo risponde attivando delle spie (accelerazione del battito cardiaco, acido lattico) che mettono in allerta il soggetto che si sottopone allo stress, suggerendogli di fermarsi. Queste spie, se accese, vengono infatti percepite come indicatori di una situazione di pericolo. L’allenamento fisico serve per andare oltre il limite che il corpo erige, ogni giorno sempre un po’ di più. Abituando il corpo a spostare in avanti la percezione dell’affaticamento. E qui subentra l’allenamento emotivo, che aiuta a trovare la scintilla che spinge oltre il limite fisico. L’allenamento insegna al cervello che lo stato in cui si trova lo sportivo non è una situazione di pericolo. Si tratta di un processo difficile e doloroso, che non è possibile portare avanti se non si ha una forte spinta emotiva. Ma, se da un lato le emozioni ti spingono a dare di più, dall’altro possono ingenerare ansie in fase di gara, nelle prove finali. E qui subentra l’allenamento mentale che aiuta a vincere le paure generate dalla pressione psicologica. L’allenamento non deve mai essere “comodo”, altrimenti l’atleta involve e la regressione è dietro l’angolo. Per spingere sempre sull’acceleratore è necessario trovare uno stimolo. L’allenamento mentale serve a questo. L’atleta deve quindi porsi la domanda: “Perché lo sto facendo?” e tenere sempre a mente quale obiettivo vuole raggiungere.

L’allenamento cambia con l’approssimarsi della gara. In quale modo? Come riesce a tenere sotto controllo l’ansia e lo stress che crescono man mano che il giorno della competizione si avvicina?
Con l’avvicinarsi della gara, diminuiscono sensibilmente le ore dedicate all’allenamento fisico, per permettere al corpo, dopo ritmi estenuanti, il pieno recupero delle forze. Ho imparato sulla mia pelle, che le ore vuote che precedono le gare sono pericolosissime. La pressione psicologica sale per l’avvicinarsi della prova e la mente, non occupata dall’allenamento, batte come un tarlo sulle paure e le ansie. Per evitarlo e tenere impegnata la testa, in queste ore io mi faccio accompagnare dai libri. Leggo romanzi d’avventura e storici. Non è per nulla facile gestire le emozioni e prepararsi mentalmente alla gara. All’Olimpiade di Pechino c’erano molte aspettative su di me. E questa pressione psicologica poteva diventare dannosa. Allora ho cercato di lavorare dentro di me, per capovolgere l’ansia e trasformarla in un’emozione positiva. Mi sono detto: se l’aspettativa su di me è grande, significa che la gente è convinta che io sono in grado di ottenere un buon risultato, e crede questo perchè io effettivamente ho delle potenzialità.

E sulla “motivazione” invece, cosa ci può dire? Quale è la motivazione che la spinge a sacrificarsi in vista di un obiettivo?
Ho un carattere competitivo e trovo gratificazione nel dimostrarmi di essere bravo. Credere in sé stessi porta ad osare un po’ di più. Osando si conseguono risultati e questi ultimi a loro volta fortificano la convinzione di essere bravi. Si tratta di un circolo virtuoso. Se un atleta matura la consapevolezza di essere bravo, subito dopo se ne rendono conto anche gli altri.
Io ritengo che più è difficile l’obiettivo da raggiungere, più si trova gratificazione nel conseguirlo. Ma è anche altrettanto vero che, per lanciarsi in una impresa impegnativa, bisogna trovare una forte motivazione e gratificazione. In quel che faccio io metto passione ed esuberanza, corroborate dai risultati finora ottenuti. Ho un carattere competitivo, che mi spinge a cercare la gratificazione.

Eppure può capitare che i risultati sperati non arrivino, nonostante la forte motivazione e i sacrifici richiesti dal duro regime degli allenamenti …
Nonostante l’impegno, non è matematico arrivare infatti! Capita spesso che equipaggi che si sono qualificati primi, poi in gara non salgano nemmeno sul podio. Lì, oltre alla preparazione atletica, giocano anche altre componenti: l’emotività, lo stato delle attrezzature, l’armonia dell’equipaggio, la preparazione degli avversari.
All’inizio della carriera sportiva, non bisogna bruciare le tappe, ma lasciarsi guidare e consigliare da un buon coach. E “rubare” più che si può dall’esperienza altrui, con umiltà e voglia di crescere. Negli allenamenti e in gara, secondo me, l’importante è dare sempre il massimo, per non avere rimpianti davanti ai risultati ottenuti. Si può essere “vincitori” anche se anche non si sale il primo gradino del podio, ma ci si qualifica secondi o terzi. L’importante è non avere rimpianti. Ma del concetto di “vittoria” parleremo un’altra volta.

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