mercoledì 25 novembre, 2009

dilenna_andrea_post.gifNel mondo dello sport, nel breve spazio di un time out, il coach comunica messaggi molto incisivi, collegati a quanto provato e riprovato in allenamento. E’ una finestra temporale in cui viene interrotta l’attività di gioco. Viene richiesta dal coach di una squadra nelle situazioni di difficoltà, allo scopo di sistemare alcuni meccanismi di gioco o di carattere psicologico. Il manager dovrebbe fare lo stesso quando in azienda il suo team è in debito di ossigeno o esegue male gli schemi. Questa è solo una delle riflessioni che l’autore Andrea Di Lenna porta avanti nella sua ultima fatica editoriale Time Out Management, edito da il Sole 24 Ore, nella collana “Professionisti 24”.

Andrea Di Lenna è direttore di Performando, società di consulenza e formazione manageriale. Ha lavorato nella Direzione Risorse Umane di aziende quali Liebert, Hiross, Aprilia e Luxottica. E’ coautore di “La fabbrica dei campioni” (ed. il Sole 24 Ore, 2004).

Andrea Di Lenna, lei ha già analizzato le analogie e costruito un parallelismo fra il mondo dello sport e quello aziendale nel suo libro La fabbrica dei campioni. Che cosa offre questo suo nuovo volume in più rispetto al precedente?
La fabbrica dei campioni è una specie di tesi di laurea sull’importanza dello sport per il mondo delle organizzazioni aziendali e può dirsi sicuramente propedeutico alla mia ultima fatica editoriale. Time Out Management invece, è un condensato di citazioni estremamente intense – “rubate” ad allenatori, tecnici e giocatori di primissimo piano a livello internazionale – che possono diventare straordinariamente utili per chiunque. Offre spunti di riflessione sintetici, semplici e di spendibilità immediata in campo manageriale, sportivo e nella vita di tutti i giorni. A pronunciare le frasi che riporto nel libro sono state persone vere, autentiche, decisamente fuori dal comune, con caratteristiche assolutamente uniche in termini di capacità di motivare e auto-motivarsi. Persone di cui ho grandissimo rispetto e stima, da cui imparo tantissimo ogni giorno. Hanno tanti difetti come tutti noi, ma hanno il coraggio di rischiare ogni volta che scendono in campo per allenarsi o disputare un match. Andare alla ricerca della persona è il lavoro più appassionante che esista. E avere la possibilità di lavorare a fianco di uomini straordinari è senza dubbio l’esperienza più incredibile che si possa fare.

Come nasce l’idea di questo libro? Cosa l’ha spinta a scriverlo?
Sono sempre stato un appassionato di sport e ne ho praticati diversi, anche se mai ad altissimi livelli. Sono sempre stato convinto che lo sport sia funzionale alla crescita personale e professionale. Da anni raccolgo diligentemente e pazientemente le citazioni che più mi colpiscono, pronunciate, durante gli allenamenti e in occasione di interventi formativi, da allenatori, tecnici e giocatori di primissimo piano. Per me è stata una esperienza estremamente formativa aver lavorato con loro. E ritenendo che molte affermazioni abbiano una validità trasversale, le ho raccolte perché non andassero perdute, cercando al contempo di renderle fruibili a tutti. Sono infatti fermamente convinto che, così come sono state utili a me, queste perle di saggezza possano risultare interessanti anche per altri.

Con il suo libro, lei si rivolge in particolare ai manager, ma anche alla gente comune. A tutti coloro che sentono il desiderio di crescere e migliorare sé stessi, giorno dopo giorno. Perché, secondo lei, un manager dovrebbe leggere questo libro? Quali strumenti può ricavarne?
Non è un’opera sui massimi sistemi. Il manager non vi troverà grandi teorie o ricette miracolose, ma potrà trarre utili indicazioni pratiche per migliorare sé stesso in ambito personale e professionale. E per aiutare il proprio team a uscire da momenti di difficoltà o empasse. Infatti solo se si lavora sulla propria crescita e si è disposti a mettersi sempre in discussione, si riuscirà a lavorare anche sugli altri e a stimolarne la crescita.
Il manager deve però tenere sempre presente che non può giudicare il proprio lavoro a partire dai risultati raggiunti. Il processo di coaching infatti, non può esistere se dall’altra parte non c’è un allievo interessato a crescere e a migliorarsi; così come non si può costituire una squadra vincente se i giocatori che la compongono non sono disposti a mettersi in discussione e a sacrificare in parte sé stessi per il risultato comune. La volontà esercita un ruolo determinante nei processi di cambiamento. Senza di essa non si attiva il processo. Per cui il manager potrà valutare il lavoro fatto sulla squadra prendendo in esame il tipo di approccio e le modalità strategiche che è stato in grado di attuare con i propri collaboratori, a prescindere dai risultati raggiunti.

Nel suo libro spiega come ci si trasforma da “vincitori” a “vincenti”. Ce ne vuol parlare?
A differenza del vincitore, che può aver conseguito questo importante risultato per situazioni fortuite, il vincente costruisce il suo traguardo giorno per giorno, con fatica e sacrificio. Il vincente non è quindi un talento dotato di caratteristiche tecniche o fisiche straordinarie. Può infatti essere una persona normale, che come filosofia di fondo della propria vita possiede però di un’attitudine al miglioramento continuo. Il raggiungimento della vittoria, tra l’altro, è indubbiamente legato alla capacità di superare momenti di difficoltà che, prima o poi, tutti noi incontriamo. Chi riesce a superarli è un campione nello sport e un piccolo eroe nella vita di tutti i giorni. Vincente non è quindi chi semplicemente vince un match, ma chi riesce nel quotidiano a migliorarsi e ad affrontare le difficoltà.

Come può il manager far crescere la propria squadra? Quali strategie può adottare?
Come il coach così il manager deve costantemente essere lo specchio della squadra e mostrare ai propri elementi errori e risultati raggiunti. Davanti agli errori, deve anche fornire indicazioni per superarli. Deve saper valutare anche il processo, impostando azioni di miglioramento. E saper guardare con oggettività le capacità e le prestazioni dei suoi collaboratori, offrendo loro feedback positivi e negativi. Più oggettivo riuscirà ad essere, minore sarà la resistenza che gli opporrà il suo team e maggiore la credibilità che riuscirà a guadagnarsi.

In Time Out Management lei definisce la “motivazione”, pilastro su cui poggia l’allenamento fisico e mentale dello sportivo e dell’uomo d’azienda, come “il motivo che spinge all’azione”. Come è possibile rafforzare la “motivazione” e lo “sviluppo personale” per ottenere grandi performance?
Non esiste una ricetta. E’ possibile solo indicare una serie di condizioni che favoriscono la “motivazione”. Per ottenere dei buoni risultati, il coach deve essere appassionato del proprio lavoro; avere una indiscussa competenza ed essere perciò un grande professionista; credere sempre in ciò che fa, altrimenti non può convincere gli altri.

Veniamo al titolo del libro: Time Out. Questo concetto innerva un po’ tutti i capitoli … Ce ne vuole parlare?
E’ un concetto che nasce nello sport, ma si sposa bene con il mondo aziendale. Oggi c’è sempre meno tempo per fare le cose. Occorre essere rapidi e incisivi. In sport come la pallavolo, la pallanuoto e il basket, nei momenti di difficoltà della squadra, l’allenatore può chiamare il time out. In questa frazione di tempo, con tre parole deve riuscire a invertire lo stato emotivo dei suoi giocatori. Deve sapere esattamente cosa dire, come dirlo e a chi. Non c’è spazio per l’improvvisazione.
In azienda, la parallela responsabilità di predisporre e gestire i tempi di recupero dei propri collaboratori compete, senza dubbio, al manager. E quindi sarà lui che dovrà chiamare il time out quando la sua squadra sarà in debito di ossigeno o esegue male gli schemi. Ma il manager deve tenere sempre a mente che tutto ciò che la squadra propone in una partita, deve averlo già provato durante gli allenamenti. Un match infatti viene vinto prima ancora di scendere in campo, dato che nello spazio di una partita non si collauda nulla di nuovo!