Ultimo di otto fratelli di una famiglia di viticoltori, l’imprenditore orafo Sergio Cielo ha voluto esprimere la propria personalità e creatività cimentandosi in un settore nuovo e molto affascinante. E’ entrato nel mondo del lavoro ai tempi dell’università, vendendo spazi pubblicitari per una rivista del settore orafo. Col tempo la sua scelta professionale si è indirizzata sempre più verso il mondo della gioielleria, iniziando a commercializzare diamanti in collaborazione con un collega ebreo e appassionandosi sempre più alle perle. Oggi alla guida di Cielo Venezia 1270 accanto a Sergio Cielo c’è la moglie Mara, compagna nel lavoro e nella vita. Il figlio Mattia invece è amministratore delegato della Cielo S.r.l., la società creata appositamente per sviluppare il marchio di gioielli di lusso ad alto contenuto di design “Mattia Cielo”.
Sergio Cielo come è nata in lei l’idea di mettere in piedi “Cielo Venezia 1270″?
«Cielo Venezia 1270 è un nome che coniuga in sé le origini della mia famiglia e la città italiana più conosciuta nel mondo: Venezia. In Cielo Venezia 1270 sono racchiusi più di sette secoli di tradizione e passione. Secondo i racconti tramandati di generazione in generazione infatti, le origini della mia famiglia risalgono addirittura alla seconda metà dell’anno 1200, con un mio illustre antenato: Cielo d’Alcamo, uno dei primi poeti che l’Italia può vantare. La storia racconta che nel suo vagare di corte in corte egli abbia incontrato il giovane Marco Polo, alla vigilia del suo primo viaggio in Cina. Da lui acquista, affascinato, alcune pietre che il padre di Marco aveva portato con sé rientrando dal lontano Oriente. Attraverso Cielo D’Alcamo le pietre arrivano alle belle dame della corte di Catania, che se ne innamorano e iniziano ad adornarsene. Nascono così i primi gioielli in un certo senso “firmati” Cielo, da quel Cielo d’Alcamo che la storia, confermata da ricerche svolte circa 40 anni fa, pone alle radici della mia famiglia».
Quale è invece la storia dell’azienda?
«L’azienda nasce nel 1985 con il nome di “Worldgem Srl”. Qualche anno dopo, nel 1989, diventa “Worldgem Spa”, per poi assumere definitivamente, nel 2006, il nome “Cielo Venezia 1270”. Col tempo abbiamo dato vita a una famiglia ricca e diversificata di marchi di gioielleria, in grado di rispondere alle differenti esigenze dei più diversi target: Miluna Cielo, Nimei Cielo, Arkano Cielo, dedicato all’uomo, Yukiko Cielo, Kiara Cielo, Miss Fashion Cielo e Yukey Cielo.
Forte del successo ottenuto e della maturità raggiunta dall’azienda, nel 2006 ho deciso di dare un “cognome” ai miei marchi, sottolineando la loro appartenenza a una grande e solida famiglia. Per completare la gamma di offerta, da più di un anno inoltre abbiamo acquisito il controllo di Meccaniche Veloci, azienda milanese di orologeria specializzata in cronografi di alta qualità e design ispirata al mondo dei motori. Dall’inizio del 2008, Cielo Venezia 1270 è inoltre la prima e unica azienda italiana a produrre e commercializzare gioielli preziosi dedicati alle Winx, le sei fatine entrate ormai nel cuore delle bambine di tutto il mondo.
Oggi Cielo Venezia 1270, una delle più importanti aziende del settore in Italia, è impegnata a portare nel mondo i valori del Made in Italy della gioielleria. La nostra sede si trova a Vicenza e più precisamente a Olmo di Creazzo, ma abbiamo anche cinque filiali estere: negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Romania, a Hong Kong e in Cina. Sono oltre 450.000 i gioielli Cielo Venezia 1270 venduti ogni anno in più di 3.000 gioiellerie italiane e centinaia estere».
Ci può parlare della Mission e delle strategie aziendali?
«In un certo senso posso dire che ho ereditato la “missione” da mio padre. Lui, sindaco di Montorso Vicentino, mirava per i suoi cittadini al raggiungimento di una comune felicità. E così anch’io cerco di portare gioia e felicità, e lo faccio attraverso il gioiello, in particolar modo con il gioiello di stile e design italiano.
Grazie alle sue filiali, situate nei punti più strategici dal punto di vista distributivo e commerciale e destinate ad aumentare nel prossimo futuro, l’azienda mira ad accrescere la propria importanza commerciale, avvalendosi anche del know-how di partner locali, con i quali sta sviluppando tra l’altro un consistente network di retail a insegna Cielo Venezia 1270: shop contraddistinti da un curato e prezioso format rappresentativo del nostro stile, al cui interno vengono distribuiti tutti i brand di proprietà dell’azienda. Questo progetto di negozi realizzati in partnership con i nostri clienti ha ottenuto un grosso successo all’estero, tanto che a inizio anno abbiamo deciso di presentarlo anche qui in Italia e sta prendendo sempre più piede».
A quelle persone che vogliono intraprendere una carriera imprenditoriale quali consigli si sentirebbe di dare? Quali obiettivi perseguire e quali scelte evitare?
«Credo che le caratteristiche che devono prevalere al fine di raggiungere gli obiettivi che una persona si prefigge siano: l’impegno per ogni situazione che si decide di intraprendere e il coraggio di correre dei rischi, di sperimentare. A mio parere poi non bisogna mai sentirsi “arrivati”, ma al contrario è necessario avere in ogni momento la capacità di innovarsi continuamente. Personalmente nella mia azienda ho introdotto, e continuo a introdurre, innovazioni che “rivoluzionano” il mondo del gioiello: l’esposizione del gioiello in vetrina nel suo packaging come se fosse il protagonista di un palcoscenico; l’introduzione della quotazione ufficiale delle perle; lo studio di tecniche innovative di produzione e molto altro ancora. Importantissimo poi è sapersi relazionare con il consumatore al fine di cogliere i suoi desideri e la sua volontà, per arrivare a un risultato che lo soddisfi in pieno. Avvalersi sempre di abili e capaci consulenti esperti nel settore evita poi di incappare in scelte sbagliate e fare errori».
Come si posiziona “Cielo Venezia 1270″ sul mercato del lavoro? Quali strategie mette in atto per attrarre i talenti?
«Cielo Venezia 1270 non si è lasciata intimorire dalla crisi che ha colpito il mercato nell’ultimo periodo. Al contrario siamo sempre rimasti in gioco rilanciando le vendite con nuove sfide e progetti, che hanno richiesto il coinvolgimento e la partecipazione di nuove persone, con profili professionali sempre più alti e specializzati».
Quali competenze e caratteristiche personali l’azienda valuta con attenzione?
«Per noi è fondamentale, oltre alla competenza professionale, anche l’aspetto emotivo ed emozionale di una persona: la passione, l’amore per il lavoro e per quello che facciamo. Mi piace scegliere i collaboratori di cui mi circondo in base a parametri che ormai ho fatto miei e si possono definire come parti di un tutto: Il Corpo è la professionalità, la Mente è indice di determinazione, capacità di volgere in positivo tutte le situazioni, il Cuore è pura e semplice passione».
Una persona ad alto potenziale, che ambisse a entrare in contatto con l’azienda, come dovrebbe muoversi? Quale è la strada migliore e più efficace?
«L’azienda pubblica regolarmente annunci di selezione su quotidiani locali e nazionali. Altre volte la ricerca di figure specialistiche avviene tramite studi di ricerca del personale ad hoc. Questa è sicuramente la strada preferenziale per entrare in contatto con l’azienda, ma è sempre gradito ricevere il curriculum via mail all’indirizzo personale@cielovenezia1270.it specificando l’area di interesse».
Sorride e abbassa lo sguardo, quando gli si fa notare dove l’ha portato un’idea originale. Non c’è presunzione e arroganza nei suoi occhi, nel timbro della voce, nelle scelta delle parole. Avanza un accenno di ingenua modestia, legato all’educazione severa impartita dai genitori e alla sua giovane età. Eppure Alessandro Bozzoli, trentun anni, ingegnere gestionale a capo della Audes Group da lui fondata, è l’esempio vivente di come una idea originale possa cambiare la vita.
La Audes Group è la società che Alessandro Bozzoli ha fondato nel 2005 per produrre capi di abbigliamento brandizzati di ottima fattura e a prezzi concorrenziali. Ha sede in una barchessa in via Retrone 30, nella prima periferia della città del Santo, nel rione Sacro Cuore. Il team scelto da Alessandro si occupa di seguire l’iter per intero, dalla ideazione del modello (in sintonia con la filosofia e il marchio aziendali) fino alla produzione del capo.
Come è nata l’idea di mettersi a produrre magliette brandizzate?
Mi sono reso conto che in Italia non c’era nessuno che lo facesse con una certa qualità, in tempi rapidi e a prezzi competitivi. Le grandi aziende che desideravano veicolare il proprio marchio, grazie a un capo di abbigliamento brandizzato, bussavano alla porta di qualche “personalizzatore” (es. agenzie o ricamatori) che a loro volta si appoggiavano alla filiale italiana di società americane, che producono in Cina e fanno stock di prodotto neutro in Italia. Col risultato che veniva creato un prodotto di qualità scadente, e il cliente era costretto ad adattarsi a modelli americani preconfezionati. Per questi attori, realizzare capi ex-novo sulla base dei disegni del cliente, significava tempi di produzione di 6 mesi. Mi sono reso conto di questo vuoto e ho deciso di riempirlo, sfruttando solide conoscenze produttive e gli strumenti di information technology disponibili. Oggi la mia azienda è in grado di evadere una commessa in appena trenta giorni e la qualità dei capi è nettamente superiore.
Da un lato l’idea di non avere concorrenti vicini con i quali misurarsi e scontrarsi ogni giorno per rubarsi fette di mercato, sicuramente facilita. Però intraprendere una strada mai percorsa da nessuno, essere in un certo senso pionieri, non è un fardello gravoso da portare con sé lungo il cammino? Specie quando si è così giovani …
Condivido e faccio mia la tesi portata avanti da Chan e Renée nel loro libro “Strategia oceano blu”. Gli autori sostengono che in qualsiasi tipo di business valga sempre la pena di cercare “l’oceano blu”, anziché mischiarsi agli altri pesci che si litigano e si contendono l’oceano rosso. Questi sono infatti già tanti. Ho anche un altro modello cui mi ispiro: si tratta di una azienda, la Luxottica. Specializzata nella produzione degli occhiali, la Luxottica ha puntato a conquistare anche il settore della moda, quando ha capito che l’occhiale da sole griffato avrebbe avuto mercato.
Ben prima di fondare la sua società, in tempi non sospetti, nella sua vita di studente modello al liceo scientifico, c’è stato un singolare precedente. Ce lo vuole raccontare?
Avevo 16 anni e frequentavo il Nievo a Padova. Con un amico abbiamo deciso di creare una maglietta per gli studenti del liceo. Abbiamo quindi studiato un logo che potesse essere emblematico e, in un certo qual modo, riassuntivo del corso di studi: un atomo. Sopra il quale campeggiava la scritta “Ippolito Nievo, liceo scientifico”. Abbiamo fatto produrre 300 magliette, e abbiamo avuto anche una idea originale per riuscire a piazzarle tutte. Abbiamo reclutato infatti i capoclasse, chiedendo loro di tirare su gli ordini dei compagni. In cambio di questo favore a ciascun capoclasse abbiamo poi regalato una maglietta. L’operazione ha riscosso un discreto successo, tanto che abbiamo dovuto confezionare altre 300 magliette per evadere gli ordinativi.
Quindi lei fin da giovane coltivava il sogno della “maglietta personalizzata”?
In realtà no. Il sogno della mia vita non era quello di produrre magliette. Si è trattato di una coincidenza. Strana finché si vuole, ma pur sempre una coincidenza … Al liceo mi sono semplicemente accorto che sarebbe stato bello e probabilmente motivo di orgoglio, avere una “maglietta personalizzata con il logo del Nievo”, e che fino a quel momento nessuno ci aveva pensato.
La capacità di analizzare e leggere il mercato e i suoi bisogni, sembra essere una costante nella sua vita, che lei pratica senza particolari difficoltà. Riprendendo la metafora utilizzata nel testo che mi ha citato, lei è riuscito con disinvoltura a trovare il suo “oceano blu”. Che consigli darebbe a una persona che fatica invece a cogliere nuove occasioni di business?
Avere idee innovative è importante, anzi oggi è imprescindibile, ma non è sufficiente considerata la situazione difficilissima dei mercati attuali. Meglio non improvvisarsi imprenditori se non si ha in mente alcuna idea originale, perché si va incontro a risultati deludenti con la concorrenza spietata che c’è. Se invece si parte con una idea, qualunque essa sia, vale sempre la pena provare a realizzarla, nei limiti del buon senso e della razionalità. Meglio provare e sbagliare (nei limiti del buon senso), che vivere nel rimpianto.
Come è strutturata l’azienda che ha messo in piedi? Quante persone ci lavorano e come sono suddivisi i compiti di ciascuno?
Siamo in otto. Io curo l’organizzazione della macchina aziendale e seguo personalmente i clienti top. Sul fronte commerciale con me c’è un’altra ragazza, affiancata da una new-entry. Due collaboratrici si dedicano invece allo stile e alla grafica, mentre un ragazzo mette a punto la modelleria. Una persona segue la produzione, mentre l’ultima si occupa dei progetti speciali. Ovvero pianificazioni che mettiamo in piedi per quelle aziende che vogliono lanciare una propria linea di abbigliamento. I nostri capi brandizzati possono servire alle aziende sia come incentivo alle vendite, sia come supporto al marchio. E si rivelano essere un ottimo strumento di comunicazione, alternativo rispetto ai canali tradizionali già troppo inflazionati.
Prima di intraprendere la carriera di imprenditore, lei ha lavorato per la PricewaterhouseCoopers, importante multinazionale che fa consulenza. Quale è stata la molla che le ha fatto prendere la decisione di rinunciare a questo lavoro prestigioso, dove aveva la certezza di uno stipendio, per mettersi in proprio?
Sono entrato in PricewaterhouseCoopers con la formula dello stage. E al termine degli studi ci hanno assunto in due su cinquanta aspiranti. Grazie anche all’argomento della mia tesi di laurea sulla “implementazione degli strumenti informatici” – devo dire – che mi era stata suggerita dal mio relatore. Sono stato preso come “apprendista nel controllo di gestione” con “competenze nella implementazione degli strumenti informatici”. Quando sono stato assunto, ho lavorato tra Milano, Roma, Napoli, Parma, Treviso, occupandomi di realtà importanti, quali Renault, De Longhi, Benetton, Parmalat, Carraro. Mi sono impratichito in controllo di gestione, pianificazione e controllo dei costi, nella delocalizzazione del processo produttivo. E ho fatto esperienza nella gestione dei laboratori. La PricewaterhouseCoopers è stata un’ottima scuola, ma sentivo che mi mancava qualcosa. Le soddisfazioni che ti offre l’attività in proprio, non le guadagni con nessun altro lavoro. Non mi ritengo una persona incosciente: avevo una idea che mi sembrava buona e volevo provare a realizzarla!
I Pinco Pallino, marchio audace, studiato ed elegante, nasce nel 1980 da una visione di bellezza e di grazia e diventa in breve tempo leader nel settore della moda bambino. Lo style I Pinco Pallino nasce dal sogno di Imelde e Stefano Cavalleri che prende forma in un’azienda adagiata sulle colline circondata dalle parole di una fiaba che parla di bambini e colori. Di stagione in stagione le collezioni declinano le sensazioni e le fantasie che le culture del mondo ispirano ai due stilisti. Per saperne di più e curiosare da vicino la realtà di questa azienda, abbiamo intervistato Gianmarco Gabrieli amministratore delegato de “I Pinco Pallino” dal 2006, nonché figlio di Imelde Bronzieri (titolare dell’azienda assieme a Stefano Cavalleri).
Gianmarco Gabrieli, 34 anni, è entrato nel 2002 nell’azienda di famiglia, con la qualifica di “Business Development Manager”. Ha ricoperto inizialmente un ruolo commerciale; poi ha seguito il cambio di gestionale; quindi si è dedicato alla politica di crescita dei negozi monomarca. Infine ha preparato il terreno per l’ingresso nella proprietà di un fondo di investimento. E’ attivo in Confindustria. Negli ultimi due anni è stato vice-presidente dei Giovani Industriali di Bergamo, e quest’anno è stato nominato presidente dei Giovani di Sistema Moda Italia, la Federazione interna a Confindustria che si occupa di tessile e abbigliamento.
Gianmarco Gabrieli ci può raccontare qualcosa sulle origini dell’azienda?
«La casa di moda per bambini I Pinco Pallino è stata fondata da Imelde Bronzieri (mia madre) e Stefano Cavalleri, nel 1980. Una precisa filosofia ha animato fin dall’inizio le loro collezioni: volevano realizzare una moda pensata per i bambini, che ne rispettasse le singole personalità e le particolari esigenze sociali. Dopo il successo ottenuto con la prima presenza a “Pitti Bimbo” a Firenze, nel 1982 iniziò l’espansione dell’azienda: nel corso degli anni ’80 le collezioni I Pinco Pallino venivano richieste nei più prestigiosi e selezionati negozi di tutta Italia e iniziò l’espansione verso i mercati esteri (Stati Uniti e Medio Oriente). Nel 1994 Imelde e Stefano Cavalleri crearono una seconda linea: ”1950 – I Pinco Pallino”, dedicata alla scuola e al tempo libero».
Quali sono i numeri di questa azienda nata 28 anni fa?
«Con un fatturato annuo di 20,5 milioni di Euro (di cui il 95% nell’abbigliamento per bambini dai 3 mesi ai 14 anni) e 80 dipendenti, I Pinco Pallino è una azienda leader nel settore del lusso per bambini. La gamma di prodotti include abbigliamento, calzature, borse ed accessori distribuiti con i marchi: I Pinco Pallino, 1950 -I Pinco Pallino e I Pinco Pallino Baby. Attualmente stiamo lavorando per implementare il numero di licenze, allo scopo di creare un life style I Pinco Pallino: dall’intimo ai profumi all’arredamento. Imelde e Stefano sono tuttora l’anima creativa dell’azienda».
Vendete i vostri prodotti per bambini solo in Italia, o esportate anche all’estero?
«La rete di negozi – ad oggi – include 28 monomarca tra Italia, Francia, Germania, Russia, Giappone, Taiwan, Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Kuwait. I capi de I Pinco Pallino sono inoltre presenti in più di 400 selezionati negozi multimarca nel mondo e nei department store più prestigiosi (Harrods, Le Bon Marché, Takashimaya, Isetan, Mitsukoshi, Sogo). La scelta delle location è molto accurata: in tutto il mondo siamo nelle più prestigiose zone dello shopping: Via Spiga a Milano, Via del Babuino a Roma, gli Champs Elysées a Parigi e ultima solo per data di apertura, Mosca, dove abbiamo una vetrina sulla Piazza Rossa».
I Pinco Pallino S.p.A. ha ottenuto un prestigioso riconoscimento, vero?
«E’ esatto. Nell’agosto del 2000 il Wall Street Journal (nelle edizioni americana ed europea) dedica a Imelde e Stefano Cavalleri e a I Pinco Pallino S.p.A. la prestigiosa Column One. Imelde e Stefano considerano questo evento un po’ come la loro laurea. Un prestigioso riconoscimento internazionale che ha poi destato l’interesse di tutta la stampa».
La vostra è un’azienda impegnata nel sociale …
«Imelde e Stefano Cavalleri, hanno fornito e forniscono costantemente il loro sostegno a grandi organizzazioni umanitarie nazionali ed internazionali. A gennaio 2004 I Pinco Pallino ha promosso la nascita dell’Osservatorio sull’Immagine dei Minori, in collaborazione con l’Università La Sapienza di Roma e l’Università di Bergamo. La finalità dell’Osservatorio è di fornire una base di discussione nuova alla tematica del rispetto dei bambini, della loro integrità e dignità, che passa dalla tutela della loro immagine. L’Osservatorio, tenuto a battesimo da personalità quali il Premio Nobel Rita Levi Montalcini e Giovanni Bollea, ha promosso diverse ricerche negli ultimi anni e l’ultima è stata presentata a Milano a Palazzo Marino lo scorso 29 Ottobre. Costante ed importante è inoltre il sostengo al Cambodian Childrens Fund a Pnohm Pehn in Cambogia che con il sostegno de I Pinco Pallino ha aperto nel 2006 una scuola rifugio per i bambini che vivevano nelle discariche. L’associazione accoglie attualmente oltre 400 bambini».
Quali sono gli obiettivi futuri dell’azienda?
«Ne abbiamo più d’uno. E’ stata da poco presentata al Salone del ciclo e motociclo di Milano, la bici I Pinco Pallino per De Rosa. L’azienda ha infatti firmato un accordo di distribuzione mondiale con il produttore De Rosa, marchio esclusivo degli amanti della bicicletta. I Pinco Pallino hanno personalizzato un modello in carbonio, realizzata per ragazzi dagli 8 ai 12 anni ricorrendo alla tecnologia monoscocca, creando una modello per bambine, tempestato di strass e un modello più maschile sotto il logo di 1950. Oltre a incrementare licenze e prodotti, l’obiettivo cui puntiamo di più è l’entrata e il buon posizionamento in borsa della nostra azienda. Al momento il 70% de I Pinco Pallino è in mano a Imelde e Stefano Cavalleri; mentre il restante 30% appartiene a un fondo di investimento. Proprio grazie a questa recente “apertura” al mercato, siamo stati in grado di dare una struttura differente all’azienda», sottolinea orgoglioso.
Come riuscite ad attrarre i talenti? Quali sviluppi ci possono essere in azienda? Quali opportunità di crescita per i lavoratori?
«Come dicevo, da “familiare” si sta trasformando in un’azienda “manageriale”, che vuole crescere in termini di fatturato, dimensione e quantità di prodotti ideati, realizzati e venduti. Non saprei dire cosa l’azienda offra ai manager che assume; ma sono certo che loro contribuiranno in maniera determinante alla crescita de I Pinco Pallino. E credo che l’impresa sia divertente e molto sfidante per loro. Abbiamo da poco assunto un responsabile dell’amministrazione e due direttori: uno finanziario, l’altro commerciale. E un project manager entrerà in azienda ai primi di dicembre. Si tratta di profili senior, che hanno superato i cinquant’anni, ma hanno ancora molto da dare».
L’azienda investe nella formazione dei propri dipendenti? Organizzate corsi di formazione?
«Presso I Pinco Pallino non abbiamo una scuola interna. I nostri lavoratori partecipano a corsi di formazione in base alle esigenze che si manifestano via via. Si tratta di piani formativi organizzati da realtà esterne. Dal corso di lingua al corso per la gestione del personale. L’unico momento di formazione interna che abbiamo pianificato è stato quello finalizzato ad istruire i dipendenti alle procedure del nuovo gestionale; un’alfabetizzazione ai nuovi strumenti di lavoro».
E attività di team-building ne organizzate?
«Fino a un paio d’anni fa, al fine di creare il senso di appartenenza alla squadra, organizzavamo mini-corsi di due giorni, invitando i responsabili a lavorare assieme. Poi – due anni fa – abbiamo ristrutturato l’azienda, rivedendo i flussi organizzativi interni», conclude.







