mercoledì 25 novembre, 2009

cereda_alessandro_post.jpgConoscere i vincoli di legge e i principi giuridici, i canali di distribuzione e il funzionamento dei processi di vendita, nonché la mentalità del Paese estero dove si intende aprire filiali di una azienda italiana, è indispensabile per un Country Manager. Oltre al prerequisito delle lingue, è questa la maggiore difficoltà per il dirigente che va all’estero a produrre e/o commercializzare un articolo italiano. Lo sa bene Alessandro Cereda, Country Manager della Morellato & Sector in Francia.

Alessandro Cereda, può spiegarci in cosa consiste la sua professione? Oneri ed onori?
Innanzitutto mi occupo di gestire le persone, lavorando sulla motivazione finalizzata alla condivisione di un progetto di sviluppo per l’azienda. Mi vengono richieste anche competenze a livello amministrativo, dato che è mia responsabilità far quadrare entrate e uscite. Ma la cosa più complicata è trasferire la strategia dell’azienda nel Paese ospitante. Ne devi infatti conoscere la mentalità, le leggi, i canali di distribuzione, il funzionamento dei processi di vendita. E in assoluto, la più grossa difficoltà che si incontra è quella di destreggiarsi tra i vincoli di legge e i principi giuridici che riguardano gli agenti. E’ peraltro indispensabile, quando si arriva nel Paese di destinazione, scegliersi dei consulenti fidati che si occupino di assolvere gli adempimenti amministrativi.

Quali sono i requisiti indispensabili per fare il suo lavoro?
Sono essenziali una serie di competenze tecniche, che si possono acquisire anche con un master in Business Administration e una serie di corsi ad hoc. Ma questo bagaglio tecnico copre solo il 30% dei requisiti necessari per intraprendere questa carriera. Il restante 70% è fatto di competenze relazionali, capacità di motivare una squadra, coinvolgere una equipe di persone in un progetto. Avere spessore umano è essenziale per fare questa professione, perciò ritengo non si possa ricoprire ruoli dirigenziali a trent’anni. E’ fondamentale aver raggiunto un certo livello di conoscenza e auto-analisi: devi sapere chi sei; quali sono i tuoi punti di forza e di debolezza; i tuoi limiti. Devi avere altresì ben chiaro dove vuoi arrivare. Non basta cavarsela egregiamente sotto il profilo tecnico. Bisogna saper coinvolgere il proprio gruppo di lavoro, perché l’obiettivo di crescita aziendale deve essere condiviso.

Che corsi di formazione ritiene utili per sviluppare le conoscenze e le competenze necessarie per il ruolo che ricopre?
Sicuramente può essere vantaggioso seguire un master in business administration, per conoscere i principi di base del conto economico, specie se si approccia questa professione arrivando da un percorso commerciale di marketing. Altri corsi interessanti sono, a mio avviso, quelli di finanza e amministrazione organizzati da Manager Italia. Ma di corsi ce ne sono a bizzeffe, e sono più o meno validi. Bisogna saper selezionare quelli utili dagli altri che lo sono meno. Anche se la partecipazione a corsi e conferenze è fruttuosa non solo perché consente di assimilare conoscenza, ma anche perché offre la possibilità di conoscere le persone giuste e costruirsi una rete di contatti utili. E’ bene anche, se si può, rimanere legati all’ambiente universitario, che è sempre un buon aggancio.

Quali suggerimenti si sente di dare a chi si affaccia oggi alla sua professione?
Nei primi dieci anni di lavoro, è bene non fare passi più lunghi della gamba, non assumere ruoli dirigenziali prematuramente, quando non si è ancora pronti. Un confronto con le persone giuste, che rivestono incarichi più alti, può essere illuminante e permette di capire se si è sufficientemente maturi per sostenere i passi successivi nella carriera. Poi mi sento di suggerire, a tutti coloro che vogliono assumere incarichi manageriali, una esperienza di lavoro fuori del Paese natale: in Europa o meglio ancora all’estero. E sarebbe bene che questa esperienza venisse fatta durante l’iter universitario. Oltre a permettere di parlare correttamente e con disinvoltura una lingua straniera, consente di aprire gli occhi sul mondo. E’ una esperienza di vita importante, molto formativa. Altro consiglio: a meno che uno non sia veramente ispirato da un ruolo o da una azienda particolari, suggerisco di non fissarsi troppo su un unico settore o impresa. Il cambiamento è una modalità di crescita, permette di vedere realtà diverse e acquisire una molteplicità di competenze. Una buona regola può essere quella di cambiare azienda, quando si capisce che dove si è non c’è più nulla da imparare. L’ultimo suggerimento che posso offrire è quello di divertirsi e appassionarsi sempre a ciò che si sta facendo. Questa professione non la si può fare solo mirando allo stipendio di fine mese, ma anche e soprattutto per passione.

Ci sono libri ai quali è particolarmente affezionato?
Un testo che ritengo utilissimo è: “I nuovi condottieri” di Paolo Ruggeri, Mind Consulting, edizioni Mariani Artigrafiche. Parla il linguaggio concreto aziendale e fornisce consigli pratici su come gestire un team di persone. Non si tratta di un manuale teorico, ma di una antologia di esempi pratici. Altri libri che mi sento di consigliare non ce ne sono; quanto alla lettura sono abbastanza deficitario. Leggo diversi romanzi storici, una passione che mi porto dietro fin dalle elementari, quando giocavo con i soldatini e ricostruivo i campi di battaglia letti nei manuali di storia. Mi sono sempre piaciuti i personaggi vincenti.

Quali sfide professionali intende affrontare in futuro?
Sicuramente dedicare maggior tempo alla formazione tecnica e alla crescita delle persone. Le tecnologie e la globalizzazione dell’informazione permettono di ridurre gli spostamenti. Basti pensare alle comodità di interagire in teleconferenza, e all’ottimizzazione del tempo che consente uno strumento a portata di tutti come il BlackBerry. Per quanto la tecnologia agevoli molto il lavoro, non può soppiantare la necessità di essere sempre più legati al territorio, ossia di essere conoscitori approfonditi di uno specifico mercato. E rimane altresì importante approfondire le relazioni con persone che contano. Per quel che riguarda me, mi piacerebbe ricavarmi più tempo per crescere, magari leggendo un libro e viaggiando.

Lei che da due anni vive e lavora in Francia, che differenze e analogie trova esistano tra il mercato italiano e quello estero per quel che riguarda la formazione e il modo di interpretare la sua professione?
Lavoro in Francia è vero, ma per una azienda italiana. Per cui non sono in grado di analizzare differenze e similitudini fra i due mercati. Ma una cosa però, l’ho notata: qui in Francia c’è una transizione graduale fra università e mondo del lavoro. Ogni corso di laurea prevede infatti una permanenza in azienda di almeno un anno e mezzo. Mentre in Italia questo non accade, purtroppo. Gli stage durano solo qualche mese, per il resto università e aziende sono due universi separati e distinti.